Da un punto di vista accademico, la pedofilia non è classificata come una patologia. Non è quindi una malattia, ma una anomalia, un’alterazione, stabile nel tempo, del comportamento sessuale. Per questo non è prevista una terapia farmacologica e gli unici strumenti che ha lo Stato per intervenire sono le misure detentive, e l’avvio di un lungo processo finalizzato non alla guarigione ma alla prevenzione”.

Alcune volte i preti si rendono conto di avere commesso un fatto molto grave, accettano anche la pena, ma questo non è garanzia che non si troveranno di nuovo a compiere abusi. Ho conosciuto persone che sono state giudicate, condannate, ristrette in carcere, avviate a un programma di recupero ma a distanza di anni hanno commesso di nuovo quel reato”.

Queste non sono parole mie, ma di Maurizio Marasco, psichiatra, già professore di Psicopatologia forense e Criminologia. Ha svolto lavoro di consulenza come perito chiamato dai giudici in casi di reati di abusi sessuali commessi da preti nei confronti di minori, per stabilirne eventuali patologie e indagare la compatibilità con la loro detenzione in carcere per motivi di salute.

Esistono e dovremmo applicare, quelle che sono le norme preventive, soprattutto in casi come questo, dove esiste una certezza e dove quindi la prevenzione, data soprattutto dall’altissimo rischio di reiterazione di questi soggetti, è d’obbligo.

Nessuno vuole mettere in croce don Luciano o altri, certo l’alternativa è quella di mettere in croce dei bambini innocenti, la scelta e soprattutto la responsabilità di questo sta a noi.

A mio avviso don Luciano può essere collocato in strutture come mense CARITAS, ricoveri per anziani, insomma, strutture dove non solo non circolano minori, ma dove ha un minimo di controllo. Non certo una parrocchia, dove per forza di cose ci sono minori e dove il controllo è praticamente impossibile.

La chiesa cattolica, non per le vittime, ma per i sacerdoti c.d. in difficoltà, ha realizzato sul solo territorio italiano ben 22 strutture (vedi mappa a lato) dove oltre ad un percorso di riabilitazione “morale spirituale”, questi soggetti sono quanto meno “analizzati” da psicologi, al fine di poterne ottenere quanto meno un’anamnesi.

Don Luciano purtroppo non è mai stato mandato in una di queste strutture e questo a mio avviso, è il primo passo da fare, in modo tale di poter quanto meno comprendere il livello di pericolosità sociale.

Rimetterlo in circolazione affidandosi solo alla buona fede, non è solo criminale, ma significa continuare ad alimentare, paradossalmente a danno anche dello stesso sacerdote, il rischio che costui produca altre vittime.

Ho ritenuto doveroso esporre queste motivazioni in quanto la Rete L’ABUSO non vuole essere una ghigliottina per i sacerdoti, ma vuole trovare soluzioni civili, a leggerezze, spesso causate dalla non consapevolezza/conoscenza dei vescovi, che tuttavia, con tali atteggiamenti mettono puntualmente a grande rischio la vita di giovani innocenti, dando al tempo stesso la possibilità al sacerdote, di reiterare il crimine.

Francesco Zanardi

BORGHETTO; quando i fedeli esigono una chiesa sporca e vescovo li accontenta prontamente.

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