Da diversi mesi la Rete L’ABUSO ha avviato un’indagine sull’introduzione nelle diocesi dei c.d. Sportelli diocesani per le vittime di abusi, introdotti dall’ultimo Motu proprio di papa Francesco Vos lus extis mundi.

Quello che abbiamo scoperto è tutt’altro che un progresso nella lotta ai preti pedofili, ma un ulteriore scappatoia per l’impunità della chiesa e del pedofilo, a discapito della vittima che come sempre ci casca, in virtù della fede.

Faccio intanto notare che quando ci si rivolge a uno di questi sportelli, non trova al loro interno alcuna regolamentazione in materia di protezione dei dati personali, non viene informato se quei dati verranno usati per altre cose, se verranno mandati ad altre persone, chi è il responsabile della loro conservazione, quali garanzie dell’uso che potrà essere fatto vengono date a chi depone ecc.

Abbiamo così indagato delle diocesi a campione, una per ogni Regione italiana, chiedendo la composizione del Servizio diocesano per la tutela dei minori scoprendo che in molte, viene inserito in quella commissione anche un avvocato. Cercando meglio abbiamo scoperto che quell’avvocato, è generalmente quello della diocesi. Situazione che non cambia in quelle diocesi dove è ufficialmente assente l’avvocato, in quanto l’incognita resta sempre; quale uso e chi può accedere a quei dati ingenuamente forniti dalla vittima?

Ora facciamo un esempio molto comune che vediamo accadere ogni volta che una vittima si rivolge a un tribunale canonico, ne avete mai sentita una che dopo il processo abbia ringraziato la chiesa per averle reso giustizia?

Appunto!

In compenso ne abbiamo sentite tante scontente e deluse, che successivamente si sono rivolte alla giustizia italiana.  Il caso di don Giuseppe Rugolo a Enna che la Rete sta seguendo, vede dopo la denuncia della vittima il vescovo spostare immediatamente il prete, integrato in un’altra parrocchia del ferrarese, senza dare seguito alla denuncia della presunta vittima che dopo aver perso del tempo si è rivolta alla polizia. Questo è solo l’ultimo di una lunga lista che testimonia, dopo l’introduzione del Vos lus extis mundi più di prima, l’inaffidabilità dell’enorme castello di carte creato a doc dal Vaticano con un solo obbiettivo; salvare il prete e non risarcire la vittima !

Ed è qui che nasce il vero problema perché la vittima che uscirà dal processo canonico per passare a quello italiano, in realtà, in forma cartacea e con tanto di firma lascerà alla diocesi quelle che furono le deposizioni per il rito canonico, di fatto adesso agli atti della chiesa e di sua proprietà. Atti che non restituirà e che firmati precedentemente dalla vittima, da quella data, hanno iniziato a far decorrere i termini prescrittivi per il rito civile in un tribunale italiano, ma questo la vittima non lo sa. Una doppia fregatura.

Informazioni nei fatti in possesso di quello che in precedenza era l’avvocato affiancato alla vittima e ora diventa l’avvocato in difesa della diocesi e questo, a prescindere dal fatto che la vittima abbia deposto direttamente a lui o a un delegato, perché in quanto membro del comitato ne ha libero accesso e comunque, in quanto dati raccolti senza una regolamentazione in materia di tutela, oggi di proprietà della chiesa che ne potrà disporre liberamente, anche a danno della vittima, anche utilizzandoli come prove contro lei in un tribunale italiano, dove come puntualmente vediamo non si sono mai fatti scrupoli.

Un altro trabocchetto per la vittima lo troviamo proprio nell’art. 2 par. §3 del Motu proprio; “l’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione la trasmette senza indugio all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata, i quali procedono a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico.”

Nella sostanza, quando la vittima si presenta allo sportello diocesano – a differenza di quanto accade per la segnalazione all’autorità giudiziaria italiana – qui, in automatico e “senza indugio” vengono avvisati gli ordinari (che sono i vescovi) responsabili del luogo dove sono accaduti i fatti, sia quelli del luogo dove attualmente opera il sacerdote denunciato. Un articolo che nella sostanza da modo alla chiesa di tutelarsi, magari spostando il prete o magari facendo pressioni su altre eventuali vittime o testimoni venute nella conoscenza della chiesa,  proprio grazie alla vittima.

Una questione moto grave e ulteriormente penalizzante per quello che riguarda le garanzie costituzionali del cittadino che ingenuamente si rivolge a questi sportelli dove a sua insaputa, di fatto sono congelate. Questione che abbiamo sollevato al Garante per il trattamento dei dati personali perché è pur vero che la chiesa ha diritto a una sua autonomia interna e quindi in quella sede è legittimata a muoversi come vuole in base alle leggi del Vaticano.

Tuttavia le diocesi non godono di extraterritorialità e nel nostro caso sono sul suolo italiano, come i cittadini che vi si recano per la denuncia e, se è pur vero che la gestione interna spetta di diritto alla chiesa, ovvero colei che in un processo italiano dovrà tutelarsi dalle accuse della vittima, a maggior ragione il cittadino deve essere  sollecitamente informato e reso ben consapevole del rischio che corre.

A quel punto ha la consapevolezza per esercitare in sicurezza il diritto di scelta, mentre al momento le possibilità che venga ingannato sono davvero elevate e lo Stato non può non intervenire o ne diventa nuovamente complice.

Molte di loro hanno subito e stanno subendo abusi a causa del Governo che non non è mai intervenuto in Italia, almeno gli dia la possibilità di vivere una vita più dignitosa possibile.

Francesco Zanardi

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