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  • Il cardinale Matteo Zuppi e Ezio Mauro a La7. Un limite culturale o delirio di onnipotenza?

    Il cardinale Matteo Zuppi e Ezio Mauro a La7. Un limite culturale o delirio di onnipotenza?

    In occasione dell’anniversario della morte di Jorge Mario Bergoglio, alias Papa Francesco, è andata in onda sul canale La7 la trasmissione condotta da Ezio Mauro, intitolata “Francesco – Cronache di un papato”.

    È passata quasi inosservata, persino al noto giornalista, una dichiarazione del Presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, come notano e riportano anche la rivista ADISTA e la giornalista Federica Tourn, secondo il quale rivolgersi alla giustizia civile dello Stato italiano significherebbe ammettere che qualcosa nella Chiesa non funziona. (min. 59 del sito de La7 )

    Ma leggiamo testualmente il passaggio partendo dalla domanda di Ezio Mauro;

    “Eminenza, per quanto riguarda gli abusi sessuali commessi dai sacerdoti Francesco, ha proseguito la linea di denuncia di condanna di papa Benedetto ma, secondo alcuni, ha tenuto la questione all’interno della chiesa senza arrivare a una trasparenza completa ingaggiando le autorità civili. Secondo lei si poteva fare di più?”

    La risposta del cardinale Zuppi;

    “Con lui probabilmente non saprei che cosa si poteva fare di più poi, tutti quanti noi dobbiamo fare di più, perché lui è stato rigorosissimo. Il problema della collaborazione col civile è una punta più complicato perché, se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è qualcosa proprio che non va. Direi papa Francesco su questo è stato comunque rigorosissimo, e anche nell’ascolto delle vittime. Se ascolti la sofferenza ti rendi conto e con più determinazione cambi.”

    La prima critica non può non essere fatta a Ezio Mauro che tristemente parte con la peggior negazione che si possa fare, ovvero l’esistenza della giustizia civile che tranne in Italia, nel resto del mondo è stata la soluzione affinchè si potesse rendere giustizia alle vittime. Negazione GRAVE che ignora in primis la diversità fondamentale tra le due giustizie, quella civile – dove prevale il diritto e il rispetto della persona, che è la parte lesa – e quella canonica dove la persona (la vittima in questo caso) non è la parte lesa – sostituita da Dio – ma semplicemente il testimone che dimostra che il sacerdote, in base al 6° comandamento, peccando ha arrecato offesa a Dio,..

    Concetto totalmente ignorato da Ezio Mauro già nella domanda a Zuppi, che rende impossibile a chi segue comprendere le basi del problema in sè.

    Domanda irrispettosa, in quanto Ezio Mauro dice “secondo alcuni” , non riconoscendo che questi “alcuni” sono le vittime, le quali, puntualmente, dopo essersi rivolte a quella che impropriamente è definita “giustizia canonica”, ne fanno per la seconda volta le spese.

    Ma il peggio viene dopo facendo si che ci si ponga questa domanda; Ezio Mauro quale stato riconosce? Quello italiano o quello Pontificio?

    Domanda doverosa in quanto il conduttore, ignorando questa volta ciò che sta accadendo in tutta Europa e nel mondo, parla “ingaggio delle autorità civili”, quasi come se dal suo punto di vista queste fossero un “optional” della nostra società. Un chiaro disconoscimento delle Istituzioni dello Stato che lascia davvero basiti.

    Passando alla risposta del cardinale Matteo Zuppi, precedentemente servita su un piatto d’argento dallo stesso conduttore, emerge la totale negazione dei fatti che, sempre in un contesto internazionale che oggi vede in tutta Europa e non solo, vittime riconosciute da Stato e chiesa che vengono indennizzate per il danno subito, qui il cardinale tira furi dal cilindro magico la massima espressione che nel fallimento della chiesa in Italia ha a disposizione. L’ascolto delle vittime.

    Quasi come se ascoltare chi ha subito negandogli un qualunque tipo di riconoscimento, possa essere positivamente “terapeutico e riparativo” anziché un ulteriore trauma.

    Il tutto si conclude con una esternazione di Zuppi che di fatto è la domanda che la chiesa non si pone e ribadisce con questa affermazione di non sapersi porre; “Se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è qualcosa proprio che non va”.

    Il fatto che nella trasmissione ci fosse la puntuale e totale assenza di un contraddittorio, rende il tutto davvero grave e al limite della decenza.

  • Per la chiesa masturbare un ragazzino è un atto ‘sotto la soglia della punibilità’

    Per la chiesa masturbare un ragazzino è un atto ‘sotto la soglia della punibilità’

    Tra le tante cose che la chiesa non dice sui processi canonici c’è anche questa, che emerge puntualmente nelle rare occasioni in cui il Dicastero per la dottrina della fede risponde alle vittime.

    Nello specifico caso si tratta di un ragazzo infraquattordicenne che fu abusato per anni dal suo parroco, al quale il Dicastero risponde che non procederà nei confronti del prete in quanto «I fatti contestati rimangono al di sotto della soglia di punibilità».

    Un concetto quanto meno curioso che sta emergendo in diversi documenti di archiviazione di casi denunciati dalle vittime agli sportelli diocesani italiani.

    Una giustizia, quella canonica, che diverge non poco dal senso di giustizia comune e da quello di un tribunale civile italiano, dove palpeggiare sulle parti intime, anche solo attraverso gli abiti, un minore ma non solo, è violenza sessuale.

    Concetto che diverge persino dal Vangelo che recita “chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”.

    Concetti a parte, se pensiamo al violentissimo trauma e alle conseguenze psicologiche e cliniche che subisce chi è vittima di abusi o violenze sessuali, rende difficile poter sostenere che i tribunali canonici restituiscano qualcosa che abbia almeno la parvenza di una qualsiasi forma di giustizia.

    Per chi vittima la cosa è scioccante, se poi aggiungiamo l’aggravante dell’abuso di potere e/o autorità che puntualmente emerge in un contesto di fede, forse si comprende meglio il perché secondo i sopravvissuti la chiesa non sia in grado e non debba gestire la giustizia di questi casi.

    Senza contare poi che chi indaga, ovvero il vescovo, è spesso la stessa persona che prima della denuncia ha coperto l’accusato. Si aggiunge al tutto un inquinamento dell’indagine che spesso produce nella valutazione che gli abusi «non possono essere provati con il necessario grado di certezza».

    Sul lato di chi stupra invece, il concetto stesso rafforza e legittima, di certo non viene e non può essere recepito come un deterrente.

    Se poi è lo stesso Papa a chiede misericordia per chi stupra, il tutto potrebbe passare persino per un “diritto” dell’abusatore.


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    https://francescozanardi.it/2026/04/28/card-zuppi-se-per-gli-abusi-bisogna-ricorrere-al-civile-qualcosa-non-va/

  • SARDEGNA: Cara CEI, tra un “solletico” e una “misericordia” sono 44 i casi di cui 36 non pubblici, le vittime 202

    SARDEGNA: Cara CEI, tra un “solletico” e una “misericordia” sono 44 i casi di cui 36 non pubblici, le vittime 202

    Tranne i pochi casi noti di don Efisio Schirru; don Valerio Manca; don Giuseppe Cuccu; don Marco Dessì; don Pascal Manca; don Raimondo Meloni; don Pietro Sabatini, quale risposta ci vuole dare il segretario della CEI mons. Giuseppe Baturi sugli altri 36 casi che se pur non siano arrivati agli onori della cronaca, tuttavia soggiornano in Sardegna? E delle 202 presunte vittime?

    Le segnalazioni che pervengono all’Osservatorio della Rete L’ABUSO sono molte e anche se la CEI nella persona del suo Presidente Matteo Zuppi e del suo Segretario Giuseppe Baturi non hanno mai voluto acquisirle, malgrado l’Associazione , in più occasioni si sia collaborativamente offerta a comunicarle, difficilmente si può parlare di dati infondati, come lo stesso Baturi e la CES hanno sostenuto, lo scorso marzo, quando la Garante per la tutela dei minori sarda Carla Pugligheddu, dopo averli verificati, con buonsenso ha scritto allarmata proprio a Baturi. Garante che come è tristemente noto non solo si è vista attaccare dalla CES, ma addirittura è stata defenestrata dal Consiglio Regionale Sardo di cui faceva parte.

    Casi che sarebbe stato bene quanto meno verificare, anche per dare un concreto credito alle dichiarazioni che proprio mons. Giuseppe Baturi, pochi giorni fa ha rilasciato, lodando quello che a suo dire è il grande lavoro e i progressi che la chiesa italiana ha fatto, grazie agli sportelli diocesani.

    Lavoro che a dire delle vittime e anche dell’associazione, non è proprio così lodevole. E si conferma ancora una volta nel servizio andato in onda ieri a “Fuori dal coro”.

    Il caso di don Efisio Schirru era tra quelli anonimi segnalati all’associazione, sul quale la chiesa sarebbe potuta intervenire prima, facendo tutti i dovuti accertamenti.

    Cosa che non è avvenuta, a causa dell’ostinata volontà di non collaborare con le vittime dimostrando che quella che il Presidente della CEI Matteo Zuppi ha battezzato nel 2021 come “La via italiana”, altro non è che la solita via, quella dell’auto acclamazione su un progetto fallimentare e maldestro di una chiesa che vuole fare tutto, tranne che rendere giustizia alle vittime, prevenendo seriamente la salute psicofisica dei minori che ogni giorno, purtroppo, gli vengono affidati.

    Una chiesa che non aiuta sé stessa e che fa vergognare di farne parte, tanti bravi sacerdoti.

  • Pontificia ipocrisia da tanto al chilo

    Pontificia ipocrisia da tanto al chilo

    Il grande Totò diceva “quando trovo un buco mi ci infilo”.

    Frase che la chiesa ha preso indubbiamente sul serio per farsi propaganda, sicura che tanto, se lo dice il Papa per i cattolici qualunque cosa va bene.

    Certo, la chiesa è sempre molto attenta nello scegliere un “buco” che non la coinvolga e quello della guerra è il “buco” perfetto, costa solo un po’ di ipocrisia ma in fondo come ho detto, oramai i cattolici non ci fanno neppure più caso e poi, se lo dice il Papa…

    Indubbiamente gli appelli di questi giorni sono giusti e incontestabili tuttavia non si può ignorare, per quanto riguarda la chiesa, che si tratta di mera propaganda e questo li rende un tantino squallidi anzichè un valore aggiunto.

    Certamente, ed è un dato di fatto purtroppo incontestabile, quando il Papa di turno, a seguito di scandali su scandali è costretto a fare le scuse all’opinione pubblica e non ai sopravvissuti, sulle decine di migliaia di vittime prodotte dai suoi preti pedofili, in quel caso che riguarda direttamente la chiesa e dove il Papa potrebbe concretamente intervenire, tutto si riduce invece a un mero appello totalmente privo di qualunque seguito concreto.

    In questo caso i vari cortigiani nel mondo non danno più seguito all’appello del Papa, tantomeno si sognano come nel caso della guerra, ad invitare i cattolici a una azione concreta.

    Quando si parla di violenze sessuali del clero, tutti i buoni principi finiscono in un nanosecondo nel primo sciacquone a portata di mano.

    Vedi non solo i preti pedofili e i vescovi che li nascondono, ma le suore abusate, la famiglia di Emanuela Orlandi, le vittime di Marko Rupnik e i tanti altri casi che stranamente, alla domanda trovano puntualmente in risposta un assordante silenzio.

    Una bilancia che indubbiamente pesa gli alti valori morali ed educativi della chiesa, che pare più squallore che valore.

  • La misericordia di Leone per i suoi pedofili. La avesse espressa a noi vittime ci saremmo offesi

    La misericordia di Leone per i suoi pedofili. La avesse espressa a noi vittime ci saremmo offesi

    Si sa che il pesce puzza dalla testa e il papato di Leone non si discosta da quello di Francesco che tra mille chiacchere non riuscì a farne una giusta, neppure nella sua amata Argentina dove ancora oggi il risentimento dei sopravvissuti è forte.

    È certo che se un Dio esiste di sicuro non ha una gran dote nel saper scegliere i suoi rappresentanti terreni, il suo “ufficio di collocamento” da anni pare non azzeccarne una.

    Da Wojtyla che ancora oggi ricordiamo principalmente per il caso ancora insoluto di Emanuela Orlandi, al suo successore Ratzinger, la cui storia criminale è stata recentemente ripercorsa da Íñigo Domínguez  nell’inchiesta giornalistica di EL PAIS, e che ricordiamo proprio nel 2004, imputato in USA con l’accusa di intralcio alla giustizia, fu graziato dalla “misericordiosa” fumata bianca che lo fece Papa, permettendogli di chiedere all’ora Presidente Bush l’immunità come capo di stato, che di fatto lo salvò in extremis dal quel processo. Tuttavia anni dopo costretto a dimettersi morirà “incarcerato” in Vaticano, dove anche la “misericordia” lo abbandonò.

    Trovò vita più facile il suo successore Bergoglio, tanto amato dai cattolici che pochi giorni dopo la sua morte lo cancellarono dalla memoria. Altra “assunzione” che da subito sollevò grandi ombre non solo riguardo la sua complicità con la dittatura argentina, ma con il suo intero papato, fatto di tante chiacchere e pochi fatti. Salvo grazie alla “misericordia” dei media, in particolare quelli italiani che attuarono la linea della censura preventiva cominciando a presentare i fallimenti di Bergoglio nella più totale assenza di contraddittorio, facendolo così apparire ingannevolmente come il grande riformatore della chiesa. Una linea gattopardiana dove si cambiò tutto perché tutto restasse uguale.

    Quella di Prevost sarà la peggior “assunzione” del collocamento vaticano. Qui la “misericordia” dei media tocca da subito il fondo precipitando in una miseria deontologica e anti cristiana mai vista prima nel paese. Un uomo da subito notevolmente compromesso dal caso cileno che ancora prima dell’elezione lo indicava trai peggiori candidati.

    Qui la censura e la disinformazione hanno dato il peggio del giornalismo italiano. Tranne poche testate oneste, tolto il caso cileno, nessuna ha detto che fino al giorno prima di essere eletto Papa, Rober Prevost era il Prefetto del Dicastero per la dottrina dei vescovi e che per ben due anni ha insabbiato da prefetto il caso siculo del vescovo di Enna Rosario Gisana, oggi a processo per la giustizia italiana con l’accusa di aver mentito nel tentativo di coprire il caso di don Giuseppe Rugolo.

    Vescovo che malgrado Prevost oggi sia diventato Papa continua a non affrontare, forte di certi giornalisti suoi complici, che con la censura preventiva lo proteggono dal rischio di qualunque possibile contraddittorio.

    Una stampa che non è più “misericordiosa” come ai tempi di Bergoglio, oggi è diventata direttamente miserabile tanto da non chiedergli conto nè del caso Gisana, tantomeno del caso di Marko Rupnik dietro al quale tante suore stuprate furono costrette dalla stessa chiesa ad abortire. Cose che i media non raccontano preferendo beatificarlo per la benedizione della campana contro l’aborto, la triste ed ipocrita iniziativa ligure lanciata dal vescovo di Sanremo Antonio Suetta, di cui molti media hanno completamente omesso le proteste, sia dei sopravvissuti agli abusi del clero, sia della società civile, che indignata ha più volte contestato.

    La stessa stampa che oggi lo eleva il Papa della “misericordia pedofila”, un pensiero tanto squallido che nella puntuale censura di un contraddittorio riesce persino a trasformarsi in qualcosa di bello.

    Quella stampa che di fronte al Vangelo di Matteo 18:6 è da tempo che ha messo la “macina al collo” delle vittime anziché dei carnefici. La stessa che a partire da RAI News è stata capace di stuprare persino l’inchiesta di EL PAIS omettendo con puntuale “misericordia” l’Italia, di cui si parla nell’inchiesta, ma nessuno lo sa perché disinformato dall’informazione.

    Quella stampa che insieme alla politica è stata risolutiva in tutti i paesi civili, mentre in Italia si trasforma in un problema sociale peggiore della pedofilia stessa. Il recente caso sardo della Garante per l’infanzia defenestrata dal suo stesso consiglio regionale per aver fatto il suo dovere è l’ultimo triste esempio che rende bene l’immagine di un paese che quando vede un Papa, qualunque sia, sa solo esclamare “com’è bianco!!!”.

  • CAGLIARI – Il silenzio di Comandini e del Consiglio regionale sardo ai sopravvissuti che gli scrivono

    CAGLIARI – Il silenzio di Comandini e del Consiglio regionale sardo ai sopravvissuti che gli scrivono

    Vale più una sottana da prete che la salute di bambine e bambini. Questo è quanto sembra emergere ancora una volta dalla triste vicenda sarda che ha coinvolto la Garante dell’infanzia Carla Pugligheddu, di fatto defenestrata dal Consiglio regionale sardo e dalla Conferenza episcopale sarda per aver fatto il suo lavoro.

    Una vicenda istituzionale diffusa che racconta con tristezza l’arretratezza italiana e spiega con i silenzi perché l’Italia sia l’unico Stato dell’UE incapace di tutelare la salute psico fisica dei minori. Un paese che in materia è stato piò volte ripreso e spronato ad intervenire anche dagli organi sovrannazionali come il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, al quale, malgrado le preoccupazioni espresse più volte, non ha mai risposto e che pochi giorni fa ha nuovamente sollecitato l’Italia affinchè intervenga di fronte alle gravi infrazioni che non riguardano solo il tema degli abusi.

    Nei giorni scorsi la Rete L’ABUSO, tendendo la mano ha scritto con spirito collaborativo, al presidente del Consiglio regionale sardo, l’Onorevole Giampiero Comandini. Ma nulla da fare, a quanto pare sembrano prioritari i rapporti con la chiesa, anziché la salute di minori e delle persone vulnerabili tanto che la Regione, intervenuta in difesa della chiesa, fa per la seconda volta scena muta, anche di fronte ai cittadini.

    Da presidente di questa ONG provo rammarico nel vedere tanta irresponsabilità di fronte agli elettori e all’intera società. Sconcertante anche il silenzio dei colleghi Garanti che anziché indignarsi di fronte a un episodio di ingerenza tanto grave, lascino invece sola la Garante Pugligheddu.

    Da sopravvissuto resto invece mortificato vedendo questo scenario istituzionale crudele nella sua indifferenza verso i più piccini, verso i loro stessi figli e nipoti e mi chiedo come è possibile che le istituzioni, la stessa chiesa non provino almeno un po’ di vergogna nel lasciare abbandonati i cittadini rimasti vittime di tali atrocità, costretti a cercare giustizia da soli.

    E mentre la società civile si stringe attorno alla Garante Carla Pugligheddu con messaggi di solidarietà e stima, anche la Garante nazionale sembra essersi “persa nel bosco”, impossibilitata ad interviene su un tema tanto grave, che la riguarda in prima persona.

    Di seguito la lettera inviata dalla Rete L’ABUSO al Presidente del Consiglio regionale sardo.

    Gent.mo On. Dott. Giampiero Comandini,

    Le scrivo in qualità di presidente di Rete L’abuso in relazione alla controversia tra la Garante dell’Infanzia e Adolescenza della Regione Sardegna dott.ssa Carla Puligheddu e il Consiglio regionale che Lei presiede, sulla questione degli abusi clericali e non solo.

    È evidente che, all’interno di tale circostanza, l’accusa rivolta alla dott.ssa Puligheddu in merito alla modalità della comunicazione e alla credibilità dei dati da lei utilizzati tocca anche l’Associazione che presiedo, in quanto fonte di tali informazioni.

    In primo luogo, tuttavia, vorrei esprimere il rammarico per la nuova vittimizzazione dei sopravvissuti e dei loro famigliari che inevitabilmente sono rimasti coinvolti in questo “scontro”. Sono stati infatti ulteriormente feriti e delegittimati dal disconoscimento, di fatto, della loro esistenza e del loro vissuto traumatico: e questo non solo da parte della Chiesa, ma anche delle istituzioni vocate a tutelarle, che sembrano invece averle abbandonate.

    Nella convinzione della assoluta necessità di un dialogo sereno e costruttivo con le istituzioni dello Stato, nella direzione di un impegno condiviso che miri alla costruzione di buone pratiche, e sottolineando l’attenzione prioritaria di cui la Regione deve farsi portatrice nei confronti delle famiglie delle vittime di pedofilia, per trasformare questa vicenda in un momento costruttivo e restituire ai sopravvissuti il riconoscimento del loro status trovando un’intesa programmatica nel loro interesse, con la presente La invito a un incontro con il sottoscritto, senza clamori e senza l’intervento mediatico, in un clima di franchezza come è nello spirito di questa mia missiva che auguro possa essere accolta.

    Restando in attesa di un Suo cordiale riscontro, un cordiale saluto.

    Francesco Zanardi

    Savona, 12/3/2026

  • Le bufale tanto al chilo di Giorgia Meloni

    Le bufale tanto al chilo di Giorgia Meloni

    La Rete L’ABUSO non si è mai occupata di politica, tuttavia, quando si parla di abusi, la competenza in materia non ci manca: possiamo affermare che la dichiarazione di Giorgia Meloni è falsa.

    Premesso che in Italia sono ben pochi i pedofili e gli stupratori che sono nelle carceri e quindi ci chiediamo per prima cosa a chi o a cosa la premier si riferisca, vogliamo, tanto per non abbassarci a certi livelli di propaganda, spiegare, Giorgia a parte, il reale problema italiano e magari offrire qualche spunto su cosa andrebbe realmente cambiato.

    Va anche detto che la colpa non è certo dei magistrati che in questa campagna referendaria distorta vengono indicati come il “problema”, ma che non lo sono.

    Va sottolineato che in tutti i contesti d’accusa che vedono la magistratura “colpevole” del malfunzionamento della giustizia, autonomia a parte, i magistrati applicano le leggi che fa la politica. Politica che negli anni non solo ha letteralmente stuprato la Costituzione della Repubblica, ma ha riformato la giustizia e fatto leggi a dir poco indecenti, che purtroppo poi i magistrati sono costretti ad applicare.

    Restando nel tema della pedofilia e dello stupro, l’Italia, ovvero il Legislatore, dietro al Parlamento, hanno volutamente creato situazioni drammatiche, introducendo e ratificando con estrema tristezza persino Convenzioni internazionali come la Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2007 ed entrata in vigore nel 2010 (ratificata dall’Italia con la Legge 172/2012), che è il primo trattato internazionale che criminalizza tutte le forme di abuso e sfruttamento sessuale dei minori. Obbliga gli Stati a prevenire i reati, proteggere le vittime e perseguire i responsabili, coprendo anche adescamento (grooming) e pedopornografia. Tale Convenzione in tutta Europa è stata un formidabile strumento di prevenzione, lasciando solo in Italia vuoti che fanno davvero riflettere: persino un bambino capirebbe l’assurdità dell’applicazione italiana.

    Tra gli strumenti preventivi che la Convenzione ha introdotto c’è per esempio il famoso certificato anti-pedofilia, uno strumento che prevede che coloro che hanno avuto condanne per crimini sessuali nei confronti di minori non possano lavorare a contatto con minori.

    E fino a qui la cosa è talmente ovvia che non serve avere un dottorato in legge per comprenderla, ma è ben più complesso, nell’assurdità dell’applicazione italiana, comprendere il perché il legislatore abbia, solo nel nostro Paese, sollevato dall’esibizione di tale certificato tutto l’ambiente del volontariato, i lavoratori autonomi come baby sitter ecc.

    Anche un bambino capirebbe che una simile applicazione è praticamente inutile, in quanto non ferma il problema, ma fa sì che i pedofili, trovando le porte chiuse nei vari ambienti come scuole ecc. spostino banalmente il loro terreno di caccia nel volontariato, dove il certificato non è richiesto.

    E qui sì che sorgono i primi dubbi di fronte a questo inspiegabile vuoto e sorge il più che ragionevole dubbio che l’inspiegabile vuoto sia stato lasciato per favorire la chiesa, che guarda a caso rientra proprio nella categoria del volontariato.

    Il buonsenso fa anche capire che forse, allora, il fatto che il problema dei preti pedofili che in tutta Europa – tranne in Italia – è stato da anni affrontato facendo grandi passi avanti, con condanne e risarcimenti per le vittime, in Italia sia ancora impunito ed indiscusso.

    Di certo la colpa non si può attribuire ai magistrati che di fatto sono costretti ad applicare una legge tanto ignorante, fatta dalla politica. Legge che Giorgia Meloni potrebbe modificare, come più volte ha chiesto proprio all’Italia anche il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite.

    Sempre le Nazioni Unite chiedono all’Italia – che dal 2019 neppure risponde – di introdurre l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini.

    Se qualcuno si chiede il perché, anche in questo caso la risposta è di una banalità estrema: se il certificato impedisce al pregiudicato per crimini sessuali a danno di minori di non tornare a contatto con loro, viene da sè che per poter essere pregiudicati, serva prima un accertamento dei fatti, poi tramite un processo si arriverà alla condanna.

    È evidente che se la denuncia di un sospetto viene omessa grazie a un vuoto legislativo ad hoc, salta l’intero sistema preventivo che il certificato dovrebbe garantire.

    Lo capisce pure un bambino, ma non lo capisce la Premier Meloni, o forse non vuole capirlo, incolpando i magistrati.

    Ecco la bufala da un tanto al chilo di Giorgia.

  • L’Italia deferita per la seconda volta all’ONU – Comitato per i diritti dell’infanzia

    L’Italia deferita per la seconda volta all’ONU – Comitato per i diritti dell’infanzia

    In riferimento alla contestazione della CES avanzata alla Rete L’ABUSO e alla Garante dell’infanzia Carla Pugligheddu, l’Associazione rende noto che lo scorso dicembre ha deferito per la seconda volta l’Italia alle Nazioni Unite di Ginevra, Comitato per i diritti dell’infanzia.

    Il totale fallimento italiano vede una serie di omissioni sistematiche da parte del Governo in tutela della chiesa, a danno di cittadini minorenni e di persone vulnerabili.

    Riassumendo;

    Già nel 2019, il Comitato ONU lamentava all’Italia la mancanza di comunicazione da parte dello Stato membro dei dati riferiti proprio alla chiesa cattolica.

    Nelle sedute dell’80° sezione del 2019 l’Associazione Rete L’ABUSO accresceva in aula, tramite il Delegato ONU Jorge Cardona le accuse di reiterate inadempienze da parte del Governo italiano a seguito delle quali il Comitato ONU rispondeva;

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

    In quella sede l’Italia fece scena muta dimostrando la totale assenza di strumenti preventivi, giustificando la mancanza di risposte al Comitato, per l’assenza di tecnici. Il Comitato diede alla delegazione italiana 48 ore di tempo per inviare le risposte. (Video)

    Ad oggi lo Stato membro risulta reiteratamente inadempiente anche alle richieste avanzate nel 2019.

    Il report presentato dall’Associazione Rete L’ABUSO lo scorso 24 ottobre aveva lo scopo, alla luce delle suddette inadempienze, di verificare oltre alla quantificazione del fenomeno sul territorio italiano, quali organi preposti, come i Garanti per la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, fossero inadempienti di fronte ai propri doveri.

    Per questo motivo la Rete L’ABUSO recapitò ai Garanti dell’infanzia e alle nuove figure di garanzia, i Garanti per le vittime di reati, il report.

    Inutile dire che su 20 Garanti dell’infanzia e 4 Garanti per le vittime di reati risposero solamente la dottoressa Carla Pugligheddu (Sardegna) e un solo altro Garante.

    Alla luce dei riscontri ottenuti, il 24 novembre scorso l’Associazione concludeva e depositava presso il Comitato di Ginevra il suo 2° Report conclusivo.

    L’Italia ha ricevuto da ONU la List of Issues prior to Reporting pochi giorni fa, nel marzo 2026, ma questa volta avrà un anno di tempo per rispondere al Comitato con l’ausilio dei tecnici assenti nella precedente seduta.

  • Flash mob in piazza Sisto IV: letti i nomi dei sacerdoti pedofili mentre suonava una campana

    Flash mob in piazza Sisto IV: letti i nomi dei sacerdoti pedofili mentre suonava una campana

    Savona oggi ha fatto sentire un suono diverso.
    Non quello che pretende di parlare “in nome della vita”, ma quello che ricorda le vite spezzate.

    Il 30 dicembre scorso la diocesi di Sanremo annunciava l’installazione della cosiddetta “Campana dei bimbi non nati”, destinata a suonare quotidianamente in memoria dei feti abortiti. Un’iniziativa che fin da subito ha sollevato forti polemiche: sul diritto delle donne all’autodeterminazione, sul confine tra fede e spazio pubblico, ma soprattutto su una questione più profonda e irrisolta.

    Chi parla con tanta forza di morale, perché tace davanti ai propri orrori?

    La risposta in piazza Sisto IV

    Oggi, giovedì 8 gennaio alle ore 18, in piazza Sisto IV a Savona si è tenuto un flash mob organizzato dalla Rete L’ABUSO e dall’UAAR.
    Un gesto semplice e potentissimo: al rintocco di una campana sono stati letti uno per uno i 1162 casi di pedofilia nel clero registrati in Italia dal 2000 a oggi.

    Nomi, numeri, storie.
    Non simboli astratti, ma persone reali.
    Vittime reali.

    Il suono della campana, questa volta, non celebrava una morale imposta: rompeva il silenzio.

    I numeri che la Chiesa non ama ricordare

    In Liguria i casi censiti sono 70:

    • 15 a Genova
    • 24 a Imperia
    • 10 a La Spezia
    • 21 a Savona

    Di questi, 51 non sono mai arrivati alla giustizia ordinaria.

    Le vittime liguri censite sono 209:

    • 25 donne
    • 184 uomini
    • tutti minorenni, tranne 9 adulti

    In Italia:

    • su circa 31.000 sacerdoti attualmente attivi,
    • 1164 sono stati denunciati per abusi dal 2000 al 2025,
    • solo157 hanno avuto una condanna definitiva, grazie ai tribunali civili, non a quelli canonici.

    Le vittime totali censite sono 4.694:

    • 554 bambine
    • 4140 bambini
    • 174 adulti vulnerabili
    • 11 persone con disabilità

    Numeri che parlano di un disastro sistemico, non di “mele marce”.

    Le voci delle vittime

    Durante il flash mob sono state lette anche testimonianze dirette, ferite aperte che nessun rintocco può cancellare.

    C’è Alessandro, entrato in seminario a dieci anni con una fede sincera, distrutto da un seminarista “anziano” protetto dai vertici.

    C’è Samir, nella comunità per minori di via Manzoni a Savona, dove le porte delle camere erano state tolte per facilitare gli abusi.

    C’è Mirko, stuprato in tenda durante una gita parrocchiale, che oggi porta sul petto un rosario tatuato con una lametta al posto della croce.

    C’è Erik, tolto a un padre violento e affidato a un prete che lo era altrettanto.

    C’è Sandro, non creduto nemmeno dalla propria famiglia.

    C’è Luca, lasciato in stato di shock per paura che parlasse.

    C’è Sara, c’è Paolo, c’è Luis Mario, abusato in una missione all’estero e ignorato dalla Chiesa anche dopo la denuncia.

    Storie diverse, un unico schema: silenzio, protezione dei colpevoli, abbandono delle vittime.

    La domanda che resta

    Di fronte a tutto questo, la domanda è semplice e terribile:
    perché definire “omicidio” una scelta riconosciuta dal diritto, e tacere sull’“omicidio psichico” inflitto a migliaia di bambini?

    La Chiesa cattolica continua a tuonare sul corpo delle donne, ma costruisce muri quando deve guardare dentro se stessa.
    Predica, ma non ripara.
    Condanna, ma non risarcisce.
    Ricorda ciò che conviene, dimentica ciò che la inchioda.

    Una campana per chi non è mai stato ascoltato

    Savona è una città dove ogni giorno risuona una campana simbolo di libertà.
    Oggi ha dimostrato che può esistere anche una campana per ricordare le bambine e i bambini violati, quelli che non hanno avuto voce, quelli che non hanno avuto giustizia.

    Non una campana per giudicare.
    Ma una campana per non dimenticare.

    E soprattutto, per dire che la vera blasfemia non è la protesta.
    La vera blasfemia è il silenzio.

    Savona, una campana contro l’ipocrisia

  • #ChurchToo – “Per chi suona la campana?” – Giovedì 8 gennaio ore 18 in Piazza Sisto a Savona

    #ChurchToo – “Per chi suona la campana?” – Giovedì 8 gennaio ore 18 in Piazza Sisto a Savona

    II 30 dicembre scorso, la diocesi di Sanremo dava notizia dell’istallazione della “Campana dei bimbi non nati”, ricordati dai suoi rintocchi quotidiani.

    Iniziativa che da subito ha sollevato polemiche, in particolare sul diritto della donna ad una libera scelta,ma non solo…

    Ad indignarsi sono state anche le vittime della chiesa, che in età infantile sono state stuprate negli anni da sacerdoti pedofili. La chiesa cattolica continua a tuonare su un diritto e a voler gestire il corpo delle donne. Ma riesce a costruire muri di silenzio quando si tratta di affrontare concretamente gli orrori della pedofilia praticati dai propri” ufficiali” rifiutando di fornire sostegno,o soluzioni.o riconoscimento.

    #ChurchToo – Per chi suona la campana?

    Di fronte a tanta pocrisia, Rete L’ABUSO e UAAR annunciano per giovedì 8 gennaio 2026 alle ore 18 un Flash Mob in piazza Sisto IV a Savona dove, al rintocco di una campana, leggeranno i 1162 casi di pedofilia nel clero registrati in Italia dal 2000 a oggi, ricordando i nomi di chi ha prodotto le migliaia di vittime censite nel paese.

    Vittime che non hanno mai ricevuto giustizia dalla chiesa e che di fronte a iniziative come quella di Sanremo, si domandano: perché definire omicidio quello che è una scelta riconosciuta dal Diritto, e tacere di fronte all” omicidio psichico”di chi subisce violenza dal clero?

    Savona, la città dove ogni giorno rintocca una campagna simbolo di libertà può avere anche una campana per ricordare tutte le bambine e i bambini rimasti vittime.

    “Per chi suona la campana” è il titolo del Flash Mob dell’8 gennaio in piazza Sisto IV e che si ripeterà ad oltranza fino al riconoscimento pubblico, la cui richiesta sarà presentata all’interno dell’evento dell’8 gennaio.