Categoria: Il punto della Rete L’ABUSO

  • Le bufale tanto al chilo di Giorgia Meloni

    Le bufale tanto al chilo di Giorgia Meloni

    La Rete L’ABUSO non si è mai occupata di politica, tuttavia, quando si parla di abusi, la competenza in materia non ci manca: possiamo affermare che la dichiarazione di Giorgia Meloni è falsa.

    Premesso che in Italia sono ben pochi i pedofili e gli stupratori che sono nelle carceri e quindi ci chiediamo per prima cosa a chi o a cosa la premier si riferisca, vogliamo, tanto per non abbassarci a certi livelli di propaganda, spiegare, Giorgia a parte, il reale problema italiano e magari offrire qualche spunto su cosa andrebbe realmente cambiato.

    Va anche detto che la colpa non è certo dei magistrati che in questa campagna referendaria distorta vengono indicati come il “problema”, ma che non lo sono.

    Va sottolineato che in tutti i contesti d’accusa che vedono la magistratura “colpevole” del malfunzionamento della giustizia, autonomia a parte, i magistrati applicano le leggi che fa la politica. Politica che negli anni non solo ha letteralmente stuprato la Costituzione della Repubblica, ma ha riformato la giustizia e fatto leggi a dir poco indecenti, che purtroppo poi i magistrati sono costretti ad applicare.

    Restando nel tema della pedofilia e dello stupro, l’Italia, ovvero il Legislatore, dietro al Parlamento, hanno volutamente creato situazioni drammatiche, introducendo e ratificando con estrema tristezza persino Convenzioni internazionali come la Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2007 ed entrata in vigore nel 2010 (ratificata dall’Italia con la Legge 172/2012), che è il primo trattato internazionale che criminalizza tutte le forme di abuso e sfruttamento sessuale dei minori. Obbliga gli Stati a prevenire i reati, proteggere le vittime e perseguire i responsabili, coprendo anche adescamento (grooming) e pedopornografia. Tale Convenzione in tutta Europa è stata un formidabile strumento di prevenzione, lasciando solo in Italia vuoti che fanno davvero riflettere: persino un bambino capirebbe l’assurdità dell’applicazione italiana.

    Tra gli strumenti preventivi che la Convenzione ha introdotto c’è per esempio il famoso certificato anti-pedofilia, uno strumento che prevede che coloro che hanno avuto condanne per crimini sessuali nei confronti di minori non possano lavorare a contatto con minori.

    E fino a qui la cosa è talmente ovvia che non serve avere un dottorato in legge per comprenderla, ma è ben più complesso, nell’assurdità dell’applicazione italiana, comprendere il perché il legislatore abbia, solo nel nostro Paese, sollevato dall’esibizione di tale certificato tutto l’ambiente del volontariato, i lavoratori autonomi come baby sitter ecc.

    Anche un bambino capirebbe che una simile applicazione è praticamente inutile, in quanto non ferma il problema, ma fa sì che i pedofili, trovando le porte chiuse nei vari ambienti come scuole ecc. spostino banalmente il loro terreno di caccia nel volontariato, dove il certificato non è richiesto.

    E qui sì che sorgono i primi dubbi di fronte a questo inspiegabile vuoto e sorge il più che ragionevole dubbio che l’inspiegabile vuoto sia stato lasciato per favorire la chiesa, che guarda a caso rientra proprio nella categoria del volontariato.

    Il buonsenso fa anche capire che forse, allora, il fatto che il problema dei preti pedofili che in tutta Europa – tranne in Italia – è stato da anni affrontato facendo grandi passi avanti, con condanne e risarcimenti per le vittime, in Italia sia ancora impunito ed indiscusso.

    Di certo la colpa non si può attribuire ai magistrati che di fatto sono costretti ad applicare una legge tanto ignorante, fatta dalla politica. Legge che Giorgia Meloni potrebbe modificare, come più volte ha chiesto proprio all’Italia anche il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite.

    Sempre le Nazioni Unite chiedono all’Italia – che dal 2019 neppure risponde – di introdurre l’obbligo di denuncia per tutti i cittadini.

    Se qualcuno si chiede il perché, anche in questo caso la risposta è di una banalità estrema: se il certificato impedisce al pregiudicato per crimini sessuali a danno di minori di non tornare a contatto con loro, viene da sè che per poter essere pregiudicati, serva prima un accertamento dei fatti, poi tramite un processo si arriverà alla condanna.

    È evidente che se la denuncia di un sospetto viene omessa grazie a un vuoto legislativo ad hoc, salta l’intero sistema preventivo che il certificato dovrebbe garantire.

    Lo capisce pure un bambino, ma non lo capisce la Premier Meloni, o forse non vuole capirlo, incolpando i magistrati.

    Ecco la bufala da un tanto al chilo di Giorgia.

  • Lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, alla Conferenza Episcopale Sarda CES, alla società  civile

    Lettera aperta al Consiglio regionale della Sardegna, alla Conferenza Episcopale Sarda CES, alla società civile

    Al Presidente del Consiglio regionale della Sardegna

    On. Giampietro Comandini

    Spett.le Conferenza Episcopale Sarda

    Alla cortese attenzione del Presidente

    S.E.R. Monsignor Antonello Mura

    e.p.c.

    Alla Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Sardegna

    Carla Pugligheddu

    Gentili Signori

    Mi chiamo Francesco Zanardi, ho 56 anni e sono sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete. In qualità di portavoce di una rete composta da vittime e dalle loro famiglie ( Rete L’Abuso ), intendo mettere in evidenza che il problema riguarda non solo le persone direttamente coinvolte, ma anche i nuclei familiari, quindi un numero considerevole di cittadini.

    Prendo spunto dall’importante vicenda che ha recentemente coinvolto la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Carla Puligheddu, il Presidente del Consiglio Regionale Sardo, Piero Comandini, e la Conferenza Episcopale Sarda, rappresentata dal presidente monsignor Antonello Mura, al fine di condividere con i destinatari della lettera alcune considerazioni. Nel mese di gennaio scorso, la Garante ha formalmente invitato la CES a collaborare attivamente con la magistratura italiana per garantire la tutela delle vittime di abusi sessuali commessi da membri del Clero. Dopo quarantotto giorni, la CES ha replicato contestando l’accuratezza dei dati, ritenendoli non fondati. Tuttavia, i dati citati dalla Garante provengono dalle rilevazioni effettuate dalla mia associazione nel corso degli anni e pubblicati online il 24 ottobre 2025.

    Premesso che lo scorso ottobre la stessa Commissione Pontificia per la tutela dei minori, nel suo rapporto periodico ha indicato la Conferenza Episcopale Italiana all’ultimo posto in materia di tutela dei minori, vale la pena ricordare, le cifre dichiarate dalla stessa CEI dal 2000 a oggi:

    Il 25/05/2010 è il segretario della CEI monsignor Mariano Crociata a dichiarare a margine di una conferenza stampa 100 casi registrati dal 2000 al 2010.

    Il 3/02/2022 la diocesi di Bolzano dichiarerà altri 100 casi registrati nella sola diocesi.

    Il 28/05/2022 il presidente della CEI monsignor Matteo Zuppi dichiara pubblicamente 613 casi italiani registrati dal 2010, già in possesso del Dicastero per la dottrina della fede. Nella stessa occasione annuncerà anche in Italia la costituzione di una commissione d’inchiesta alla quale aggiungeranno anche i casi registrati dai neonati sportelli diocesani. Commissione d’inchiesta di cui, ad oggi, non si sa nulla.

    Il 17/11/2022 la CEI dichiara, nel suo primo report, che gli sportelli diocesani registrano nel solo biennio 2020 – 2021 68 casi.

    Il 16/11/2023, nel secondo report CEI, emergono nel solo anno 2022 altri 32 casi registrati dagli sportelli.

    Il 20/01/2025 sarà nuovamente la diocesi di Bolzano a dichiarare 41 nuovi casi.

    Il 28/05/2025 la Cei rivelerà nel suo terzo rapporto, altri 69 casi riferiti all’anno 2024.

    Il 7/11/2025 la diocesi di Bolzano dichiarerà ulteriori 30 casi.

    Il totale dei casi dichiarati, in linea con quelli riscontrati dall’Osservatorio di Rete L’Abuso, è quindi pari a 1053 a partire dall’anno 2000.

    È tuttavia importante rilevare che i dati nazionali dichiarati dalla CEI risultano incompleti: sono privi di riferimenti alla localizzazione geografica dei casi, dei nominativi degli autori dei reati, dei provvedimenti adottati dalla Chiesa nei confronti degli abusatori, della loro attuale collocazione, nonché delle forme di sostegno e assistenza eventualmente fornite alle vittime. Mentre in quindici anni di attività, Rete L’ABUSO, grazie alle vittime sopravvissute, ha integrato i dati della CEI fornendo informazioni su localizzazione dei casi e provvedimenti adottati, contribuendo a colmare le lacune dei dati ufficiali.

    Va quindi riconosciuto il lavoro svolto dall’Associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, che CEI e CEF dovrebbero ringraziare anziché offendere e denigrare.

    Grazie anche al contributo diretto dei sopravvissuti che ne fanno parte, Rete L’ABUSO ha censito i casi, potendo così dimostrare che quei “numeri e dati senza nessun reale fondamento”, come definiti dalla CEI, risultano attendibili, sebbene con una lieve sottostima di poco meno di cento casi.

    L’associazione, infatti, conta in data odierna, sul database pubblico messo a disposizione dei cittadini 1156 casi contro i 1053 dichiarati dalla CEI.

    Un’altra riflessione importante che condividiamo con voi è la seguente: non basta realizzare sportelli diocesani per pensare di aver tutelato le vittime, queste vanno soccorse e risarcite, soprattutto alla luce della recente indagine svolta dall’Associazione La Rete proprio sugli sportelli che mette in luce gli scarsi risultati ottenuti dalle iniziative diocesane.

    Come non è una garanzia avvalersi di “professionalità formate e competenti”, quando poi i preti denunciati agli sportelli o condannati dalla giustizia italiana, non vengono rimossi ma addirittura reintegrati dopo il carcere, tornando inevitabilmente a contatto con minori. Casi che registriamo anche in Sardegna.

    Ho inoltre informato la Garante di due casi di abuso avvenuti in Sardegna sui quali, al momento, non è stato possibile intervenire: in un caso la vittima non si sente ancora pronta a presentare denuncia alla magistratura, mentre nell’altro il reato risulta prescritto secondo la legge italiana. Di fronte a situazioni concrete come queste, ci si chiede quale azione di tutela consiglierebbero i ‘professionisti formati e competenti’.

    È evidente che la posizione presa dal Consiglio Regionale sardo, in linea con le critiche espresse dalla CES, nei confronti dei sopravvissuti sardi, delle loro famiglie e della stessa Garante, abbia gravemente ignorato la realtà dei fatti e dei numeri, impedendo alle istituzioni (civili ed ecclesiastiche) di favorire interventi adeguati di tutela.

    Proseguo con una ulteriore e importante riflessione: il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, nel suo ultimo rapporto, esprime preoccupazione per il caso Italia:

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    A questo proposito segnalo che l’Italia è stata superata da paesi come Francia, Belgio, Spagna e via dicendo che, tramite la costituzione di Commissioni indipendenti atte a svolgere indagini sugli abusi clericali, hanno organizzato strutture idonee all’accoglienza delle vittime e a risarcimenti economici adeguati.

    Per esempio, la Francia, che conta un numero di sacerdoti ben inferiore, circa 21.000 contro i 31.000 dell’Italia, ha rilevato che i 3000 sacerdoti pedofili censiti, abbiano prodotto ben 330.000 vittime tra i cittadini francesi.

    Restando a completa disposizione del Presidente Comandini, l’Associazione La Rete rinnova la propria fiducia nella Garante Carla Puligheddu, rimasta vittima di pregiudizi e di una strumentalizzazione che ha coinvolto anche il Consiglio Regionale della Sardegna.

    Con ossequio

    Francesco Zanardi – Portavoce Rete L’ABUSO

    Anna Ipata – Referente Coordinamento famiglie sopravvissuti

    Ludovica Eugenio – Portavoce Coordinamento Italy Churc Too

    Emanuela Provera – Giornalista indipendente

  • La grande ipocrisia di Papa Leone sull’aborto e su tutte quelle suore stuprate da preti, costrette ad interrompere la gravidanza

    La grande ipocrisia di Papa Leone sull’aborto e su tutte quelle suore stuprate da preti, costrette ad interrompere la gravidanza

    Pochi giorni fa ha fatto scalpore la dichiarazione di Papa Leone “il più grande distruttore della pace è l’aborto”, sollevando polemiche un po’ ovunque e per diversi motivi.

    Senza entrare nel merito in quanto l’Associazione non è mai stata soggetta a ideologie tuttavia, recentemente ci siamo imbattuti in iniziative anti abortiste ipocrite, come la campana istallata dal vescovo di Sanremo mons. Antonio Suetta, che abbiamo contestato con l’iniziativa “Per chi suona la campana?”, domandando quale fosse il reale valore della vita per la chiesa?

    Come racconta “NUNS vs. the VATICAN” – un film italiano diretto da Lorena Luciano e prodotto da Filippo Piscopo, presentato in anteprima negli Stati Uniti il 15 novembre scorso – sono centinaia le suore che subiscono stupro da parte di loro confratelli.

    Stupri che spesso portano la suora alla gravidanza e che la chiesa stessa fa interrompere.

    Ma questa è solo la parte ipocrita.

    Papa Leone è andato ben oltre la frase “il più grande distruttore della pace è l’aborto”, sottolinea anche, che la pace richiede attenzione ai più vulnerabili e invita a una partecipazione politica che favorisca la fraternità universale e la giustizia sociale.

    Valore che quando sei vittima di abusi sessuali da parte del clero, pare svanire misteriosamente per i cattolici, come svanisce l’anti abortismo, quando a rimanere incinta di un prete è una bambina o una suora.

    Valori che, soprattutto quando espressi dal pontefice, sollevano una serie di riflessioni non solo sulla permissività dell’aborto da parte della chiesa che, nell’ipocrisia, di fatto discrimina chi sceglie di farlo, ma anche sull’attenzione ai più vulnerabili nonché sulla giustizia sociale.

    Ci si chiede come mai, avendo in quanto Papa il potere e l’occasione di dare il buon esempio, non concretizza i concetti che esprime in casi come quello di Marko Rupnik, accusato da decine di suore di essere uno stupratore. Oggi ancora impunito senza che la chiesa abbia mai concluso un processo a suo carico.

    Eppure Rupnik, in quanto prete è nella piena disponibilità del Papa, come lo è stato per ben due papi il vescovo di Enna Rosario Gisana, oggi sotto processo dallo Stato italiano per aver mentito su un prete pedofilo, ma non da quello pontificio, che in barba alle sue stesse leggi resta puntualmente inadempiente nella loro applicazione.

  • Flash mob in piazza Sisto IV: letti i nomi dei sacerdoti pedofili mentre suonava una campana

    Flash mob in piazza Sisto IV: letti i nomi dei sacerdoti pedofili mentre suonava una campana

    Savona oggi ha fatto sentire un suono diverso.
    Non quello che pretende di parlare “in nome della vita”, ma quello che ricorda le vite spezzate.

    Il 30 dicembre scorso la diocesi di Sanremo annunciava l’installazione della cosiddetta “Campana dei bimbi non nati”, destinata a suonare quotidianamente in memoria dei feti abortiti. Un’iniziativa che fin da subito ha sollevato forti polemiche: sul diritto delle donne all’autodeterminazione, sul confine tra fede e spazio pubblico, ma soprattutto su una questione più profonda e irrisolta.

    Chi parla con tanta forza di morale, perché tace davanti ai propri orrori?

    La risposta in piazza Sisto IV

    Oggi, giovedì 8 gennaio alle ore 18, in piazza Sisto IV a Savona si è tenuto un flash mob organizzato dalla Rete L’ABUSO e dall’UAAR.
    Un gesto semplice e potentissimo: al rintocco di una campana sono stati letti uno per uno i 1162 casi di pedofilia nel clero registrati in Italia dal 2000 a oggi.

    Nomi, numeri, storie.
    Non simboli astratti, ma persone reali.
    Vittime reali.

    Il suono della campana, questa volta, non celebrava una morale imposta: rompeva il silenzio.

    I numeri che la Chiesa non ama ricordare

    In Liguria i casi censiti sono 70:

    • 15 a Genova
    • 24 a Imperia
    • 10 a La Spezia
    • 21 a Savona

    Di questi, 51 non sono mai arrivati alla giustizia ordinaria.

    Le vittime liguri censite sono 209:

    • 25 donne
    • 184 uomini
    • tutti minorenni, tranne 9 adulti

    In Italia:

    • su circa 31.000 sacerdoti attualmente attivi,
    • 1164 sono stati denunciati per abusi dal 2000 al 2025,
    • solo157 hanno avuto una condanna definitiva, grazie ai tribunali civili, non a quelli canonici.

    Le vittime totali censite sono 4.694:

    • 554 bambine
    • 4140 bambini
    • 174 adulti vulnerabili
    • 11 persone con disabilità

    Numeri che parlano di un disastro sistemico, non di “mele marce”.

    Le voci delle vittime

    Durante il flash mob sono state lette anche testimonianze dirette, ferite aperte che nessun rintocco può cancellare.

    C’è Alessandro, entrato in seminario a dieci anni con una fede sincera, distrutto da un seminarista “anziano” protetto dai vertici.

    C’è Samir, nella comunità per minori di via Manzoni a Savona, dove le porte delle camere erano state tolte per facilitare gli abusi.

    C’è Mirko, stuprato in tenda durante una gita parrocchiale, che oggi porta sul petto un rosario tatuato con una lametta al posto della croce.

    C’è Erik, tolto a un padre violento e affidato a un prete che lo era altrettanto.

    C’è Sandro, non creduto nemmeno dalla propria famiglia.

    C’è Luca, lasciato in stato di shock per paura che parlasse.

    C’è Sara, c’è Paolo, c’è Luis Mario, abusato in una missione all’estero e ignorato dalla Chiesa anche dopo la denuncia.

    Storie diverse, un unico schema: silenzio, protezione dei colpevoli, abbandono delle vittime.

    La domanda che resta

    Di fronte a tutto questo, la domanda è semplice e terribile:
    perché definire “omicidio” una scelta riconosciuta dal diritto, e tacere sull’“omicidio psichico” inflitto a migliaia di bambini?

    La Chiesa cattolica continua a tuonare sul corpo delle donne, ma costruisce muri quando deve guardare dentro se stessa.
    Predica, ma non ripara.
    Condanna, ma non risarcisce.
    Ricorda ciò che conviene, dimentica ciò che la inchioda.

    Una campana per chi non è mai stato ascoltato

    Savona è una città dove ogni giorno risuona una campana simbolo di libertà.
    Oggi ha dimostrato che può esistere anche una campana per ricordare le bambine e i bambini violati, quelli che non hanno avuto voce, quelli che non hanno avuto giustizia.

    Non una campana per giudicare.
    Ma una campana per non dimenticare.

    E soprattutto, per dire che la vera blasfemia non è la protesta.
    La vera blasfemia è il silenzio.

    Savona, una campana contro l’ipocrisia

  • #ChurchToo – “Per chi suona la campana?” – Giovedì 8 gennaio ore 18 in Piazza Sisto a Savona

    #ChurchToo – “Per chi suona la campana?” – Giovedì 8 gennaio ore 18 in Piazza Sisto a Savona

    II 30 dicembre scorso, la diocesi di Sanremo dava notizia dell’istallazione della “Campana dei bimbi non nati”, ricordati dai suoi rintocchi quotidiani.

    Iniziativa che da subito ha sollevato polemiche, in particolare sul diritto della donna ad una libera scelta,ma non solo…

    Ad indignarsi sono state anche le vittime della chiesa, che in età infantile sono state stuprate negli anni da sacerdoti pedofili. La chiesa cattolica continua a tuonare su un diritto e a voler gestire il corpo delle donne. Ma riesce a costruire muri di silenzio quando si tratta di affrontare concretamente gli orrori della pedofilia praticati dai propri” ufficiali” rifiutando di fornire sostegno,o soluzioni.o riconoscimento.

    #ChurchToo – Per chi suona la campana?

    Di fronte a tanta pocrisia, Rete L’ABUSO e UAAR annunciano per giovedì 8 gennaio 2026 alle ore 18 un Flash Mob in piazza Sisto IV a Savona dove, al rintocco di una campana, leggeranno i 1162 casi di pedofilia nel clero registrati in Italia dal 2000 a oggi, ricordando i nomi di chi ha prodotto le migliaia di vittime censite nel paese.

    Vittime che non hanno mai ricevuto giustizia dalla chiesa e che di fronte a iniziative come quella di Sanremo, si domandano: perché definire omicidio quello che è una scelta riconosciuta dal Diritto, e tacere di fronte all” omicidio psichico”di chi subisce violenza dal clero?

    Savona, la città dove ogni giorno rintocca una campagna simbolo di libertà può avere anche una campana per ricordare tutte le bambine e i bambini rimasti vittime.

    “Per chi suona la campana” è il titolo del Flash Mob dell’8 gennaio in piazza Sisto IV e che si ripeterà ad oltranza fino al riconoscimento pubblico, la cui richiesta sarà presentata all’interno dell’evento dell’8 gennaio.

     

  • PIEMONTE – Ecco come ti metto in parrocchia il prete sotto indagine previa

    PIEMONTE – Ecco come ti metto in parrocchia il prete sotto indagine previa

    Proprio all’indomani della pesante accusa alla Cei, che dopo le vittime ora arriva anche dalla Commissione Pontificia Tutela Minori, qualcuno ci ricasca e alla faccia della presunta vittima, la denuncia, l’indagine previa e sopratutto la prevenzione per i piccoli che frequentano la chiesa, sposta il prete denunciato, dalla parrocchia dove è accusato ad un’alta.

    Accade in Piemonte, dove una donna poche settimane fa ha denunciato le presunte molestie subite quando aveva circa dieci anni, molestie che non sarebbe stata la sola a subire.

    Si rivolge allo sportello diocesano con un primo contatto telefonico, in attesa dell’appuntamento di persona, fissato tra qualche settimana, racconta in linea di massima quanto sarebbe accaduto.

    Il giorno successivo la telefonata il prete viene immediatamente rimosso, con piacevole stupore della presunta vittima. Nei giorni successivi intercorre sempre telefonicamente un dialogo rassicurante tra lei e l’operatore dello sportello diocesano, che cercherà di metterla apparentemente a proprio agio, carpendo dopo il nome del prete altre informazioni sulla vicenda.

    Pochi giorni fa il colpo di scena. Mentre la presunta vittima è su Facebook si imbatte in un volantino dove festosamente una parrocchia non molto lontana da quella da dove era stato rimosso il sacerdote accusato, annuncia l’arrivo del nuovo parroco e leggendo il nome, si accorge che è lui, quello che ha appena segnalato allo sportello diocesano, per cui è ancora in attesa di essere sentita.

    Quello che in un primo momento era stato percepito come un segno di efficienza, forse fin troppa, si rivela non solo qualcosa di incredibilmente incosciente, ma persino di spregiudicato, soprattutto tenendo conto che lo stesso sacerdote, avrebbe chiesto persino scusa alla presunta vittima per quanto era accaduto quando era solo una bimba.

    L’immediata ricollocazione del sacerdote accusato, fa anche prevedere che qualora mai la diocesi aprirà un procedimento contro il prete, con molta probabilità godrà dell’assoluzione preventiva che traspare nell’assegnazione di una nuova parrocchia.

    Oggi stesso chiederemo unitamente alla presunta vittima doverosi chiarimenti alla diocesi.

    …continua

  • Per la Commissione Pontificia “CEI maglia nera contro gli abusi” …Nel frattempo altri 15 anni di vittime

    Per la Commissione Pontificia “CEI maglia nera contro gli abusi” …Nel frattempo altri 15 anni di vittime

    Certo molto positivo – quantomeno per l’obbiettività – il responso della Commissione Pontificia per la tutela dei minori, ma arriva quindici anni dopo le continue lamentele delle vittime.

    Altri quindici anni di inefficienza che hanno prodotto nel frattempo nuove vittime.

    Forse c’è poco da festeggiare in Italia, ammettere che Conferenza Episcopale Italiana ha fallito non è un successo, ma cerchiamo almeno adesso di coglierne nell’ulteriore danno gli errori, cosa è mancato e cosa ancora manca oggi, ad esempio dentro questa stessa notizia.

    Manca puntuale in Italia il contraddittorio dei sopravvissuti, ancora una volta protagonisti mediatici di una notizia che li riguarda e li esclude al tempo stesso, perché non è loro, se pur per una volta la condividano.

    Questo fa temere, come temevamo già quindici anni fa, che tra altri quindici anni ci saranno come oggi altre vittime inascoltate e qualche commissione, anche lì, scoprirà come oggi qualcosa di tanto ovvio che se invece avesse coinvolto da subito i sopravvissuti, avrebbe capito ed afgfrontato con largo anticipo.

    Invece venticinque anni dopo la consapevolezza pubblica del problema, ci ritroviamo ancora qui a dire che “forse qualcosa è andato storto”, lasciando di fatto tutto come è, sia sul versante prevenzione che su quello del supporto a chi rimasto ormai vittima.

    Questo è quello che interessa a noi sopravvissuti, quello che la Chiesa deve dare a tutti dopo venticinque anni, risposte concrete e non la conferma che ciò che noi stessi lamentavamo inascoltati da anni è vero!

    E adesso chi se ne assume la responsabilità? La Chiesa, lo Stato o tutti e due?

    Siccome a parlare qui è solo la Chiesa, la domanda nel concreto, appurati i fatti, come interverrà nell’immediato?

    La stessa Commissione dichiara che sulle 226 diocesi italiane solo 81 hanno risposto. Un bel problema che ne solleva un secondo, il limite di azione dello stesso organo Pontificio, visibilmente impossibilitato ad acquisire dati in modo autonomo.

    Problema già visto nel 2022 con i 613 casi in mano al Dicastero per la Dottrina della Fede, che la commissione CEI (Mai realizzata) avrebbe dovuto esaminare. Risultarono inaccessibili, in più svanirono nel nulla.

    Il 2° Report dei sopravvissuti che la Rete L’ABUSO presenterà venerdi 24 e che sarebbe bene la Pontificia Commissione volesse discutere con i sopravvissuti, ricostruisce chiaramente la situazione italiana dal 2000 a oggi permettendo già degli interventi concreti.

    Serve solo la volontà di iniziare ad attuarli.

  • Preti pedofili e “Tolleranza ZERO” – Più di 10 anni dopo, i risultati raccontati dalle cifre

    Preti pedofili e “Tolleranza ZERO” – Più di 10 anni dopo, i risultati raccontati dalle cifre

    Per tutto il pontificato di Francesco lo slogan della “Tolleranza zero” ha nutrito speranze in tutti, soprattutto nelle vittime sopravvissute, da anni alla ricerca del riconoscimento di quanto subito e di un risarcimento umano, restituito da una chiesa impegnata non solo a riparare il danno, ma a prevenirlo.

    Più di dieci anni dopo possiamo fare il punto e capire quanto effettivamente le cose siano cambiate, se effettivamente, la situazione sia rassicurante come riportano i media, così rassicurati a loro volta che oggi si fa persino fatica a reperire notizie in materia.

    In 15 anni sono migliaia i dati che grazie a vittime coraggiose uscite dall’ombra sono giunti all’associazione, anche solo in forma di testimonianza, tuttavia ognuno di quei dati va ricordato rappresenta una vita alla quale corrisponde anche la personale storia di violenza sessuale, i vari dettagli e così via. Materiale accessibile solo agli operatori, che ad un certo punto abbiamo pensato data la vastità e l’importanza unica, soprattutto in Italia dove oltre il nostro, non esiste un dato governativo, a riflettere sull’importanza che poteva avere come valore sociale nonché come strumento di tutela per l’intera società. Per questo è nato iCODIS, una interfaccia filtrata nei dati sensibili che potesse essere consultata da tutti.

    Ebbene iCODIS, oggi alla versione 4.2, è in grado di restituire una serie davvero notevole di dati censendo in tempo reale non solo la situazione nelle regioni e province italiane, ma addirittura quella delle Regioni ecclesiastiche e delle loro province, meglio conosciute come Diocesi.

    Per una maggiore chiarezza abbiamo diviso i dati in due distinte sezioni, la prima espone i dati censiti dalla Rete L’ABUSO sulla base delle regioni italiane, la seconda invece, su una mappatura dell’Italia che ha confini territoriali differenti dai nostri.

    Nel primo caso, “Database degli abusi sessuali nel clero italiano” troverete nella Home page l’annuario dei casi che inizia a censire dal 1960, ma è molto scarno per carenza di dati fino al 2000, dove invece registrerà proprio in quell’anno già 14 casi, poco più di 1 al mese toccando l’apice nel 2016 con ben 38 casi, più di 3 al mese. Appena sotto il pannello che documenta le fonti dei casi che la Conferenza episcopale italiana ha dichiarato a partire dall’anno 2000. Subito dopo i vari database disponibili nel portale ed in fine iCODIS Live Search, un potente motore di ricerca direttamente all’interno del database.

    Nella stessa sezione, ma in una seconda pagina l’approfondimento dell’Annuario storico proposto in Home page, questa volta compreso di dettagli e statistiche.

    Immediatamente dopo i “Dati regionali divisi per province”, pannelli rappresentanti le regioni e i casi in ogni singola provincia italiana comprendenti quante bambine, bambini e persone vulnerabili sono vittime degli offender di quella regione, se questi sono stati abusati da sacerdoti, suore, catechisti, scout ecc. Trovate anche la situazione penale riferita a quegli offender, quelli ancora anonimi, quelli denunciati, quelli indagati, condannati in 1°, 2° o 3° grado, chi condannato in sede civile o in sede canonica ecc. Trovate anche qui un motore di ricerca, questa volta però interno alla sola area geografica.

    Nell’ultima pagina di questa sezione “I dati generali di sopravvissuti e offender”  il dettaglio non solo espresso con un chiaro grafico interattivo, ma anche dettagliato sempre per regione e categoria di offender, con una tabella numerica sia per gli offender, sia per le loro vittime.

    Passando alla seconda sezione “Le omissioni nelle Diocesi CEI” dove ricordiamo che il dato utilizzato è quello fornito dalla Conferenza Episcopale Italiana che, per quanto poco attendibile, ci sentiamo di garantire come reale, in quanto discorda da quello censito da Rete L’ABUSO di una sessantina di casi su 1106 da noi censiti, 1049 dichiarati invece da CEI.

    Per correttezza ricordiamo che il dato fornito da CEI è incredibilmente fumoso, privo di date dei crimini, luoghi dove sono avvenuti, dove la chiesa ha ricollocato l’offender e quali cure abbia affrontato prima del ricollocamento, la loro identità e quante vittime abbiano prodotto ecc. Per quanto riguarda la parte di dati raccolti da CEI tramite gli sportelli diocesani, è addirittura ignoto quali siano gli sportelli di provenienza del dato e in quali diocesi. Ma non scoraggiatevi, come vedrete siamo comunque riusciti ad esporre ugualmente la situazione.

    Nella Home di questa sezione il primo pannello fotografa ampiamente quanto poi più avanti dettagliato, per nulla in linea con slogan durati più di dieci anni che dicono “Tolleranza ZERO”, a meno che non abbiamo compreso totalmente al contrario quello slogan, che dietro se portava non solo l’apertura degli archivi diocesani, ma la trasparenza della chiesa, anch’essa messa in forte dubbio dai dati CEI, come detto prima, privi persino di indicazione geografica.

    Ecco il primo pannello che nel rendiconto sintetico dice; che su 1049 preti dichiarati da CEI, forse a causa della poca trasparenza, tuttavia risulta di quei casi che la chiesa italiana non ne ha denunciato neppure 1 all’autorità giudiziaria italiana. Che invece quella canonica ne ha processati presso i suoi tribunali solo 74, nessuna traccia dei restanti 975.

    Riguardo le vittime invece – sempre in virtù della trasparenza – non vi è praticamente traccia, tranne quelle poche indicate negli unici tre report della CEI, anche in questo caso però manca riferimento geografico, il supporto medico e non fornito e via dicendo. Per poter quindi fare un paragone tra il dato della RETE e quello della CEI che è privo di sopravvissuti ma che nel numero di offender in abito talare è in linea con il nostro, abbiamo utilizzato a parità di offender, quello dei sopravvissuti censito dall’associazione. Parliamo anche in questo caso di un dato in grave difetto che oggi conta sole 4619 vittime sopravvissute, diciamo sole perché il dato è in pesante discordanza con il numero di vittime censite nelle commissioni d’inchiesta governative fatte negli altri stati. Tuttavia riusciamo a farci un’idea piuttosto precisa.

    Risulta che su 4619 sopravvissuti da noi censiti, solo 2 abbiano ottenuto la giustizia promessa/attesa dai tribunali canonici, solamente una è stata risarcita spontaneamente dalla chiesa, mentre le altre poche che hanno ancora potuto recuperare un indennizzo prima della prescrizione maturata nel tempo intercorso in attesa dell’esito canonico, lo hanno ottenuto tutte grazie ai tribunali italiani.

    Proseguendo nella pagina seguono i pannelli che rappresentano altri dati interessanti e tristemente significativi, ad esempio quanti sportelli diocesani siano realmente attivi su 226 diocesi totali, quante siano le strutture terapeutiche sparse sul territorio per le vittime, quante invece per gli offender. Come fatto nell’altra sezione, questa volta indicando però la regione ecclesiastica e la diocesi di appartenenza, anziché la provincia, il dato dei casi censiti in ogni diocesi italiana, il numero di vittime in quella diocesi pochi altri dati.

    Passando al pannello successivo la storica mappa delle “Diocesi insicure” con tutti i casi sul territorio, questa volta però aggiornata in tempo reale direttamente dal database.

    Le due sessioni successive raccolgono invece una “Gli “omissori” di denuncia dei casi italiani” ovvero, l’elenco dei vescovi e cardinali che hanno rinunciato ad esercitare la loro “facoltà morale” di denunciare in tutela dei minori a loro affidati, gli offender alla magistratura. Naturalmente troverete anche quei vescovi pizzicati direttamente con le braccia infilate nella marmellata nel tentativo di coprire.

    Nella seconda le “Comunità di recupero per sacerdoti” con l’elenco di tutte le strutture scoperte nel tempo sul suolo italiano, adibite alla cura dei preti pedofili o in difficoltà.

    L’ultima sessione “Casi denunciati alla DDF” censisce quanti sopravvissuti insoddisfatti dal processo diocesano si siano successivamente appellati alla DDF, ma noi ne censiamo solamente 14 di cui 13 non anno mai ricevuto neppure una risposta, l’unica nota invece risulta inconcludente.

    Concludendo va ricordato che rimangono ancora in mano alla DDF i 613 casi di cui ci informò nel 2022 il cardinale Zuppi, che con apparente umiltà condì con la frase “Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”.

    Chissà se almeno quei 613 casi poi spariti in un battibaleno dalla memoria di CEI e media , hanno avuto una sorte migliore di quelli da noi censiti.

    Riguardo alle botte invece questa la sappiamo!

    Quelle le abbiamo prese ancora una volta noi vittime mentre grazie a Dio, la chiesa non si è fatta un solo graffio.

    Riguardo la responsabilità assunta dalla CEI, ogniuno tragga a questo punto le proprie conclusioni.

    Resta ancora un ultimo dubbio.

    Ma quando Papa Francesco diceva “Tolleranza zero”, a cosa si stava riferendo?

  • “Giada Vitale suicida”; Scherzo di pessimo gusto o violenza gratuita?

    “Giada Vitale suicida”; Scherzo di pessimo gusto o violenza gratuita?

    Ovviamente e per fortuna Giada Vitale è viva e vegeta e prende sul ridere quanto accaduto in quello che difficilmente si riesce ad interpretare come uno “scherzo” di pessimo gusto anzi, forse suona più come una minaccia.

    Una violenza gratuita in quanto chi ha architettato questa fake news descrive la vicenda di Giada e degli abusi sessuali che ha subito in infanzia da don Marino Genova. Particolari che vengono usati in questa macabra fake news addirittura per accreditare la notizia del suo suicidio.

    Suicidio che tristemente tutte le vittime di questi crimini tentano ameno una volta nella vita e, qualche volta ci riescono. Cosa che rende ancora più atroce l’accaduto.

    La presunta “salma” che abbiamo personalmente sentito al telefono conferma di stare bene e commenta quanto accaduto;

    “ANNUNTIO VOBIS

    che la sig.ra Giada Vitale di anni 30 è viva, e per sua fortuna gode di ottima salute ed è sempre pronta a combattere per il riconoscimento dei suoi diritti. Ella intende smentire categoricamente la sua prematura scomparsa sollevando dal sommo dispiacere chiunque ne fosse stato colpito. Aggiunge, inoltre, per coloro che si sono così tanto prodigati alla diffusione di questo video contenente queste assurdità, di cercare di dare un senso alla propria vita.

    Amen”.

    L’Associazione, noi tutti ci stringiamo intorno a Giada.

  • Ma dove sta la coerenza quando Papa Leone XIV raccomanda che il vescovo sia “fermo e deciso sugli abusi” ?

    Ma dove sta la coerenza quando Papa Leone XIV raccomanda che il vescovo sia “fermo e deciso sugli abusi” ?

    L’appello di Papa Leone ai vescovi ai quali raccomanda essere; “fermo e deciso nell’affrontare le situazioni che possono dare scandalo ed ogni caso di abuso, specialmente nei confronti di minori, attenendosi alle attuali disposizioni“.

    Fantastico nelle parole che però stridono con i fatti, soprattutto quelli che riguardano direttamente proprio colui che fa l’appello e che prima di diventare Papa, era a capo del Dicastero dei vescovi, che si occupa della loro condotta.

    Proprio l’Ufficio al quale nel marzo del 2024 Antonio Messina (vittima di don Giuseppe Rugolo condannato in 1° grado a quattro anni e sei mesi) consegnò il fascicolo sulle presunte coperture che il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe fornito al Rugolo. Coperture che lo stesso Gisana – intercettato al telefono dagli inquirenti – ammette in una telefonata.

    Accuse che all’indomani della condanna in 1° grado di don Rugolo vedono lo stesso vescovo Gisana imputato dalla giustizia italiana per aver mentito in aula durante il processo.

    Questo è quanto sta facendo la giustizia italiana!

    Ma quella tanto acclamata dalla chiesa, che ha visto proprio Robert Prevost – colui che oggi è diventato il Papa – che, da capo del dicastero dei vescovi già avrebbe dovuto intervenire nel 2024 sul caso, che tutt’ora invece ancora vede il vescovo Rosario Gisana al suo posto, dichiarare stile “influencer” quanto riportato dai media, non solo sembra uno scherzo di pessimo gusto, ma visto dai sopravvissuti, in questo particolare caso dalla stessa vittima Antonio Messina che, malgrado la delusione del mancato intervento di Prevost alla DDF, diventato Papa leone gli ha comunque rinnovato fiducia sollecitando ulteriormente un suo intervento, certo non da una grande immagine di serietà, ancor meno di coerenza.

    Messaggio che alla luce dei fatti va doverosamente preso per mera e disonesta propaganda alla quale si aggiungono le critiche di Hans Zollner che proprio ieri ha commentato così l’operato della chiesa; ‘no alle indagini-elemosina’.

    Propaganda contro la quale si era già scontrato Papa Francesco, anche lui sul caso di monsignor Rosario Gisana, che proprio alla vigilia della requisitoria su don Rugolo definì in un contesto totalmente fuori dalla realtà con la frase; “Saluto il Vescovo di Piazza Armerina, Monsignor Rosario Gisana: bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo Vescovo”.

    Frase che oggi pare quasi ripetersi nelle parole di Papa Leone XIV.