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  • “Fraternità” la setta di don Franco ‘lui non pregava per noi, lui ci predava’

    “Fraternità” la setta di don Franco ‘lui non pregava per noi, lui ci predava’

    Di Francesco Zanardi – Nella “Fraternità”di don Franco, la prima regola era “Non parlare con nessuno della Fraternità, o ne sei fuori”.

    Sori, piccolo borgo della Riviera Ligure, dove l’unico punto d’incontro finita l’estate, rientrati i turisti, è la parrocchia, e lì c’è Dio, don Franco Castagneto è il suo rappresentante.

    Per un cattolico, essere di utilità al parroco, è come essere utili a Dio e ci si sente privilegiati.

    Un grande vantaggio per don Franco, un uomo molto astuto e capace di cogliere le passioni personali di chi poi scelse come “adepti”.

    Guglielmo (nome di fantasia) mi racconta che già a 15 anni sentiva attrazione per il suo stesso sesso e a don Franco questa cosa non sfuggì. “Mi sentivo privilegiato, era mio dovere prendermi cura degli abiti, i più femminili, delle parrucche che il don possedeva. Lo sapevano tutti, la scusa ufficiale è che servivano per fare teatro…

    …ricordo una sera, ero con quattro amici e andammo da don Franco. Ci vestì da donna, ci truccò e poi andammo a ballare… All’epoca non esisteva ancora la Fraternità, io non la vidi mai… Don Franco mi ha molestato più volte, ma ero attratto da mio stesso sesso e a 15 anni ero confuso, non li vedevo come abusi, allora… oggi invece mi rendo conto…

    Tutto finì il giorno che dissi al don che secondo me lui era omosessuale. Per questo non vidi mai la Fraternità, da quel momento fui defenestrato, rimasi solo e isolato dal gruppo. Mi segnò moltissimo.“

    Nei dieci giorni d’indagine, sentendo uno a uno i testimoni, uomini e donne, c’è chi racconta che spesso durante le prediche del don piangeva, erano coinvolgenti e affascinavano al punto tale da commuovere. Chi ricorda il fascino che il don aveva, “era speciale”: “almeno all’epoca lo credevamo (come per Guglielmo), riusciva a capire quello che piaceva alle persone, i loro gusti, desideri, ambizioni.”

    Prediligeva intorno a sé i bei ragazzi, anche quelli di intelletto, ma con una caratteristica comune: la fragilità. Divennero una sorta di adepti in quella che fu la Fraternità.

    Non coinvolgeva molto le donne, tranne una. Divenne un po’ il punto di riferimento nel gruppo femminile, la portavoce, consigliera, insomma, il contatto col don. Era molto devota, ingenuamente faceva il gioco del don. “Oggi penso che approfittò della sua ingenuità per manipolarla e tenerci sotto controllo”.

    Il gruppo degli uomini – venti scarsi – era invece seguito da don Franco in persona.

    Qui avveniva la manipolazione principale. Nella cultura cattolica è un principio “naturale” la sovranità del maschio sulla femmina, ad un cattolico passa quasi inosservata. Condizionando gli uomini della Fraternità, questi a loro volta condizionavano le loro donne, le quali erano poi in qualche modo controllate dalla loro referente, quella più vicina al don.

    Il don aveva creato un sistema piramidale con lui al primo posto “per l’autorità conferita da Dio”. Dopo di lui l’élite, un gruppo di uomini di cui aveva il controllo, a loro volta privilegiati in quella posizione. In un paesino di 4000 abitanti come Sori, ha una grande importanza essere nelle grazie di Dio. Qui va ricordata la nostra cultura, ancora visibile oggi nei piccoli borghi dove quando una famiglia ha un problema, va dal parroco.

    Il lunedì sera, solo gli uomini, si riunivano in quello che era un incontro “segreto” nel quale decidere le sorti della Fraternità, si parlava di spirito, di fede e “fraternamente”, in quella sede, ci si metteva a nudo col don, confessando al gruppo le proprie intimità, debolezze, paure.

    In quella sede don Franco li predava delle loro intimità più profonde, plagiati dalla fede e dalla suggestione che quel gruppo di élite, così vicino a Dio, creava in loro.

    Al termine, si benediva il tutto e si sigillava la segretezza dell’incontro, non per il valore in sé dei contenuti, ma per il valore emotivo personale di quei contenuti (il bottino del don), con qualcosa di ancora più emotivo e compromettente, che non potevi rifiutare a quel punto: diversamente eri fuori dal gruppo, restavi isolato, nella vergogna e di fronte al paese.

    “Fraterni” rapporti orali, non costretti ma in qualche modo fortemente indotti, quasi d’obbligo. Un forte rituale “baciatemi come gli apostoli con Gesù”… per poi proseguire.

    Ma quel sesso non era il sesso del don, quello era soprattutto un compromettente atto per consolidare la Fraternità e la fratellanza. In sostanza uno strumento per assicurarsi il silenzio.

    Don Franco aveva anche i suoi amanti, non solo Guglielmo.

    Mattia racconta che in chiesa, sull’altare lo spogliava… fino all’orgasmo. Mentre ne parlo con la sua ex fidanzata dell’epoca, ha il magone, fortissimo in lei il senso di colpa. Poi singhiozza, alza lo sguardo ma un pelo al di sotto dei miei occhi e dice “l’ho portato io in parrocchia”.

    Un’altra del gruppo delle donne mi confessa di sentirsi sciocca per non aver capito. Col senno di poi “mio marito era omosessuale, pensandoci oggi, era evidente, ma ero una ragazzina”.

    “Mi sento sciocca se penso che lo accompagnavo dal don, poi mi mettevo in sala a leggere un libro, loro andavano di là, pensavo per la Fraternità, erano cose riservate, noi donne non dovevamo saperle. Ho capito dopo che non parlavano quando andavano di là…”

    Ricorda che fu don Franco a “combinare” il matrimonio, ad intervenire col marito nei quasi palesi momenti di crisi. Oggi riflettendone con me, realizza che quel matrimonio tanto spinto dal don, forse era solo un modo per rendere un suo amante insospettabile, che, accompagnato dalla moglie lo andava a trovare. Mentre siamo in un bar di Genova, in una sua riflessione; “quando annullammo il matrimonio presso la Sacra Rota, ricordo che non vollero entrare in dettagli, don Franco ci sposò e in quel documento il suo nome doveva restare solo per colui che celebrò il matrimonio… omettemmo tutto il resto”.

    La signora di cui sto parlando non è un personaggio qualunque della nostra storia, è colei che all’epoca era la referente del gruppo femminile e il suo, risulterà poi non essere l’unico matrimonio annullato.

    Una comunità di 4000 abitanti dove la chiesa è il cuore della società, il parroco è il “primo cittadino”, poi vengono il medico, il maresciallo e infine il sindaco, dove gli scandali del paese si lavano in paese… ma tutti sanno e c’è tanta rabbia da un lato, dall’altro la confusione e il dolore di chi, in qualche modo, è coinvolto.

    Primi anni novanta, ci sono delle denunce alla diocesi di Genova, dalla quale La fraternità sembra attendesse un riconoscimento ufficiale e, invece, la diocesi fa chiudere la setta e sposta il don sopra a Sori, a Canepa, borgo di poche anime dove continuerà a vedere i suoi fedelissimi.

    1998, don Franco viene nuovamente spostato. La sua destinazione è improbabile, soprattutto perché in diocesi c’è un fascicolo con accuse gravi contro di lui.

    Parroco di Albaro: un pò come fossimo ai Parioli genovesi, la parrocchia del cardinale Angelo Bagnasco, un posto di lustro. Lì vari gruppi di giovani ruotano intorno alla parrocchia.

    L’aria di Albaro fa decisamente bene al don, al punto tale di redimerlo, almeno pare…

    Ma nella lettera anonima sembra trattarsi di fatti recenti, quelli di Sori li ho scoperti per caso quando mi recai nella parrocchia di Albaro, presentandomi come vittima e mi venne chiesto, se ero vittima di Genova o di Sori, lì capii che dovevo indagare a Sori prima che a Genova. D’altra parte lì avevo già provato, inviando due complici ai quali più persone, uscendo dalla messa della domenica, risposero nell’omertà più profonda di non conoscere il don, lì da 20 anni.

    Eppure la cronaca locale, che oggi clamorosamente tace il caso, di lui ne ha parlato molto in passato; “Genova, senzatetto in parrocchia il prete lo vuole cacciare, è scontro” ci fu anche una raccolta firme “Firme contro il senzatetto, il parroco è per il suo bene”. Se ne parlò tanto anche per la visita del papa “Aspettando Papa Francesco, viaggio nelle parrocchie. Don Castagneto: “Sarà uno stimolo per la città“.

    Oggi pare si sia persa memoria.

    A differenza dei colleghi che andarono per me sul posto, non trovai neppure strana la cosa, anzi, mi feci la solita domanda: perché tanta omertà?

    Nel frattempo, domenica 1 dicembre 2019, sul Fatto Quotidiano “Quel prete deve sparire”.

    Ben quattro pagine sul caso, nella rubrica Sherlock a firma di Ferruccio Sansa. Il Fatto parlerà della vicenda per quattro giorni consecutivi.

    Quanto accaduto a Sori trenta anni prima, e tenuto nascosto dalla chiesa malgrado il fascicolo del 98, era finalmente di dominio pubblico. Come è normale che sia in questi casi, mi contattano presunte vittime, testimoni, chi sapeva soltanto e ancora oggi sente il peso per non aver parlato e vuole farlo adesso.

    Scopro che non esiste solo il fascicolo del 98, gestito all’epoca da monsignor Alberto Tanasini (che conferma): nel 2017, più fonti raccontano di altre persone andate in diocesi.

    …don Franco era già ad Albaro …poi, nell’agosto 2019, prima di ricevere la lettera anonima, la chiesa lo fa sparire. Mi chiedo perché? I fatti di Sori sono vecchi di trent’anni, non ha senso li affrontino oggi… no?

    Lo stesso mons. Tanasini però, se pur blindato nei suoi ruoli, parlando del recente, si lascia scappare convinto quel “sentore” che immediatamente dopo, attribuirà glissando, ad una mera sensazione.

    Rifletto tra me: possibile che ad Albaro nessuno fiati? Possibile che nessuno sia almeno incazzato per il fatto che la chiesa sapesse e lo abbia lasciato a contatto con minori? hanno affidato a quel prete i propri figli, possibile non ci sia una sola persona almeno indignata?

    Da una parte decine di testimonianze, dall’altra uno squilibrio, il più totale silenzio di un’intera comunità, nessuno che esprima un’opinione. Non vengo neppure attaccato per aver fatto uscire la storia …La scena è inquietante, sembra di essere nel centro del deserto. Persino l’arcidiocesi di Genova fa scena muta.

    È il 3 dicembre, suona il telefono. Una persona mi fa riflettere.

    Un po’ sulle sue e irritato mi dice “Zanardi ma perché questa roba esce dopo trenta anni? Se lo è domandato?”, quasi ad accusare che qualcuno mi stia strumentalizzando… Parliamo e capisce che non è così, si apre, ma a questo giro sono io che mi chiedo chi c’è dall’altra parte del telefono… Mi parla di matrimoni combinati, capisco che sa, lì io c’ero già arrivato. Mi parla anche di possibili indennizzi o accordi… roba recente…

    …indennizzi? potrebbe essere: non sono inusuali gli accordi tra le parti con il vincolo della riservatezza, soprattutto quando la presunta vittima è prescritta, ma malgrado ciò, il caso dà ancora prurito a qualcuno.

    Approfondisco, inizio a sentire le persone che ho a disposizione, vengo messo in contatto con altre, passano giorni. Scopro che più persone, negli ultimi 10 mesi, si sono recate alla diocesi di Genova. Qualcuno addirittura è stato convocato. Tutti per don Franco Castagneto.

    Qualcuno confermerebbe di aver sentito parlare di accordi… Commenta “ora forse si spiega anche il retro front di alcuni”. Ma qualora ci fossero stati accordi, il vincolo della riservatezza fa il suo lavoro e non se ne viene a capo, diversamente decade l’accordo.

    Il 13 dicembre, una testata genovese “FIVEDABLIU”, pubblica la risposta della curia, alla richiesta di chiarimenti sul caso di don Franco Castagneto “La questione, già da diverso tempo, è stata affidata alla competente Congregazione vaticana cui spetta di procedere“.

    Per ora, solo il doloroso riscatto di chi per trenta anni si è tenuto dentro questa sofferenza, oggi emersa, dando in qualche modo ai protagonisti, l’opportunità di rielaborare quei fatti lontani, che però hanno pesantemente condizionato la loro vita.

    L’inizio del percorso che li porterà a non essere più vittime di quei fatti. L’inizio della convivenza con quel vissuto. La ragione.

    P.S.

    Continueremo a prestare attenzione all’evolversi del caso, attualmente già all’attenzione della Procura di Genova. Alcune cose non sono state riportate in quanto al momento non trovano rilevanza. I racconti sono stati volutamente sintetici e parziali, esposti integralmente non avrebbero accresciuto i fatti.

     

  • PEDOFILIA – Il fallimento della Chiesa di Genova. Note a margine del caso don Franco Castagneto.

    PEDOFILIA – Il fallimento della Chiesa di Genova. Note a margine del caso don Franco Castagneto.

    “Io conosco tanti bravi sacerdoti” “non  è gusto che quattro mele marce infanghino il lavoro di chi fa bene”.

    Ma cosa vuole dire fare bene? Il bene della chiesa o quello della società che la circonda?

    Il dubbio sorge da un singolare ma diffuso ragionamento che qualche giorno fa si è riproposto leggendo l’ultimo libro di Gianluigi Nuzzi “Giudizio universale”, dove un certo prelato che ha condotto affari poco leciti, risolleva questa curiosa sottigliezza che oserei definire “da prete”, rimproverando i colleghi che hanno condotto affari poco leciti quanto lui, ma non per l’illecito in se, ma perché lo hanno fatto a fini personali e non per “il bene” della chiesa…

    Di Francesco Zanardi

    Una frase che in questi 20 giorni di indagini , mi sono sentito ripetere decine di volte da molti. Mai, però, dagli interessati che, a detta di questi molti, son così bravi e vedrebbero il loro operato minacciato da quattro mele marce.

    Una bravura che poi però nessuno sa spiegare, nel concreto, in cosa consista o quale sia la regola che la stabilisce. Gli interessati, sacerdoti che puntualmente sentenziano su aborto, omosessualità, pedofilia, politica e quant’altro: sul collega però tacciono. Forse anche qui, è come nella sottigliezza fatta dal prelato nel libro di Nuzzi, siamo noi a non comprenderne la sfaccettatura.

    Certo se il collega accusato di molestie fosse stato di un’altra città, quanti avrebbero commentato e …con che toni? Avrebbero probabilmente lamentato “i bambini vanno protetti, lo dice anche Papa Francesco” – “che vergogna, nessuno fa nulla per quelle persone”- “se fosse successo qui avremmo denunciato. Il mio parroco poi, su queste cose…”.

    Ma i fatti accadono proprio a Genova…

    Nella parrocchia di Albaro, uno dei primi luoghi dove ci rechiamo, è domenica, c’è la messa, e all’uscita, un uomo ed una donna – mandati da me per cercare di raccogliere qualche informazione in più di quelle poche contenute nella lettera anonima – chiedono di don Franco, ma l’interlocutore dice di non conoscerlo. Chiedono a un altro e un altro ancora, ma nessuno conosce quel don Franco, che ha fatto il parroco, proprio lì e per venti anni.

    I primi giorni dell’inchiesta, quelli prima di essere contattato dai vari presunti abusati e testimoni, provo a raccogliere qualche informazione che mi permetta di riuscire a muovermi in modo più circostanziato possibile e soprattutto di persona, evitando di agitare troppo le acque, qualcuno mi potrebbe riconoscere. Chiamo persone dell’ambiente che conosco, vediamo se possono aiutarmi… non negano nulla anzi, ma mi fanno capire che non possono e glissano.

    Se pur con qualche parola di rammarico, Monsignor Alberto Tanasini, è l’unico che non nega di sapere quanto accaduto a Sori, ma su Albaro eh.. non è lui competente, lui sa del passato, anche se ammette di avere il sentore che qualcosa possa essere accaduto.

    Dall’arcidiocesi di Bagnasco, invece, il silenzio è più tombale che altrove, neppure la frasetta di rito “soffriamo tanto e siamo molto addolorati per le vittime”. Il nulla più assoluto, forse solo la speranza che si smetta presto di parlare di don Franco Castagneto.

    Una vicenda che parte dai tempi di Dionigi Tettamanzi, passa per Tarcisio Bertone e riemerge, questa volta all’attenzione del cardinale Angelo Bagnasco, che chissà se avrà avuto la notizia…

    Certo, fa specie vedere che la tanto acclamata trasparenza e la tolleranza zero invocate da Papa Francesco, nei fatti siano inapplicabili e si riducano ad un’omertà che, ancora ai giorni nostri, parte dalle più alte sfere, passa per il clero genovese e approda nelle parrocchie, tra gli Scout, gli educatori, e all’Azione Cattolica, dove anche lì vige il silenzio più assoluto, rotto solo da qualche parrocchiano che difende a prescindere l’operato dei sacerdoti, che però non fanno un solo fiato …

    Dall’altra faccia della medaglia le vittime: lasciate sole da tutti. Non mi riferisco solo a chi sostiene di aver subìto molestie da don Franco, qui ci sono altre vittime, le donne, che non avrebbero subito violenze dirette, ma subìto di sapere, di vedere e tollerare, che i loro uomini fossero molestati da un prete che aveva, e forse ha ancora, una abilissima capacità di manipolazione. “Don Franco ci diceva: baciatemi come gli apostoli con Gesù”.

    SORI: un paesino di circa 4000 anime, che vive come tutti i paesi della costa di turismo e delle poche attività, una comunità molto ristretta dove stando alle testimonianze raccolte in questi giorni, il don si era creato il suo “harem”.

    Una vicenda che trova il silenzio dell’intera comunità, della stessa chiesa ma che urla il dolore di decine di persone. Molte non abitano neppure più in Liguria, ma hanno voluto comunque parlare con me al telefono e lasciarmi la loro testimonianza di quei ricordi ancora oggi indelebili. Qualcuno di loro, malgrado sia riuscito a non farsi coinvolgere, racconta il dolore e la rabbia di aver assistito impotente.

    Altri non si spiegano come siano riusciti a farsi manipolare fino al punto di non reagire e non sottrarsi a quella situazione, anzi – col magone commentano – “abbiamo coinvolto altre persone”.

    C’è anche il sesso in questa vicenda, ma è solo una parte, in questo caso qualcosa che definirei secondario in quanto usato principalmente come strumento/arma di ricatto, per garantire la fedeltà e i segreti di una parte di quella piccola comunità. Molti dei testi che ho sentito in questi giorni, raccontavano la vicenda quasi in terza persona, come se avessero agito in uno stato di fortissima sudditanza psicologica che va oltre l’indottrinamento.

    Emergeva uno schema settario, che però spesso i testi non notavano e non riuscivano quindi a sottolineare nei loro racconti. Forse perché ancora oggi ne sono soggiogati.

    Non voglio entrare troppo nel merito dell’indagine, ma emerge una sorta di struttura piramidale retta da persone accuratamente scelte dal don, la Fratellanza.

    La prima regola ? “Non parlare con estranei della Fratellanza”, altrimenti sei fuori.

    Coinvolgeva anche intere famiglie, non solo ragazzi e singoli. Gli uomini si riunivano in un incontro “esclusivo” il lunedì sera. Alle donne era vietato.

    Lì si decideva la vita della ristretta ed esclusiva comunità, si condividevano i turbamenti, i segreti più profondi, un momento di aggregazione (manipolante) molto intimo e coinvolgente, che al termine sigillava la Fratellanza, con qualcosa di rituale e compromettente, un gesto che rendesse i presenti tanto complici da garantirsi l’obbedienza e il silenzio.

    Nella mia carriera, qualche storia di abusi l’ho vista, ma questa vicenda ha qualcosa di surreale ed inquietante. Non approfondisco per ora il tema della Fratellanza al quale ho accennato ma è ben più ampio e complesso.

    Mi duole non poco, vedere il silenzio intorno a questi fatti, un silenzio, un’indifferenza che c’era 30 anni fa e che continua ancora oggi malgrado la consapevolezza che, allora, non c’era. Un’intera comunità che non reagisce in alcun modo di fronte a tutto ciò, non cerca neppure di difendersi, quasi a dar garanzia per il futuro, garanzia che fatti come questi continueranno a esserci, magari anche a danno dei propri figli, ma sempre nel rigoroso e omertoso silenzio che santa romana chiesa esige.

    Vedi la mappa interattiva

    Riflessioni che un uomo che ha scelto di portare avanti una battaglia per la verità come questa, spesso è costretto a fare.

    “E nel frattempo, sempre a Genova, il Secolo XIX porta alla luce un’altra storia di silenzi recenti, teatro questa volta, il quartiere della Maddalena“.
    Nella mappa gli ultimi recenti casi in città.

    Zanardi

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    CONTRIBUTO: Phil Saviano – tratto da Spotlight

     “Se sei un bambino povero di una famiglia povera, la religione conta moltissimo e se un prete ti presta attenzione, è una grande cosa. Ti fa raccogliere i libri dei canti, gettare la spazzatura e ti senti speciale, è come se Dio ti chiedesse di dargli una mano. Così è un pò strano quando ti racconta una barzelletta sporca, però adesso avete un segreto in comune. E così stai al gioco.

    Poi arriva una rivista porno, e tu stai al gioco. Stai al gioco finché un giorno arriva a chiederti di fargli una sega, oppure un pompino, e tu stai al gioco anche in quel caso, perché tu ti senti in trappola, perché lui ti ha circuito.

    Come puoi dire di no a Dio?

    Vedete è importante capire che non è soltanto un abuso fisico ma è anche un abuso spirituale e che quando un prete ti fa questo, ti sta rubando anche la tua fede. Così chiedi aiuto alla bottiglia, o a una siringa e se non funzionano ti butti da un ponte.

    Per questo ci chiamiamo sopravvissuti”