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  • GENOVA: La CDF (Vaticano) revoca a Bagnasco l’incarico per il processo a don Castagneto e lo passa a Torino – Contiene tutti gli atti

    GENOVA: La CDF (Vaticano) revoca a Bagnasco l’incarico per il processo a don Castagneto e lo passa a Torino – Contiene tutti gli atti

    La lunga mano di Dio, o almeno di chi in terra agisce in suo nome. Dagli atti che andrò ad esporre, estratti dal fascicolo reso dalla Procura della Repubblica di Genova nell’indagine avviata dalla Rete L’ABUSO nei confronti di don Franco Castagneto , ex parroco di Sori, per cui la Procura in data 21 settembre 2020 ne chiede l’archiviazione per intervenuti termini di prescrizione.

    Gli atti che esporrò sono redatti dall’ex Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Angelo Bagnasco. Nelle sue missive conla Congregazione per la Dottrina della Fede espone la sua istruttoria durata 4 anni, come vedremo, con molte contraddizioni, che forse ha notato anche il Prefetto della Congregazione, poiché dopo averlo delegato a celebrare un processo penale canonico nei confronti di don Castagneto, il 18 luglio 2019, improvvisamente revoca la delega a procedere e trasferisce il processo a Torino.

    Di Francesco Zanardi

    È l’11 novembre del 2018 quando il cardinale Angelo Bagnasco scrive al Vaticano, per l’esattezza a s.e. Luis Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (che da qui in poi abbrevierò con CDF), il massimo vertice di quell’organo preposto proprio a trattare i casi di violenza sessuale da parte di chierici, reato però che come insistentemente leggerete nei carteggi, per la chiesa non è un crimine contro la persona, ma semplicemente un’offesa a Dio, basata sul 6° comandamento del decalogo; “non commettere atti impuri”.

    In quella missiva dell’11 novembre 2018, Bagnasco comunica alla CDF il caso di don Franco Castagneto sottolineando che “si tratta di una situazione pregressa di cui non ero al corrente, che ha richiesto tempo per verificare la consistenza del “fumus” riguardante episodi di molti anni fa, e che sembra non si ripetano dal 1998.”

    Tuttavia, già dal primo allegato che Bagnasco invia sotto forma di relazione, emerge chiaramente che forse lui non sarà stato al corrente di cosa accadeva nella diocesi che ha guidato dal 2006, ma la vicenda, è da tempo arrivata persino in Vaticano.

    Al paragrafo 1) si legge “verso la fine del 2014 mi fu inviata dalla Santa sede...” e conclude affermando “non ritenni di dover procedere.”

     Al paragrafo 2) continua affermando che “il 17 marzo 2016 sono venute in udienza tre persone per rappresentarmi voci di quegli anni che circolavano ogni tanto in parrocchia.”

    “Il 21 marzo ho convocato don Castagneto per informarlo e chiedere conto: disse che erano voci, e che a volte era stato superficiale in qualche comportamento, ma che erano cose molto lontane e comunque superate”

    “Il giorno 4 aprile si è presentato uno dei tre giovani Xxxx  per una deposizione, presente anche S.E. mons. Nicolò Anselmi. I fatti sono circostanziati nella fattispecie e negli anni. Anche lui ha dichiarato la sua preoccupazione perché don Franco possa ancora nuocere.”

    Malgrado tutto, il cardinal Bagnasco si limita a fare qualche domanda ai suoi ex parrocchiani di Albaro ma non raccoglie alcuna preoccupazione, “al contrario, ho sentito apprezzamento e gratitudine per la sua dedizione. Inoltre, sono trascorsi dai fatti più di vent’anni.”

    A preoccupare molto di più il cardinale sembrerebbe l’immagine della chiesa, puntualmente anteposta alla salute di chi la frequenta, nello stesso allegato, al paragrafo 3) commenta “una parrocchiana – oggi residente in omissis – avrebbe scritto la bozza di un libro dove racconterebbe la vicenda con nomi e luoghi di fantasia.”

    Conclude la relazione senza una sola parola di rammarico per le vittime per quanto, anche se pregresso, è emerso e conclude: “consegno a codesta congregazione quanto emerso e chiedo indicazioni di merito.” Genova 10 novembre 2018.

    Sono passati già quattro anni dalla prima segnalazione che Bagnasco ha ricevuto dal Vaticano nel 2014…

    Il cardinal Bagnasco sembra non sapere e non commenta nella relazione (istruttoria) il fatto che in parrocchia ad Albaro, il Castagneto ha allestito una sorta di dormitorio maschile, che G. F. si sarebbe suicidato “in circostanze poco chiare”. Tutte informazioni che abbiamo raccolto durante l’indagine e che confermerà alla Polizia anche il sacrestano di Albaro , forse l’unica persona alla quale Bagnasco avrebbe dovuto chiedere.

    Gli ospiti, tutte persone problematiche e bisognose, soggetti fragili e costretti a una forte sudditanza del Castagneto. Lo stesso sacrestano è uno di questi soggetti. Quando gli inquirenti lo interrogano, emerge chiarissimo l’interesse di coprire il Castagneto che esterna alla P.G. (Polizia Giudiziaria) che nella sua relazione all’A.G. (Autorità Giudiziaria) scrive ”nel marzo (2019) don Franco intercedeva con la curia di Genova per fargli  assegnare un appartamento disponibile nella canonica della parrocchia”, facciamo notare che in quella data, il Castagneto era già stato sentito dall’Autorità ecclesiastica (21 marzo 2016) e sapeva di essere indagato.

    La P.G. aggiunge nella relazione inviata all’A.G. “seppur molto preoccupato per la sua posizione lavorativa, manifestando un forte disagio dovuto all’ansia di dover rispondere alla domande della Polizia, sottolineava e ribadiva più volte di essere solo a conoscenza di quanto sembrerebbe accaduto a Sori ma specificava di non aver sentito alcuna voce malevola o raccolto alcuna lamentela da parte dei parrocchiani che conoscevano don Franco.”

    La risposta della CDF alla relazione di Bagnasco dell’11 novembre arriva sollecitamente e il 27 novembre 2018 è mons. Matteo Visoli a comunicare a Bagnasco di aver ricevuto la missiva e gli comunica che da ora in poi, tutte le successive comunicazioni sul caso dovranno essere contrassegnate con il numero di protocollo 746/2018.

    Il 7 gennaio 2019, è l’arcivescovo Giacomo Morandi che in via istituzionale e per conto della CDF comunica a Bagnasco, oltre all’apertura di un procedimento penale, le gravissime accuse imputate a don Castagneto.

    È il 19 marzo del 2019 quando Bagnasco invia al Vaticano (CDF) una seconda relazione su don Castagneto nella quale, a differenza della prima, in cui il sacerdote minimizzando negava i fatti, in questa è lo stesso cardinale a scrivere “nella relazione – alla luce della sostanziale ammissione da parte di don Franco – presento una proposta per la Sua valutazione e per ricevere ulteriori indicazioni. “

    Nella sostanza, con questa missiva Bagnasco sembra cerchi di salvare il prete tentando “anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo (lui stesso) assistito dal vicario.” Nel frattempo, anche se questo non è un reato, ma una cosa che dovrebbe far accapponare la pelle almeno ai fedeli di Albaro, propone per don Castagneto, (malgrado i reati che lo stesso cardinale documenta) che si lasci celebrare ugualmente le prime comunioni e le cresime, poi, con una scusa “forte stanchezza”, di trasferirlo. Più avanti vedremo dove.

    Altra grande incoerenza che salta all’occhio al punto 4) della proposta del cardinale, è l’affidamento ad un “ottimo psicoterapeuta“.

    La domanda sorge spontanea; se don Franco dal 1998 non ha più reiterato i crimini come il cardinale e a suo dire i parrocchiani sostengono fermamente, perché mai 21 anni dopo, si dovrebbe mandare un uomo “guarito” in una comunità di recupero religiosa e farlo seguire da un ottimo psicoterapeuta?

    Ma qualcosa va storto, forse la CDF non ha gradito la proposta di Bagnasco, questo non lo sappiamo e non si evince nella lettera formale del 18 luglio 2019 che la CDF invia al cardinale, tuttavia qualche motivo spinge il massimo vertice, Luis Francisco Ladaria Ferrer, a revocare il mandato del 7 gennaio 2019 a Bagnasco e ordina la trasmissione di tutti gli atti, al Tribunale Penale Canonico di Torino. Solo due mesi dopo, l’8 maggio del 2020 il cardinale Angelo Bagnasco andrà ufficialmente in pensione.

    La risposta di Bagnasco.

    Il mese di agosto 2019 nella parrocchia di Albaro, sembra essere un’estate più calda che mai. Il 5 agosto il cardinal Bagnasco comunica alla CDF che don Franco Castagneto ha lasciato la parrocchia e con il consenso del vescovo di Casale, è stato trasferito presso il Santuario della Madonna di Crea.

    Anche se nelle dichiarazioni contenute nelle relazioni di Bagnasco don Castagneto non avrebbe più reiterato i crimini, il cardinale motiva il trasferimento presso il Santuario perché il diacono dott. Hermes Marco Luparia, possa prendersi cura di lui nell’immediato, essendo la comunità di recupero di Roma alla quale è destinato, chiusa fino a settembre.

    Pur non comprendendo i motivi per i quali Bagnasco solo adesso ritenga che don Castagneto non possa aspettare soli 25 giorni (siamo al 5 di agosto) fino alla riapertura della comunità di Roma e debba essere supportato con tanta urgenza per fatti che non avrebbe più reiterato dal 1998, verso la metà di settembre, viene recapitata alla Rete L’ABUSO una lettera anonima nella quale ci comunicano che c’è un processo canonico  in corso – quello documentato sopra  –  e l’accusa rivolta al cardinale Angelo Bagnasco di nascondere il Castagneto.

    Per quanto riguarda Albaro, le prime indagini furono un buco nell’acqua. Cercammo di raccogliere indiscrezioni in una domenica di fine settembre, domandammo notizie ai fedeli che uscivano dalla messa, ma trovammo solo bocche cucite, qualcuno addirittura sosteneva di non conoscere neppure don Franco, parroco per 21 anni in quella chiesa.

    Dopo giorni di indagini, prima affiancato dal giornalista Ferruccio Sansa, poi da Alessandro Tesei, recuperammo i nominativi di alcuni ex ospiti del dormitorio allestito da don Franco in canonica, presunte vittime o forse semplici testimoni. Di fatto erano tutti spariti da Albaro insieme a don Franco, irrintracciabili persino dalla Polizia Giudiziaria .

    Ho deciso di pubblicare e articolare questa l’istruttoria del cardinale Angelo Bagnasco con questo episodio  –  non differente da tanti altri – nel quale si evince alla luce della documentazione in nostro possesso, che malgrado quanto papa Francesco abbia modificato nelle nuove procedure dal 2013 a oggi, purtroppo il risultato resta sempre il medesimo. Chi commette i reati di fatto resta impunito, al massimo viene spretato. Chi invece li subisce, anche nel caso non ci siano insabbiamenti, resta di fatto senza alcuna giustizia.

    Come documentò anche Ferruccio sansa durante l’indagine, già nel 1998, a seguito delle denunce fatte alla diocesi di Genova dai soresi nella metà degli anni 90, vi fu un’istruttoria guidata da Alberto Tanasini – attuale vescovo di Chiavari – con la collaborazione di Nicolò Anselmi, fino a metà del 2020 vescovo vicario proprio del cardinale Angelo Bagnasco. Con loro anche Guido Marini che è cerimoniere del papa dal 2007.

    Per quanto sia vero che in quell’epoca Bagnasco non fosse ancora al timone della diocesi – all’epoca dirigeva il cardinale Dionigi Tettamanzi – la documentazione prodotta e i fatti di Sori, erano già documentati dal 1998 e per tutti questi anni nella disponibilità dei vescovi che si sono succeduti, oltre che nella conoscenza di chi aveva raccolto all’epoca le denunce.

    L’istruttoria della Rete L’ABUSO, sull’istruttoria di Bagnasco che avrebbe dovuto istruire il processo penale canonico nei confronti di don Franco Castagneto, poi revocato dalla CDF all’Arcidiocesi di Genova e trasferito a Torino, dove ci si augura abbiano fatto una nuova istruttoria meno ventennale e più approfondita della precedente, purtroppo non vede un’istruttoria sul Cardinale da parte della CDF, che di fatto revoca il mandato.

    L’istruttoria dell’Arcidiocesi di Genova però agli atti, in qualche modo viene presa per buona (o in queste circostanze è la legge ad imporlo) dalla procura di Genova, che non va oltre ed archivia, ma c’è un motivo.

    Qualcuno potrà criticare la giustizia civile di non aver fatto abbastanza, ma qui il braccio della legge è molto corto, oltre alla prescrizione, inadeguata ad un crimine come la pedofilia, ovvero “l’omicidio psichico” di chi la subisce, esistono nei Patti Lateranensi accordi tra Stato e Chiesa che limitano moltissimo l’intervento della magistratura, al punto di doversi rimettere a due relazioni della chiesa (e non alla documentazione agli atti della chiesa – la testimonianza delle vittime – ma un surrogato) di un procedimento che la stessa chiesa revocherà al relatore (Bgnasco) e istruirà in un’altra diocesi.

    Tra questi all’art. 4, punto 4) Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.

    Nel protocollo addizionale, punto 2) par. b) La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici.

    Accordi che da sempre chiediamo al Governo di modificare, come avvenne per mano di Craxi nel 1984, anche oggi basterebbe rivedere il concordato.

    Lo sostiene anche il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, al punto 21 delle raccomandazioni fatte al Governo italiano nel 2019 chiede di;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1984, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    Ma l’Italia da vent’anni sembra non voler sentire e ancora di meno vedere quello che accade, in fondo i bambini non si lamentano finché non diventano adulti prescritti.

  • Chiesa e pedofilia, attualmente l’Italia non ha speranza di risolvere il problema.

    Chiesa e pedofilia, attualmente l’Italia non ha speranza di risolvere il problema.

    Nello speciale di LEFT del 30 agosto 2018 il giornalista Federico Tulli inizia affermando che “Tra i Paesi più sviluppati, l’Italia è l’unico in cui non c’è mai stata un’indagine governativa sulla pedofilia clericale. Eppure, a livello numerico è molto più diffusa che altrove. Un’inerzia che, oltre ai rischi per i bambini, è valsa una denuncia all’Onu per complicità con la Chiesa”

    Di Francesco Zanardi

    Un’affermazione che purtroppo condividiamo al punto di esserci più volte domandati in questi anni che senso ha continuare il lavoro di denuncia della Rete L’ABUSO, che malgrado gli enormi sforzi, in Italia  sembra una lotta contro i mulini a vento. Pensando poi alle vittime e ai benefici che il progetto Rete L’ABUSO porta loro ci siamo rincuorati trovando la forza e il coraggio per andare avanti.

    Una riflessione che non deriva da un momento di depressione ma da qualcosa di più concreto ovvero una serie di fattori che insieme creano una miscela micidiale che impedisce non solo la risoluzione del problema, ma anche qualunque tipo di forma preventiva per poter tutelare le potenziali vittime.

    IL CONCETTO

    Partiamo dal problema; i preti pedofili, che a differenza dei pedocriminali laici hanno il vantaggio di poter godere della protezione di un’organizzazione, che con metodi criminali li tutela e grazie alla cultura del silenzio permette loro di reiterare decine e decine di volte il numero degli abusi. Altro problema di carattere culturale, la visione della pedofilia, che per la chiesa è un delitto contro la morale e non un crimine contro la persona, concetto che come rimarca anche l’ONU nel report del 2014, finchè resterà tale non permetterà alla chiesa la consapevolezza del crimine commesso e di conseguenza neppure interventi civili nei confronti delle vittime, che in un simile concetto sono parte del peccato che vede come unica vittima Dio.

    LA CORTE DI BERGOGLIO

    Parlando di pedofilia clericale è giusto partire dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (l’organo Vaticano che ha il compito di trattare questi casi) e dal suo Prefetto in carica, Luis Francisco Ladaria Ferrer, già segretario della C.D.F ai tempi in cui il Prefetto era il cardinale Joseph Ratzinger, anch’esso indagato in Texas nel 2004 per insabbiamenti, salvato dall’immunità. Ladaria non è di certo la persona più indicata a quella carica infatti vanta negli anni una notevole recidività nell’insabbiare e proteggere i preti pedofili. Uno dei casi che ha fatto più clamore è quello di don Giovanni Trotta che nel 2012 fu ridotto allo sto laicale e Ladaria, in un decreto ordinò il silenzio «per evitare scandalo tra i fedeli». Così l’orco violentò indisturbato altri bambini.

    Alla C.D.F. Ladaria trattò decine di altri casi, tutti irrisolti o almeno, per quanto riguarda la giustizia per le vittime.

    Dopo la nuova nomina che risale al 3 luglio 2017, vediamo da subito Ladaria al lavoro con l’insabbiamento dei presunti abusi sui chierichetti del papa. Anche qui nessuna soluzione anzi, il presunto molestatore, don Gabriele Martinelli, non solo non è stato neppure sospeso, ma nel 2018 raccoglieva addirittura prenotazioni per gli esercizi spirituali dell’Opera don Folci, ai quali partecipava lo stesso Ladaria.

    Di pochi giorni fa la notizia passata in sordina in Italia, che sempre Ladaria, è stato citato in giudizio a Lione insieme al cardinale Philippe Barbarin e altre cinque persone. Processo che potrebbe saltare in quanto Ladaria si nega alla giustizia francese e il Vaticano al momento non ha ancora dato alcuna risposta sulla sua partecipazione al processo che si terra il prossimo gennaio.

    Ma nella corte di Bergoglio non troviamo solo Ladaria, ma anche i suoi colleghi come il cardinale George Pell, accusato di insabbiamenti e abusi in Australia, il cardinale Domenico Calcagno, protettore del prete pedofilo Nello Giraudo, i neoeletti malgrado le accuse e proprio da Bergoglio, l’arcivescovo Mario Delpini e il collega Pierantonio Tremolada che cercarono di insabbiare il caso di don Mauro Galli e ancora, il vescovo Diego Coletti e il collega Angelo Comastri, insabbiatori dei presunti abusi sui chierichetti del papa, il cardinale Crescenzio Sepe, denunciato per insabbiamenti dalla presunta vittima sulla base del Motu Proprio di Bergoglio, che però non è mai intervenuto. La lista è ancora lunga e qui potete consultare quella degli insabbiatori italiani.

    Lo stesso Bergoglio incassa accuse da un polo all’altro del pianeta, anche se i giornali italiani non ne parlano lui stesso non intervenne nel caso del prete veronese don Nicola Corradi e adesso “il papa della trasparenza si rinchiude nel silenzio” sfatando finalmente il mito prettamente mediatico della tanto acclamata tolleranza zero, che non c’è mai stata.

    I COMPLICI

    Complice di ciò che non sta accadendo in Italia, a differenza degli altri paesi, la stampa italiana che proprio in queste settimane si è limitata a riportare l’incensurabile, ovvero le notizie che arrivano dalla stampa estera, ma non ha detto una sola parola sui casi italiani, e ce ne sarebbero tanti oltre a quelli che abbiamo citato sopra.

    In Italia non vedremo mai un “Caso Spotlight” in quanto gli organi di informazione televisivi non accennano minimamente al fenomeno. La carta stampata si limita timidamente a riportare qualche caso, spesso solo a livello locale, senza mai produrre inchieste giornalistiche che documentino la reale portata nazionale del fenomeno.

    I FAVOREGGIATORI

    Nei vari stati, vedi l’Australia, il Cile, gli Stati Uniti, l’Irlanda e via dicendo notiamo una presa di posizione forte dei governi e delle istituzioni e di conseguenza dell’opinione pubblica di fronte agli scandali. In Italia invece possiamo raccontare il triste primato di come le massime cariche pubbliche abbiano negli anni tradito i cittadini per favorire la chiesa e tutelare i preti pedofili. Ricordiamo infatti un tristissimo Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel 2010, quando lo scandalo arrivò in Europa, anziché chiedere al Governo interventi in favore dei cittadini, appoggiato dalle più alte cariche istituzionali, consolava Joseph Ratzinger per quello che a suo dire era un’inqualificabile attacco alla chiesa e al papa. Non da meno l’allora ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano, che a seguito di un’intervista rilasciata dall’allora procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno, nella quale sulla base dell’esperienza e alla luce di quello che stava accadendo in tutto il pianeta, accusò anche la chiesa italiana, di attuare coperture sistematiche per insabbiare gli abusi. Dopo l’intervista, il Ministro Alfano non avviò come normalmente vediamo accadere negli altri paesi un’indagine, mandò invece gli ispettori nell’ufficio del procuratore Forno.

    Oggi, nel 2018 la situazione è ben peggiorata. Vediamo infatti latitanti alle richieste di legalità la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’interno, il Ministro della Giustizia, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, informati delle gravi problematiche in materia di pedofilia clericale, da una interrogazione parlamentare voluta dalla Rete L’ABUSO e depositata dal deputato Matteo Mantero il 27-11-2017, ad oggi ancora inevasa e censurata da tutti i giornali nazionali, tranne i soliti, il settimanale LEFT e qualche altra piccola testata.

    Latitanti anche in questo secondo caso il Presidente della Repubblica, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Presidenza della 12° Commissione Affari Sociali, raggiunti da una diffida presentata dall’avvocato della Rete L’ABUSO, Mario Caligiuri, anche questa volta censurata dalla stampa italiana.

    Tra i diffidati anche il Comitato ONU per la Tutela del Fanciullo, stimolato dalla Rete L’ABUSO a procedere in riferimento alle raccomandazioni del 2014, che però, nell’incontro del 5 giugno 2018 presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra, nell’intervento del Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, ha dato notizia di aver avviato in’indagine per favoreggiamento alla pedofilia nei confronti dell’Italia che di fatto sta permettendo sul suolo italiano che la Santa Sede commetta le stesse violazioni contestate. Notizia anche questa come le precedenti, taciuta dalla stampa italiana.

    Le scelte criminali dei vari governi susseguiti in Italia hanno addirittura prodotto un ambiente ideale per i pedofili e non mi riferisco soltanto al clero. Tra queste l’introduzione farlocca del certificato anti pedofilia (contestazione contenuta nell’interrogazione parlamentare) che per sollevare il clero dall’esibizione del certificato stesso, paradossalmente indica ai pedofili il terreno di caccia, per esempio il volontariato, da sempre quello più a rischio, esentato in quanto il clero appartiene proprio a questa categoria.

    Altre omissioni del Governo Italiano le troviamo nell’applicazione della Convenzione di Lanzarote che in Italia, anziché rafforzare le garanzie costituzionali, nel rito canonico ne permette la violazione a svantaggio della vittima e a vantaggio del sacerdote.

    Ci sono altre gravi mancanze del Governo italiano, per esempio la realizzazione di consultori per le vittime di violenza sessuale introdotti dalle norme Europee. Questi consultori che avrebbero dovuto essere gestiti dalla sanità nazionale, in realtà non sono mai stati realizzati e il dubbio è che questo sia accaduto proprio per evitare che in Italia, si potesse quantificare il fenomeno. I consultori infatti avrebbero fornito dati molto precisi, per esempio quante sono le vittime di violenza sessuale, quante quelle di pedofilia e quante quelle abusate da sacerdoti. Purtroppo l’unico dato attendibile e perziale, nel nostro paese lo forniamo noi della Rete L’ABUSO e parla di quasi 300 preti coinvolti solo negli ultimi 15 anni.

    Sempre le norme europee prevedevano che in Italia venisse creato un database utile non solo a fare prevenzione, ma anche a schedare gli abusatori seriali. Nel 2006, a seguito della ratifica, fu istituito un fondo per realizzare il database, ma ad oggi non c’è ancora e soprattutto nelle violenze a danno di minori, questa mancanza fa si che non esista nei loro confronti un minimo di tutela e di prevenzione.

    L’unico organo istituito nel nostro paese è l’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, istituito il 25 luglio 2007, ad oggi, più volte interpellato, non è stato in grado di fornire alcun dato utile.

    L’osservatorio, rimasto senza nomine per un lungo periodo, venne ricomposto il 12 settembre del 2016 dall’allora ministro con delega alle pari opportunità Maria Elena Boschi che pochi giorni dopo, inosservante al D.M. che lo regolamenta, con un decreto integrativo, rimuove uno dei consiglieri, Michele Palma, facente capo alle pari opportunità e lo sostituisce inspiegabilmente e senza alcun pro, con un sacerdote, don Fortunato di Noto.

    N.B. I link riferiti all’Osservatorio e la rispettiva documentazione non sono più reperibili sul sito del Ministero ai link originali.

    LA MISCELA ESPLOSIVA

    In uno Stato democratico la sovranità appartiene al popolo, ma come fa il popolo ad esercitarla?

    Serve per prima cosa la consapevolezza del popolo riguardo ad un problema e questa consapevolezza il popolo la acquisisce attraverso la stampa che non a caso ha dei privilegi a propria tutela sanciti dalla Costituzione Italiana, come per esempio la riservatezza sulla fonte della notizia.

    Per questo motivo siamo molto arrabbiati con la stampa italiana che censurando i problemi si rende responsabile di impedire ai cittadini la consapevolezza di un problema, quindi la possibilità di tutelarsi e pretendere che il Governo intervenga. Senza un allarme su un problema, quel problema non esiste e se un problema non esiste non si affronta.

    Restando nel tema, i preti pedofili e la tutela dei minori, l’Italia si trova di fronte a un grave problema, da un lato la Santa Sede, che promette provvedimenti che concettualmente non potranno mai essere in favore delle vittime in quanto la chiesa non considera la pedofilia un crimine contro la persona ma un peccato contro la morale. Altro problema di base è la direttiva del 1962 nota come Crimen Sollicitationis, riconfermata nel 2002 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’allora segretario Tarcisio Bertone, direttiva tutt’ora in vigore che di fatto, al di la dei proclami di Bergoglio, impone sui casi di abuso la gestione interna.

    E qui va fatta una riflessione importante che porta inevitabilmente a comprendere che la chiesa non vuole intervenire seriamente sul fenomeno ma cerca di aggirarlo dando all’opinione pubblica la falsa impressione di prendere provvedimenti, evitando di assumersi le proprie responsabilità di fronte alle vittime e ai tribunali.

    Vi siete mai posti la domanda di chi è la competenza sugli abusi sessuali ?

    Mi spiego meglio, se un avvocato abusa sessualmente di un minore, non è che l’ordine degli avvocati istituisce un apposito tribunale per processarlo, la competenza è della magistratura, della giustizia del paese in cui il crimine è stato commesso. Ma allora perché nel caso dei preti la competenza dovrebbe essere della Santa Sede? La Santa Sede ha, se lo ritiene opportuno, competenza tutt’al più sulla questione morale, il fatto che persista nel voler gestire internamente questi casi è riconducibile ad un solo motivo, quello di non rispondere del pregresso alle vittime e alla legge, con la promessa che “staremo più attenti”.

    Pensate un pò se Bergoglio anziché pregare sempre più forte per non sentire le grida delle vittime,  ordinasse ai suoi vescovi, anzichè di gestire i casi internamente, di denunciarli anche alla magistratura. Nel giro di pochi mesi avrebbe risolto il problema garantendo anche la corretta prevenzione per i minori che frequentano le parrocchie di tutto il mondo.

    Detonatore di questa miscela esplosiva, la criminale e complice inerzia dei governi, che alla salute psicofisica dei propri cittadini, hanno preferito tradendo lo Stato, una sottana da preti.

    Di Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Presunti abusi sui chierichetti del papa; don Gabriele Martinelli – NOT FOUND

    Presunti abusi sui chierichetti del papa; don Gabriele Martinelli – NOT FOUND

    Ma che simpatici quelli dell’opera Don Folci, ricorderete il servizio delle IENE dei presunti abusi sui chierichetti del papa e ricorderete il presunto abusatore: Gabriele Martinelli che, malgrado le accuse, è stato consacrato sacerdote.

    Bene, qualche mese fa abbiamo scoperto che perfettamente in linea con l’inaffidabilità della Santa Sede in materia di abuso di minore, il Martinelli raccoglieva prenotazioni per gli esercizi spirituali 2018, alla presenza di Luis Francisco Ladaria, che è niente popò

    di meno che il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: ovvero proprio quell’organo che dovrebbe indagare e processare, in virtù della “tolleranza zero” di papa Francesco, i sacerdoti abusatori.

    Nella foto osserviamo la pagina web dell’epoca, dove il Martinelli figurava nel suo incarico, pagina che dopo la pubblicazione del nostro articolo è provvidenzialmente sparita.

    Certo un po’ più difficile far sparire l’edizione cartacea di cui provvidenzialmente abbiamo copia, ma siamo certi che in virtù della verità riusciranno a far scomparire anche quella.

    Francesco Zanardi

  • I presunti abusi nel seminario di Aversa, la denuncia alla C.D.F. e i silenzi di mons. Lucio Lemmo

    I presunti abusi nel seminario di Aversa, la denuncia alla C.D.F. e i silenzi di mons. Lucio Lemmo

    Otto anni di ansie e speranze senza però ricevere nessuna risposta.

    di Francesco Zanardi

    Una vicenda che ricorda molto un altro caso denunciato dalla Rete L’ABUSO, quello di Diego Esposito, nel quale vedremo, cambia il nome del sacerdote accusato – in questo caso non più Silverio Mura ma Maurizio Palmieri – cambia la presunta vittima – in questo caso non più un alunno di catechismo ma un seminarista del Seminario di Aversa all’epoca 15enne – ma chi gestirà il caso per mandato della C.D.F. sarà sempre lui, monsignor Lucio Lemmo.

    I fatti risalirebbero al 1995 e sarebbero avvenuti nel Seminario di Aversa per mano dell’allora Diacono ed animatore, don Maurizio Palmieri.

    Nella querela depositata dalla presunta vittima presso la Procura della Repubblica di Napoli, si legge che, oltre agli abusi, il Palmieri avrebbe in qualche modo zittito la presunta vittima, con la costante minaccia di “cacciarmi dal seminario e di non aiutarmi più negli studi”, talvolta offrendogli “anche dei soldi in busta chiusa”, “mi costringeva ad aver rapporti sessuali reiterati con lui”.

    La querela, dalla quale abbiamo estratto solo due essenziali passaggi, è del 2016 ed è purtroppo l’ennesima testimonianza dell’immobilità dei tribunali canonici di fronte alle denunce che le vittime inviano alla Santa Sede, immobilità che spesso, anche se non è questo il caso, aiuta la chiesa a far raggiungere alla vittima i termini di prescrizione, momento in cui il reato non è più procedibile penalmente.

    Purtroppo per un cattolico, la denuncia all’autorità civile è quasi sempre, per non dire unicamente, l’ultimo passaggio dettato a quel punto dal desiderio di giustizia: quella negata alle vittime dalla Santa Sede.

    La presunta vittima, infatti, tramite il suo avvocato scrive alla Santa Sede denunciando i presunti abusi nel settembre del 2010. Poco tempo dopo a rispondere è Luis Francisco Ladaria, oggi Prefetto della C.D.F. e all’epoca Segretario, il quale comunica che “ha delegato, per lo svolgimento delle opportune indagini, S.E. Mons. Lucio Lemmo”.

    Come per Diego Esposito, passano gli anni ma non arriva alcuna risposta dalla chiesa fino a che, dopo l’elezione di papa Francesco, e della campagna mediatica di “tolleranza zero” che lo ha seguito, la vittima decide di fare un nuovo tentativo, questa volta scrivendo direttamente al Pontefice.

    Nessuna risposta.

    Questa è l’ennesima testimonianza della giustizia negata alle vittime, anche nel pontificato di Francesco, fatta di proclami e di tanta “tolleranza” per i crimini, “zero” per le vittime, condannate dalla chiesa come nei Gironi Danteschi a vagare dannate per l’eternità, in cerca di giustizia.

    Zanardi