Nato a Santa Giulia di Centaura, nel comune di Lavagna il 20 febbraio 1932, era stato ordinato presbitero il 29 maggio 1955 da mons. Francesco Marchesani.
Laureato in Diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, aveva prestato servizio come Presidente del Tribunale ecclesiastico diocesano. Tra gli altri incarichi quello di Cancelliere e di Canonico della Cattedrale.
Eletto Vescovo di Savona-Noli il 5 dicembre 1980, era stato consacrato il 6 gennaio 1981 in San Pietro da Giovanni Paolo II.
Fu il primo di quattro vescovi a gestire nella diocesi di Savona – Noli, il caso di don Nello Giraudo, ordinato proprio in concomitanza con la sua nomina a vescovo.
Proprio quell’anno, il sacerdote che aveva appena preso i voti esternò le sue tendenze pedofile ai danni di un ragazzino, Massimiliano.
Sanguineti, raggiunto dai genitori del ragazzo che minacciavano querela alla polizia, si limitò a spostarlo quindici chilometri più in la, a Spotorno dove oggi documentiamo decine di vittime.
Ripreso da “LE IENE” proprio sul caso savonese che coprì per primo, non si risparmiò di attaccare le stesse vittime sopravvissute.
10 anni di reclusione, questa la sentenza emessa oggi dal Giudice Laura De Dominicis del Tribunale di Savona nei confronti di don Andrea Melis, ex parroco di Finale Ligure ed ex preside della scuola elementare Assarotti di Genova.
Applica le pene accessorie di cui all’articolo 609 nonies, comma 1), numero 2 e 3, codice penale, nonché l’interdizione perpetua dei pubblici uffici nonché da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonché da ogni ufficio, servizio, in istituzioni o in altre strutture pubbliche o private frequentate prevalentemente da minori.
Applica la misura di sicurezza, dopo l’esecuzione della pena , di cui all’articolo 609, nonies numero tre per la durata di cinque anni.
Condanna l’imputato al risarcimento danni che liquida in via previsionale nella misura di 50.000 € a beneficio della persona offesa oltre alle spese legali e di perizia, nonché alla rifusione dei compensi per la consulenza tecnica di parte; liquida, la rifusione dei compensi alla associazioni costituite, No Child Abuse e Rete l’Abuso, riservando a separato giudizio la determinazione definitiva del risarcimento del danno.
Si è svolta oggi a Savona la prima udienza del processo a padre Andrea Melis, ex parroco di Finale Ligure ed ex preside della scuola elementare Assarotti di Genova, arrestato perché accusato di aver compiuto abusi sessuali su un ex chierichetto e un suo ex alunno.
Il religioso, difeso dagli avvocati Raffaele Caruso e Graziella Delfino, era stato arrestato dai carabinieri di Genova nell’agosto dell’anno scorso.
Davanti a Giudice Laura De Dominicis e al Pubblico Ministero Elisa Milocco si sono costituite parti civili l’Associazione Rete L’ABUSO, rappresentata dall’avvocato Luca Battaglieri, di cui era presente in aula anche il Presidente Francesco Zanardi, l’Associazione No Child Abuse, rappresentata dall’avvocato Greta Dressino, ed in fine gli Scolopi di Genova dove Melis era docente, rappresentati dall’avvocato Andrea Sciello.
Il giudice Laura De Dominicis ha predisposto a fronte della richiesta di incapacità avanzata dai legali del Melis, la nomina di un consulente tecnico, il prof. Francesco Mollica che presterà giuramento il prossimo 10 giugno.
Ha inoltre predisposto una provvisionale di 20.000€ per le due vittime del Melis.
Dal novembre 2019 la diocesi di Savona – Noli vanta alla cronaca locale di essere la prima in Italia (in realtà è stata Milano) ad aver istituito uno sportello per la tutela dei minori composto da un prete, tre psicologi di cui diocesi e cronisti però, non hanno mai reso noti i nomi.
C’è anche un avvocato, dato ad intendere sin dalla presentazione dello sportello diocesano al teatro don Bosco di Savona, in presenza, fosse il dott. Simone Mariani, del foro di Savona, che però, prende le distanze con una missiva di rettifica. Non ci diffida, chiarisce solo la sua estraneità esplicitamente sottointesa nei fatti, dall’iniziativa; “In particolare, non sono componente, né lo sono mai stato, di alcuna commissione facente capo alla Diocesi e/o a qualsivoglia ente ecclesiastico o laico, che si occupi delle questioni e vicende da Voi indicate e, in generale, di abusi e/o violenze sulle persone”.
La domanda è d’obbligo; chi è allora l’avvocato della fantomatica commissione minori della diocesi di Savona e perché alle molteplici richieste avanzate dall’associazione, da ben tre anni ne nega la composizione pubblica?
Una vasta inchiesta della Rete L’ABUSO sul territorio italiano, avviata dall’Ufficio nel 2019 e riguardante nello specifico gli sportelli diocesani per la “tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, voluti dal Motu proprio di papa Francesco “Vos estis lux mundi”, ha ravvisato una serie di gravi irregolarità che spaziano dalla raccolta dei dati sensibili alla loro conservazione e divulgazione, in totale contrasto con le più basilari norme regolamentate dalla legge italiana sulla privacy. Non vi è neppure il consenso informato del malcapitato, già vittima di abusi che spesso in buona fede, sulla base dell’art. 2 §3 dello stesso motu proprio, ritrova i propri dati e la sua stessa deposizione firmata, inviati ad una serie di altri uffici, senza che lui ne abbia copia e senza la possibilità di accedere in futuro a quella deposizione, ancor meno di pretenderne la restituzione.
Non è lo stesso invece per l’avvocato del sacerdote, avvantaggiato e che qualora la presunta vittima, non soddisfatta dall’operato dello sportello decidesse di rivolgersi alla giustizia italiana, non solo troverebbe il lavoro d’indagine della procura gravemente compromesso dalla precedente fuga di informazioni prevista all’art. 2 §3 del motu proprio, che nei fatti e contro qualunque principio investigativo preavvisa i coinvolti, ma rischia di ritrovare le sue stesse dichiarazioni rilasciate azzardatamente e in assenza di un difensore, sottoscritte in precedenza e spesso raccolte da persone che non hanno una specifica competenza, la possibilità che queste siano utilizzate contro di lui nel procedimento italiano.
Tornando al fantomatico sportello savonese, non risultano attivati nessuno dei servizi per le vittime di cui all’art. 5 del motu proprio, tra cui quelli di assistenza medica, terapeutica e psicologica.
Vista la gravità dei fatti emersi in questo caso specifico a Savona e oggi appesantiti controcorrente agli altri sportelli diocesani dal fatto che la stessa diocesi ne neghi la composizione da tre anni, alla luce dell’anomala strutturazione degli stessi che vede ingenuamente e “non informati” a possibile rischio la specifica popolazione, la Rete L’ABUSO chiede l’intervento della prefettura di Savona, legittimata al controllo e la sicurezza del territorio, proprio al fine di evitare che sprovveduti che hanno subito abusi, che per natura si collocano tra le c.d. fasce deboli, ne possano rimanere ulteriormente vittime.
Si sono interessati solo due candidati su cinque, Francesco Versace (Savona popolare) e Luca Aschei (Andare oltre) al protocollo della Rete L’ABUSO-HRC per la tutela dei minori che punta a mettere in sicurezza tutte quelle aree di attività pubblica che lavorano a contatto con i minori, purtroppo rimaste scoperte in Italia, dal certificato anti pedofilia.
Nessun interesse invece da parte delle altre tre liste; Angelo Schirru (Savona avrò cura di te), Manuel Meles (Savona alza la testa) e Marco Russo (Savona che verrà). Più volte sollecitati non hanno dimostrato neppure l’interesse di capire il come e il perché dell’iniziativa, declinando qualunque tentativo di contatto.
Anche se con ritardo dovuto al fatto che in molti comuni le liste non erano ancora disponibili, a giorni il dato ligure, le risposte o i silenzi degli altri candidati alla poltrona di primo cittadino nei vari comuni liguri. (Da qui potete seguire l’evoluzione)
Per il momento il solo dato savonese è obbiettivamente davvero deludente per il senso civico, davvero basso perché una società che non si cura dei minori, figli e nipoti, certo, al di la degli inneggianti nomi delle liste, è difficilmente credibile possa e soprattutto voglia fare qualcosa per le famiglie alle quali viene chiesto il voto.
Un disinteresse che non risparmierà donne, anziani e malati e questo viene da se vedendo che non interessano neppure i bambini. Povero don Gallo, usato oramai solo per il proclama di turno e senza più possibilità di parola. Temo si rivolterà nella tomba vedendo tutta questa ipocrisia.
Tuttavia, anche se inaspettato un dato buono arriva da alcuni servizi sociali, anche se di comuni non al voto, che conoscendo bene le peculiarità del problema che ogni anno solo in Italia fa migliaia di bambini vittime, spesso proprio a causa dell’assenza di prevenzione, nei giorni scorsi, alla luce dell’iniziativa pubblicizzata dalla Rete sui social, ci hanno contattati per sapere, mostrando interesse ed entusiasmo nel protocollo proposto dalla Rete L’ABUSO-HRC. Un protocollo utile in Italia in quanto il legislatore, lasciando scoperta una categoria (il volontariato), ha fatto si che tutti i pedofili, in particolare quelli pregiudicati e quindi impossibilitati a produrre il certificato, cerchino inevitabilmente le loro prede in quella categoria.
Un problema che a differenza degli altri Stati membri l’Italia si rifiuta di affrontare da più di dieci anni e che sfugge ai più grazie all’editoria italiana che ne parla poco e indirizza sistematicamente le eventuali problematiche/soluzioni disconoscendo lo stato, al Vaticano (cioè ad uno Stato estero) anziché al governo italiano, permettendogli così di non pronunciarsi da più di 11 anni.
Un’editoria che poche settimane fa è stata diffidata proprio per questo dalle vittime italiane, a rappresentarle se in assenza di una loro dichiarazione, in quanto sempre nello stesso contesto di disinformazione editoriale (oggi in Italia sostanzialmente ridotta a pochi gruppi, meno di 10 che ne creano di fatto un monopolio), i media hanno assunto una grave posizione unilaterale che per nulla ci rappresenta e che non rappresenta neppure la deontologia giornalistica.
Azioni di censura o ancora peggio utili a disorientare i lettori (disinformandoli) e a far si che gli interessati possano eludere la risposta, come accaduto ancora pochi giorni fa per mano del SECOLO XIX, che nell’ambito dell’iniziativa anti pedofilia #PARTIAMODALBASSO, lanciata alcuni mesi fa dalla sezione Human Rights della Rete L’ABUSO e attualmente indirizzata ai candidati dei 54 comuni liguri che andranno al voto, la testata, quasi a voler dare un colpo di spugna aggirando l’iniziativa, si è limitata a sentire sul tema unicamente i candidati della sola città di Savona, ai quali peraltro non ha neppure chiesto l’impegno elettorale di aderire all’iniziativa, che non ha citato.
Colpo di spugna che tuttavia non cambia il dato importante che vede la Liguria a campione (qui i dati aggiornati in tempo reale) . Dato che porteremo al simposio di Berna per valutare attraverso le adesioni, l’effettivo interesse delle amministrazioni locali, della politica in materia di tutela dei più piccoli.
L’Italia ad oggi risulta indifferente al problema con la complicità dei mezzi di informazione, oltre che inadempiente di fronte ai vari solleciti su accordi europei e internazionali, come il Vaticano, non ha mai risposto all’ONU sul Report Giustizia.
Ma la Rete L’ABUSO, malgrado il deplorevole contesto italiano, porterà al simposio anche delle soluzioni e le formule per poterle attuare in Italia, anche senza dover per forza legiferare o intervenire modificando i patti Lateranensi, come spiega l’avvocato della Rete Mario Caligiuri.
Soluzioni che in modo davvero semplice migliorerebbero da subito la sicurezza e soprattutto alzerebbero notevolmente il livello di prevenzione, oggi praticamente inesistente nel paese.
Un paese che come documenta Stefano Pitrelli sul Washington Post, da meta della cristianità, oggi è meta turistica per gli abusi sui minori dei preti cattolici.
Oggi protetto dall’ala del vescovo di Casale mons. Gianni Sacchi, è tutt’ora li, in piena libertà di movimento malgrado la potenziale pericolosità sociale.
La notizia risale a giovedì 3 giugno, quando più persone ci segnalano il fatto, che cercando di verificare online, stranamente per la prima volta in tanti anni non è stato pubblicato da nessuna testata, neppure locale e quindi per noi più complessa la doverosa verifica.
Era proprio lui, padre Luca che presso l’ospedale Gaslini di Genova, concelebrava insieme ad altri e all’Arcivescovo di Genova, la processione del corpus domini.
Ancora una volta tocca constare costernati, le leggerezze di arcivescovo e vescovo e il fallimento sistematico del Vaticano in materia.
Accontentandoci solo di aggiungere l’ennesimo prete impunito alla lunga lista.
Nel seminario vescovile di Savona erano anni in cui più di un seminarista fuggì senza voler dare spiegazione. Chi lamentava molestie sessuali, chi si diceva terrorizzato dai così detti “occhi di Achille”.
Chi uscito di lì iniziò una vita fortemente disturbata come A. N. o un altro che scappò per recarsi in vaticano, voleva parlare col papa. Si suicidò a Roma la notte stessa buttandosi dal sesto piano dell’ostello in cui si fermò a dormire , un altro si buttò dal balcone di casa.
Non ci fu mai un processo per quei fatti, ci fu però un’indagine condotta dalla procura di Savona con tre ex seminaristi che accusavano Pinetto, poi archiviata per prescrizione, che ravvisava – anche se oramai improcedibili – che quei fatti erano accaduti.
Lo stesso Vaticano sanzionò don Pietro Pinetto, che oggi viene quasi beatificato dai media che non si ricordano nemmeno più di quello che hanno scritto durante le indagini.
Non ricordano nemmeno che il prete querelò le vittime e la Rete L’ABUSO e alcuni giornalisti calunniandoli…
Appresa la notizia e indignate dalla censura stampa che falsamente ignora i fatti e vende fake, commentano…
Una legittima perplessità delle vittime di sacerdoti pedofili anche savonesi, da undici anni riunite nell’associazione Rete L’ABUSO che in Italia le tutela. Persone che non hanno mai ottenuto giustizia, tanto mai il dovuto sostegno delle istituzioni preposte alle quali si sono rivolte. Letti gli atti giudiziari, ci siamo resi conto che quei pedofili in realtà erano stati coperti per anni e non solo da vescovi e colleghi, ma anche da politica e istituzioni della città di Savona che di fatto hanno permesso lo stupro di decine di bambini, in molti casi affidati direttamente dai servizi sociali alle due comunità per minori gestite una da don Giorgio Barbacini, l’altra da don Nello Giraudo.
Agli atti della procura risulta che gli stessi servizi sociali sapessero, ma omisero la denuncia e si limitarono a riferire al vescovo. Non mandarono più bambini, incuranti di quelli che avevano già mandato o erano ancora li. Stessa cosa per quanto riguarda la CARITAS, obiettori di coscienza, volontari ecc.
Anche Livio Giraudo e la moglie Isabella Sorgini, esponenti politici di spicco, tra i pilastri portanti della società savonese, sapevano dai primi del 2000 delle tendenze pedofile di don Nello ma lo coprirono sempre e comunque fino a portarlo con loro a un capo scout dove nel 2005, puntualmente, stuprò un altro ragazzino per il quale sarà poi condannato nel 2012. Da quanto emerge dagli atti, il ragazzino fuggi dopo la violenza e fu trovato ore dopo in lacrime. Tuttavia gli fu negata persino l’assistenza medica e a fine campeggio fu riconsegnato dall’AGESCI lavato e stirato ai genitori, che non furono informati di quanto accaduto. Lo scopriranno solo nel 2010 dopo che io denunciai al PM Giovanni Battista Ferro quei fatti.
Una società e una classe dirigente evidentemente malate che dagli anni 80 al 2010 a Savona hanno preferito anteporre gli interessi politici, economici e religiosi, alla salute psicofisica dei loro stessi figli. La stessa giunta Berruti che vedeva Isabella Sorgini tra gli assessori (servizi sociali del comune di Savona e moglie di Livio Giraudo) fece ostracismo alle vittime, ci rifiutò qualunque sostegno. Lo stesso Berruti, prima ci negò la Sala Rossa, poi fece rimuovere i manifesti affissi dalle vittime attraverso il servizio comunale.
Un’intera comunità civile ma così ignorante o resa tale dalla sua classe dirigente al punto di non sapere che «L’abuso di un bambino è un omicidio psichico» (M. Gabriella Gatti da LEFT)
Decine di vittime che da 11 anni chiedono come è legittimo un sostegno alle istituzioni della propria città, che non ha mai risposto. Persone tutte con grosse problematiche dovute al disturbo post traumatico da stress (classico di chi subisce fortissimi traumi come i soldati che hanno affrontato la guerra del Vietnam) che vedono tra i loro aguzzini non solo i pedofili che li hanno costretti in quella condizione di vita, ma sopratutto gli amici dei pedofili, che prima li hanno coperti e oggi creano intorno alle loro vittime questo barbaro isolamento sociale.
La questione Marco Russo è davvero molto semplice in quanto lo vede nell’ambito professionale più che legittimo, il difensore di due pedofili savonesi di cui siamo vittime, don Giraudo (in cui Russo è difensore ancora nell’attuale processo in corso) e don Barbacini. Il terzo è don Pinetto, ma non solleviamo neppure la questione in quanto fu difeso dall’avvocato Altamura, che non risulta sia candidato.
Il passato slogan elettorale di Marco Russo
Marco Russo invece si e con l’appoggio dell’omertosa ala del fratello di Nello Giraudo e degli stessi amici di sempre, quelli che per anni non videro, non fecero e non risposero… E continuano a farlo.
Lo è niente popò di meno alla carica di primo cittadino di quel comune e quella classe dirigente che da 11 anni ignora le vittime della chiesa (che copre da 40) e per non offende la stessa, rifiuta la presa in carico legittima delle sue vittime, tanto è che siamo ancora qui che bussiamo alla porta.
Per quello ci chiediamo più che legittimamente come gestirà nei nostri confronti il ruolo di sindaco, ammesso che ne abbia, quali programmi ha in sostegno di chi è stato vittima della chiesa savonese, cosa che naturalmente chiediamo anche agli altri candidati.
Il silenzio del candidato sindaco e dei suoi supporter e sponsor alla vigilia della campagna elettorale è qualcosa di agghiacciante che indica che quella società, dirigente e politica che per 40 anni insieme alla chiesa savonese ha prodotto decine di vittime e se ne è lavata le mani, oggi non solo dimostra di non voler neppure provare riparare per quanto possibile il danno fatto, ma si irrita addirittura per fatto che cittadini da anni abbandonati a se stessi, chiedano il semplice rispetto delle loro vite come esseri umani.
Vi lascio alla riflessione di Gianluigi Nuzzi proprio sul caso savonese – Parole Ubikate in mare Celle Ligure