Categoria: Liguria

  • Preti pedofili “l’affetto paterno” del vescovo Lupi.

    Preti pedofili “l’affetto paterno” del vescovo Lupi.

    In riferimento al comunicato diramato ieri dall’ufficio stampa diocesano che ha irritato non poco le decine di persone che nel savonese si sono trovate la vita irreparabilmente distrutta a causa degli atti criminali commessi dai preti pedofili savonesi e coperti per anni dalla diocesi, riteniamo opportuno definire con precisione l’operato del vescovo dimissionario Vittorio Lupi, parecchio differente dal mieloso comunicato diramato ieri.

    Vittorio Lupi arrivò a Savona nei primi mesi del 2008 e fu immediatamente informato da don Carlo Rebagliati su quale fosse la drammatica situazione della chiesa savonese, una situazione senza ombra di dubbio ben conosciuta e anche documentata dalla stessa diocesi e dal Vaticano, come dimostrano le decine di carteggi prelevati dagli inquirenti durante le indagini.

    Malgrado ciò, il vescovo Lupi, nell’estate del 2009 aveva già organizzato il trasferimento di don Nello Giraudo, dopo don Giorgio Barbacini, uno dei più pericolosi pedofili che la diocesi savonese aveva in carico.

    La sua destinazione, come emerge dai documenti interni, era la diocesi di Cuneo. Per fortuna, pochi mesi dopo la Procura della Repubblica di Savona aprì un’inchiesta sul Giraudo e il trasferimento non fu più possibile.

    Le prime vittime che si fecero avanti da subito furono tre. D. D. che all’epoca lavorava proprio negli uffici della Diocesi di Savona, prontamente licenziato da Lupi il 31 dicembre dello stesso anno.

    La seconda fui io, Francesco Zanardi, che all’epoca non lavoravo già più per la diocesi ma che purtroppo vivevo ancora in uno dei loro appartamenti che nel 2005 avevo ristrutturato a mie spese. Per quella ristrutturazione costata ben 55.000€ esisteva un accordo tra me e l’allora economo, don Rebagliati, nel quale la diocesi di Savona si impegnava a rimborsare le spese di ristrutturazione attraverso i canoni di locazione. Inutile dire che Lupi non mantenne quell’accordo, anzi, ebbe il coraggio di sfrattarmi per morosità. Riguardo ai soldi che ancora avanzavo e che non avrei più potuto scalare dai canoni di locazione, inutile dire che non li vidi più.

    La terza vittima, Mirko Gabossi, visto quanto accaduto a me e all’altra vittima, si guardò bene dal rivolgersi a Lupi, il quale nel frattempo invitava le vittime savonesi ad un incontro.

    Da quel 2009 a oggi le vittime di Giraudo passate anche per la procura sono decine e i loro nomi sono emersi in ben 2 inchieste giudiziarie.

    Inutile dire che malgrado le pesanti responsabilità ravvisate dalla magistratura savonese e attribuite non solo al prete ma anche alla diocesi, malgrado il Codice di Procedura Canonica preveda nei casi accertati un risarcimento alla vittima, il vescovo Lupi ha rigettato tutte le richieste avanzate dalle vittime sostenendo che a suo avviso la Diocesi di Savona non si ritiene responsabile.

    Ma la pessima gestione da parte di Lupi dei casi di pedofilia nella diocesi savonese continua con la vicenda di don Pietro Pinetto, finita forse peggio di quella di Giraudo perche se Giraudo oggi non è più prete, non grazie a Lupi ma per propria volontà, Pinetto, malgrado la magistratura abbia riconosciuto le tendenze pedofile del prete, il quale a riguardo ha anche ricevuto una ammonizione dalla Congregazione per la Dottrina della Fede che il vescovo Lupi si è ben guardato dal renderla pubblica, è stato reintegrato proprio da Lupi nella parrocchia savonese di Villapiana che conta più di 200 bambini.

    A nulla sono servite la lamentele dei parrocchiani e le richieste di allontanarlo, almeno dai luoghi dove ci sono minori.

    In entrambi i casi Lupi ha fatto pubblicamente tante promesse, dal processare i preti in sede canonica al prendere seri provvedimenti perché questi crimini non avvengano più. Promesse che nei fatti hanno lo stesso valore delle scuse di facciata fatte in questi anni alle vittime.

    Non può che rimanere il disgusto nel vedere una chiesa così ipocrita e cosi sprezzante del valore dalla vita umana, una chiesa che nei 9 anni di presenza a Savona del vescovo Lupi lo ha visto scagliarsi con così tanta aggressività contro le vittime, costrette a subire l’ennesima umiliazione.

    Una chiesa che non ha risparmiato neppure sacerdoti come don Carlo Rebagliati e don Giovanni Lupino, finiti anche loro nel tritacarne di Lupi, colpevoli di aver cercato verità e giustizia.

    Francesco Zanardi

  • Giraudo BIS: le vittime savonesi chiedono un incontro al Papa. Anche il Vicario don Ferri mentì.

    Giraudo BIS: le vittime savonesi chiedono un incontro al Papa. Anche il Vicario don Ferri mentì.

    Saranno tempi difficili per il nuovo vescovo di Savona Calogero Marino costretto a risanare una diocesi sconquassata da anni di mala gestione e salita agli onori/orrori della cronaca sia per l’alta densità di preti pedofili (il 6% stando all’annuario ufficiale), sia per i modi in cui le varie vicende sono state gestite.

    Una pesante eredità quella che monsignor Vittorio Lupi e i suoi predecessori lasciano al nuovo vescovo partendo dalla richiesta danni, 6 milioni di euro, che avanzeranno per il momento solo 5 delle vittime di don Giraudo, i guai derivanti dall’affaire delle colonie bergamasche e le varie speculazioni che vedono coinvolto l’Istituto per il Sostentamento del Clero e indagato per malversazione l’ex vescovo di Savona, il cardinale Domenico Calcagno.

    Monsignor Calogero Marino dovrà probabilmente anche rivedere e risanare i vertici della curia e quei consiglieri che hanno portato il suo predecessore Lupi, ad un fallimento della gestione diocesana così clamoroso. Tra questi il vice del vescovo Lupi, monsignor Antonio Ferri (già vicario ai tempi di Lafranconi) che da quanto emerge dal carteggio dell’inchiesta BIS su don Giraudo, avrebbe mentito sia alle vittime che alla comunità cattolica savonese per anni.

    Don Antonio Ferri infatti ha sempre dichiarato pubblicamente di non essere mai stato informato delle tendenze pedofile di don Giraudo e di non aver mai avuto sentore di quanto il Giraudo facesse. Ma da quanto emerge dalla sua deposizione fatta alla Squadra Mobile il 21 gennaio del 2012 non è così. Don Ferri infatti era ben a conoscenza della pericolosa condizione del Giraudo sin dagli anni novanta quando ricevette le confidenze allarmate di una scout del Savona 7° la quale gli riferì alcuni episodi di esibizionismo denunciati già allora da alcuni ragazzi ospiti della colonia estiva Padre Cocchi di Garessio.

    In quegli anni don Ferri sarebbe potuto intervenire denunciando, in quanto era Vicario Generale. Ma non lo fece mantenendo così un clima di poca trasparenza che ha portato alla rovina decine di vite umane. In quegli anni si contano più di 50 bambini savonesi che subirono le perversioni sessuali di Giraudo.

    Ma dal carteggio emerge anche quanto poco la diocesi savonese, in barba alle raccomandazioni di Papa Francesco, abbia collaborato in questi anni con l’autorità giudiziaria, così poco da costringerla, dopo la condanna del 2012, ad aprire un fascicolo BIS su don Giraudo. In quel fascicolo decine di nomi, tutti ragazzi ospiti della comunità di Orco Feglino gestita dal prete. Nomi che erano negli archivi ma non furono mai comunicati alla magistratura, almeno dalla diocesi di Savona, li comunicò la Rete L’ABUSO che dopo aver sentito le varie vittime, solo nel 2014 è riuscita a ricostruire faticosamente nome per nome, un quadro decisamente diverso da quello sempre dichiarato dalla diocesi savonese.

    Sulle vicende dei preti pedofili nella diocesi di Savona va ricordato che anche il vescovo Lupi ha sempre mentito facendo credere di non sapere nulla, quando invece, non solo possedeva in cassaforte l’intero carteggio sulle vicende, ma nel 2008 ne era stato informato da più fonti. Ha sempre sostenuto che l’unica vittima di don Giraudo fosse Francesco Zanardi, una bugia che crollò dopo la messa in onda dei 2 servizi delle Iene nei quali sfilarono ben più di una vittima. (Servizi; “Abusi coperti dalla chiesa” e “Abusi nascosti dalla chiesa”)

    Anche le promesse fatte alla comunità cattolica non furono mai mantenute a partire dalla fantomatica commissione d’inchiesta che Lupi annunciò nel 2010, alle promesse di riduzione allo stato laicale dei sacerdoti responsabili degli abusi, ultimo di questi don Pietro Pinetto che anziché essere processato in sede canonica è stato trasferito in una parrocchia che raccoglie quasi 200 minori, quella di San Francesco da Paola.

    L’unico sacerdote che monsignor Vittorio Lupi ridusse allo stato laicale in tempo record, fu don Carlo Rebagliati, reo di aver deposto davanti ai magistrati e di aver esternato la sua omosessualità, tra le altre cose mai accusato di pedofilia.

    Nei giorni scorsi, un sostanzioso gruppo di vittime dei preti pedofili della diocesi di Savona – Noli hanno sottoscritto una lettera inviata a Papa Francesco nella quale chiedono un incontro nel quale si rendono disponibile da subito ad integrare il materiale già fatto pervenire lo scorso anno, tramite don Giovanni Lupino, al Visitatore Apostolico Mons. Alberto Tanasini.

    Crediamo che l’operato del vescovo Lupi e quello di monsignor Ferri, come prevedono le nuove linee guida di Papa Francesco, debba essere valutato da un tribunale canonico. Questa richiesta è dovuta non solo al fatto che nella diocesi savonese, anche se per ora non sono arrivati agli onori della cronaca, vi sono ancora sacerdoti che per il momento ci limitiamo a definire “chiacchierati”, ma anche perché la salute e l’integrità morale dei vertici della curia è fondamentale perché le linee guida vaticane attualmente in vigore siano applicabili. Queste infatti prevedono che i sacerdoti segnalino ai propri superiori presunte o eventuali notizie di reato, sarà poi compito dei superiori intervenire ed eventualmente denunciare all’autorità civile.

    Una condizione che dai dati di fatto sopra esposti non esiste in questa diocesi e che proprio per questa condizione rende poco sicura la presenza di bambini nelle parrocchie della diocesi.

    Spiego meglio, le procedure attuali vietano ai sacerdoti la denuncia di questi crimini, pena la scomunica e questo ce lo ricorda bene il vescovo di Albenga, monsignor Guglielmo Borghetti che riguardo alla vicenda di pochi giorni fa che ha visto coinvolto l’ex vescovo di Albenga Mario Olivieri, ha rimproverato al sacerdote che ha deposto davanti all’autorità giudiziaria, il fatto di non aver informato prima i suoi superiori. Una mancanza che potrebbe costare a don Filippo Bardini non solo una querela penale, ma in sede canonica addirittura la scomunica. Questo proprio in base ad una modifica del codice canonico apportata nel 2013, dove sostanzialmente viene vietata ai membri del clero la facoltà di denunciare autonomamente alle autorità civili, pena la scomunica.

    Capirete bene quindi che se i vertici della curia sono dediti all’omertà, le parrocchie, a prescindere dalla bontà e dall’onestà del parroco, diventano luoghi poco sicuri ed inadeguati per i bambini.

    Ad accompagnare le richieste poste al Pontefice, anche una petizione che ad oggi ha raccolto più di 10.000 firme.

    frazan

  • Don Francesco Zappella. Revocata la cittadinanza onoraria. Avviata un’indagine canonica in Uruguay.

    Don Francesco Zappella. Revocata la cittadinanza onoraria. Avviata un’indagine canonica in Uruguay.

    Nella seconda puntata di SANTO Y SEÑA (qui la puntata del 20-4) andata in onda ieri sera su Montecarlo TV abbiamo assistito ad uno spettacolo che in Italia non siamo certo abituati a vedere. In una sola settimana non solo l’autorità giudiziaria, ma anche chiesa e politica hanno preso chiarissime posizioni nei confronti di don Francesco Zappella, il missionario italiano già condannato nel 1992 per molestie su due minori infraquattordicenni e oggi nuovamente sotto accusa.

    Il vescovo di Melo ha immediatamente avviato un’indagine canonica nei confronti del sacerdote, indagine che a quanto pare non vedrà come oggetto solo le accuse di molestie a danno di minori, ma da quanto emerge dalla stampa locale sembra che i punti da chiarire siano più di uno.

    Il nostro assistito Luis Mario Acuna, nel frattempo è già stato convocato dal tribunale canonico che lo sentirà nella giornata di oggi, 22 aprile 2016.

    Anche la reazione delle istituzioni non si è lasciata attendere. Immediatamente revocata l’onorificenza di Cittadino Illustre che le istituzioni della città di Trenta y Tre avevano conferito al missionario nell’aprile del 2014.

    Anche l’opinione pubblica non è rimasta in silenzio ed è rimasta commossa dal racconto e dal coraggio che Luis Mario ha mostrato, un coraggio che in questi giorni ha stimolato decine di vittime da tutto il paese a denunciare gli abusi subiti da preti cattolici.

    Certo che dire, sbalordisce la rapidità con la quale le Istituzioni Ecclesiastiche uruguagie sono intervenute, soprattutto se pensiamo che lo stesso sacerdote è accusato anche qui in Italia per motivi identici. Ma qui l’intervento della chiesa non si può certo dire sia stato così celere. Quello della politica, ricordiamo le dichiarazioni del consigliere comunale Pier Paolo Villa.

    Ieri vescovo Guglielmo Borghetti che attualmente ha in carico don Francesco Zappella è stato convocato con urgenza da Bergoglio, lunedì toccherà all’ex vescovo di Albenga Mario Olivieri. Nell’incontro che la stampa locale definisce Top Sicret, non possiamo escludere che i due abbiano affrontato anche questo pasticcio internazionale che sta creando non pochi problemi alla Conferenza Episcopale Uruguagia.

    Francesco Zanardi.

    Portavoce Rete L’ABUSO Onlus

  • Caso don Zappella, arresti e fughe di preti dall’Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO

    Caso don Zappella, arresti e fughe di preti dall’Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO

    Un vero e proprio effetto domino quello che si è creato in Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO avviate nel settembre scorso. Al centro dello scandalo sopratutto la diocesi di Melo nella quale anche il sacerdote don Francesco Zappella, già condannato in Italia nel 1992 per abusi su due minori,  ha prestato per anni servizio nelle vesti di “missionario”.

    che nella prima puntata ringrazia pubblicamente la Rete L’ABUSO per l’ottimo lavoro di indagine, da mercoledì 13 aprile ha dedicato uno spazio settimanale di approfondimento della durata di 2 ore nel programma “SANTO Y SEÑA”, partendo proprio dal caso di don Zappella (che proponiamo a fine articolo) che nella cittadina di Trenta y Tre ha suscitato non poco clamore e che non pochi problemi sta creando anche alla diocesi di Melo e alla Conferenza Episcopale uruguagia.

    L’Uruguay era uno dei pochi paesi usciti indenni dai precedenti scandali mondiali, oggi però costretto ad aprire gli occhi su una triste realtà, quella dei preti pedofili.

    Dopo le denunce della Rete L’ABUSO che oltre all’italiano Zappella hanno coinvolto altri sacerdoti, uno di questi inizialmente sospeso dalla chiesa e arrestato dalla polizia locale pochi giorni fa, la Conferenza Episcopale dell’Uruguay è stata costretta a prendere immediati provvedimenti che però hanno provocato pesanti critiche e a quanto pare anche l’indignazione della comunità cattolica uruguagia.

    Nelle linee guida della C.E.U. “il protocollo sulle denunce contro clerici per abuso sessuale su minori approvato nel 2003 dai vescovi chiarisce che è compito del vescovo incaricato di indagare su un caso segnalato, anche se si tratta di una diceria o di un pettegolezzo consistente”. Cosa che la diocesi non avrebbe fatto malgrado le ripetute segnalazioni. Una “Dimenticanza” che non è sfuggita ai cattolici e alla stampa.

    Nel caso specifico del missionario ligure don Francesco Zappella , la magistratura uruguagia ha aperto un’indagine e lo scorso 30 marzo ha iniziato le udienze convocando le prime presunte vittime, vorrebbero anche sentire la versione del sacerdote italiano.

    Da quanto apprendiamo dal nostro legale in Uruguay, il nostro assistito Luis Mario Acuna, che nello scorso settembre eravamo riusciti grazie alle molte donazioni dei sostenitori a portare in Italia per essere sentito dal Sostituto Procuratore di Savona Giovanni Battista Ferro, al momento non è necessaria per lui alcuna tutela legale malgrado gli siano stati sequestrati i documenti.

    La magistratura uruguagia infatti contesta al nostro assistito il possesso di documenti di identità uruguagi falsi. Presumono siano stati fatti fare dal missionario italiano che all’epoca era tutore legale di Luis Mario. Nel racconto del nostro assistito emerge infatti che all’età di 17 anni tentò il suicidio e che don Zappella, per timore che il giovane crollasse psicologicamente e raccontasse tutto, lo fece venire in Italia .

    L’anomalia di quei documenti è che il giovane risulterebbe avere un’età maggiore di quella che il nostro assistito effettivamente ha, le autorità ipotizzano che questa variazione sia stata fatta per permettere al giovane, all’epoca minorenne, di affrontare un viaggio aereo oltre oceano, viaggio che in caso contrario avrebbe potuto affrontare solo se accompagnato. Di questa ipotesi si trova ampio riscontro anche nelle dichiarazioni fatte nel settembre scorso al SECOLO XIX proprio dal missionario Francesco Zappella, il quale non solo calunniava il nostro assistito accusandolo di aver abusato di una minorenne, dichiarando di avere ben 600 testimoni a sostegno della sua accusa, che però non ha mai trovato riscontro , ma in quella occasione dichiarò anche che il giovane aveva “due identità”.

    Si dissociano dal sacerdote italiano anche le autorità uruguagie che in precedenza avevano conferito al missionario la cittadinanza onoraria, oggi revocata da Dardo Sanchez il quale amareggiato si giustifica spiegando che “lo abbiamo nominato cittadino illustre perchè non sapevamo e pensavamo che stesse per morire, per cui abbiamo pensato di ringraziarlo con quella onorificenza”.

    Grazie al coraggio di Luis Mario che in una notevole situazione di difficoltà ha avuto il senso civico e la determinazione di non arrendersi e ai media locali che stanno dedicando da giorni un ampio spazio su questa grave piaga sociale, la redazione di Montecarlo TV e lo stesso Luis Mario ci comunicano che stanno arrivando decine di denunce da presunte vittime in tutto il paese, denunce che hanno costretto la C.E.U. ad istituire un numero al quale le vittime possono rivolgersi.

    Da quanto si apprende dai giornalisti con i quali siamo in contatto risulta che alcuni sacerdoti con “problemi” sono stati addirittura trasferiti all’estero, i più in Argentina.

    L’ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO Onlus ringrazia per la buona riuscita dell’operazione l’Ambasciata Italiana a Montevideo e quella dell’Uruguay a Milano che ci hanno aiutato nella gestione dei rapporti diplomatici. Ringraziamo la nostra interprete Roberta Pietra che in questi mesi si è occupata dei rapporti con le varie istituzioni e con la stampa. Si ringrazia la giornalista Karina Caputi che da 6 mesi circa sta collaborando con noi. Ringraziamo Montecarlo TV e la redazione di  “SANTO Y SEÑA”, in particolare modo nella persona di Alejandro Amaral, che pazientemente ci ha seguiti verificando quanto avevamo a livello informativo. Ringraziamo tutti coloro che in vario modo hanno contribuito alla riuscita di questa civile iniziativa.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO Onlus.

    La puntata riguardante il sacerdote savonese andata in onda mercoledì 13 aprile 2016

    Di seguito la puntata integrale andata in onda mercoledì 13 aprile 2016

    Di seguito la puntata integrale andata in onda mercoledì 20 aprile 2016

  • Caso Zappella; ci cascano le braccia.

    Caso Zappella; ci cascano le braccia.

    Solo pochi giorni fa a Civitavecchia abbiamo assistito alla preoccupazione della cittadinanza che a gran voce ha chiesto alla Diocesi di allontanare dai propri figli il nuovo vice parroco, don Francesco Rutigliano, un sacerdote condannato dal Santo Uffizio per abuso di minore.

    A Savona invece assistiamo increduli e sinceramente molto perplessi a quanto è accaduto oggi durante l’ultima messa di don Francesco Zappella, il parroco di Borghetto S. Spirito condannato nel 1991 a Pinerolo per  atti di libidine violenta ai danni di due minorenni infraquattordicenni e nei mesi scorsi finito nuovamente sotto indagine per reati analoghi.

    In una lettera aperta scritta anche a nome dei parrocchiani, il consigliere Pier Paolo Villa (lega Nord) chiede al vescovo Gulielmo Borghetti che don Francesco Zappella resti a Borghetto.

    “Vi chiediamo di lasciare Don Zappella al suo posto per il bene della parrocchia e di tutti i fedeli”

    Comincia così l’inverosimile lettera aperta del consigliere Villa.

    “Mi sono permesso di scriverVi, si legge nella missiva aperta di Villa, perché ho un peso sul cuore che devo liberare. Lo faccio a nome di decine e decine di parrocchiani che hanno conosciuto in questi 6 anni una persona che, nonostante le sue precarie condizioni di salute, ha saputo avere la forza di dare nuova Vita alla comunità coinvolgendo anziani, adulti, ragazzi, bambini, famiglie”.

    “Anche Voi, prosegue il consigliere comunale di Borghetto, durante le visite in occasione di diverse ricorrenze, avete sottolineato quello che noi, comunque, già conoscevamo. Avete scelto don Francesco come Vostro collaboratore, e avete chiesto ai suoi parrocchiani di tenerlo stretto”.

    “E tenerlo stretto è proprio quello che vogliamo fare. Noi non abbiamo diritto di giudicare, però possiamo parlare fermamente per ciò che abbiamo visto e apprezzato grazie a lui. E i fatti parlano di un uomo forte ed umile, che ha dedicato pienamente la sua acciaccata vita al servizio di chi ha bisogno, come parroco e come volontario nella locale pubblica assistenza, senza mai tirarsi indietro”.

    “Vi chiediamo di lasciarlo al suo posto, per il bene della parrocchia e di tutti i fedeli. Ve lo chiediamo con il massimo rispetto, ma con la convinzione di chi sente di perdere qualcosa di essenziale”, conclude Villa.

    Forse è solo un momento di follia collettiva che li ha spinti a scrivere quella lettera, almeno lo speriamo, quel che è certo è che in questi momenti ci rendiamo ancor più conto di quanto sia difficile la lotta che la Rete L’ABUSO sta portando avanti  e quanto ci sia ancora da fare in Italia per abbattere le barriere dell’ignoranza e del bigottismo.

    Francesco Zanardi

  • “Mi chiamavano il marito del sacerdote” Intervista video a Luis Mario, presunta vittima di don Francesco Zappella.

    “Mi chiamavano il marito del sacerdote” Intervista video a Luis Mario, presunta vittima di don Francesco Zappella.

    “Il marito del sacerdote”, così chiamavano il piccolo Luis Mario a Trenta y Tres in Uruguay dove don Francesco Zappella aveva una parrocchia nella quale andava saltuariamente ma per lunghi periodi.

    A Trenta y Tres la vita è difficile, gente povera senza risorse e con poche speranze di veder migliorare la propria vita e quando un giorno arriva qualcuno che può essere una fonte di benessere, per tutti o solo per qualcuno, questo diventa un’opportunità.

    E questo accadde quando arrivò padre Zappella, un sacerdote missionario che in Italia raccoglieva fondi per finanziare una presunta missione in Uruguay, una missione di cui però pare non esservi traccia. Sia Luis Mario, sia altri contatti sul posto, sia testimoni italiani che a Trenta y Tres ci sono stati, smentirebbero l’esistenza di una missione.

    Raccontano tutti che padre Zappella è un uomo molto potente a Trenta y Tres dove ha ricevuto anche il riconoscimento di cittadino onorario, un uomo che si è conquistato il consenso di alcune figure importanti e non, comprando loro cavalli, camionette, in alcuni casi anche appartamenti.

    Si è creato in quel paese un ambiente omertoso, una sorta di sudditismo che gli avrebbe permesso di vivere protetto, quasi intoccabile perche trovava complici del silenzio coloro che speravano presto di poter entrare nelle grazie del facoltoso missionario, ed ottenere come gli altri un premio per la loro fedeltà.

    Dietro questo silenzio che Luis Mario definisce “una mafia”, lui e suo fratello sarebbero stati abusati sessualmente, non solo da padre Zappella, ma anche da altri due preti. Secondo Luis Mario molti bambini hanno avuto la loro stessa esperienza.

    Nel settembre del 2015 , la Rete L’ABUSO, grazie ad una raccolta di fondi, è riuscita a far venire in Italia Luis Mario, in modo che potesse denunciare alla magistratura italiana la sua storia e raccontare quello che il missionario italiano faceva in Uruguay.

    Di seguito un documento di 30” nel quale Luis Mario racconta con coraggio a Mimmo Lombezzi la sua versione dei fatti, una versione che pare trovare riscontri anche da parte dell’Autorità Giudiziaria. Da quanto emerso dopo la denuncia di Luis Mario, don Francesco Zappella è già stato condannato per atti di libidine violenta nei confronti di due minori di 14 anni. E’ accaduto nel 1992 a Pinerolo.

    Si ringrazia Mimmo Lombezzi

    Roberta Pietra per le traduzioni

    Tutti coloro che hanno partecipato alla raccolta fondi permettendo a Luis Mario e alla Rete L’ABUSO di portare a termine questa denuncia.

  • Don Francesco Zappella; il PM chiede l’archiviazione per una delle vittime

    Don Francesco Zappella; il PM chiede l’archiviazione per una delle vittime

    Il Pubblico Ministero ha chiesto l’archiviazione per una delle presunte vittime di don Francesco Zappella, il giovane uruguayano che nel settembre scorso si era recato in Italia per deporre contro il suo molestatore. Nella richiesta si legge che malgrado l’attendibilità della presunta vittima, sussiste l’improcedibilità per l’intervento dei termini di prescrizione, termini ai quali don Francesco Zappella potrebbe rinunciare e chiarire la sua posizione sulla quale pesa anche una precedente condanna a 1 anno e 2 mesi per reati analoghi, infitta dal tribunale di Pinerolo il 9/5/1991, come scrive il PM nella richiesta di archiviazione “per il delitto di atti di libidine violenti ai danni di due minorenni infraquattordicenni”.

    Restano invece ancora aperte altre due posizioni denunciate, le presunte molestie ai danni di un altro minore, oggi solo 22enne, che potrebbero costare a Zappella l’imputazione di turismo sessuale.

    L’altro possibile capo di imputazione che potrebbe creare fastidi è quello di truffa ai danni di coloro che hanno finanziato per anni la missione di don Francesco Zappella, la quale risulta non essere mai esistita, come confermato da più fonti, una delle quali lo ha anche dichiarato alla Procura Della Repubblica di Savona.

    L’avvocato Sergio Cavaliere che segue “Fernando” ha comunque dato delega all’associazione per un accesso agli atti che sarà effettuato già domani, per valutare meglio la richiesta di danni in sede civile (non prescritta) nei confronti del sacerdote e della diocesi di Albenga, i quali sono già stati messi in mora dal legale.

    La diocesi di Albenga, nel frattempo, fa sapere attraverso un comunicato che accetterà la richiesta di dimissioni da parte del sacerdote Francesco Zappella, dagli incarichi di parroco di Borghetto Santo Spirito e da vice direttore della Caritas Diocesana. Nessun accenno ad una sospensione dal sacerdozio o eventuale processo canonico per i reati già giudicati dall’autorità giudiziaria, anche se si annunciano approfondimenti da parte dell’Autorità Ecclesiastica.

    Francesco Zanardi

    Portavoce Rete L’ABUSO

  • Don Francesco Zappella e la missione che non c’è?

    Don Francesco Zappella e la missione che non c’è?

    “Ma quale missione ? Padre Zappella non ha mai avuto nessuna missione”. “Qui la chiesa ha solo dato in uso la struttura che è di fronte alla canonica, dall’altra parte della strada ma la gestisce il governo a sue spese, non la chiesa”.

    Questo è quello che ci ha risposto circa tre mesi fa al telefono la giornalista uruguagia K. C. mentre cercavamo di capire di più sui viaggi in Uruguay di don Francesco Zappella. Certo una sorpresa non solo per noi, ma anche per coloro che quella missione l’hanno finanziata.

    A raccontarcelo e a formalizzare il tutto davanti agli inquirenti è un altro testimone, questa volta un italiano che spesso si reca a Trenta y Tre, il quale non solo conferma che non è mai esistita una missione, ma racconta che quella struttura della chiesa data in uso al governo è il famoso collegio Quo Vadis, quello dove sarebbero stati adescati e molestati da don Francesco Zappella, padre Sebastian Silvera e padre Gabriel Tojo, ragazzini come Fernando, il giovane uruguagio che la Rete L’ABUSO ha fatto venire a Savona lo scorso agosto, per denunciare la sua brutta storia all’autorità giudiziaria.

    Ma le sorprese sembrerebbero non finire qui perche anche il collegio Quo Vadis non esiste più, è stato chiuso in gran silenzio pochi mesi fa. I motivi dell’improvvisa chiusura della struttura nessuno li conosce, ma nell’aprile 2014 un’altra vicenda coinvolge padre Gabriel Tojo, uno dei due sacerdoti che gestiscono quella struttura, il quale, come racconta anche il quotidiano El Pais, il sacerdote viene aggredito a colpi di machete. La chiesa locale dichiarerà che l’aggressione è dovuta a un tentativo di rapina, ma la polizia sembra non credere a questa ipotesi. L’aggressore infatti, avrebbe dichiarato di aver assalito il sacerdote per motivi personali, dovuti a presunte molestie subite dalla figlia, ospite proprio di quel collegio. Poche settimane fa Tojo e Silvera hanno abbandonato in fretta e furia l’Uruguay per trasferirsi in Argentina, sfuggendo di fatto alla giustizia uruguagia.

    Nel frattempo la magistratura uruguayana che ha incaricato le indagini alla prima sezione investigativa della polizia di Trenta y Tre, ha cominciato a convocare le presunte vittime. Sul piede di guerra anche i servizi sociali che gestivano il collegio Quo Vadis.

    Francesco Zanardi

    Portavoce Rete L’ABUSO

  • Monsignor Borghetti, il pifferaio che magico non è

    Monsignor Borghetti, il pifferaio che magico non è

    Nell’unica diocesi al mondo commissariata da Papa Francesco qualcuno comincia a rimpiangere monsignor Mario Olivieri, chi invece no, fatica a vedere “la grande rivoluzione” messa in atto da monsignor Guglielmo Borghetti, una rivoluzione presunta ma che nei fatti pare solo “tanto fumo ma niente arrosto”.

    A quanto pare il commissario inviato da Papa Francesco per fare pulizia nella diocesi più chiacchierata d’Italia sembra che stia solo facendo silenzio e non pulizia, a dirlo non sono solo molti sacerdoti della diocesi ingauna, ma anche i fatti.

    L’ultimo dei casi che ha lasciato perplessi è quello di don Francesco Zappella, il parroco di Borghetto S. Spirito accusato di molestie e indagato formalmente dalla Procura di Savona per l’ipotesi di reato di violenza sessuale, che paradossalmente, anziché essere sospeso, proprio nei giorni in cui veniva aperto nei suoi confronti un fascicolo, viene promosso da Borghetti come collaboratore della Caritas Diocesana.

    E ancora il caso di Giacomo Pisano, cappellano dell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure che a seguito di un tentativo di furto nella sua abitazione, aveva attirato l’attenzione di don Filippo Bardini, il quale aveva avvisato la vigilanza. Una successiva visita dei NAS aveva accertato una situazione a dir poco imbarazzante, il pavimento dell’abitazione era cosparso di rifiuti, escrementi e avanzi di cibo, e in mezzo a oggetti e paramenti sacri, anche materiale pornografico. Questa vicenda pare non abbia turbato molto la diocesi che lo ha “riciclato” e adesso presta servizio nel fine settimana come vice parroco di Balestrino, mentre in settimana presta servizio a Loano, nella chiesa di S. Pio 10°. In questo caso ad allontanare il sacerdote dall’ospedale non è stata la diocesi, ma la Regione che ha provveduto a “licenziarlo” tramite i vertici dell’ASL .

    Poi c’è il caso di don Renato Giaccardi, arrestato a Mondovì nel luglio del 2005, con l’accusa di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione minorile, adescava giovani tra i 15 e i 18 anni per prestazioni omosessuali. Condannato successivamente in via definitiva a 4 mesi di reclusione, fu trasferito nella diocesi di Albenga dove ora fa il parroco a Loano nella Chiesa della Madonna di Loreto nella zona del porto ed è cappellano presso il santuario delle Suore della Visitazione di Loano, adiacente ad un asilo.

    Ancora in circolazione per la diocesi ingauna don Italo Casiraghi, condannato a 6 mesi nel Canton Ticino per atti sessuali con fanciulli, trasferito anche lui dopo la condanna nella diocesi di Albenga. Lo avevamo scoperto noi della Rete L’ABUSO qualche anno fa mentre celebrava come se niente fosse messa a Pietra Ligure, dove vive tuttora.

    Infine il caso più famoso, quello di don Luciano Massaferro, condannato in via definitiva a 7 anni e otto mesi. Attualmente ai domiciliari e affidato ai servizi sociali di Imperia, di giorno deve solo assolvere i compiti previsti dalla sua mansione, cioè fare il giro di consegna dei pasti, poi può fare sostanzialmente ciò che vuole. Anche se per il momento non dice messa, non è mai stato ridotto allo stato laicale.

    La Rete L’ABUSO ovviamente, occupandosi di tematiche sessuali, si è limitata ad elencare solo questi aspetti. In realtà le recenti vicende ed esternazioni del clero ingauno, nell’ultimo periodo non hanno mancato di guadagnarsi gli onori della cronaca, ma malgrado ciò pare che anche in quei contesti non sia stato preso provvedimento alcuno.

    La domanda che alla fine ci poniamo noi comuni mortali è molto semplice, ma “la grande rivoluzione di Guglielmo Borghetti” in che cosa consiste?

    Francesco Zanardi Portavoce Rete L’ABUSO

  • 8° comandamento; non dire falsa testimonianza. I ripensamenti di mons. Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona-Noli

    8° comandamento; non dire falsa testimonianza. I ripensamenti di mons. Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona-Noli

    E’ piuttosto controversa la moralità di certi uomini di chiesa i quali, quando vengono a conoscenza di reati commessi da membri del clero invitano le vittime a non denunciare dicendo loro che “ci penserà la giustizia divina”. Ma quando sono loro la presunta parte lesa invece, “la giustizia divina” non vale più e corrono subito a sporgere denuncia, spesso anche in malafede.

    E’ il caso di don Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona, il quale in data 27/06/2013 deposita per mano dell’avvocato Giuseppe Sanguineti un esposto nei confronti di Francesco Zanardi, portavoce della Rete L’ABUSO di Savona.

    Monsignor Antonio Ferri lamenterebbe che “in occasione di una conferenza stampa tenutasi presso la Libreria Ubik di Savona in data 23 maggio 2013 (alla quale era stato invitato, quale relatore, il signor Kevin Annet, antropologo noto per aver pubblicato 2 libri relativi agli abusi subiti dagli aborigeni canadesi da parte di sacerdoti), il signor Zanardi ha testualmente affermato che il vicario della diocesi, con un fascicolo aperto su un prete pedofilo, convoca le vittime per chiedere di ritrattare”.

    Secondo il prelato savonese, Zanardi lo avrebbe diffamato anche attraverso una dichiarazione pubblica fatta sul social network Facebook nella quale denunciava il tentativo di inquinamento di prove riguardanti a un’indagine su un prete pedofilo.

    Lo stesso Zanardi denunciava anche di essere stato avvicinato da alcune parrocchiane, le quali, nell’intento di sapere i nomi delle presunte vittime sentite dalla procura, si proponevano di offrire sostegno a questi malcapitati.

    Una delle parrocchiane in questione era la povera Luisa Bonello, la quale accortasi del raggiro a suo danno e delle vittime, denunciò questa circostanza prendendo le distanze dalla curia savonese e riportando questi sotterfugi all’attenzione di Papa Francesco.

    In quell’esposto don Antonio Ferri, lui stesso precisa che “Orbene, anche se il mio nominativo non viene esplicitamente fatto, il riferimento è comunque preciso ed inequivocabile, in quanto l’ufficio che ricopro ed il contesto locale porta necessariamente a riferire quanto pubblicato alla mia persona”.

    Qui avviene il primo “miracolo” perché don Antonio Ferri, stranamente si riconosce in una dichiarazione che non solo non indicava la diocesi dove stavano avvenendo questi fatti, ma non indicava neppure il nome del vicario interessato, il tutto avveniva all’interno di una conferenza stampa dove era ospite Kevin Annet come già indicato, esperto sugli abusi subiti dagli aborigeni canadesi.

    La cosa suona parecchio strana anche per il fatto che Zanardi è portavoce di una associazione nazionale che in tutta Italia ha procedimenti penali aperti nei confronti di sacerdoti pedofili, curioso che Antonio Ferri si sia riconosciuto in quelle dichiarazioni.

    Mons. Antonio Ferri continua lamentando che quelle dichiarazioni, nelle quali si sarebbe riconosciuto in modo così inequivocabile, lederebbero gravemente la sua persona, nonché la sua onorabilità e chiede all’autorità giudiziaria “di verificare se nel comportamento del signor Francesco Zanardi siano ravvisabili estremi di reato e le chiedo altresì di indagare – ove ritenuto – con la necessaria discrezione, onde evitare che un delicato problema di giustizia diventi spunto per alimentare campagne mediatiche tutt’altro che serene ed obiettive, come purtroppo sin qui pare essere avvenuto”.

    Le dichiarazioni di Zanardi, anche se non veniva indicata la diocesi e il prelato coinvolto, arrivavano effettivamente da due presunte vittime del sacerdote Pietro Pinetto.

    Passa poco tempo dalla segnalazione di quelle due vittime quando il 4 dicembre del 2013 Zanardi raccoglie un’altra segnalazione, questa volta da parte di Roberto Nicolick, fratello di un’altra presunta vittima, purtroppo deceduta. Nicolick apprende dalla sua compagna che due persone, approfittando della sua assenza, si sarebbero presentate a casa della madre alla quale avrebbero fatto firmare una dichiarazione riguardante le presunte molestie subite dal fratello Alessandro presso il Seminario Vescovile di Savona. I due uomini, uno italiano e l’altro di origine indiana, si sarebbero qualificati davanti alla donna che all’epoca aveva 91 anni, il primo come il vice del vescovo e l’altro come un suo collaboratore. I due prima di andarsene avrebbero raccomandato all’anziana donna, di non riferire a nessuno di quella visita, soprattutto al figlio Roberto che guarda caso è anche un collaboratore della Rete L’ABUSO.

    L’anziana donna in un primo momento mantiene il segreto, ma poi, perplessa su cosa gli fosse stato fatto firmare e presa dall’ansia confida tutto alla compagna del figlio Roberto, la quale allarmata lo avvisa immediatamente.

    Francesco Zanardi verrà formalmente indagato dalla procura della repubblica di Savona per l’esposto depositato dal vicario mons. Antonio Ferri, in data 23/05/2013 con l’accusa di diffamazione aggravata ai danni del Ferri.

    Ma il 4 febbraio 2015 accade il secondo “miracolo”, chissà, forse L’Arcangelo Gabriele apparso probabilmente in sogno al vicario mons. Antonio Ferri suggerisce – al prelato che precedentemente aveva chiesto alla procura di ravvisare i reati commessi a suo danno da Francesco Zanardi – di depositare un altro documento nel quale dichiarerà; “Premetto che non era mia intenzione, con la mia segnalazione del 19 giugno 2013 denunciare o comunque chiedere l’accertamento di fatti di reato a mio carico ma piuttosto di contribuire al lavoro della procura apportando elementi che ritenevo potessero essere di ausilio per una migliore comprensione dei fatti oggetto delle ripetute denunce/esposti del signor Francesco Zanardi”.

    Continua affermando “Ho, peraltro, preso atto della circostanza che, in ragione di tale comunicazione è stato aperto un fascicolo contrassegnato dal n. 3460/13/21, e, per l’effetto, fermo quanto sopra in ordine alla natura della mia comunicazione del 19 giugno 2013 dichiaro di non aver interesse ad alcun accertamento di condotte illecite nei miei confronti con il riguardo alle dichiarazioni rese dal signor Francesco Zanardi e meglio descritte nella comunicazione medesima”. “Pertanto, nell’evenienza in cui la mia comunicazione dovesse effettivamente essere qualificata come querela, con la presente dichiaro formalmente di voler rimettere la stessa e di non avere interesse alcuno alla prosecuzione delle indagini”.

    Va di certo detto che quel procedimento penale per diffamazione a carico di Francesco Zanardi, qualora la magistratura avesse appurato che diffamazione non era ma anzi, che i fatti dichiarati da Zanardi fossero veri, si sarebbe trasformato in un procedimento per calunnia a carico di mons. Antonio Ferri ai danni di Zanardi. La stessa cosa che è accaduta a don Pietro Pinetto, accusato di aver calunniato con false dichiarazioni di innocenza rilasciate al Pubblico Ministero, una delle vittime, due giornalisti e lo stesso Zanardi.

    Naturalmente nei prossimi giorni gli avvocati della Rete L’ABUSO chiederanno all’autorità giudiziaria di fare chiarezza non solo sull’esposto depositato da mons. Antonio Ferri e poi ritirato, ma unitamente a Roberto Nicolick chiederanno che venga fatta chiarezza su chi e soprattutto cosa, fu fatto firmare alla madre.

    F.