Tag: conferenza episcopale italiana

  • Pregare costa meno, cinque minuti e ti lavi il crimine di dosso – Lettera aperta al Presidente della CEI

    Pregare costa meno, cinque minuti e ti lavi il crimine di dosso – Lettera aperta al Presidente della CEI

    Eccellenza Reverendissima,

    3000 sacerdoti cattolici in Francia hanno stuprato 216.000 bambini, se poi aggiungiamo l’indotto prodotto dall’omertà intorno alle parrocchie, arriviamo a circa 330.000.

    Restiamo pure ai soli 3000 sacerdoti ritenuti colpevoli di 216.000 stupri ai danni di bambini, se facciamo una media la matematica dice che ogni sacerdote ha stuprato 72 bambini. Ignoriamo per quante volte.

    Tutto ciò in Francia, su una base media di soli 22.000 sacerdoti, 3000 sono risultati stupratori di minori.

    Come Lei ben sa, in Italia la media dei sacerdoti è di circa 50.000 e, se la situazione è come in tutte le altre nazioni, troviamo sulla base dei religiosi, dati in linea come riconferma la commissione CIASE, Le chiedo: Lei crede di poter affermare che in Italia non serve una commissione di inchiesta perché il fenomeno è irrisorio ?

    Rispettosi per la giornata di preghiera dedicata alle vittime, le rammento che “la fede, senza le opere è morta” (Gc 2,26) e che “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare“ (Matteo 18/6).

    Qui non serve pregare Eminenza, si deve indagare e si deve pagare, non solo economicamente con  l’indennizzo a chi ha subito, ma anche la pena per chi ha commesso. Non può bastare qualche minuto in una banale preghiera di scuse, e neppure una confessione, almeno che questa non sia davanti ad un Magistrato.

    Pertanto, se pur apprezziamo l’ennesima preghiera, rispettosamente, a nome dell’intera organizzazione italiana delle vittime sopravvissute agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, vittime dei più di 160 sacerdoti ritenuti responsabili in via definitiva in Italia, e degli altri più di 150 attualmente denunciati non Le nascondiamo che avremmo preferito dalla CEI, la proposta di un atto concreto e responsabile, che risarcisse umanamente i sopravvissuti ed anche la Chiesa nel suo concreto pentimento, come accade negli altri paesi.

    Non ci sentiamo in coscienza di poter accettare il vostro omaggio, proprio mentre all’estero, anziché piantare la testa sotto la sabbia come sta facendo la Conferenza Episcopale Italiana, le conferenze episcopali indagano e vendono i loro immobili per indennizzare le vittime.

    Per cui Monsignor Gualtiero Bassetti, ci comprenda del perché non possiamo accettare da Voi un simile, ennesimo atto di vigliaccheria, come qualcosa di positivo, proveniente da un sano e sincero pentimento e non ipocrita, totalmente inutile sia per la prevenzione che per la causa, sia per una possibile rivalutazione della Chiesa italiana, ad oggi decisamente non alla portata dei bambini.

    Con ossequio

    Il Portavoce

    Francesco Zanardi

  • Don Castagneto, l’abuso sui minori e l’insabbiamento tentato da Bagnasco

    Don Castagneto, l’abuso sui minori e l’insabbiamento tentato da Bagnasco

    La procura di Genova chiede l’archiviazione per don Franco Castagneto, parroco di Genova, perché gli abusi su minori dimostrabili sono prescritti e non c’è prova di casi più recenti.

    Il sacerdote, riferisce Il Fatto, è sotto processo davanti al tribunale ecclesiastico della diocesi di Torino. Un processo che avrebbe cercato di insabbiare Angelo Bagnasco, ex arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana. E proprio per questo la Congregazione per la dottrina della Fede, alla fine, gli ha dovuto revocare il ‘fascicolo’. È quanto emerge dai documenti acquisiti in Curia dai magistrati genovesi, che hanno aperto un’inchiesta in seguito all’esposto della onlus Rete L’Abuso contro il prelato.

    Le carte di Bagnasco

    Tra le carte ci sono due relazioni che Bagnasco invia alla Congregazione, l’ex Sant’Uffizio, organo del Vaticano preposto a trattare i casi di pedofilia tra i sacerdoti. Nella prima il cardinale informa l’ufficio della “situazione pregressa” del parroco, di cui, dice, “non ero al corrente” e riporta alcune testimonianze sugli abusi avvenuti a Sori dove don Castagneto ha esercitato fino al 1998. Le segnalazioni pervenute negli anni Novanta Bagnasco non le ritenne veritiere.

    Denunce e testimonianze insabbiate

    Così come la prima testimonianza raccolta, contenuta in una lettera spedita nel 2014 alla Santa Sede da una vecchia parrocchiana di Sori. Le denunce non si fermano: due anni dopo, nel 2016, si presentano al cardinale tre persone che sono preoccupate del fatto che il sacerdote possa nuocere ancora. Bagnasco conduce un’indagine nella parrocchia di Albaro, dove lui stesso è stato viceparroco fino al 1995: “Conosco e ho confidenza con molte persone – scrive -. Da quanto ho potuto raccogliere, non è emerso nessun dubbio o allusione su comportamenti scorretti del parroco; al contrario, ho sentito apprezzamento e gratitudine per la sua dedizione. Inoltre, sono trascorsi dai fatti più di vent’anni”.

    A quel punto il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, chiede l’archiviazione per don Castagneto: i fatti di Sori sono ormai prescritti, mentre le indagini, della Curia e della polizia, non ne hanno appurati di nuovi.

    Per i casi di pedofilia le leggi della Chiesa consentono di derogare alla prescrizione.

    Così la Congregazione risponde a Bagnasco che sussiste un “consistente fumus delicti” a carico del sacerdote, accusato di condotte punibili con la riduzione allo stato laicale. E quindi ordina al tribunale arcidiocesano di Genova di celebrare un processo penale. Ma a marzo 2019 con la sua seconda relazione Bagnasco, tenta di dissuadere il Vaticano: “Anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo”, cioè Bagnasco stesso, per rimuovere il prete dalla parrocchia. Il cardinale propone addirittura che don Castagneto rimanga in parrocchia “fino alla celebrazione delle prime comunioni e delle cresime previste a maggio. Nel frattempo potrebbe preparare la comunità al suo trasferimento, adducendo motivi di forte stanchezza, e quindi la necessità di un adeguato tempo di riposo”.

    Don Castagneto rimarrà ad Albaro fino ad agosto.

    Intanto il tentativo di insabbiamento fallisce. La Congregazione decide di affidare il processo al tribunale dell’arcidiocesi di Torino, revocando “l’autorizzazione precedentemente concessa a Sua Eminenza di celebrare il processo”.

    Oggi il processo voluto dalla Congregazione è ancora in corso. “Don Castagneto è stato fatto sparire dalla parrocchia con una fretta sospetta”, accusa il presidente di Rete L’Abuso Francesco Zanardi. “Perché Bagnasco non ha aspettato quantomeno che riaprisse la comunità di recupero, se gli abusi non si sono più verificati dopo il 1998? E se don Castagneto non ha più reiterato i suoi crimini, perché mai si dovrebbe mandare un uomo ‘guarito’ da uno psicoterapeuta 21 anni dopo?”.

  • GENOVA: La CDF (Vaticano) revoca a Bagnasco l’incarico per il processo a don Castagneto e lo passa a Torino – Contiene tutti gli atti

    GENOVA: La CDF (Vaticano) revoca a Bagnasco l’incarico per il processo a don Castagneto e lo passa a Torino – Contiene tutti gli atti

    La lunga mano di Dio, o almeno di chi in terra agisce in suo nome. Dagli atti che andrò ad esporre, estratti dal fascicolo reso dalla Procura della Repubblica di Genova nell’indagine avviata dalla Rete L’ABUSO nei confronti di don Franco Castagneto , ex parroco di Sori, per cui la Procura in data 21 settembre 2020 ne chiede l’archiviazione per intervenuti termini di prescrizione.

    Gli atti che esporrò sono redatti dall’ex Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Angelo Bagnasco. Nelle sue missive conla Congregazione per la Dottrina della Fede espone la sua istruttoria durata 4 anni, come vedremo, con molte contraddizioni, che forse ha notato anche il Prefetto della Congregazione, poiché dopo averlo delegato a celebrare un processo penale canonico nei confronti di don Castagneto, il 18 luglio 2019, improvvisamente revoca la delega a procedere e trasferisce il processo a Torino.

    Di Francesco Zanardi

    È l’11 novembre del 2018 quando il cardinale Angelo Bagnasco scrive al Vaticano, per l’esattezza a s.e. Luis Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (che da qui in poi abbrevierò con CDF), il massimo vertice di quell’organo preposto proprio a trattare i casi di violenza sessuale da parte di chierici, reato però che come insistentemente leggerete nei carteggi, per la chiesa non è un crimine contro la persona, ma semplicemente un’offesa a Dio, basata sul 6° comandamento del decalogo; “non commettere atti impuri”.

    In quella missiva dell’11 novembre 2018, Bagnasco comunica alla CDF il caso di don Franco Castagneto sottolineando che “si tratta di una situazione pregressa di cui non ero al corrente, che ha richiesto tempo per verificare la consistenza del “fumus” riguardante episodi di molti anni fa, e che sembra non si ripetano dal 1998.”

    Tuttavia, già dal primo allegato che Bagnasco invia sotto forma di relazione, emerge chiaramente che forse lui non sarà stato al corrente di cosa accadeva nella diocesi che ha guidato dal 2006, ma la vicenda, è da tempo arrivata persino in Vaticano.

    Al paragrafo 1) si legge “verso la fine del 2014 mi fu inviata dalla Santa sede...” e conclude affermando “non ritenni di dover procedere.”

     Al paragrafo 2) continua affermando che “il 17 marzo 2016 sono venute in udienza tre persone per rappresentarmi voci di quegli anni che circolavano ogni tanto in parrocchia.”

    “Il 21 marzo ho convocato don Castagneto per informarlo e chiedere conto: disse che erano voci, e che a volte era stato superficiale in qualche comportamento, ma che erano cose molto lontane e comunque superate”

    “Il giorno 4 aprile si è presentato uno dei tre giovani Xxxx  per una deposizione, presente anche S.E. mons. Nicolò Anselmi. I fatti sono circostanziati nella fattispecie e negli anni. Anche lui ha dichiarato la sua preoccupazione perché don Franco possa ancora nuocere.”

    Malgrado tutto, il cardinal Bagnasco si limita a fare qualche domanda ai suoi ex parrocchiani di Albaro ma non raccoglie alcuna preoccupazione, “al contrario, ho sentito apprezzamento e gratitudine per la sua dedizione. Inoltre, sono trascorsi dai fatti più di vent’anni.”

    A preoccupare molto di più il cardinale sembrerebbe l’immagine della chiesa, puntualmente anteposta alla salute di chi la frequenta, nello stesso allegato, al paragrafo 3) commenta “una parrocchiana – oggi residente in omissis – avrebbe scritto la bozza di un libro dove racconterebbe la vicenda con nomi e luoghi di fantasia.”

    Conclude la relazione senza una sola parola di rammarico per le vittime per quanto, anche se pregresso, è emerso e conclude: “consegno a codesta congregazione quanto emerso e chiedo indicazioni di merito.” Genova 10 novembre 2018.

    Sono passati già quattro anni dalla prima segnalazione che Bagnasco ha ricevuto dal Vaticano nel 2014…

    Il cardinal Bagnasco sembra non sapere e non commenta nella relazione (istruttoria) il fatto che in parrocchia ad Albaro, il Castagneto ha allestito una sorta di dormitorio maschile, che G. F. si sarebbe suicidato “in circostanze poco chiare”. Tutte informazioni che abbiamo raccolto durante l’indagine e che confermerà alla Polizia anche il sacrestano di Albaro , forse l’unica persona alla quale Bagnasco avrebbe dovuto chiedere.

    Gli ospiti, tutte persone problematiche e bisognose, soggetti fragili e costretti a una forte sudditanza del Castagneto. Lo stesso sacrestano è uno di questi soggetti. Quando gli inquirenti lo interrogano, emerge chiarissimo l’interesse di coprire il Castagneto che esterna alla P.G. (Polizia Giudiziaria) che nella sua relazione all’A.G. (Autorità Giudiziaria) scrive ”nel marzo (2019) don Franco intercedeva con la curia di Genova per fargli  assegnare un appartamento disponibile nella canonica della parrocchia”, facciamo notare che in quella data, il Castagneto era già stato sentito dall’Autorità ecclesiastica (21 marzo 2016) e sapeva di essere indagato.

    La P.G. aggiunge nella relazione inviata all’A.G. “seppur molto preoccupato per la sua posizione lavorativa, manifestando un forte disagio dovuto all’ansia di dover rispondere alla domande della Polizia, sottolineava e ribadiva più volte di essere solo a conoscenza di quanto sembrerebbe accaduto a Sori ma specificava di non aver sentito alcuna voce malevola o raccolto alcuna lamentela da parte dei parrocchiani che conoscevano don Franco.”

    La risposta della CDF alla relazione di Bagnasco dell’11 novembre arriva sollecitamente e il 27 novembre 2018 è mons. Matteo Visoli a comunicare a Bagnasco di aver ricevuto la missiva e gli comunica che da ora in poi, tutte le successive comunicazioni sul caso dovranno essere contrassegnate con il numero di protocollo 746/2018.

    Il 7 gennaio 2019, è l’arcivescovo Giacomo Morandi che in via istituzionale e per conto della CDF comunica a Bagnasco, oltre all’apertura di un procedimento penale, le gravissime accuse imputate a don Castagneto.

    È il 19 marzo del 2019 quando Bagnasco invia al Vaticano (CDF) una seconda relazione su don Castagneto nella quale, a differenza della prima, in cui il sacerdote minimizzando negava i fatti, in questa è lo stesso cardinale a scrivere “nella relazione – alla luce della sostanziale ammissione da parte di don Franco – presento una proposta per la Sua valutazione e per ricevere ulteriori indicazioni. “

    Nella sostanza, con questa missiva Bagnasco sembra cerchi di salvare il prete tentando “anziché un processo giudiziario, potrebbe essere sufficiente un intervento diretto del vescovo (lui stesso) assistito dal vicario.” Nel frattempo, anche se questo non è un reato, ma una cosa che dovrebbe far accapponare la pelle almeno ai fedeli di Albaro, propone per don Castagneto, (malgrado i reati che lo stesso cardinale documenta) che si lasci celebrare ugualmente le prime comunioni e le cresime, poi, con una scusa “forte stanchezza”, di trasferirlo. Più avanti vedremo dove.

    Altra grande incoerenza che salta all’occhio al punto 4) della proposta del cardinale, è l’affidamento ad un “ottimo psicoterapeuta“.

    La domanda sorge spontanea; se don Franco dal 1998 non ha più reiterato i crimini come il cardinale e a suo dire i parrocchiani sostengono fermamente, perché mai 21 anni dopo, si dovrebbe mandare un uomo “guarito” in una comunità di recupero religiosa e farlo seguire da un ottimo psicoterapeuta?

    Ma qualcosa va storto, forse la CDF non ha gradito la proposta di Bagnasco, questo non lo sappiamo e non si evince nella lettera formale del 18 luglio 2019 che la CDF invia al cardinale, tuttavia qualche motivo spinge il massimo vertice, Luis Francisco Ladaria Ferrer, a revocare il mandato del 7 gennaio 2019 a Bagnasco e ordina la trasmissione di tutti gli atti, al Tribunale Penale Canonico di Torino. Solo due mesi dopo, l’8 maggio del 2020 il cardinale Angelo Bagnasco andrà ufficialmente in pensione.

    La risposta di Bagnasco.

    Il mese di agosto 2019 nella parrocchia di Albaro, sembra essere un’estate più calda che mai. Il 5 agosto il cardinal Bagnasco comunica alla CDF che don Franco Castagneto ha lasciato la parrocchia e con il consenso del vescovo di Casale, è stato trasferito presso il Santuario della Madonna di Crea.

    Anche se nelle dichiarazioni contenute nelle relazioni di Bagnasco don Castagneto non avrebbe più reiterato i crimini, il cardinale motiva il trasferimento presso il Santuario perché il diacono dott. Hermes Marco Luparia, possa prendersi cura di lui nell’immediato, essendo la comunità di recupero di Roma alla quale è destinato, chiusa fino a settembre.

    Pur non comprendendo i motivi per i quali Bagnasco solo adesso ritenga che don Castagneto non possa aspettare soli 25 giorni (siamo al 5 di agosto) fino alla riapertura della comunità di Roma e debba essere supportato con tanta urgenza per fatti che non avrebbe più reiterato dal 1998, verso la metà di settembre, viene recapitata alla Rete L’ABUSO una lettera anonima nella quale ci comunicano che c’è un processo canonico  in corso – quello documentato sopra  –  e l’accusa rivolta al cardinale Angelo Bagnasco di nascondere il Castagneto.

    Per quanto riguarda Albaro, le prime indagini furono un buco nell’acqua. Cercammo di raccogliere indiscrezioni in una domenica di fine settembre, domandammo notizie ai fedeli che uscivano dalla messa, ma trovammo solo bocche cucite, qualcuno addirittura sosteneva di non conoscere neppure don Franco, parroco per 21 anni in quella chiesa.

    Dopo giorni di indagini, prima affiancato dal giornalista Ferruccio Sansa, poi da Alessandro Tesei, recuperammo i nominativi di alcuni ex ospiti del dormitorio allestito da don Franco in canonica, presunte vittime o forse semplici testimoni. Di fatto erano tutti spariti da Albaro insieme a don Franco, irrintracciabili persino dalla Polizia Giudiziaria .

    Ho deciso di pubblicare e articolare questa l’istruttoria del cardinale Angelo Bagnasco con questo episodio  –  non differente da tanti altri – nel quale si evince alla luce della documentazione in nostro possesso, che malgrado quanto papa Francesco abbia modificato nelle nuove procedure dal 2013 a oggi, purtroppo il risultato resta sempre il medesimo. Chi commette i reati di fatto resta impunito, al massimo viene spretato. Chi invece li subisce, anche nel caso non ci siano insabbiamenti, resta di fatto senza alcuna giustizia.

    Come documentò anche Ferruccio sansa durante l’indagine, già nel 1998, a seguito delle denunce fatte alla diocesi di Genova dai soresi nella metà degli anni 90, vi fu un’istruttoria guidata da Alberto Tanasini – attuale vescovo di Chiavari – con la collaborazione di Nicolò Anselmi, fino a metà del 2020 vescovo vicario proprio del cardinale Angelo Bagnasco. Con loro anche Guido Marini che è cerimoniere del papa dal 2007.

    Per quanto sia vero che in quell’epoca Bagnasco non fosse ancora al timone della diocesi – all’epoca dirigeva il cardinale Dionigi Tettamanzi – la documentazione prodotta e i fatti di Sori, erano già documentati dal 1998 e per tutti questi anni nella disponibilità dei vescovi che si sono succeduti, oltre che nella conoscenza di chi aveva raccolto all’epoca le denunce.

    L’istruttoria della Rete L’ABUSO, sull’istruttoria di Bagnasco che avrebbe dovuto istruire il processo penale canonico nei confronti di don Franco Castagneto, poi revocato dalla CDF all’Arcidiocesi di Genova e trasferito a Torino, dove ci si augura abbiano fatto una nuova istruttoria meno ventennale e più approfondita della precedente, purtroppo non vede un’istruttoria sul Cardinale da parte della CDF, che di fatto revoca il mandato.

    L’istruttoria dell’Arcidiocesi di Genova però agli atti, in qualche modo viene presa per buona (o in queste circostanze è la legge ad imporlo) dalla procura di Genova, che non va oltre ed archivia, ma c’è un motivo.

    Qualcuno potrà criticare la giustizia civile di non aver fatto abbastanza, ma qui il braccio della legge è molto corto, oltre alla prescrizione, inadeguata ad un crimine come la pedofilia, ovvero “l’omicidio psichico” di chi la subisce, esistono nei Patti Lateranensi accordi tra Stato e Chiesa che limitano moltissimo l’intervento della magistratura, al punto di doversi rimettere a due relazioni della chiesa (e non alla documentazione agli atti della chiesa – la testimonianza delle vittime – ma un surrogato) di un procedimento che la stessa chiesa revocherà al relatore (Bgnasco) e istruirà in un’altra diocesi.

    Tra questi all’art. 4, punto 4) Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.

    Nel protocollo addizionale, punto 2) par. b) La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici.

    Accordi che da sempre chiediamo al Governo di modificare, come avvenne per mano di Craxi nel 1984, anche oggi basterebbe rivedere il concordato.

    Lo sostiene anche il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, al punto 21 delle raccomandazioni fatte al Governo italiano nel 2019 chiede di;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1984, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    Ma l’Italia da vent’anni sembra non voler sentire e ancora di meno vedere quello che accade, in fondo i bambini non si lamentano finché non diventano adulti prescritti.

  • L’ITALIA parte male: Il Presidente della CEI Bassetti non risponde alle vittime… e neppure ha idea di quanti pedofili ha in casa, ma ha 5 vescovi insabbiatori nel Consiglio Episcopale permanente

    L’ITALIA parte male: Il Presidente della CEI Bassetti non risponde alle vittime… e neppure ha idea di quanti pedofili ha in casa, ma ha 5 vescovi insabbiatori nel Consiglio Episcopale permanente

    Non che ci avessimo creduto, ma siccome non ci piace avere pregiudizi, cerchiamo sempre un riscontro e nell’eventualità che non arrivi come in questo caso, semplicemente ci domandiamo il perché dell’invito.

    Il 20 dicembre scorso, stimolati dall’invito del Comitato organizzatore ai presidenti delle Conferenze episcopali, nel quale chiedeva, prima dell’incontro di febbraio con Papa Francesco, di ricevere le vittime dei sacerdoti pedofili, il Comitato Vittime & Famiglie  cattoliche della Rete L’ABUSO, ha colto l’appello e immediatamente scritto (in veste ufficiale) al cardinale Gualtiero Bassetti, attuale Presidente della Cei.

    La richiesta, anticipata per posta elettronica, letta il giorno successivo, al momento non ha ottenuto alcuna risposta. Da quanto si apprende da un’intervista di Claire Giangravè a padre Stefano Russo, Segretario generale della Conferenza episcopale italiana, nel corso di un evento stampa del 16 gennaio, lo stesso Russo smentisce quanto apparso su alcuni organi di informazione in merito ad un incontro con le vittime italiane prima del summit di febbraio e rettifica: “Le vittime dovranno aspettare fino a marzo per incontrare i membri del CEI”.

    Un summit che pare partire con più di una zampa azzoppata, non solo per la mancata risposta della Cei alle vittime, ma anche per quanto riguarda i dati: eh sì, alla Cei sembra abbiano così a cuore il problema dei preti pedofili che, in tutti questi anni, come dichiara ancora una volta padre Stefano Russo, “Non siamo in grado di dare alcun numero”. Eppure, anche se incompleto, in quanto manca tutto il sommerso, noi qualche dato lo avremmo già prodotto, e lo si può vedere sulla nostra mappa. Quasi 300 casi in soli 15 anni, da Nobel!

    Che il Vaticano e la Cei non ce ne abbiano a male, ma dopo anni di appelli fatti a vuoto, siamo certi comprenderanno se qualche altra perplessità sulla credibilità del meeting sorge sfogliando l’elenco dei membri del Consiglio Episcopale permanente, nel quale troviamo il Cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, che da anni protegge il sacerdote accusato di abusi Silverio Mura, il cardinale Angelo Bagnasco, che ha nascosto nella sua diocesi padre Carlos Buela, accusato di abusi e per questi condannato dalla chiesa Argentina. C’è poi il cardinale Giuseppe Betori, anche lui accusato di aver protetto don Daniele Ralti, accusato di pedofilia e trasferito di parrocchia in parrocchia. C’è poi monsignor Mario Delpini, quest’ultimo non è neppure accusato di aver insabbiato il caso di don Mauro Galli, è lui stesso ad ammetterlo in una deposizione rilasciata alla Questura di Milano. Il vescovo Claudio Maniago, accusato di aver protetto il prete pedofilo Lelio Canti. Qui la lista completa degli insabbiatori italiani.

    Caparezza, in una sua canzone recita “mi fido di te, come di chi fa autostop in manette”. Ci sentiamo di riporre nel Vaticano e nella Cei, fino a prova contraria, la stessa fiducia.

    Zanardi

  • Sondaggio su chiesa pedofilia e possibili soluzioni; ecco cosa pensano gli italiani

    Sondaggio su chiesa pedofilia e possibili soluzioni; ecco cosa pensano gli italiani

    Un sondaggio di cinque domande rivolte a chiesa, governo e legislatore che ha l’obiettivo di capire quale è la percezione dello stato delle cose da parte dell’opinione pubblica e proporre possibili soluzioni già attuate con ottimi risultati in altri paesi.

    La partecipazione è stata notevole basti pensare che un sondaggio simile era stato proposto nel 2014 da IL FATTO QUOTIDIANO e, sulla base già buona di un campione di circa 1600 votanti, il risultato come vedremo è coerente con quello che abbiamo ottenuto noi tre anni dopo ma su un campione notevole, 4010 votanti raccolti tra il nostro sito e i vari social network in 31 giorni.

    Ma vediamo la prima domanda che è simile a quella proposta nel 2014 da Il Fatto Quotidiano (vedi foto) alla quale, a circa un anno dall’elezione di papa Francesco, su un campione di 1683 persone il 31,85% dava fiducia al nuovo papa mentre il 68,15% no.

    In sostanza riproponiamo la stessa domanda riformulata non più sulla fiducia, visto che oramai Bergoglio è operativo da quattro anni, ma sul suo operato: “Pensi che le misure adottate da Papa Francesco per contrastare la pedofilia nella Chiesa siano sufficienti?”. Il 15,1% ha risposto si mentre l’84,9% ritiene insufficienti le misure adottate fino ad ora dalla Santa Sede.

    Un dato che a nostro avviso non varia di molto da quello del 2014, un po’ più ottimistico del nostro in quanto prevaleva la speranza nella “tolleranza zero” tanto annunciata dalla Santa Sede e oggi delusa.

    La seconda domanda invece è rivolta alle posizioni della CEI: “La Conferenza episcopale italiana ha deciso di non denunciare i preti pedofili “per tutelare la privacy delle vittime”. Sei d’accordo?” alla quale nel 2014 il 15,04% ha risposto di si mentre il restante 84,96% non è d’accordo. A nostro avviso il solo inserimento dell’obbligo della denuncia alle autorità civili sarebbe un utilissimo strumento che responsabilizzerebbe i vescovi evitando che il prete accusato venga sistematicamente spostato.

    La terza domanda invece è rivolta all’operato del governo: “In molti Paesi europei le inchieste governative hanno accertato decine di migliaia di casi di violenza sui minori, inchiodando la Chiesa alle proprie responsabilità. Pensi che anche in Italia sarebbe utile una Commissione parlamentare d’inchiesta per fare piena luce sul fenomeno criminale della pedofilia nel clero?”. Qui le cifre si ribaltano totalmente e l’85,75% ritiene sia utile e solo il 14,25% non la ritiene utile. Il nostro paese infatti non ha mai quantificato l’entità del fenomeno sul territorio e al di la della mappa che la Rete L’ABUSO ha prodotto non esiste un dato pubblico ufficiale.

    La quarta domanda invece si occupa di un comma contenuto nel Protocollo Addizionale del Concordato: “Sai che dal 1985 un articolo di modifica del Concordato impone ai magistrati italiani di informare il vescovo riguardo i “procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici” appartenenti alla sua diocesi? Considerando che, di contro, mai nessun vescovo italiano ha denunciato un caso di violenza su minori, ritieni che il suddetto comma vada eliminato?”.  L’82,21% ha risposto si mentre il 17,79% ritiene che questo articolo debba restare immutato. Ricordiamo che anche l’ ONU nel 2014 chiese al governo italiano di rivedere alcuni articoli del Concordato tra Italia e Santa Sede tra i quali la parte dove si sollevano i vescovi dall’obbligo della denuncia. Malgrado oggi esistano dei motivi più che fondati per intervenire, il Governo italiano non ha nemmeno ancora preso in considerazione l’idea.

    Infine la quinta ed ultima domanda che propone quanto attuato dal Governo Svizzero il quale, a nostro avviso, ha dimostrato in questa occasione grande responsabilità, civiltà e rispetto nei confronti dei propri cittadini vittime e anche della chiesa che non è stata per nulla tirata in ballo.

    “Molto spesso chi subisce una violenza da bambino trova la forza di denunciare dopo decenni, quando ormai il reato è prescritto. In Svizzera, il governo ha sospeso per sei mesi la prescrizione dando la possibilità a numerose vittime di denunciare le violenze subite. Pensi che sarebbe utile anche in Italia?”. L’87,95% ha risposto di si e solo l’12,05% no.

    In questi ultimi 15 anni, da quando emersero i primi casi negli Stati Uniti, al di la dei sermoni puntualmente riportati dai media, il Vaticano non è ancora stato in grado di rendere alle vittime nemmeno la cosa più semplice: un risarcimento umano.

    Dopo 15 anni, come è giusto che sia, è lo stato italiano a dover tutelare i propri cittadini mettendo mano alla situazione anziché continuare rendersi complice di crimini efferati come ha fatto fino ad ora, rendendo sacrificabile la vita di altri giovani cittadini.

    Francesco Zanardi

  • Condannato dal Vaticano e “rifugiato” a Genova nella diocesi del cardinale Angelo Bagnasco

    Condannato dal Vaticano e “rifugiato” a Genova nella diocesi del cardinale Angelo Bagnasco

    Mentre continuano i colpi di scena nel caso internazionale del prete italiano don Nicola Corradi, accusato di abusi dagli ex allievi dell’istituto Provolo di Verona, poi “rifugiato” in Argentina nell’omonimo istituto e dalla fine di novembre scorso agli arresti insieme ad altre quattro persone con l’accusa di aver abusato di una sessantina di alunni sordi, a Genova, nella diocesi diretta proprio dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, si scopre che c’è un altro “rifugiato” argentino.

    Stiamo parlando di padre Carlos Buela, che, nel marzo del 1984, fondò la congregazione dell’I.V.E., Istituto del Verbo Incarnato, anch’egli accusato di abusi sessuali, in Argentina, da una ventina di seminaristi, ma, a differenza di don Nicola Corradi, “indagato” dal Vaticano, che lo ha sanzionato.

    Padre Buela fu denunciato la prima volta nel 2005 da un seminarista, oggi 31enne, il quale lo accusava di “molestie subite dall’età di 12 anni“, per le quali in quell’occasione la chiesa decise di non prendere alcun provvedimento. Nel 2009, però, a carico di Buela arrivarono altre denunce di violenza sessuale, circa una ventina e sempre da parte di seminaristi appartenenti all’Istituto del Verbo Incarnato della città di San Rafael (Mendoza, Argentina), che, dopo un’indagine, nel 2010 lo avrebbero costretto a rinunciare al suo incarico.

    La sanzione inflitta a padre Buela per quella che verrà definita “cattiva condotta sessuale e manipolazione delle coscienze” sarà molto timida e generosa, se la caverà con la rimozione dall’Ufficio di Superiore Generale dell’IVE e sarà trasferito inizialmente nell’Abazia “La Pierre Qui Vere”, in Francia, dove sotto il controllo dell’Abate dovrà risiedere fino al nuovo ordine.

    Successivamente, nel 2012, padre Buela sarà trasferito in un monastero spagnolo, quello di “San Isidro de Dueñas de Palencia”, per poi “sbarcare” nel 2015 a Genova presso l’Istituto Religioso Maschile dell’IVE in località Dinegro.

    Tutto ciò accade proprio mentre in Argentina esplode il caso del veronese don Nicola Corradi e proprio quando le vittime che in precedenza avevano denunciato padre Buela all’Autorità Ecclesiastica che nel frattempo lo ha trasferito a Genova, decidono questa volta di denunciarlo tramite l’avvocato Carlos Lombardi – che assiste la Rete L’ABUSO in Argentina – anche alla giustizia civile; lui, però, non c’è più.

    Come mai? Grazie ai trasferimenti troppo facili, resi possibili da accordi tra la Santa Sede e i vari paesi che troppo spesso hanno fini tutt’altro che religiosi, come testimonia un altro caso attuale e sempre argentino, quello di Kusaka KomiKo, una suora colpita da un mandato di cattura internazionale emesso pochi giorni fa, anche lei coinvolta nello scandalo dell’Istituto Provolo di Mendoza e anche lei, come Buela, don Corradi, padre Reverberi e tanti altri, trasferita in un altro paese e sottratta di fatto alla giustizia, per la rabbia delle vittime costrette ad assistere impotenti.

    Anche quello di padre Carlos Buela è un caso esploso quando Bergoglio – oggi Papa Francesco – era arcivescovo di Buenos Aires. Allora, il papa era Benedetto XVI. Un caso che ancora una volta dimostra come la linea della chiesa non sia affatto cambiata e continui a lasciare le sue vittime senza giustizia.

  • Papa Francesco chiede umilmente perdono alle vittime ma non risponde ai loro appelli.

    Papa Francesco chiede umilmente perdono alle vittime ma non risponde ai loro appelli.

    Oggi leggiamo sulle maggiori testate nazionali dell’ennesimo appello di Papa Francesco nel quale chiede perdono alle vittime e ai loro famigliari promettendo più severità. 

    “Come può un prete causare tanto male?” e noi aggiungiamo che cosa può fare il Papa per mettere fine a tutto questo male ?

    Di pochi giorni fa la seconda video denuncia delle vittime italiane, inviata il 29 gennaio alla Segreteria di Stato e diretta proprio a Papa Francesco, alla quale però non ha risposto e nella quale alcuni rappresentanti delle vittime italiane fanno precise richieste.

    Le vittime dei preti pedofili dell’Istituto per sordomuti Provolo di Verona, insieme ad altre vittime italiane denunciano in un video di sei minuti le ambiguità di papa Francesco che tanto dice ma poco o nulla fa in concreto contro l’orrore degli abusi su persone inermi nel clero italiano. Un potente atto di accusa che si aggiunge a quello formulato nel 2014 dalle Nazioni Unite verso la Santa Sede rea di aver violato per quasi 20 anni la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, con evidenti responsabilità degli ultimi tre pontefici: Francesco I, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II.

    «Papa Francesco, siamo qui, ancora una volta. Ora basta!» avvertono le vittime esprimendo tutto il loro sdegno nel vedere gli stessi sacerdoti che in passato abusarono di loro, violentare ancora oggi dopo essere stati trasferiti in Argentina.
    Un j’accuse che parte dal cuore di donne e di uomini oggi adulti e mortificati nel vedere che dopo 15 anni dalle loro prime denunce alla Curia e alla magistratura nulla è cambiato. Malgrado il loro coraggio e le loro battaglie nessuno ha preso provvedimenti se non quelli di allontanare da Verona i casi più problematici. Esattamente come durante tutto l’arco del secondo Novecento la giostra della pedofilia clericale gira ancora. E forse in Italia più di prima come ampiamente documentato con testimonianze e carte originali sul sito dell’associazione Rete L’Abuso che ha prodotto il video con la collaborazione dell’associazione Sordi Provolo onlus, e nei due libri-inchiesta pubblicati tra il 2010 e il 2014 sulla pedofilia clericale dal giornalista Federico Tulli per L’Asino d’oro edizioni. La vicenda più recente riguarda don Nicola Corradi, allontanato in tutta fretta anni fa dopo le molteplici denunce degli ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, nascosto nell’omonimo istituto per bambini sordi Inchiesta per pedofilia a Lujan de Cuyo in Argentina e riapparso da alcune settimane in carcere a Corradilla con l’accusa di aver abusato numerosi minori a lui affidati.

    Questo è solo l’ultimo caso ma davvero tanti sono i preti cattolici che malgrado le denunce o condanne continuano come nulla fosse a esercitare il ministero sacerdotale.
    Don Giampiero Bracchi che aveva già patteggiato una condanna a 2 anni nel 2008 e che nel 2014 patteggia una seconda volta. Don Tiziano Miani arrestato nel 2003 e fatto fuggire negli Stati Uniti dove nel 2010 sarà nuovamente accusato e processato. Don Pascal Manca, già denunciato nel 2012, trasferito in un’altra parrocchia e arrestato nel maggio del 2015. Don Calcedonio Di Maggio, condannato ben 3 volte e mai spretato… una lista ancora lunga, inquietante, decine di sacerdoti solo in Italia. Non è un caso, se come denunciano i sordi del Provolo nel video, la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida anti pedofilia non ha inserito l’obbligo di denunciare i pedofili alla magistratura. Basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori. Come una pessima domestica la Chiesa italiana continua a spazzare la polvere sotto il tappeto, insabbiando casi, evitando di collaborare con le autorità. Perché – chiedono le vittime – papa Francesco non obbliga i vescovi italiani a denunciare?

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica, afferma Tulli, c’è un pensiero perverso che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale il bambino prepubere ha la sessualità e la pedofilia sarebbe un “vizio”, un atto di “lussuria”, un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane immutata la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che anche papa Francesco dice di voler difendere.

    Savona, 27 gennaio 2017

  • #Preti pedofili;  siamo davvero al sicuro?

    #Preti pedofili; siamo davvero al sicuro?

     Alla luce degli ultimi avvenimenti ci sentiamo in dovere di denunciare quello che è di fatto accaduto con le “riforme” attuate da papa Francesco. Riforme che nelle dichiarazioni a mezzo stampa danno l’idea di essere positive, ma vedendo l’applicazione pratica di quelle norme, ovvero come giuridicamente vengono applicate esce una realtà parecchio diversa.

    Rete L’ABUSO dal 2009 si occupa quasi unicamente di pedofilia clericale. Attualmente conta in Italia diverse centinaia di iscritti/vittime, e segue diversi casi sparsi sul territorio. Abbiamo quindi una panoramica piuttosto completa, precisa e aggiornata di quella che oggi è l’effettiva situazione.

    Cercheremo di spiegare per prima cosa il perché secondo noi oggi, con le leggi canoniche e le direttive attuali, nel caso in cui un minore venga molestato in parrocchia, la possibilità che il crimine venga sistematicamente insabbiato o addirittura ignorato è oggi è maggiore del 90%.

    La finestra di tempo di cui parliamo comincia dal pontificato di Papa Francesco nel quadro giuridico e canonico attuale, con le leggi che lui stesso ha creato, partendo dall’ultimo atto, le linee guida divulgate dalla CEI pochi giorni fa.

    Valutazione:

    -La Conferenza Episcopale Italiana, non inserendo l’obbligo di denuncia per i vescovi e riconfermando di voler gestire internamente questi casi, conferma anche che l’obbiettivo principale da tutelare resta l’istituzione, il buon nome e l’immagine della chiesa.

    Ovvia conseguenza, la tutela dei minori affidati quotidianamente alle cure del clero viene messa per i motivi di cui sopra in secondo piano. D’altra parte quando mai è accaduto che uno scandalo di pedofilia non abbia compromesso l’immagine della chiesa?

    Il Presidente della CEI Angelo Bagnasco “rassicura” dicendo che il “non obbligo di denuncia” è per tutelare la privacy delle vittime. Conferma quindi che non vi sarà mai, da parte della chiesa, una denuncia all’autorità giudiziaria: sarebbe, infatti, un atto contraddittorio, perché toglierebbe qualunque senso logico alla norma inserita.

    -La decisione della CEI e le affermazioni del presidente Angelo Bagnasco, a detta di alcuni, sembrano contraddire le dichiarazioni e la linea mediatica, assunta pubblicamente da Papa Francesco. In realtà vedremo che non è proprio così.

    La CEI sta seguendo la linea avviata proprio da Papa Francesco lo scorso a Agosto, quando abilmente nascosta dietro una norma vaticana che avrebbe dovuto inasprire le pene per i preti pedofili, veniva inserita anche una norma che di fatto ha reso illegale la denuncia per tutti i membri del clero e anche per i laici. Questa volta le pene per i “traditori dell’omertà” si sono inasprite e vanno ben oltre la semplice scomunica. Rivelare o ricevere informazioni vaticane riservate è ora perseguibile con una pena fino a due anni di carcere.

    Come vedete in realtà tra la CEI e il Papa la posizione giuridica, cioè la legge che viene di fatto applicata, non il teatrino delle dichiarazioni a mezzo stampa, che peraltro non sono normativa, non sono molto lontane ma viaggiano praticamente parallele. In realtà il non obbligo di denuncia per i vescovi e la norma di papa Francesco sono di fatto “obbligo di non denuncia!”

    Potremmo più semplicemente dire che Francesco ha reso legge una norma che impedisce di rivelare informazioni vaticane riservate, la CEI l’ha semplicemente confermata ai vescovi italiani. La posizione della CEI è perfettamente coerente con la norma di Papa Francesco, l’anomalia sarebbe stata se la CEI, avesse inserito l’obbligo di denuncia!

    -Facciamo quindi un po’ di chiarezza e vediamo in due esempi cosa accade quando all’interno di un luogo dove la chiesa ha autorità si verifica un abuso su un minore?

    1 – Nel caso in cui il minore denunci di aver subito molestie al parroco o agli educatori, per loro scatta immediatamente la norma di cui sopra, la quale di fatto impedisce anche da parte delle persone informate la segnalazione del reato, sia alla famiglia della vittima che all’autorità giudiziaria. Non impedisce però la denuncia alle autorità ecclesiastiche, che la gestiranno a loro piacimento e che sempre secondo la stessa norma hanno comunque l’obbligo di segretezza, quindi non potranno denunciare all’autorità giudiziaria.

    2 – Nel caso invece sia una terza persona, estranea ai fatti venga a conoscenza di un abuso, anche se decide di non parlarne con nessuno, nemmeno con l’autorità ecclesiastica, viene comunque sottoposta al vincolo, che in quel caso, si attiverà nel momento in cui (per esempio) viene chiamato a testimoniare per quei fatti.

    Teniamo conto che questa norma si applica anche ai laici, a tutti coloro che operano nelle attività parrocchiali come doposcuola campo solare ecc. i quali si riferiscono direttamente al clero per quelle attività. Quindi sono pienamente vincolati alla norma dell’omertà.

    Le varie modifiche apportate da Papa Francesco in sostanza garantiscono tutt’altro che il regolare corso della giustizia civile, anzi nel concreto portano ad un’altissima probabilità che avvenga l’esatto opposto.

    Papa Francesco vuol far credere di realizzare una commissione vaticana che vigilerà e interverrà in favore delle vittime gestita dal Vaticano, la quale non dovrà rendere conto a nessuno tranne all’ organo di vigilanza che è sempre il Vaticano.

    A questo punto è doveroso ricordare anche che la chiesa in Italia sta parlando pubblicamente di provvedimenti in soccorso e a tutela delle potenziali vittime dal 2006, attraversando lo scandalo del 2009 e arrivando al 2014, senza mai avere mantenuto nulla di ciò che ha pubblicamente promesso e aggiungendo nel Febbraio 2014 una pesantissima relazione dell’ONU che imputa al Vaticano la responsabilità non solo di decine di migliaia di abusi, ma anche di aver attuato procedure volontarie ai fini di insabbiare i casi producendo così nuove vittime. A seguito della relazione l’ONU ha avanzato al Vaticano una serie di richieste legittime, in quanto sottoscrittore della convenzione ONU per i diritti e la tutela del fanciullo.

    In risposta il Vaticano si è rifiutato di adempiere a quelle richieste e si è difeso rilanciando all’ONU l’accusa di aver snaturato la Santa Sede e non solo: per il portavoce del papa padre Lombardi, le osservazioni del Comitato Onu sull’infanzia «interferiscono nelle posizioni dottrinali e morali della chiesa cattolica».

    Sembra che in Vaticano non condividano il fatto che i diritti umani non variano in base ai propri comodi o a seconda dell’esigenza. Vengono definiti inalienabili apposta!

    La situazione che denunciamo a nostro avviso è grave e notevolmente peggiorata nell’ultimo anno, al punto tale da ritenere pericoloso affidare minori alle cure clero, in quanto la possibilità di non venirne a conoscenza di quello che gli accade oggi non è così flebile. Visitando la sezione del nostro sito chiamata DIOCESI ITALIANE NON SICURE potrete farvi una panoramica di quella che è la reale situazione suddivisa per diocesi italiane. Non troverete le schede di  tutti i casi ma solo una parte, quelli che vanno dal 2005 a oggi, con un massimo di risultati per diocesi che al momento si limita a restituire 100 documenti per diocesi. Il panorama che emerge è inquietante.

    Con questo non vogliamo dire che tutti i preti siano pedofili, oggi però con la norma di papa Francesco possiamo dire che tutto l’ambiente che dipende dal Vaticano è obbligato all’omertà e al silenzio.

    Francesco Zanardi