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  • L’articolo di Vatican Insider diffuso dalla Chiesa di Milano smontato nelle menzogne paragrafo per paragrafo. (contiene documenti)

    L’articolo di Vatican Insider diffuso dalla Chiesa di Milano smontato nelle menzogne paragrafo per paragrafo. (contiene documenti)

    Di Francesco Zanardi

     Ritorno a parlare dell’articolo di Vatican Insider a firma di Andrea Tornielli a seguito di un così detto colpo basso della diocesi di Milano che, in data 26-3-18, ha diffuso tramite mailing-list privata (vedi allegato) – vendendolo come chiarificatore – l’articolo che di seguito riporterò rivedendolo in ogni passaggio con gli stralci delle prove documentali agli atti, le stesse sulle quali il vaticanista Andrea Tornielli, che sostiene di averli letti, basa la sua tesi ma che, ahimè, riportati per intero, danno un significato che, come vedrete, non è poco differente.

    Anche se forse è superfluo ritengo opportuno ricordare, per completezza, che stiamo parlando di violenza sessuale: un evento traumatico, devastante, che spesso la stessa vittima rifiuta e che richiede una rielaborazione non indifferente perché possa essere affrontato.

    Il fatto che chi ha subito un forte trauma non riesca ad esplicitare da subito, nel dettaglio, i particolari scabrosi ed imbarazzati è già la prova che il trauma c’è ed è importante (è un normale e sempre presente meccanismo di difesa e negazione). Sarebbe impossibile il contrario, ovvero se una persona, un ragazzino, fosse in grado di raccontare con lucidità e “serenità”, con una descrizione meticolosa, i particolari del proprio abuso subito, sarebbe verosimilmente falso perché non è compatibile con il trauma, con l’essere scioccato.

    Essere riuscito a dire “quello che si può immaginare” e il giorno stesso dire a don Alberto che si è sentito toccato, abbracciato (ovvero oltre ad aver raccontato di aver dormito nello stesso letto matrimoniale, ha da subito esplicitato il contatto fisico), tutto questo in uno stato di shock come quello raccontato da tutti i testimoni, sia in aula che in precedenza alla polizia, a partire dagli insegnanti, genitori, don Alberto, la fidanzata ecc.. ovvero tutti quelli che lo hanno realmente visto il giorno successivo al presunto abuso, è il modo con cui tutti quelli che hanno realmente subito un abuso sessuale pesante gridano al mondo il loro trauma, è il massimo che ci si può aspettare, soprattutto nei primi giorni.

    In questo caso peraltro ci sono delle aggravanti (che corrispondono anche inevitabilmente ad aumentare il trauma e la derivante difficoltà di esplicitarlo dettagliatamente): parliamo di un ragazzino di 15 anni, cattolico, che ha subito l’evento traumatico non da una persona qualunque, ma da colui che era la sua guida spirituale, nel suo mondo di ragazzino, una figura importante, di cui si fidava e a cui confidava la parte più intima di se.

    Il presunto abuso è, tra le altre cose, di carattere omosessuale, per pregiudizio ancora più difficile da ammettere, soprattutto per chi ha un orientamento etero sessuale.

    È oltremodo disonesto non tenere presente che proprio per la natura del trauma A. non avrebbe probabilmente denunciato per anni se non fosse stato per la caduta in stato di shock, che ha dato ai suoi familiari l’allarme, e costretto A. ad affrontare una situazione che, come leggeremo nella deposizione della sua neuropsichiatra e, come è normalità in tutti i casi simili, non era ancora “pronto” ad affrontare.

    n.b. le parti in rosso tra i paragrafi dell’articolo sono le mie annotazioni e riflessioni


    Abusi, il processo a don Galli: ecco ciò che dicono le carte

    di Andrea Tornielli

    Continua il processo penale che ha come imputato un giovane sacerdote milanese, don Mauro Galli, e con il passare delle settimane emerge il tentativo di coinvolgere nella vicenda l’attuale arcivescovo di Milano, attribuendogli responsabilità nella vicenda. Alcuni media e siti web infatti hanno affermato che monsignor Mario Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, non si sarebbe comportato come previsto dalle norme canoniche* di fronte alle denunce di abusi sessuali. Vatican Insider ha letto il fascicolo con le testimonianze rese alla polizia giudiziaria e al pubblico ministero da tutte le parti in causa.

    *Norme canoniche relative all’INDAGINE PREVIA

    Don Galli è stato accusato  di violenza sessuale ai danni di un giovane che nel dicembre 2011, all’epoca dei fatti, aveva 15 anni. Il sacerdote è attualmente sospeso dall’attività sacerdotale ed è in corso, oltre al processo penale, anche quello canonico secondo le procedure previste.

    Il fatto avviene nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 in una parrocchia di Rozzano. A. è un ragazzo emotivamente fragile e quella sera viene invitato da don Galli a dormire a casa sua, con il consenso dei genitori. Nè la vittima né i suoi genitori però si aspettano che il prete faccia dormire il ragazzo nel suo letto a due piazze.  Il giorno successivo, a scuola, A. denuncia un malessere e tornato a casa racconta ai suoi di essere sconvolto per quanto accaduto nella notte precedente. Non racconta però di aver subito un abuso, una tentata violenza sessuale.

    Quella stessa sera i genitori di A. chiamano don Alberto Rivolta, un sacerdote che conosce la famiglia e che ha un primo colloquio col ragazzo, il quale confermerà davanti al GIP di aver raccontato al prete «soltanto il preambolo e il dopo» di quanto accaduto. Successivamente lo zio del ragazzo contatta anche don Carlo Mantegazza, all’epoca parroco di Rozzano, per chiedere che don Galli venga subito allontanato. I familiari raccontano che A. è rimasto sconvolto per aver dormito insieme al giovane prete. Ecco un brano della testimonianza preliminare di don Mantegazza, resa il 7 ottobre 2014: «Lo stesso A. aveva raccontato loro (ai suoi genitori, ndr) che durante la notte non erano accaduti fatti di approcci sessuali e rapporti sessuali, ma che il solo fatto di aver dormito insieme lo aveva molto agitato e scompensato… I genitori e lo zio mi chiesero espressamente che don Mauro fosse allontanato dalla parrocchia per evitare ulteriori contatti con A.».


    Ci sono alcune riflessioni da fare, la prima: la reazione della famiglia, alla quale è possibile che A. non sia riuscito a dichiarare nell’immediato il rapporto sessuale per i motivi che abbiamo citato in premessa, ma lo stato di shock del ragazzo, come successivamente leggeremo nelle testimonianze, era tale al punto di allarmare la famiglia che interviene proprio nel tentativo di comprendere meglio cosa fosse successo quella notte, perché era evidente che qualcosa fosse successo, qualcosa di così devastante che già la mattina successiva costringeva la scuola a dover chiamare i genitori perché andassero a prendere A., in evidente stato di shock, così evidente che la sera stessa i genitori di A. chiesero al parroco, don Mantegazza, l’allontanamento di don Mauro Galli dalla parrocchia.

     

    A supporto della sua tesi il vaticanista Tornielli cita quanto dichiarato il 7 ottobre 2014 da don Carlo Mantegazza, ma non tiene in considerazione che quella dichiarazione, leggendo le carte, vacilla parecchio perché smentita dal diretto interessato, monsignor Delpini, che dichiarerà alla p.g. “don Carlo Mantegazza mi disse al telefono che A. aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    In uno dei tanti audio inediti, è lo stesso don Mantegazza che, parlando con la famiglia, ribadisce quanto accaduto nel dicembre 2011, confermando la dichiarazione fatta agli inquirenti da Delpini e smentendo la sua del 7 ottobre 2014, rivelando anche un altro passaggio importantissimo che chiarisce l’assoluta malafede della diocesi in questa vicenda, spiegando il perché la denuncia fatta nell’immediato alla chiesa milanese sia stata formalizzata all’autorità giudiziaria solo anni dopo.

    Mantegazza nell’audio dirà “quando vi capita un’altra volta una famiglia che invece di denunciare viene a dirti, come avete fatto voi, è successa sta cosa”.


    Come conferma anche la neuropsichiatra infantile Benedetta Olivari, che ha in cura il ragazzo e che il 22 ottobre 2014 davanti al Pubblico ministero dichiara: «No, A. non ha mai riferito un chiaro episodio di abusi sessuali nei suoi confronti… Quello che emergeva era una grande confusione rispetto a quello che ricordava esattamente o una sua rielaborazione o interpretazione di quanto ricordava.  Diceva che era andato a dormire con il sacerdote e che si era svegliato urlando, non ricordava però il motivo per cui aveva urlato». Anche i tre migliori amici di A. nelle loro testimonianze confermano che il loro compagno non aveva parlato di abuso sessuale.


    Questo passaggio è davvero forviante perché Tornielli estrapola da un contesto ben più ampio, della stessa risposta data agli inquirenti dalla psichiatra Benedetta Olivari, un solo passaggio che, letto così ahimè pare sostenere la tesi che A. non abbia affatto denunciato, ma se invece lo proponiamo integralmente dà una chiave di lettura parecchio differente.

    Intanto emerge che l’affermazione della psichiatra è strettamente personale, si comprende la sua cautela e, in quanto medico, tiene conto di quello che ho scritto in premessa riguardo allo stato di shock della vittima, infatti: non solo afferma che A. in quel momento non era “pronto” – quindi lei non cerca di fare pressioni – ma dichiara che A. “non ha mai riferito un chiaro episodio di abusi sessuali nei suoi confronti”, cioè non esclude affatto che questo non ci sia stato, anzi accresce, sottolineando che “verso l’inizio del 2012 (ovvero poco dopo i presunti abusi) A. ha cominciato a raccontare spontaneamente ed inaspettatamente un evento che era successo qualche mese prima” facendo un esplicito riferimento a quella notte.

    Come da manuale emerge l’ovvia confusione di A. e la difficoltà ad esternare – anche per via del peso che aveva la figura di don Mauro, suo padre spirituale – alternando la conseguente negazione dell’evento a tentativi di esternarlo.

    La stessa dottoressa sottolinea – anche se A. non aveva ancora dichiarato a lei personalmente – che “quella frequentazione e quell’evento in particolare era già conosciuto perlomeno dai suoi genitori”, cioè smentisce il fatto che A. non avesse detto o cercato di esternare a nessuno e in nessun modo gli abusi, dichiara che non ha riferito a lei personalmente “un chiaro episodio di abusi sessuali” dichiarazione tra le altre cose ovvia e corretta perché, qualora la dottoressa avesse appreso direttamente da A. degli abusi, in quanto pubblico ufficiale, avrebbe avuto l’obbligo di denunciare.

     

    Anche le deposizioni dei tre migliori amici di A. pur ammettendo che non vi è stata da parte sua una esplicita dichiarazione di abuso sessuale, non nascondono quanto era evidente, persino per degli adolescenti: ovvero il messaggio di A. riguardo a quella notte e la difficoltà ad ammetterlo esplicitamente era comprensibilmente legata allo stato di shock e alla vergogna di fare una simile ammissione.

       


    Va sottolineato che nell’immediatezza del fatto l’«abuso» che emerge da parte del prete è innanzitutto quello di aver fatto dormire il ragazzo nel suo letto. E poi – racconta don Galli – di averlo abbracciato per evitare che cadesse dal letto. A., a sua volta, racconta di essersi svegliato urlando e di essere stato abbracciato dal sacerdote. Le testimonianze di don Galli e del ragazzo nella sostanza dunque coincidono. A. per diversi anni non offre ulteriori chiarimenti sui fatti di quella notte e non racconta ad alcuno di aver subito un abuso sessuale.


    Qui rimando alle testimonianze dei tre amici e alla dichiarazione di Delpini già discussa prima, fatta alla p.g. e riferita al Natale 2011; “don Carlo Mantegazza mi disse al telefono che A. aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    Trovo davvero volutamente ignorante e offensivo sindacare sul fatto che A. (un 15enne in quel momento sotto shock) non avesse nell’immediatezza chiaramente espresso alla psichiatra i fatti o non li avesse confidati interamente agli amici e gridati ai quattro venti.

    Qui si parla già chiaramente di abuso sessuale, e non è limitato al fatto che A. avesse semplicemente dormito con don Mauro. Come conferma persino l’allora fidanzatina di A., il giorno successivo all’evento il sospetto era cosi reale che persino una 15enne, con tutta l’inesperienza di quell’età, comprendeva chiaramente che il suo fidanzato era stato molto probabilmente vittima di un abuso sessuale, la situazione era così chiara da aver mandato tutti in allarme e aver preteso nell’immediato che don Mauro fosse allontanato dalla parrocchia.

     

    È davvero scorretto giocare su questo punto: esisteva non solo un più che ragionevole dubbio, ma oltre alla deposizione di Delpini che Tornielli, chissà perché, non ha citato, anche in quella della fidanzatina di A. che Tornielli nuovamente, chissà perché, non cita, c’è chiaramente scritto che: la sera successiva al fatto “i genitori di A. avevano chiamato al telefono mia madre alla quale avevano raccontato l’abuso fatto da don Galli su A.”.

    La conferma che A. avessero dormito nello stesso letto avvalorava la tesi e, non che l’aver dormito insieme fosse l’oggetto dell’abuso e del conseguente shock.


    Che cosa avviene subito dopo? Quali decisioni vengono assunte nei confronti del giovane prete? Appena vengono a conoscenza dell’accaduto, così come è stato presentato loro dai protagonisti (ricordiamo che nessuno parla di atti sessuali o di tentato abuso sessuale), i superiori di don Galli affidano il giovane sacerdote a uno psicologo perché inizi un percorso che lo aiuti a comprendere la grave imprudenza compiuta dormendo nello stesso letto con un ragazzo il quale – a detta del sacerdote – appariva bisognoso di conforto e protezione. Don Mauro viene quindi trasferito da Rozzano a Legnano con provvedimento dell’1 marzo 2012 firmato ufficialmente dall’allora vicario generale della diocesi di Milano, monsignor Carlo Redaelli, anche se l’allontanamento effettivo era avvenuto ben prima.


    Devo dire che sono davvero perplesso, riassumiamo fino a qui l’esposizione di Tornielli:

    nessuno avrebbe per il momento denunciato un abuso sessuale;

    nessuno avrebbe alcun sospetto di abuso sessuale;

    l’unico “abuso” che emergerebbe consisterebbe unicamente nel fatto che il minore ha dormito con il prete;

    il prete lo avrebbe soltanto abbracciato solo per evitare che cadesse dal letto…

    ma allora perché don Mauro viene affidato ad uno psicologo? Perché ha dormito nel letto con un 15enne quando, peraltro, aveva almeno altri tre letti disponibili tra la stanza degli ospiti e il divano letto in sala?

    Ma se dormire nel letto con un prete è un abuso, siccome in parrocchia si sapeva che quella notte A. avrebbe dormito da don Mauro, perché nessuno glielo ha impedito ?

     

    Siamo seri, ma quanti preti in gita o in campeggio dormono con adolescenti? Non mi risulta che, tornati dal campeggio, finiscano sulla poltrona di uno psicologo. Se i fatti stanno come dice Tornielli, qui dallo psicologo ci deve andare chi ha mandato don Mauro, non lui.

    Ma nulla, nel passaggio successivo, siccome non era successo nulla e non vi erano motivi neppure per avviare un indagine previa, oltre ad andare dallo psicologo don Galli viene affidato alla sorveglianza di due preti più anziani ? ? ?


    Il vicario di zona, monsignor Mario Delpini (in quel momento non ancora vicario generale della diocesi di Milano), affida don Galli alla cura e alla sorveglianza di due preti più anziani chiedendo loro di accompagnarlo e di vigilare su di lui. Rimane coinvolto nella pastorale giovanile. In quel momento non c’è alcun sospetto di abuso sessuale: il giovane sacerdote ha commesso una grave imprudenza, va seguito, sorvegliato e soprattutto deve prendere coscienza dell’errore che ha compiuto. L’accompagnamento psicologico deve servire per fare emergere le sue fragilità. La prima decisione della Curia ambrosiana non risponde alle procedure codificate da attuare nel caso di un sospetto abuso, semplicemente perché la vittima non ha denunciato abusi sessuali.

    Nel luglio 2012 Delpini viene scelto dal cardinale Angelo Scola come suo vicario generale. Nel settembre 2012 avviene un incontro tra la famiglia di A. e monsignor Delpini.   Il colloquio viene segretamente registrato dai genitori del ragazzo e la trascrizione è agli atti del processo. Proprio su questa trascrizione si fonda il tentativo di addossare responsabilità all’attuale arcivescovo di Milano. Di fronte ai familiari del ragazzo – persone molto religiose e molto attive nella vita della loro parrocchia – i quali si rammaricano per il fatto che don Galli sia stato trasferito di parrocchia, ma non allontanato dalla pastorale giovanile, il vicario generale spiega come ha agito.

    Afferma Delpini, nel dialogo con i genitori di A.: «Il tentativo che è stato fatto, è stato quello di metterlo (don Galli, ndr) nelle condizioni di essere vigilato e di essere seguito, quindi vuol dire affidamento ad un certo parroco, le informazioni su quello che è successo e quindi su quello che il parroco deve vigilare, insomma, per quanto è possibile. Il fatto che viva in un posto, e presti il ministero in un altro posto, il fatto che abbia questo accompagnamento psicologico evidentemente io penso che gli psicologi che l’hanno seguito sono professionisti, che possono aver dato delle risposte, posso anche risentire evidentemente il mio dovere, non è soltanto di accontentare voi, ma è di garantirmi… che non fosse nelle condizioni di replicare una leggerezza, un abuso, o una forma di comportamento certamente da condannare».


    Un modo originale quello di mettere un prete, che pur sostenendo non abbia commesso alcunché, malgrado nessuno avesse sospetti minimi, sia finito tuttavia dallo psicologo e sia sorvegliato da due colleghi sacerdoti per oscuri motivi non comprensibili a noi comuni mortali, finisca ancora in mezzo a dei ragazzi per far sì che Depini abbia la garanzia “che non fosse nelle condizioni di replicare una leggerezza, un abuso, o una forma di comportamento certamente da condannare”, il buonsenso a me farebbe fare il contrario e a voi ?


    Qui Delpini usa la parola «abuso», ma è evidente che si riferisce al fatto dell’aver invitato a dormire sullo stesso letto il ragazzo e di averlo abbracciato. L’abuso di cui parla il vescovo non equivale ad «abuso sessuale» semplicemente perché fino a quel momento né la vittima né altri hanno raccontato ai superiori di don Galli di presunti tentativi di violenza sessuale.

    Delpini continua ribadendo ai genitori che l’atteggiamento di don Galli è «certamente da condannare, cioè non è che io non sto dicendo che non ha fatto niente o che ha fatto poco, sto dicendo che è una cosa sciocca e stupida, e dolorosa oltretutto, anche per la vittima». Ancora una volta, il quadro dei fatti ai quali fa riferimento il vescovo è quello dei primi racconti, delle prime testimonianze peraltro concordanti nei fatti, della vittima e del giovane prete. Dalla registrazione si evince bene che anche il padre di A. ammette che non ci sia stata violenza sessuale, parlando soltanto di «vari abbracci». Ma senza mai far riferimento a tentativi di stupro, a tentata violenza sessuale.


    Doveroso !!! CHE COSA SIGNIFICA ABUSO SESSUALE SU MINORE?

    La definizione legale di molestia su minore considera abuso ogni atto di una persona (adulto o altro minore) che con la forza, la coercizione o le minacce costringa un minore ad avere qualsiasi forma di contatto sessuale o di attività sessuale. L’abuso sessuale include rapporti sessuali e/o  comportamenti che prevedono toccamenti sessuali del minore, molestie senza toccamento e utilizzo del minore a scopo sessuale. A volte può non esserci nessun contatto fisico e l’abuso può avvenire online, tramite chat e/o webcam.


    «Non abbiamo detto a don Mauro “guarda che hai fatto una stupidata adesso ricominciamo da capo”– continua ancora Delpini – gli abbiamo detto: “hai fatto una stupidata che rivela qualcosa che non va” perché nessuno vuol dire, non è grave, però qualcosa che non va c’è nel personaggio…». Dopo l’approfondito colloquio con i familiari di A., Delpini aggiunge (un’altra citazione dalla trascrizione della registrazione effettuata): «Possiamo anche dire che ci sono delle cose da rettificare, perché evidentemente la decisione è stata presa con gli elementi che avevo al mese di gennaio, di quando è stato mandato via, e quindi… e anche con le garanzie che avevo dello psicologo e del padre spirituale: insomma di tutto quello che la Chiesa può mettere in atto. Per dire, non è che adesso uno, va be’, ha fatto una stupidata, lo cambiamo e le continua a fare… questo evidentemente… io sono allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla luna».

    Delpini, dopo aver ricostruito bene il caso con i familiari di A., ammette che «i dati sono un po’ diversi da quelli che avevo quando ho deciso lo spostamento… adesso dobbiamo riprendere la questione e avere altre garanzie». E il mese successivo, il 31 ottobre 2012, don Mauro viene destinato alla Cappellania ospedaliera di S. Maria Annunciata in Niguarda, dunque lontano dal contatto con i minori. Passa qualche altro mese, e il 10 luglio 2013 viene inviato a Roma, ospite di istituto religioso abitato solo da persone adulte. Da allora non ha più ricoperto incarichi ecclesiali. Mentre nessuno ha ancora denunciato don Galli per presunti abusi e neanche segnalato presunti abusi all’autorità ecclesiastica, il sacerdote viene allontanato dal contatto con i minori e mandato a centinaia di chilometri di distanza da Milano.


    Ma come? All’inizio di questo paragrafo Tornielli afferma che finalmente Delpini “dopo aver ricostruito bene il caso con i familiari di A., ammette che «i dati sono un po’ diversi da quelli che avevo quando ho deciso lo spostamento… adesso dobbiamo riprendere la questione e avere altre garanzie»” e poco più avanti ribadisce che “nessuno ha ancora denunciato don Galli per presunti abusi e neanche segnalato presunti abusi all’autorità ecclesiastica”.

    Ma povero don Galli: perché allora lo hanno prima mandato dallo psicologo, poi affidato a due sacerdoti per essere sorvegliato, adesso lo mandano a Roma, così, ancora una volta senza motivo?

    Stando alla ricostruzione di Tornielli, don Galli è indubbiamente vittima di mobbing da parte dei superiori !!!


    La situazione cambia radicalmente l’anno successivo, a metà del 2014, quando A. racconta una nuova versione, penalmente rilevante, descrivendo nel dettaglio quanto ricorda essere accaduto nel dicembre di tre anni prima. Dirà infatti che nel letto a due piazze, quella notte, don Galli ha tentato di abusare di lui , cercando di penetrarlo. Nel luglio di quattro anni fa i legali della famiglia di A. presentano una formale denuncia contro il sacerdote. Il 21gennaio 2015, dopo i primi accertamenti in loco, viene aperta l’indagine previa con la conseguente trasmissione dei risultati alla Congregazione per la dottrina della fede presso la Santa Sede. Il dicastero vaticano, esaminate le carte, affida la questione al Tribunale ecclesiastico lombardo (organismo regionale indipendente dalla diocesi di Milano) per l’apertura della formale causa canonica penale. Il 18 maggio 2015 a don Galli viene notificato il provvedimento di sospensione in modo cautelativo dall’esercizio del ministero sacerdotale.

    «Queste decisioni – affermava in un comunicato del dicembre 2017 la diocesi ambrosiana – mai hanno avuto l’intento di “coprire” il caso…  Testimoniano invece con evidenza l’intento di operare con scrupolo e coscienza, nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane, decidendo ogni volta con gli elementi e le informazioni disponibili in quel momento». «Non a caso – continua la nota della Curia milanese – la decisione di trasferire don Mauro da Rozzano, fu presa soprattutto in accoglimento delle sollecitazioni della famiglia del ragazzo nel 2013, quando questi non avevano ancora denunciato alcunché». È infatti emerso dalle testimonianze preliminari, confermate anche da quelle rese fino ad oggi durante il dibattimento, che la famiglia di A. ha appreso i fatti con maggiore contezza soltanto nel 2014 quando don Galli era già stato trasferito a Roma da un anno.

    Proprio sul modo con cui viene usato dai protagonisti della vicenda il termine «abuso» e sulla mancata chiarezza tra ciò che era conosciuto nell’immediatezza del fatto e ciò che emergerà solo nel 2014, si gioca la partita mediatica di chi cerca di sfruttare questa vicenda per caricare sulle spalle di Delpini e più in generale dei responsabili della Curia di Milano la responsabilità di non aver agito adeguatamente. Le decisioni che vennero prese subito dopo il fatto si possono ovviamente discutere, specialmente col senno di poi, ma non è corretto leggerle alla luce della denuncia formale del 2014 quando venne attestato per la prima volta che il ragazzo ricordava di aver subito un tentativo di violenza sessuale.


    Tra coloro quindi che secondo Tornielli cercherebbero “di sfruttare questa vicenda per caricare sulle spalle di Delpini e, più in generale, dei responsabili della Curia di Milano, la responsabilità di non aver agito adeguatamente” c’è anche un nome illustre, quello del cardinale Scola che, in una lettera ai familiari…

    I responsabili della diocesi ambrosiana non sono parte del processo penale. Mentre la famiglia ha rinunciato a costituirsi parte civile avendo concordato con don Galli un risarcimento. Né la parrocchia di Rozzano né la diocesi di Milano hanno avuto alcun ruolo nella transazione e dunque non hanno contribuito a pagare alcun risarcimento: si è trattato infatti di un accordo avvenuto tra la vittima e il sacerdote. Il processo stabilirà le responsabilità del giovane prete in questa triste vicenda. Il tentativo strumentale di «processare» mediaticamente l’arcivescovo ambrosiano, alla prova dei fatti, appare in tutta la sua inconsistenza.


    Personalmente, da vittima e anche da presidente di un’associazione di vittime, mi sento offeso da questo articolo e dalla disonestà intellettuale con la quale è stato scritto.

    Un articolo che il vaticanista Andrea Tornielli scrive omettendo i documenti di base come la deposizione del diretto interessato, monsignor Mario Delpini – che già da sola invalida sin dalla prima riga dell’articolo l’intero contenuto – basandosi invece su testimonianze di persone che pur avendo compreso l’accaduto non avevano avuto testimonianza diretta.  Calca la mano sulla fragilità del minore che come avete letto dalle testimonianze, soprattutto quelle che Tornielli ha omesso, dà chiari ed espliciti segnali sin da subito, tant’è che persino i tre adolescenti che lo stesso Tornielli cita – omettendone però la deposizione – dichiarano di aver capito fin da subito, anche senza la conferma della presunta vittima, quanto fosse accaduto.

    Quello che è imperdonabile è che senza alcun rispetto Tornielli fa leva su un ragazzino 15enne, presunta vittima di stupro, per non essere riuscito immediatamente ad esternare ancora più chiaramente di quanto avesse fatto i dettagli di quella notte. Al tempo stesso, a fronte della dichiarazione dello stesso mons. Delpini che ammette che SUBITO gli fu comunicato l’abuso sessuale, nessuna critica sul fatto che per tre anni non sia intervenuto e non abbia avviato alcuna procedura canonica, se non solo dopo la denuncia della presunta vittima all’autorità civile.

    Francesco Zanardi Presidente Rete L’ABUSO

  • Incredibile ma vero, don Saverio Aversano è don Silverio Mura, il prete accusato di abusi a Napoli e protetto dal cardinale Sepe.

    Incredibile ma vero, don Saverio Aversano è don Silverio Mura, il prete accusato di abusi a Napoli e protetto dal cardinale Sepe.

    La storia di don Silverio diventa di dominio pubblico nel 2012 quando la sua presunta vittima, Diego Esposito, stanco delle sue denunce alla diocesi rimaste inascoltate, disperato ed in cerca di risposte si rivolge alla Rete L’ABUSO.

    Circa 2 giorni dopo rintracciammo il sacerdote, con grande stupore di Diego scopriamo che insegna ancora religione come quando adescò lui. Lavora a poco più di un chilometro dalla sua abitazione, presso l’Istituto alberghiero C. Russo di Cicciano (NA), anno 2012 – 2013.

    Pochi giorni dopo scompare dall’istituto e anche dal palinsesto degli orari grazie al quale eravamo riusciti a rintracciarlo.

    Si perdono temporaneamente le tracce ma l’anno scolastico successivo 2013 – 2014, questa volta grazie alla segnalazione di alcuni studenti che avevano visto le foto segnaletiche che l’associazione aveva diffuso, lo troviamo sempre come docente di religione, questa volta presso una scuola media di Napoli.

    Da quì in poi interromperà l’insegnamento e di lui perderemo le tracce sino al novembre 2016 quando viene segnalato presso una comunità per sacerdoti con problemi in provincia di Perugia. I motivi di quella sua interruzione dell’insegnamento e il suo trasferimento a Perugia, dalla segnalazione sembrerebbero non essere dovuti alle accuse di pedofilia, ma bensì a problematiche legate all’anziana madre che accudirà fino alla morte che risale a poco più di un anno fa, proprio in concomitanza con il suo incarico a  Montù Beccaria dove scopriremo essere diventato don Saverio Aversano (cognome della madre).

    Non si sa se ridere o se piangere, certo è imbarazzante, secondo alcuni giornali la Santa sede avrebbe riaperto il caso e questo sarebbe avvenuto all’insaputa della vittima e circa un mese prima che si scoprisse che invece era nascosto sotto falso nome a Montù Beccaria, dove continuava a stare a stretto contatto con minori e da dove per l’ennesima volta scomparirà, ancora protetto dai suoi superiori e dalla tolleranza di papa Francesco.

     Redazione

  • La Fake News del papa che riapre il caso di don Silverio Mura. Faceva invece il prete nel pavese. Da due giorni scomparso anche da li.

    La Fake News del papa che riapre il caso di don Silverio Mura. Faceva invece il prete nel pavese. Da due giorni scomparso anche da li.

    Altro duro colpo alla credibilità di papa Francesco, e a quella che la stampa ha battezzato come la campagna “tolleranza zero” contro i preti pedofili: una campagna da noi della Rete LABUSO ribattezzata, non per pregiudizio, ma per l’indiscutibilità dei dati alla mano che la contraddicono, la campagna di “tolleranza” per gli abusatori e “zero” per le vittime.

    Lo scorso 17 febbraio, a pochi giorni dall’interruzione dello sciopero della fame di Diego Esposito che con la sua protesta civile, non violenta e inascoltata da papa Francesco, chiedeva verità e giustizia per i presunti abusi subìti dal sacerdote Silverio Mura, alcuni quotidiani e l’agenzia ANSA, davano notizia, confermata anche dal direttore della sala stampa vaticana Greg Burke, che papa Francesco avesse riaperto – dopo il primo insabbiamento dell’indagine da parte della diocesi guidata dal cardinale Sepe – il caso di Diego Esposito.

    La Rete LABUSO, di cui Diego Esposito fa parte, smentì immediatamente la fake news vaticana sottolineando che, non solo la presunta vittima, ma neppure il suo avvocato e la stessa associazione, non avevano alcuna notizia a riguardo.

    Ammodernando un pò il termine, quando si dice che le fake news hanno le gambe corte, arriviamo a pochi giorni fa, il 7 marzo 2018 quando un servizio de Le Iene propone proprio il caso del nostro associato, Diego Esposito.

    È proprio in quel servizio che il sindaco di Montù Beccaria (Pavia) – Amedeo Quaroni – riconosce il prete accusato nella trasmissione: esercita e vive in paese, fa ancora il catechista ed è ancora a contatto con minori, come trent’anni fa quando adescò Diego. Proprio vero, il lupo perde il pelo ma non il vizio, mi riferisco al catechismo, naturalmente.

    Il trasferimento di don Silverio Mura a Montù Beccaria avviene all’incirca un anno fa, presumiamo dopo la morte della madre che, fino ad allora, don Silverio aveva accudito e che da tempo limitava notevolmente la libertà di movimento del sacerdote.

    Certo che la chiesa non si è fatta scrupoli, altro che indagine canonica, altro che prevenzione, dopo il funerale della madre lo ha rimesso subito in pista e, cosa c’è di meglio che un bel paesino di poche anime nel pavese, a 800 km di distanza da Napoli.

    Inutile dire che quando il sindaco di Montù Beccaria ha cercato di avere notizie, don Silverio aveva già preso il volo.

    Sarà andato a fare il processo canonico ?

  • Il Papa: “A chi è colpevole non darò mai la grazia” – Ma lascia che si riabiliti don Luciano Massaferro

    Il Papa: “A chi è colpevole non darò mai la grazia” – Ma lascia che si riabiliti don Luciano Massaferro

    Pare che oggi ci sia grande indignazione per la notizia che don Luciano Massaferro, il sacerdote di Alassio condannato nel 2012 dalla Cassazione ad una pena di sei anni, sia stato riabilitato completamente dal tribunale della chiesa.

    Dopo i casi di don Paolo Turturro, don Marino Genova e via dicendo, ancora una volta le parole di papa Francesco tornano a stridere con la realtà dei fatti, ancora una volta chi nelle parole non doveva essere graziato, viene addirittura riabilitato.

    Ancora una volta, in dispregio alla giustizia civile che, dopo tre gradi di giudizio, ha condannato don Lu, per il tribunale ecclesiastico invece il verdetto è opposto: «deve essere completamente riabilitato in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti».

    Non mancano all’appello le perle di saggezza del cardinale Angelo Bagnasco che al Secolo XIX dichiara; «Credo anzi mi risulta che siano state fatte tutte le procedure canonicamente e giuridicamente previste del caso. Per cui lui tornerà operativo secondo le modalità previste. L’augurio è che possa essere sereno nel fare il sacerdote, nel limite delle possibilità previste». Certo che il prete sia sereno, e la vittima ?

    Ma la vera domanda che mi pongo, anche leggendo i vari commenti agli articoli è: cos’è che fa indignare?

    Il fatto che sembri impossibile un verdetto opposto tra il Tribunale Civile e quello Ecclesiastico?

    Oppure il fatto che il prete torni a dire messa nonostante tutti i proclami del Papa sul fatto che “non c’è posto nella Chiesa per chi abusa dei bambini…”?  A quali casi si riferirebbe il Papa se non a quelli in cui la colpevolezza è accertata dal Tribunale?

    Oppure il fatto che la chiesa non renda giustizia alla vittima che, tra le altre cose, malgrado la condanna, nessuno ha finora risarcito?

    È questa l’attenzione del Papa per le vittime come pochi giorni fa proclamato anche dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori?

    La Diocesi non ha speso una sola parola per la vittima …

    Zanardi

    Per non dimenticare…

  • I processi Canonici e la fregatura per le vittime

    I processi Canonici e la fregatura per le vittime

    Si è parlato tanto dei processi Canonici e dei Tribunali Ecclesiastici fatti apparire come una rivoluzione senza precedenti. Peccato che si siano dimenticati di dire che cosa è in realtà un Tribunale Ecclesiastico, come funziona e quale sia il rischio per la vittima.

    Si chiamano tribunali, proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non vi hanno detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di la dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo.

    Grazie ad alcuni dei nostri assistititi siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici, durante i quali la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, ma dove paradossalmente, con il consenso della vittima può assistere l’avvocato dell’imputato. Esattamente come è accaduto ai due giornalisti, Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.

    Durante questi processi, quando è presente la vittima, non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente ad un interrogatorio dove vengono acquisite le varie informazioni che riguardano lo specifico caso. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli. Alla vittima non viene rilasciato inoltre nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione.

    Quali sono le basi sulle quali si sviluppa il processo canonico?

    Anche in questo caso esiste un punto cardine davvero importante che fa capire l’abissale differenza con i tribunali che tutti conosciamo.

    Per la chiesa, l’abuso sessuale nei confronti di un minore, non è un reato penale nel quale la vittima è la parte lesa, bensì un’offesa morale a Dio. Ne viene da se che in quella sede, vittima e carnefice sono messi sullo stesso piano, sono entrambi peccatori, per questo le vittime vengono spesso snobbate dalla chiesa, perché sono viste come la parte che ha indotto il sacerdote in tentazione e non come colui ha subito la violenza.

    Esiste ancora un’altra differenza, questa volta tra la vittima e il sacerdote, una differenza gerarchica, possiamo chiamarla cosi, il sacerdote in quanto ministro di Dio è valutato ad un livello decisamente superiore di quello della vittima, la quale invece è un comune fedele, ovvero un peccatore ché ha permesso al sacerdote di “cadere in tentazione“.

    È proprio per questo motivo che la chiesa soccorre e accoglie come “una madre amorevole” il pedofilo nascondendolo o mandandolo in quei centri impropriamente chiamati di recupero di cui vi ho parlato pochi mesi fa, nei quali, come si legge puntualmente in tutti i comunicati diocesani divulgati in queste occasioni, il sacerdote non viene curato per una devianza, ma viene “rigenerato” nella sua parte morale e spirituale attraverso la preghiera, pentimento e isolamento.

    La fregatura per la vittima

    La Rete L’ABUSO sconsiglia caldamente ai propri assistiti di prestarsi ai Processi Canonici, almeno fino a quando sono in atto procedimenti nei tribunali civili. Tuttavia non possiamo vietarlo, ma state molto attenti perché il rischio è quello di arrivare in alcuni casi addirittura a perdere il processo.

    “L’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma spiega: «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante» spiega Caligiuri, che sottolinea: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali è stato ratificato nel 2012 dall’Italia.”

    Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto. «Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali – sottolinea Caligiuri -. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma l’avvocato -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». cit. LEFT del 10-12-16 pag. 32 (di federico Tulli)

    Cosa succede in caso di condanna del sacerdote?

    Nei Tribunali Canonici la massima pena che si può infliggere ad un sacerdote è la scomunica. Viene da se che in questo caso il pedofilo che prima di mestiere faceva il prete, resta un pedofilo che continuerà ad abusare anche se non più in abito talare. Nei suoi confronti la chiesa non provvederà a denunciarlo alle autorità civili a meno che non sia la vittima a farlo.  Nei confronti della vittima non è previsto un risarcimento, anche perché se per la chiesa la vittima è colei che ha portato lo sventurato sacerdote in tentazione, ci manca che la risarciscano pure.

    Tuttavia in alcuni casi è avvenuto che la chiesa paghi, ma non sotto forma di risarcimento alla vittima per il danno subito, ma come incentivo perché la vittima non denunci alle autorità civili. In questi casi infatti la vittima deve firmare un accordo tra le parti che la obbligherà a mantenere il silenzio sulla vicenda.

    Anche nel caso il processo si concludesse con la riduzione del sacerdote allo stato laicale, la denuncia viene sistematicamente omessa in quanto qualora l’Autorità Giudiziaria accertasse le responsabilità del sacerdote potrebbe ravvisare anche le responsabilità omissive della chiesa costringendo anch’essa ad un processo penale e/o ad un risarcimento civile. È proprio per questo che tutto viene gestito dal clero nella massima segretezza, proprio per non incorrere in risarcimenti milionari che come accaduto negli Stati Uniti hanno portato al fallimento diverse diocesi.

    In genere è comunque molto difficile che la chiesa riduca un prete pedofilo allo stato laicale a meno che questo non diventi troppo ingombrante per l’immagine e soprattutto per le casse della chiesa.

    Troviamo infatti ancora preti personaggi come don Mauro Inzoli riabilitato proprio da papa Francesco, o come don Aldo Nuvola che prima di essere spretato è stato arrestato e condannato ben 3 volte.

    Il nostro consiglio quindi è quello di aspettare almeno che terminino eventuali procedimenti civili prima di prestarsi ad avviare un procedimento canonico, che molto probabilmente, dopo il processo civile la chiesa non vorrà nemmeno più fare in quanto il vero obiettivo non è punire il prete, ma aggiustare al meglio la vicenda.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

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    Il tribunale per rimuovere i vescovi negligenti non è mai esistito. Il cardinale Muller “era solo un progetto”

  • Scusa di cosa? In Cile chiede le prove alle vittime: E QUANDO IL PAPA LE PROVE LE AVEVA?

    Scusa di cosa? In Cile chiede le prove alle vittime: E QUANDO IL PAPA LE PROVE LE AVEVA?

    di Francesco Zanardi

    In questi giorni, in occasione della visita del Papa in Cile, si sono scatenate polemiche rispetto alla gestione, da parte della Santa Sede, della gravissima piaga della pedofilia. Moltissimi giornali hanno riportato le notizie delle scuse del Papa e della vergogna che lui proverebbe per i sacerdoti pedofili. Ma viene anche riportata la notizia che il Papa avrebbe detto “Il giorno che qualcuno mi porterà una prova contro il vescovo Barros allora parlerò. Ma finora non c’è nemmeno l’ombra di una prova. È tutta calunnia. È chiaro?”.

    Quindi, da una parte la richiesta di scuse e dall’altra il fatto di non credere alle vittime, da una parte l’incontro con due vittime non identificate e dall’altra l’esclusione da tale incontro delle vittime che lo avevano espressamente richiesto.

    Dunque il Papa dichiara che senza prove il Vescovo Barros rimane al suo posto, mentre una delle vittime riporta : «Il Papa chiede prove, ma cosa avrei dovuto fare mentre venivo abusato e Barros era lì, fare una foto col telefonino?». 

    Un brutta storia, che esaspera ulteriormente il clima già notevolmente teso.

    Ci si potrebbe altresì domandare: “Quali prove avrebbe il Papa per dire che si tratta di calunnia?”

    Anche il Card. O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (che ha terminato il suo primo mandato il 17 dicembre 2017 e non risulta essere ancora stata rinominata da Bergoglio), prende le distanze dalle affermazioni del Papa attraverso un comunicato ufficiale: “E’ comprensibile che le dichiarazioni di Papa Francesco rilasciate giovedì a Santiago del Cile siano fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero o di qualunque altra persona. Le parole del Papa trasmettono il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto” e in sostanza danno l’idea di un “abbandono di coloro che hanno subito violenze riprovevoli della loro dignità umana”, “relegando i sopravvissuti nel discredito”.

    Bergoglio dichiara di non aver avuto le “prove”, che ora chiama “evidenze”, ma senza cambiare il senso del suo discorso.

    E quando invece le prove le aveva?

    Ricordiamo il caso di Don Gianni Trotta: prete ridotto allo stato laicale per abusi sessuali. Il arcivescovo Luis Ladaria Ferrer ordinò, nero su bianco, che la condanna canonica passasse sotto silenzio “per non dare scandalo ai fedeli”. Don Gianni Trotta, grazie all’acquiescenza del Vaticano e dei vertici della curia locale, ha così potuto continuare indisturbato a violentare minorenni: dopo essere stato costretto a lasciare la tonaca è infatti diventato allenatore di una squadra di calcio giovanile, e in due anni ha molestato indisturbato una decina di bambini vicino Foggia.

    Quindi: il card. Luis Ladaria Ferrer sapeva e ordinò il silenzio.

    Che provvedimenti prese Papa Francesco con lui?

    A Luglio 2017 lo nominò Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (al posto del Card. Muller), ovvero dell’organo che, tra l’altro, ha la competenza di giudicare i preti pedofili: una bella promozione.

    Il Papa qui aveva le “prove”.

    Ricordiamo il caso di Don Mauro Galli: il processo penale è in corso, accusato di abusi sessuali nei confronti di un minore. Il parroco della chiesa in cui sarebbero avvenuti gli abusi ha avvisato da subito (dicembre 2011) i suoi superiori: Mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada. Nessuno dei due ha avviato alcuna indagine canonica e tantomeno una denuncia alle autorità, ma il prete è stato spostato in un’altra parrocchia con l’incarico della pastorale giovanile (ancora con i minori). All’epoca era ordinario del luogo il Card. Angelo Scola che non ha contrastato la decisione del trasferimento ancora con i minori assunta del suo vicario Mons. Delpini, nemmeno in via cautelare in attesa dell’accertamento dei fatti.

    Solo in seguito alla denuncia/querela da parte della vittima (luglio 2014) è stata avviata l’Indagine Canonica (gennaio 2015) e sospeso cautelativamente il sacerdote (primavera 2015).

    Il Card. Scola ha ricevuto i familiari della presunta vittima, su loro insistenza, solo nel marzo 2015: grande tempismo per accertare i fatti o almeno per “sentire anche l’altra campana”.

    Dunque: Mons. Delpini ha dichiarato alla Polizia, sotto giuramento, di essere venuto a conoscenza del presunto abuso sessuale da subito (dicembre 2011) e di aver comunque predisposto il trasferimento del don Galli ancora con i minori. In questo caso specifico, oltre alle intercettazioni telefoniche, le registrazioni acquisite agli atti processuali (e anche in possesso della CdF), oltre alle testimonianze dei suoi collaboratori, c’è dunque la prova del suo tentativo di insabbiamento per sua stessa ammissione di responsabilità e depositata agli atti del processo penale a carico di Don Mauro Galli.

    Anche il Vaticano era a conoscenza del caso: nel marzo 2016 ha inviato una lettera ai familiari della presunta vittima, attraverso la Nunziatura Apostolica, in risposta alle numerose lettere inviate dai familiari anche alla Congregazione della Dottrina della Fede.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco?

    Mons. Mario Delpini: nel luglio 2017 è stato PROMOSSO Arcivescovo di Milano

    Mons. Pierantonio Tremolada: nel luglio 2017 è stato PROMOSSO Vescovo di Brescia

    Ricordiamo il caso di Don Paolo Turturro: la Cassazione ha confermato la condanna: 3 anni in carcere per abusi su minore. La richiesta di affidamento ai servizi sociali non è stata accolta, e ha dunque scontato la pena in carcere. Prima dell’arresto era stato solo allontanato da Palermo, nessun provvedimento ecclesiastico durante il processo che è durato 13 anni.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco? Nonostante la condanna penale, non è mai stato ridotto allo stato laicale continua a celebrare Messa.

    Ricordiamo il caso di Don Lucio Gatti: ha patteggiato in sede penale due anni di reclusione, per abusi sugli ospiti della Comunità che dirigeva. Il Processo Canonico, concluso nel 2012, ha ufficializzato la sospensione dal sacerdozio per 5 anni ma non riduzione allo stato laicale. Nel frattempo sono arrivare altre due querele: una in aprile 2016  e un’altra nel 2017 su minori che all’epoca avevano 12 e 13 anni e le indagini sono ancora in corso.

    Il Vescovo Gualtiero Bassetti non ha, per ora, preso alcun provvedimento nemmeno cautelativo, avrà avviato un nuovo Processo Canonico?

    Anche la Santa Sede non si è espressa nei confronti del Vescovo Gualtiero  Bassetti, e Don Lucio Gatti sarebbe in una comunità al Nord per un percorso spirituale “riabilitativo”.

    Ricordiamo il caso di Padre Carlos Buela: sacerdote argentino condannato dal Vaticano (attraverso un decreto del cardinale Gardin, della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata) per abusi da lui compiuti nei confronti di una ventina di seminaristi, e trasferito a Genova, sotto la giurisdizione del Card. Bagnasco, senza subire il processo in Argentina. Nonostante la condanna di Papa Francesco, i provvedimenti non sono sufficienti e vengono prontamente disattesi.

    Che provvedimenti ha preso Papa Francesco nei confronti del Cardinale Angelo Bagnasco, per non aver gestito nemmeno l’applicazione della “condanna”?

    NESSUN provvedimento.

    Inoltre il card. Bagnasco, in quanto Presidente della Cei, nel 2014 ha ribadito che i VESCOVI NON HANNO OBBLIGO DI DENUNCIA nei confronti dei sacerdoti che commettono abusi sessuali nei confronti dei minori, secondo le Linee Guida emanate dalla Conferenza Episcopale stessa.

    Tutto questo è in linea con del dichiarazioni della “tolleranza zero” del Pontefice?

    Ricordiamo infine il caso dell’Istituto Provolo: qui i sacerdoti coinvolti sono numerosi, nel 2015 in un incontro con le vittime, venne consegnata direttamente nelle mani di papa Francesco una missiva contenente i nomi di 14 sacerdoti accusati di abusi, tra qui quello di don Nicola Corradi. In questo caso fu proprio papa Francesco a non intervenire.

    Il sacerdote è stato arrestato nel novembre del 2016.

    Zanardi

  • Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Di Francesco Zanardi

    Facendo qualche riflessione, con un pizzico di meritata ironia voglio commentare quanto pubblicato sul sito CHIESADIMILANO.IT , in un articolo titolato “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”, nel quale la diocesi milanese dà una sua versione della vicenda che vede imputato con l’accusa di abuso di minore don Mauro Galli, un giovane sacerdote della diocesi che nel 2011 avrebbe abusato di un parrocchiano all’epoca dei fatti minorenne.

    Secondo “la verità dei fatti” esposti dalla Chiesa di Milano che, va detto, in questi mesi non ha mai replicato a un solo comunicato ufficiale della Rete L’ABUSO, si propone di fare chiarezza sull’articolo pubblicato da un quotidiano che non cita, probabilmente IL GIORNALE uscito per primo sul caso Galli e che a differenza di altri si è preoccupato di recarsi al processo e interpellare anche la presunta vittima.

    Secondo CHIESADIMILANO.IT “L’articolo in questione omette dei fatti fondamentali per comprendere correttamente la vicenda. Primo fra tutti è che l’episodio contestato risale al 2011, quando ancora nessuno era a conoscenza di quanto realmente accaduto e soprattutto quando ancora la parola “abuso” si manteneva distante dal racconto della vicenda.  E infatti solo nel luglio 2014 il legale della presunta vittima ha presentato la denuncia querela.”

    Di qui ne deducono che: “Quindi né monsignor Mario Delpini, né monsignor Pierantonio Tremolada, né il cardinale Angelo Scola e altri responsabili dell’Arcidiocesi di Milano hanno coperto o insabbiato alcun reato.”

    Va detto che dopo tre anni di incontri e di denunce ben documentate dai nostri assistiti ma inascoltate dalla diocesi alla quale la presunta vittima e la famiglia da bravi cattolici si erano affidati, delusi, si rivolgono all’Autorità Giudiziaria ed è proprio da quei verbali che monsignor Mario Delpini in persona smentisce quanto scritto da CHIESADIMILANO.IT.

    Nella deposizione, alla domanda: “conosce don Mauro Galli ?” monsignor Delpini risponde: “si lo conosco, appena nominato fu mandato a Rozzano (MI) presso la parrocchia di Sant’Ambrogio in qualità di diacono, non ricordo esattamente le date … mi sembra di ricordare gli anni 2010/2011, ricordo poi che verso il periodo di Natale 2011/2012 venne trasferito a Legnano presso la parrocchia di San Pietro dove ci rimase alcuni mesi, dopodiché fu ordinato presso l’ospedale Niguarda. IL TRASFERIMENTO DA ROZZANO A LEGNANO FU DECISO DA ME IN PERSONA a seguito di una segnalazione da parte del parroco di Rozzano – Don Carlo Mantegazza – che mi aveva riferito di un ragazzo – di nome “Fausto” (nome di fantasia) – che aveva trascorso una notte a casa di don Mauro Galli. Don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che “Fausto” (nome di fantasia) aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano, ho convocato Don Mauro ”.

    Ma la “verità dei fatti” secondo CHIESADIMILANO.IT continua perché poco più avanti, nel medesimo articolo nel quale sembrerebbe che nessuno avesse neppure immaginato lontanamente l’ipotesi di un abuso, si legge non solo che “nell’immediatezza dei fatti il sacerdote viene anzitutto affidato a uno psicologo affinché inizi (come è poi accaduto e in via cautelativa) un percorso che lo aiuti a ricostruire e comprendere la natura e la verità del gesto gravemente imprudente accaduto” ma che lo stesso “Con il trasferimento a Legnano don Mauro viene affidato in modo particolare a due sacerdoti per un accompagnamento personale”, ma dimenticano di dire che, naturalmente ai fini cautelativi, viene assegnato alla pastorale giovanile (sic).

    Vien quasi da dire povero don Mauro, solo per aver dormito in un letto matrimoniale con un ragazzo è finito dallo psicologo… Chissà se in via cautelativa a Legnano gli hanno dato un letto singolo…

    Ma non è finita, continuando a leggere “Non a caso la decisione di trasferire don Mauro da Rozzano, fu presa soprattutto in accoglimento delle sollecitazioni della famiglia del ragazzo nel 2013, quando questi non avevano ancora denunciato alcunché.”

    Ma come? Poco sopra, nell’esposizione scrivono che “Don Mauro viene quindi trasferito da Rozzano a Legnano con provvedimento dell’1 marzo 2012, firmato dall’allora Vicario Generale della Diocesi monsignor Carlo Redaelli” e adesso invece parlano del 2013 ?

    …Passando alle altre testate, pressappoco simile a quello di CHIESADIMILANO.IT quanto riporta il giornale dei vescovi, Avvenire.

    Pope Francis speaks with Italian journalist Andrea Tornielli aboard his flight from Rome to Havana in this Sept. 19, 2015, file photo. Tornielli conducted an interview with the pope on the topic of mercy. The interview is contained in a new book titled, “The Name of God Is Mercy.” (CNS photo/Paul Haring) See POPE-MERCY-INTERVIEW Jan. 11, 2016.

    Più interessante invece la ricostruzione di Andrea Tornielli, per Vatican Insider, nel corpo ripresa con tutte le inesattezze di CHIESADIMILANO.IT ma alla quale si aggiunge un passaggio davvero originale che viene attribuito all’udienza dello scorso 12 dicembre.

    Secondo il giornalista che non era presente, “Al processo è emerso che erano rimasti abbracciati. Ma sia la presunta vittima, sia il sacerdote, concordavano nell’escludere che fosse avvenuto un abuso e cioè che il prete avesse tentato un approccio sessuale molestando il ragazzo”.

    Ero personalmente presente in aula lo scorso martedì e quello che è emerso è ben diverso, l’accusato, dopo aver abbracciato e palpeggiato il minore nelle parti intime, avrebbe tentato di penetrarlo senza però riuscirvi.

    Durante l’udienza è stato più volte ribadito dai vari testi che fin da subito (dicembre 2011, gennaio 2012) il ragazzino era riuscito a dire che don Mauro lo abbracciava “da dietro”, sentiva il suo respiro sul collo, sentiva i suoi piedi che lo toccavano e che lui era paralizzato e non riusciva a muoversi. È stato ribadito che la mattina successiva ai fatti il ragazzo era in stato di shock e la scuola dovette chiamare sul posto di lavoro la madre perché andasse a prenderlo. È stato detto che nei giorni successivi a quella notte il ragazzino stava malissimo, si chiudeva spesso in bagno al buio, urlava, non era possibile avvicinarlo fisicamente, nemmeno la ragazzina che aveva allora poteva più abbracciarlo o avvicinarsi a lui. Difficile dire che “sia la presunta vittima, sia il sacerdote, concordavano nell’escludere che fosse avvenuto un abuso”. Concordavano cosa?

    Sarebbe interessante sapere chi ha fornito quella dichiarazione a Vatican Insider, soprattutto il perché.

    Sempre nella ricostruzione di Andrea Tornielli: “Dopo ulteriore riflessione l’autorità diocesana decide successivi spostamenti, attribuibili  a monsignor Mario Delpini ..… il 31 ottobre 2012, don Mauro Galli viene prima destinato alla cura pastorale della Cappella ospedaliera in Niguarda – deliberatamente lontano dal contatto con i minori”

    Cosa si può intendere per “ulteriore riflessione”? Durante l’udienza è emerso che vi sono stati due incontri tra i familiari del ragazzino, un sacerdote della Parrocchia di Rozzano, e i vertici della Diocesi (il primo con mons. Pierantonio Tremolada e il secondo con mons. Mario Delpini: AGOSTO E SETTEMBRE 2012) al termine del quale mons. Delpini avrebbe dichiarato (ma è agli atti la documentazione) che non aveva fino ad allora compreso la gravità della situazione, nonostante la smentita del sacerdote della Parrocchia. Dunque nel 2012 sposta il don Galli a Niguarda, lontano dai minori, ma NON AVVIA ANCORA L’INDAGINE PREVIA come previsto dalle Linee Guida della Cei, anche in presenza di un presunto abuso.

    Altro particolare che emerge da entrambe gli articoli e che potrebbe aver persino violato l’accordo della riservatezza al quale ambo le parti sono vincolate, è la notizia che sarebbe stato don Mauro Galli a indennizzare la vittima e i suoi familiari escludendo la diocesi e la parrocchia, un particolare che in aula non è emerso in quanto la Corte, con prudenza, si è limitata a chiedere se ci fosse stato un accordo e la sola cifra, senza andare oltre.

    Certo suona un po strano, nei verbali don Mauro si dichiara nullatenente, dove avrà mai preso quei soldi?

    Forse è anche questa una delle tante imprecisioni di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”.

    Zanardi


    Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

  • PRETI PEDOFILI; Depositata in Italia la prima Interrogazione Parlamentare #interrogazionepretipedofili

    PRETI PEDOFILI; Depositata in Italia la prima Interrogazione Parlamentare #interrogazionepretipedofili

    Un evento storico per il nostro paese che, a differenza di molti altri dell’UE, dopo lo scandalo dei preti pedofili iniziato anche in Europa nel 2009, non si era mai interessato al fenomeno, al punto che ancora oggi il Governo Italiano non è in grado di fornire dati sull’entità del problema.

    Nel 2002 a sollevare per la prima volta la questione fu il Presidente degli eurodeputati Radicali Maurizio Turco che, però, non riuscì a stimolare l’interesse della politica italiana.

    Anche la Rete L’ABUSO, in questi anni, ha cercato in più occasioni di sollecitare le forze politiche che, in ben tre occasioni, ci diedero udienza ma non si riuscì ad arrivare al deposito di un documento che desse il via quantomeno ad una presa di consapevolezza, da parte del Governo e delle Istituzioni, sull’inequivocabile fatto che, anche in Italia, esiste questo problema e da quanto è emerso dalla recente denuncia contenuta nel libro di Gianluigi Nuzzi, riproposta da LE IENE nei servizi di Gaetano Pecoraro, sembra tutt’altro che sotto controllo.

    Perseverare certe volte è diabolico, ma non ci siamo arresi e finalmente abbiamo trovato non solo l’attenzione, ma anche la concretezza e la disponibilità del Deputato savonese Matteo Mantero (M5s), al quale, negli ultimi mesi, abbiamo argomentato le nostre preoccupazioni, non solo legate alla fallimentare gestione del problema da parte della Santa Sede, ma sopratutto all’assenza delle istituzioni su un problema così grave per la salute psicofisica di cittadini minorenni.

    L’interrogazione a risposta scritta 4/18626 depositata lunedì 27 novembre che vede come destinatari: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MINISTERO DELL’INTERNO, MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, si basa principalmente sulle raccomandazioni avanzate alla Santa Sede il 25 febbraio 2014 dal Comitato ONU per la tutela del fanciullo, raccomandazioni alle quali la Santa Sede avrebbe dovuto rispondere il primo settembre scorso, ma non lo ha fatto.

    Anche per questo motivo è di fondamentale importanza che a mettere mano al problema siano le istituzioni, un problema che, è bene ricordare, non essere materia di fede o di libertà di religione, ma un crimine ai danni di cittadini in età minore, quindi particolarmente fragili ed indifesi.

    Nel documento depositato lo scorso lunedì si interroga anche sull’efficacia del così detto “certificato antipedofilia” introdotto in Italia il 6 aprile del 2014 che, come abbiamo fatto più volte notare, presenta diverse lacune. Sono infatti esentati dall’esibire il documento i lavoratori autonomi, l’intera categoria del volontariato, scout, allenatori, sacerdoti ecc., paradossalmente le categorie che da sempre sono quelle più a rischio.

    Nella conferenza stampa di questa mattina a Genova, oltre all’illustrazione dell’Interrogazione Parlamentare, si è discusso anche di alcune violazioni della Convenzione di Lanzarote e della responsabilità civile dello Stato Italiano che ha sottoscritto, come la Santa Sede, la Convenzione ONU per la tutela del fanciullo e che, di fatto, sta permettendo alla sola categoria dei sacerdoti cattolici di commettere le stesse violazioni che la Commissione ONU ha contestato alla Santa Sede, anche sul suolo italiano.

    Il Presidente

    Francesco Zanardi


    TESTO INTEGRALE;

    Atto Camera

    Interrogazione a risposta scritta 4-18626

    presentato da

    MANTERO Matteo

    testo di

    Lunedì 27 novembre 2017, seduta n. 891

       MANTERO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.— Per sapere – premesso che:

       il comitato sui diritti del fanciullo dell’Onu ha esaminato il secondo rapporto periodico della Santa Sede e ha adottato, nella sua 1875a seduta, tenutasi il 31 gennaio 2014, le osservazioni conclusive di cui al punto 43: Il Comitato prende nota dell’impegno espresso dalla delegazione della Santa Sede di ritenere inviolabile la dignità e l’intera persona di ogni fanciullo. Il Comitato cionondimeno esprime la sua più profonda preoccupazione circa l’abuso sessuale sul bambino commesso dai membri degli ordini cattolici che operano sotto l’autorità della Santa Sede, con chierici che sono stati coinvolti nell’abuso sessuale di decine di migliaia di bambini in tutto il mondo. Il Comitato è gravemente preoccupato per il fatto che la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi. Il Comitato è particolarmente preoccupato del fatto che:

        «Ben noti autori di abusi sessuali su bambino sono stati trasferiti di parrocchia in parrocchia o in altri Paesi nel tentativo di tenere nascosti tali crimini, una pratica documentata da numerose commissioni nazionali d’inchiesta. La pratica della mobilità dei criminali, che ha permesso a molti preti di rimanere in contatto con i fanciulli e di continuare ad abusare di loro, tuttora pone i fanciulli di molti Paesi ad alto rischio di abuso sessuale, poiché dozzine di autori di abusi sessuali sul bambino sono segnalati essere tuttora in contatto con fanciulli; (…)

        i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari negli Stati dove gli abusi sono stati commessi;

        a causa del codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica, i casi di abuso sessuale su bambino non sono quasi mai stati denunciati alle autorità per l’applicazione della legge nei Paesi dove tali crimini sono stati commessi. Al contrario, casi di suore e preti ostracizzati, degradati e licenziati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio sono stati denunciati al Comitato così come casi di preti che hanno ricevuto congratulazioni per essersi rifiutati di denunciare gli autori di abuso su bambino, come dimostrato nella lettera indirizzata dal Cardinale Castrillon Hojos al Vescovo Pierre Pican nel 2001;

        denunciare alle autorità nazionali per l’applicazione della legge non è mai stato reso obbligatorio e ciò è stato esplicitamente rifiutato in una lettera ufficiale indirizzata ai membri della Conferenza episcopale Irlandese dal Vescovo Moreno e dal Nunzio Storero nel 1997. In molti casi, le autorità della Chiesa, incluso al più alto livello della Santa Sede hanno mostrato riluttanza e in alcuni casi, hanno rifiutato di cooperare con le autorità giudiziarie e le commissioni nazionali d’inchiesta.

        Limitati sforzi sono stati fatti per mettere in grado i fanciulli iscritti nelle scuole e istituzioni cattoliche di proteggere se stessi dall’abuso sessuale» –:

       quali iniziative il Governo abbia intenzione di mettere in atto al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali;

       se intenda assumere iniziative normative volte ad estendere l’obbligo di richiedere il cosiddetto certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti, che vengono a contatto con minori, anche per attività di volontariato o dove non è previsto un rapporto di lavoro subordinato;

       se e di quali elementi statistici disponga il Governo circa i procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, che vedono indagati o imputati ministri di culto;

       se e quali iniziative intenda assumere il Governo, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, al fine di valutare l’opportunità dell’istituzione di un fondo per i risarcimenti a favore delle vittime dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia;

       se e quali iniziative il Governo intenda assumere, per quanto di competenza, nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia.
    (4-18626)

  • Don Carlo Mantegazza in un’intercettazione; “ASPETTIAMO COSA, CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA?”

    Don Carlo Mantegazza in un’intercettazione; “ASPETTIAMO COSA, CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA?”

    di Francesco Zanardi @zanardifra

    Una delle domande più frequenti che ci si pone è come sia possibile – alla luce di quanto emerso e continua a emergere sulla pedofilia dei preti – che i genitori continuino ad affidare con tranquillità i propri figli alle cure del clero.

    Spesso la risposta che ci si da è che questi siano probabilmente dei folli o degli incoscienti anche se a mio avviso vale la pena approfondire un pochino di più il problema e cercare quali sono le dinamiche che possono portare un sacerdote ad essere così spaventato da fare un’affermazione come quella di don Carlo Mantegazza che ho usato nel titolo.

    Come documentazione prenderemo in esempio quella del caso milanese di don Mauro Galli, ampiamente documentato, e dalla quale nelle settimane scorse abbiamo già estratto e illustrato alcune dinamiche relative al caso.

    Intanto è bene ricordare che qualunque confessione religiosa è per propria natura una via di comunicazione, il compito dei sacerdoti è appunto quello di portare, informare, trasmettere a quante più persone possibili il messaggio della propria confessione.

    All’interno delle Parrocchie e degli oratori vi sono poi gruppi, attività, momenti di incontro: non è solo un luogo dove i bambini vengono “consegnati ai sacerdoti”. Per le famiglie vi sono spesso occasioni di socializzazione, il clima è accogliente. Le relazioni umane che si instaurano sono anche, spesso, una risposta al problema dell’anonimato e dell’isolamento che è molto sentito soprattutto nelle grandi città. Nasce così un rapporto di fiducia e anche di amicizia che è oggettivamente un valore umano notevole.

    Il problema nasce quando, a fronte di un caso drammatico (quando vi è una segnalazione di un prete pedofilo), non si è pronti ad affrontare seriamente la questione.

    Ovviamente quello religioso non è il solo messaggio veicolato attraverso le gerarchie di una confessione, il flusso delle informazioni è davvero notevole, se ci pensiamo bene, spazia da quelle di carattere religioso a quelle comportamentali, etiche, propagandistiche e via dicendo.

    Per fare un rapido esempio basti guardare i vescovi eletti durante il pontificato di Francesco, costruiti sulla falsa riga del messaggio di “umiltà” che è alla base del marketing di questo pontificato.

    Troviamo infatti vescovi “eccezionali” che fanno cose incredibili come quello di Savona, che la stampa ha elogiato per i suoi “superpoteri” come quello di essere stato in grado di andare guidando da solo la macchina fino all’università di Savona… a dir poco straordinario.

    Oppure come il vescovo in questione, quello di Milano, lui altro che la macchina: lui pedala fino alla diocesi ogni mattina, e si fa persino fotografare con la sua bicicletta.

    Banalità mediatiche che spesso finiscono per trasformare questi uomini in fenomeni da baraccone, in quanto non c’è nulla di strano nel fatto che un vescovo guidi l’auto o vada in bicicletta, noi italiani dovremmo essere abituati dalla penna del Guareschi a leggere di preti e di vescovi che, come nei racconti di don Camillo, andavano in bicicletta e viaggiavano persino sul treno.

    Su questa falsa riga il pontificato di Bergoglio ha prodotto decine di vere e proprie bufale passate all’opinione pubblica anche attraverso la stampa nazionale che, spesso, ha venduto come dati di fatto quelli che invece si sono poi rivelati solo pensieri, opinioni o progetti come ad esempio quello dei Tribunali per giudicare i vescovi insabbiatori: dopo due anni di rassicurazioni sulle prime pagine dei giornali, si scopre che “era solo un’idea” e che “non c’è mai stato un progetto”.  Ma questa seconda notizia, a differenza della prima l’hanno riportata pochissimi.

    La Lettera Apostolica “Come una madre amorevole” che prevede la rimozione del Vescovo  che abbia, per negligenza, posto o omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri, come nel caso di abusi su minori, non ha avuto nessuna applicazione concreta: solo una grande eco mediatica: anche nelle Parrocchie è stata accolta con grandi ovazioni, sull’onda del “finalmente questo Papa fa qualcosa”…

    Insomma, una valanga di notizie, tutte rigorosissimamente positive, senza mai una doverosa critica e date per certe, che hanno di fatto ingannato i cattolici e non solo, dando l’idea di una chiesa che stava contrastando davvero la pedofilia al grido dello slogan “tolleranza zero”.

    Di questo “inganno” spesso ne sono vittime anche i sacerdoti che, come i fedeli, sono rassicurati dalle notizie che ci dà la stampa e in qualche modo vengono messi in condizione di non potersi rendere conto del reale stato delle cose, almeno fino a quando non hanno la disgrazia di dover toccare con mano.

    Esattamente quanto è successo a Milano dove, dopo il fattaccio, oltre ai diretti interessati anche l’intera comunità parrocchiale si è resa conto di quanto sia farlocca la linea di Bergoglio.

    Rassicurati dalle tanto acclamate Linee Guida della Cei, si sono subito resi conto che quelle linee guida non solo non venivano rispettate, ma non obbligano neppure i vescovi a fare alcunché, anzi, in realtà non introducono nulla di più di quanto già diceva il Codice Canonico continuando a lasciare ai vescovi la “facoltà” di decidere il da farsi che, anche in questo caso, come accade da sempre, è stato cercare di nascondere il prete accusato senza denunciarlo all’autorità civile.

    Naturalmente anche il parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, in buona fede ovviamente, dopo essere stato avvisato dalla vittima di quanto era accaduto, si è fatto forte di quanto dicevano linee guida e stampa, e si è subito attivato riportando i fatti ai suoi superiori.

    Non c’è però voluto molto per accorgersi che qualcosa non quadrava: don Mauro sì, è stato rimosso da Rozzano, ma un mese dopo era già reintegrato in una parrocchia vicina, sempre come coadiutore della pastorale giovanile.

    Inutile anche da parte della vittima e dei suoi familiari ottenere dalla diocesi una spiegazione quindi, la decisione di affidarsi non più alla dubbia giustizia vaticana, ma quella civile che prontamente si attiverà.

    Ed è qui che si fa la prova del nove su “linee guida” e “tolleranza zero” perché adesso non è più il vescovo a poter gestire come gli pare la situazione, adesso le risposte vanno date alla magistratura ed è qui che don Carlo Mantegazza tasterà con mano la reale trasparenza e i provvedimenti della politica di Bergoglio.

    INTERCETTAZIONE UT (utenza): DON Carlo – INT (interlocutore): DON Alessandro

    DON Carlo dice che ieri O’Malley (cardinale americano in visita a Milano il 7 ottobre c.m. ndr) lo ha sconvolto perchè questo è uno che fa il vescovo (apprezzamento nei confronti di O’Malley che è stato messo a capo di una delle diocesi più impestate degli Stati Uniti).

    Dal minuto 08:40 al minuto 09:00 DON 1 dice testualmente:

    “ASPETTIAMO COSA, CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA?

    ASPETTIAMO CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA E POI COMINCIAMO SERIAMENTE A GUARDARE LE COSE, VA BENE, CIOE’, BASTA SAPERLO E CI ADEGUIAMO.. PERO’ GIA’ CHE POSSIAMO FARLO PRIMA, FACCIAMOLO PRIMA, SENNO’ POI TI TROVI A DIRE NON C’è NESSUNO…. [omissis]”

    In una successiva conversazione, sempre lo stesso utente (DON Carlo) parlando però con un altro collega sacerdote don Alberto fa nuovamente emergere la preoccupazione per la situazione e il timore di essere intercettati telefonicamente.
    DON Carlo dice di essere andato anche lui come il suo interlocutore don Alberto “in Fatebenefratelli” che per chi non è di Milano è bene spiegare che non è un qualche istituto di carità, ma la via dove ha sede la Questura di Milano che ha interrogato diverse persone durante le indagini preliminari del caso don Mauro Galli.

    UT (utenza): DON Carlo – INT (interlocutore): DON Alberto

    Si salutano, parlano di un incontro con tale L.

    Al minuto 00:47 DON Carlo riferisce “..POI..VABBE, IERI SONO ANDATO ANCHE IO IN FATEBENEFRATELLI..”

    DON Alberto replica testualmente “AH..OK..”

    DON Carlo continua “POI..” e DON Alberto risponde “PARLIAMO A VOCE..”

    DON Carlo conclude dicendo “ESATTO”.

    Continuano a parlare di problematiche relative alla loro chiesa e il consiglio pastorale.

    DON Carlo, parlando delle problematiche sopra citate, parla di DELPINI dicendo che lui la fà sempre facile

    DON Alberto replica dicendo che DELPINI è un “minimalista del c….”.

    DON Carlo parla ancora di O’Malley elogiandolo, perchè è stato mandato nella diocesi più impestata del mondo, la prima diocesi che negli Stati Uniti è praticamente fallita per la questione dei rimborsi alle vittime dei pedofili.

    La loro principale preoccupazione è dovuta al fatto che il codice canonico non solo gli impone il vincolo della segretezza, ma anche che, dopo aver segnalato ai superiori, non si interessi più alla vicenda.

    Ma nel concreto non è mica così semplice e ci si trova tra l’incudine e il martello in quanto c’è di mezzo la magistratura e il sacerdote si trova nella condizione che se mente o occulta fatti durante l’interrogatorio, il Pm lo può condannare a quattro anni di reclusione, se invece dice troppo può essere punito dalla chiesa per aver violato la segretezza con sanzioni che possono andare dal trasferimento in altra parrocchia alla scomunica, quindi anche senza più un posto di lavoro. Ecco da dove deriva il timore e la tensione che emerge in quelle intercettazioni.

    Ma nella vicenda milanese non emergono solo i provvedimenti farlocchi della Santa Sede che ha adottato la politica del “cambiare tutto per far si che tutto resti com’è”, emergono insistenti anche le incoerenze del buon Bergoglio, che promette ai fedeli grandi provvedimenti e punizioni esemplari ma poi, come è accaduto in questo specifico caso, e proprio alla vigilia della prima udienza del processo di don Galli, nomina arcivescovo di Milano proprio colui che ha tentato di insabbiare il caso e che, stando alle sue parole, avrebbe dovuto punire: monsignor Mario Delpini.

    Certo, una stampa responsabile sarebbe subito andata a chiedere conto a Bergoglio di questa grave incoerenza, quanto meno per non rendersi complici.

    Invece non ci è andato nessuno, nemmeno quei giornalisti tanto amici e cari a Bergoglio.

    La prossima udienza in Tribunale, a Milano, sarà il 10 ottobre 2017.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

  • La pedofilia, papa Francesco e le lacrime di coccodrillo

    La pedofilia, papa Francesco e le lacrime di coccodrillo

    AUSTRALIA: I sacerdoti non potranno più usare il segreto del confessionale per evitare di denunciare alla polizia informazioni rivelate su abusi sessuali a danno di minori.

    Questa è una delle 85 raccomandazioni della commissione australiana d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori, dopo quattro anni di udienze, nel rapporto inteso a rafforzare il sistema penale per assicurare un trattamento più giusto alle vittime di abusi sessuali.

    Si è trattato dell’inchiesta più approfondita sulla pedofilia nella storia dell’Australia dalla quale è emerso che il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. L’inchiesta è la stessa che ha portato all’incriminazione di uno degli uomini di fiducia voluti da papa Francesco, il suo ministro delle finanze cardinale Gerge Pell accusato non solo di aver coperto gli abusi, ma in alcuni casi di esserne stato anche l’autore.

    Se le raccomandazioni saranno adottate dai governi federali e statali, la mancata denuncia diverrebbe in Australia un reato penale.

    Poche ore dopo, con una tempistica come sempre impeccabile papa Francesco torna ancora una volta a fare sentire la sua voce di denuncia nei confronti dei preti pedofili.

    La pedofilia, una “mostruosità assoluta, un peccato terribile, che contraddice tutto quello che la Chiesa insegna”. La nuova dura presa di posizione è contenuta nella prefazione – pubblicata sulla Bild in esclusiva – che il Pontefice fa per il libro di Daniel Pittet il 57enne svizzero vittima di abusi da parte di un frate dai 9 ai 13 anni.

    Qualcuno mi farà notare che la seconda notizia risponde in modo vago alla prima.

    Infatti confermo e aggiungo che la notizia della prefazione del libro è persino parecchio datata, febbraio del 2017, ma dovendo in qualche modo reagire alla notizia devastante in arrivo dall’Australia e non sapendo bene cosa dire… ecco una bella replica a rilascio ritardato.

    Tornando alla notizia, quella vera, cosa ha di così tanto preoccupante l‘annuncio che arriva da oltreoceano?

    Facendo un piccolo passo indietro, 2014, il Vaticano, in un nanosecondo vide minacciata dall’ONU l’intera politica di insabbiamento dei casi di pedofilia che la chiesa aveva messo su minuziosamente negli ultimi decenni.

    L’ONU infatti, dopo aver condannato pesantemente le politiche criminali ed omissive della chiesa, che avevano non solo permesso, ma grazie ai continui trasferimenti dei preti criminali anche favorito l’abuso di minori affidati alle cure del clero, individuò un punto cruciale nelle responsabilità dei vescovi, ovvero il fatto che in ogni diocesi i sacerdoti non possono denunciare autonomamente questi crimini e che per rispetto gerarchico sono obbligati a segnalare ai propri superiori, rende questi un punto cardine del meccanismo di insabbiamento.

    Per questo motivo l’ONU chiese, unitamente alla chiesa e al Governo Italiano, di modificare quelle parti del concordato che sollevavano i vescovi dall’obbligo della denuncia.

    Una grossa scocciatura per Bergoglio che appena eletto si era dato da subito un gran da fare per inasprire le sanzioni a coloro che violavano la gerarchia e il segreto pontificio, ma tuttavia quelle dell’ONU erano solo raccomandazioni e ricordiamo che comunque l’intera vicenda ONU nacque dal fatto che il Vaticano, quindici anni prima aveva sottoscritto la convenzione per la tutela del bambino, che non ratificò mai, probabilmente pechè sempre in quel periodo esplose lo scandalo dei preti pedofili americani, quindi pensarono che forse era meglio per il momento non mandare alcuna relazione sulla tutela dei minori.

    Ma come ho detto in quel caso erano solamente raccomandazioni, l’ONU non può obbligare nessuno ad applicarle e difatti papa Francesco chiuse, anche se con un pò di irritazione per la cattiva propaganda, ignorandoli.

    Ma la vicenda Australiana, quella si che fa “soffrire” tanto Bergoglio, qui intanto c’è il rischio di un’altra ondata di mega indennizzi alle vittime sullo stile di quello che accadde negli Stati Uniti, e anche se il denaro per la chiesa è lo sterco del diavolo è ben noto a tutti quanto questa ami tenerselo stretto. Ma questo non è l’unico grande “dolore” per Bergoglio, oltre al portafogli la commissione australiana d’inchiesta ha rincarato la dose, non si accontentano come l’ONU che solo i vescovi siano obbligati a rispondere alla giustizia, no chiedono che tutti i sacerdoti siano obbligati a farlo.

    Una scelta apparentemente estrema perchè in realtà è una conseguenza alle negligenze e all’omertà che la chiesa vuole mantenere sui casi di abuso a danno di minori, basterebbe che papa Francesco inserisse come dice il buonsenso e come chiedono tutti da anni, ONU compresa, l’obbligo della denuncia per i vescovi, ed ecco che il segreto confessionale non sarebbe più necessario violarlo. Ma come si dice, è dura avere la botte piena e la moglie ubriaca.

    Questa richiesta è anche il frutto dell’abuso sistematico che da sempre la chiesa fa dei privilegi acquisiti tramite i vari concordati in tutto il mondo, privilegi che hanno un fine religioso, usati invece e spesso con spregiudicatezza dal prelato di turno per fini decisamente poco religiosi.

    Grosso guaio in Vaticano perche questa volta Bergoglio non può fare come sempre bel viso a cattivo gioco in quanto la commissione non ha avanzato la richiesta al Vaticano, che probabilmente l’avrebbe ignorata come  fece con l’ONU, l’ha avanzata alle istituzioni australiane e saranno loro a decidere, non papa Francesco e se le raccomandazioni, come ci auguriamo, saranno adottate dai governi federali e statali, la mancata denuncia diverrebbe un reato penale.