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  • Scola Delpini e Tremolada. Chi dichiarò il falso nella lettera di “integrità morale” che permise a don Mauro Galli l’iscrizione all’Alfonsiana di Roma ?

    Scola Delpini e Tremolada. Chi dichiarò il falso nella lettera di “integrità morale” che permise a don Mauro Galli l’iscrizione all’Alfonsiana di Roma ?

    di Francesco Zanardi – Don Mauro Galli; condannato in primo grado nel settembre 2018 a sei anni e quattro mesi per aver abusato sessualmente di un suo parrocchiano, all’epoca dei fatti 15enne. Come risulta agli atti della Procura di Milano per sua stessa ammissione, monsignor Mario Delpini – oggi vescovo della diocesi Ambrosiana- facendosi forza del privilegio per il quale in Italia i vescovi non hanno l’obbligo della denuncia, dichiarò di essere subito stato informato dai parroci dell’abuso accaduto quella notte. Tuttavia, se ne lavò le mani e, come se nulla fosse, trasferì poco dopo il sacerdote accusato in una parrocchia vicina, nuovamente a contatto con minori.

    Questo è in estrema sintesi quanto emerso fino ad ora sul caso Galli ma pochi giorni fa, per posta ordinaria arriva una lettera indirizzata per conoscenza, a noi di Rete L’ABUSO, a un noto programma televisivo e a due testate nazionali.

    Nella missiva, molto ben articolata, viene fatto notare che don Mauro Galli, da Rozzano, è stato nascosto la prima volta a Legnano, scoperto dalla vittima e successivamente trasferito presso la cappella dell’ospedale S. Giuseppe, dove grazie a una fatalità, scopriremo dove era stato nascosto per la seconda volta. Questo ennesimo episodio, porterà la vittima, sfiduciata della chiesa, a denunciare all’autorità Civile.

    Siamo nell’agosto del 2014 e da questo momento, tranne qualche indiscrezione non verificabile, perdiamo totalmente le tracce di don Mauro Galli.

    Ma torniamo alla missiva ricevuta, che riapre nuovamente il caso di don Galli, ma questa volta il favoreggiamento delle gerarchie non riguarderebbe gli abusi sessuali, ma qualcosa che si lega molto a loro, soprattutto dopo la condanna di primo grado.

    Oggi don Mauro Galli, sembrerebbe aver conseguito il grado accademico di Licenza di Teologia presso la Facoltà di diritto pontificio in Teologia morale all’Alfonsiana di Roma e il conseguimento di Dottorato presso la stessa.

    Oggi quindi, in barba a tutti i presunti (e soprattutto strombazzati a gran voce) provvedimenti della chiesa di Francesco in tutela dei minori, don Mauro Galli  potrebbe persino insegnare in un seminario minorile. Ometterò di chiedermi come ciò sia possibile, ma tuttavia c’è un’altra questione molto grave.

    Nella missiva, viene fatto notare che “nessun sacerdote della chiesa cattolica può iscriversi ad alcuna Facoltà se non con una lettera dell’ordinario del luogo (il vescovo) che attesti che tale studente possiede i requisiti di integrità, anzitutto morale (<<virtu>>) previsti dal canone 819 del Codice di Diritto Canonico. Più specificatamente, la Costituzione Sapientia Christiana, emanata da Giovanni Paolo II, all’art. 31 prescrive la necessità di un nulla-osta (che viene rilasciato dal vescovo) attestante l’idoneità del clerico, <<per la condotta morale e per i precedenti studi compiuti>>.

    Naturalmente verifico il dato acquisito…

    Can. 819 – Nella misura in cui lo richieda il bene della diocesi o dell’istituto religioso o anzi della stessa Chiesa universale, i Vescovi diocesani o i Superiori competenti degli istituti devono inviare alle università o facoltà ecclesiastiche giovani, chierici e religiosi, che si segnalino per indole, virtù e ingegno.

    Fonte-http://www.vatican.va/archive/ITA0276/_P2O.HTM

    SAPIENTIA CHRISTIANA Art. 31 – Le Facoltà Ecclesiastiche sono aperte a tutti coloro che, sia ecclesiastici sia laici, forniti di regolare attestato, siano idonei, per la condotta morale e per precedenti studi compiuti, ad esservi iscritti.

    Fonte-http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_constitutions/documents/hf_jp-ii_apc_15041979_sapientia-christiana.html

    é fondato.

    Sempre nella missiva, il nostro interlocutore afferma che don Mauro Galli, avrebbe frequentato gli anni accademici 2013-2014 e 2014-2015 per poi prendere il dottorato nell’anno 2015-2016.

    A questo punto mi torna in mente quanto appariva sul sito della parrocchia di Legnano, proprio nel momento in cui la Rete L’ABUSO rese pubblico il caso di don Galli. (vedi screenshot  a lato del 5 luglio 2017)

    Si diceva che l’allora cardinale Scola, volendo valorizzare le virtù di don Mauro, dal novembre 2012 (periodo in cui la vittima scoprì che don Mauro non era sospeso ma ancora in servizio, poco distante da dove aveva abusato di lui e ancora tra i minori della pastorale giovanile) gli avrebbe chiesto di recarsi presso il Niguarda, in attesa di recarsi a Roma. Qui dice che l’indirizzo di studio però, fosse la Pastorale Sanitaria, tuttavia le date coincidono, essendo novembre 2012, l’anno era oramai cominciato, quindi se ne deduce che quell’attesa di recarsi a Roma, si riferisca all’anno successivo, il 2013-2014.

    Certo gli indirizzi di studio sono diversi e quindi si rende indispensabile verificare quale indirizzo di studio abbia effettivamente preso e se effettivamente abbia frequentato all’Alfonsiana di Roma, perché anche qui c’è una discrepanza, sul sito della parrocchia di Legnano si parlava di Pontificia Università Lateranense.

    Cerchiamo sul sito dell’Alfosiana, di don Mauro Galli non vi è traccia, ma non ci scoraggiamo. La Rete L’ABUSO ha particolari procedure dietro le quali conserviamo tutto il materiale acquisito, soprattutto quello dei casi di cui ci siamo occupati, ma non solo. Molto spesso materiale che non leggiamo neppure perché non rilevante in quel momento ma che archiviamo.

    E proprio nel nostro archivio, trovo questo bel pdf dell’Accademia Alfonsiana, anno accademico 2014-2015 e a pagina 25 “Tutta la celebrazione, curata in ogni dettaglio dal nostro dottorando don Mauro Galli, in collaborazione con il prof. Jules Mimeault, è stata un momento di alta spiritualità”.

    Don Mauro Galli, che appunto vedete citato come dottorando, lo abbiamo trovato…  facendomi cadere l’occhio anche altrove, ma questa è un’altra storia.

    Al momento non sono in grado di verificare se abbia effettivamente preso il dottorato, ma dal verbale del suo interrogatorio, sappiamo per sua dichiarazione,  che nel dicembre 2016 (data del verbale) frequentava ancora l’Alfonsiana. Qualora fosse, come sembrerebbe a pagina 384, dove è citato tra i dottorandi, credo che forse quella laurea andrebbe rimessa…

    Ma in questa valutazione conta poco, a noi interessava capire se qualcuno lo avesse favorito con una falsa lettera di “integrità morale” e così permesso al Galli di entrare all’Accademia Alfonsiana. Questo è accaduto.

    Il nodo cruciale, per me anche divertente, adesso è: chi ha favoreggiato?

    Senza dubbi all’epoca l’ordinario diocesano era Scola, ma sappiamo anche che a gestire il caso di don Galli sono stati i suoi sottoposti, Delpini e Tremolada, che per la funzione dell’epoca, avrebbero potuto informare male Scola oppure, addirittura, accreditare il Galli.

    Tuttavia il punto è che il Galli, denunciato dalla vittima alla chiesa nel dicembre 2011, formalmente all’Autorità Giudiziaria nel luglio 2014, abbia tuttavia potuto terminare l’anno (e forse prendere il dottorato l’anno successivo) quando era certo che all’epoca sapessero almeno che il prete si era portato a letto il minore, prete che tra le altre cose hanno spostato più volte.

    Quindi:

    A – Delpini ha insabbiato il caso facendo carte false per iscriverlo, dicendo che il prete aveva tutti i requisiti necessari garantendo per lui, come richiesto.

    Scola però scriveva alla vittima che nel momento in qui si sono resi conto della gravità della situazione, “hanno mandato don Galli a Roma a studiare e che, a differenza degli altri studenti, non poteva svolgere alcuna attività pastorale”…

    Per quale motivo tale restrizione? Inoltre sostiene che il prete era anche sospeso temporaneamente dal ministero sacerdotale fino all’esito del processo (presumibilmente canonico in quanto, nonostante fosse già indagato, sotto indagine, già intercettato, Delpini gli aveva già procurato l’avvocato Zanchetti). Quindi, se moralmente era integerrimo, perché sospeso dal sacerdozio? Perché sotto processo canonico? Oppure era falso anche lo scritto di Scola che sosteneva che fosse avviato il processo canonico?

    B – per Delpini è moralmente accettabile dormire con un minore, tanto da iscrivere il sacerdote a Teologia Morale? È quindi la sua moralità in discussione? E quindi: perché le restrizioni e la sospensione di cui sopra?

    C – per tutti è moralmente accettabile? Anche per l’Università, che rappresenta la morale al massimo livello istituzionale ?

    Quindi: o veramente Delpini ha fatto documenti falsi per iscrivere don Galli, e nessuno sapeva nulla a Roma, e Scola scriveva falsità circa le restrizioni che a Roma avrebbero dovuto attuare – e quindi vigilare – pur non sapendo nulla… oppure sono tutti concordi in queste soluzioni di omissioni e insabbiamenti (altro che morale e requisiti!) e pertanto questa è la Morale che forma i candidati che insegneranno Morale ad altri nuovi moralisti.

    Fate vobis

    di Francesco Zanardi

  • PRETI PEDOFILI; pesante giudizio dell’ONU a Governo e Magistratura per il basso numero di indagini, azioni penali e interventi. Subito una commissione di inchiesta

    PRETI PEDOFILI; pesante giudizio dell’ONU a Governo e Magistratura per il basso numero di indagini, azioni penali e interventi. Subito una commissione di inchiesta

    Nei giorni 22 e 23 gennaio 2019, il Governo italiano è stato interrogato dalle Nazioni Unite, in riferimento all’applicazione della Convenzione per la tutela del fanciullo.

    Dallo scorso giugno, dopo un incontro a Ginevra con il Funzionario dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, Gianni Magazzeni, al quale ha partecipato anche l’associazione internazionale ECA Global (presente in 18 paesi e 4 continenti di cui la Rete L’ABUSO è uno dei membri fondatori) la Rete L’ABUSO ha iniziato a documentare all’ufficio di Ginevra le varie e gravi lacune che di fatto in Italia permettono l’impunità dei membri del clero. Relazione Rete L’ABUSO

    Le argomentazioni sollevate dalla Rete L’Abuso sono state portate all’attenzione del Comitato dal Membro Jorge Cardona. Di seguito le opinioni del Comitato, in riferimento ai report che l’Associazione ha inviato.


    Il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa cattolica nel territorio dello Stato italiano e per il basso numero di indagini e criminali azioni penali da parte della magistratura italiana.

    Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’obiettivo 16.2 dello sviluppo sostenibile degli obiettivi, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale da esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della chiesa cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la “riabilitazione” psichica delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità per tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato italiano;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire

    che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

    In merito alla violenza di genere.

    22. Il Comitato attira l’attenzione dello Stato italiano sull’obiettivo 5.2 degli Obiettivi di sviluppo e lo sollecita a:

    (a) Garantire che le accuse di crimini legati alla violenza di genere, compresa la tratta di bambini stranieri, in particolare le ragazze, siano accuratamente indagate e che i responsabili siano consegnati alla giustizia;

    (b) Fornire regolari corsi di formazione per giudici, avvocati, procuratori, i polizia e altri gruppi professionali pertinenti su procedure standardizzate, di genere e di allerta per i minori per quanto riguarda le vittime e su come gli stereotipi di genere da parte il sistema giudiziario influisca negativamente sulla rigorosa applicazione della legge;

    Coordinazione
    (6) Il Comitato esorta lo Stato membro a definire un mandato chiaro e sufficiente autorità all’interno della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento per la famiglia Politiche) per coordinare tutte le attività connesse all’attuazione della Convenzione a livello intersettoriale, nazionale, regionale e locale e rafforzare il ruolo del cittadino Osservatorio sull’infanzia e sugli adolescenti nell’ambito di tale interministeriale corpo coordinatore. Lo Stato Parte dovrebbe assicurare che l’Osservatorio Nazionale su Infanzia e adolescenti sono forniti con le necessarie risorse umane, tecniche e risorse finanziarie per il suo effettivo funzionamento.
    Disseminazione, sensibilizzazione e formazione

    (11) Riconoscendo gli sforzi dello Stato membro, anche facendo alcuni ufficiali documenti accessibili in ETR (facile da leggere), il Comitato raccomanda che lo Stato parte:

    (a) Intensificare i suoi sforzi per diffondere informazioni sulla Convenzione e sui suoi Protocolli opzionali, anche attraverso programmi di sensibilizzazione, ai genitori, i più ampio pubblico e bambini in un modo a misura di bambino, alle organizzazioni basate sulla fede, e ai legislatori e ai giudici per assicurare la loro applicazione in ambito legislativo e giudiziario processi;

    (b) Rafforzare i suoi programmi di formazione per tutti i professionisti che lavorano con e per i bambini, anche implementando un programma per i diritti dei bambini e formatore approccio.

    Documento integrale 
    Redazione Web

  • Note a margine della presentazione di “Giustizia divina” –  l’impunità che lo Stato fornisce al clero (video)

    Note a margine della presentazione di “Giustizia divina” – l’impunità che lo Stato fornisce al clero (video)

    Ho trovato “Giustizia divina” un libro davvero molto interessante e ricco di dati inediti attualissimi e soprattutto con una ottima tecnica di indagine, non la solita, in genere fatta su documentazione acquisita o informazioni giornalistiche di vario genere.

    Gli autori, Emanuela Provera e Federico Tulli partono da un’iniziale raccolta di informazioni documentali, che però non usano o, almeno, le usano per poi approfondire recandosi di persona in quei luoghi, facendo domande dirette e raccogliendone anche le impressioni. Da vittima, ma in questo caso soprattutto da tecnico, Presidente di un’associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, quanto raccolto dagli autori fa emergere qualcosa di inquietante sul piano dell’applicazione della giustizia.

    La scrupolosa inchiesta, inizia a raccogliere dati interpellando le 191 case circondariali esistenti sul suolo italiano per censire, capire quanti sacerdoti siano effettivamente nelle carceri del nostro paese. Dalle risposte ottenute dai due giornalisti (su 191 case circondariali hanno risposto 125), risultano nelle carceri italiane 5 soli sacerdoti e, di questi, uno solo agli arresti per pedofilia.

    Il dato oltre che stupire fa sorridere. Basta andare sul sito della Rete L’ABUSO per vedere che nell’ultimo decennio, solo in Italia, i sacerdoti condannati in via definitiva, e solamente per reati di pedofilia, sono più di 140, l’ovvia domanda è: che fine hanno fatto ?

    Si scopre che finiscono in strutture parallele che la chiesa definisce “per sacerdoti in difficoltà”, strutture nelle quali troviamo non solo sacerdoti agli arresti domiciliari per reati di vario genere, anche la pedofilia. Questi sacerdoti, malgrado l’effettiva condanna, non vivono un regime carcerario e neppure una vera detenzione domiciliare, vivono tranquillamente a contatto con altri confratelli, con problemi molto spesso differenti, quali dipendenza, depressione, ritiro spirituale ecc.

    Prima dell’inchiesta avevamo individuato 5 di queste strutture, oggi arriviamo a più di 20. Provera e Tulli, nella sostanza, scoprono e documentano (in un contesto carcerario) che la chiesa si è sostanzialmente creata, nell’indifferenza dello Stato italiano che la lascia fare, dei “non carceri” per detenuti di “serie A” che definisco con estrema tranquillità “simbolici”, ai quali, sono gli stessi tribunali italiani che affidano ai domiciliari i membri del clero.

    Luoghi frequentati anche da persone che, per lo Stato, sono liberi cittadini e che non dovrebbero stare a contatto con chi sconta una pena. Luoghi senza alcun controllo: si entra, si esce, c’è la TV, internet, insomma come andare agli arresti “in vacanza”…

    È bene ricordare che, soprattutto per la pedofilia, esiste un alto e concreto pericolo di reiterazione del crimine e che la comunità scientifica paragona il profilo del pedofilo a quello dei serial killer, ci si chiede in questa condizione quale sia la tutela prevista dallo Stato nei confronti dei cittadini.

    Affidi fatti dagli stessi Tribunali, ma nessuno poi controlla, come accaduto nell’ottobre 2017, quando don Ruggero Conti, affidato per motivi di salute ad una struttura – che drammaticamente scopriremo anche essere adibita  al trattamento ESTENSIVO per Adolescenti  – ad un bel momento ha deciso di lasciare il Lazio e farsi un giro a Milano. E così ha fatto, ha telefonato a un taxi e con sufficiente denaro a disposizione per pagarlo, si è messo in viaggio.

    Emerge quindi dall’indagine di Provera e Tulli, l’evidenza  che esista una categoria di cittadini, ai quali lo Stato concede privilegi e lascia fare senza porsi troppe domande, uno Stato che è difficile immaginare che non sappia. Infatti, proprio una di queste case che definirei per detenuti di “serie A”, la comunità AGAPE di Roma, sorge proprio a pochi passi da un’immobile di proprietà del Ministero di Grazia e Giustizia, Amministrazione Carceraria.

    Dopo 10 anni passati ad occuparmi di chiesa, ne ho viste tante che tutto ciò poco mi stupisce da parte del clero. Mi preoccupa invece la posizione dello Stato italiano. Ci ricordiamo la Costituzione Italiana? Qui è evidente non solo che lo Stato palesemente violi i diritti costituzionali dei cittadini – persino quelli dei pedofili – creando tra loro una disparità, cioè permettendo ai soli membri del clero cattolico, di privilegiarsi di un tacito “diritto” non previsto dai Patti Lateranensi, un diritto che di fatto spesso gli garantisce questa sorta di immunità, in palese sfavore delle vittime alle quali lo Stato non fornisce oltre alla giustizia, alcun tipo di aiuto.

    Anche se non ci fa desistere, un boccone amaro per chi come me crede nella legge e nella giustizia, e nella legalità, con civiltà da anni si batte per contrastare questo fenomeno in particolare, dover prendere atto che quella giustizia alla quale ci appelliamo, è la stessa che in parte ostacola la punibilità del clero.

    Zanardi

  • I 4 “casi Viganò” italiani

    I 4 “casi Viganò” italiani

    Ci sono quattro “casi Viganò” in Italia che vedono direttamente coinvolto papa Francesco, ma nessuno ne parla.

    1°- Il caso più clamoroso è quello dei presunti abusi sui chierichetti del papa, svelato nell’inchiesta di Gianluigi Nuzzi e successivamente documentato da Gaetano Pecoraro per LE IENE.

    Un caso che ad oggi è stato insabbiato ben due volte.

    Un caso che si sviluppa in un fazzoletto di terreno di un chilometro quadrato con al suo interno solo una quindicina di minorenni, lo Stato della Città del Vaticano.

    Un caso che, ad oggi, vede chi lo ha insabbiato e il presunto abusatore ancora ai propri posti.

    Un caso che, da parte di chi promette di risolvere la piaga dei preti pedofili, pur avendolo in casa, ad oggi non è riuscito a mettervi mano: l’unica cosa concreta è stato vedere la tanto acclamata tolleranza zero applicata, anziché sugli insabbiatori, su coloro che hanno denunciato i crimini.

    Un caso che non è limitato a quello che si sa fino ad oggi, perché esistono altri chierichetti che hanno subito abusi presso il Pre Seminario San Pio X: ce li presenterà Marek Lisińki, il collega di ECA e presidente dell’associazione polacca Foundation Nie lękajcie sie.

    2° – Il caso dell’Istituto per bambini sordi Antonio Provolo di Verona, un caso anche questo arrivato direttamente nelle mani di Bergoglio, nel 2014 quando una delegazione di presunte vittime lo hanno incontrato in Vaticano e gli hanno consegnato una lettera, precedentemente ignorata dalla C.D.F. e dal vescovo di Verona, Giuseppe Zenti.

    In quella lettera i nomi di 25 presunti pedofili, tra loro anche don Nicola Corradi, arrestato nel novembre del 2016 in Argentina, la terra natale di papa Francesco. Anche questo caso fu ignorato dal papa della trasparenza e della tolleranza zero, per fortuna non dalla giustizia civile.

    3°- Il caso di monsignor Mario Delpini, che tentò di insabbiare le molestie sessuali di don Mauro Galli, lo scorso 20 settembre condannato a sei anni e quattro mesi. Malgrado la vicenda fosse stata segnalata in precedenza al cardinale Scola e al Vaticano, che ha persino risposto alle missive dalla vittima, papa Francesco ha comunque nominato, nel luglio 2017, il vescovo Mario Delpini, arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Europa, quella di Milano. Ma non è tutto, perché Bergoglio, da quanto dichiara anche la C.D.F. era informato, tuttavia lo ha ulteriormente “premiato” nominandolo tra i rappresentanti italiani del Sinodo dei Giovani.

    La vittima e i familiari chiedono coerenza a Delpini e con una petizione lo invitano a seguire i passi dei colleghi cileni chiedendo le dimissioni al papa.

    4°- Il caso di don Silverio Mura, da anni nascosto dalla diocesi di Napoli alla quale, da anni, le sue presunte vittime chiedono giustizia. Per questo hanno anche denunciato il cardinale Crescenzio Sepe, sulla scia del motu proprio “Come una madre amorevole” a papa Francesco.

    Agli inizi del 2018 si scopre che don Silverio, da Napoli è stato trasferito e oggi presta servizio ancora a stretto contatto con minori, in un paesino della provincia di Pavia, Montù Beccaria. Ma qui ha cambiato nome: da don Silverio Mura, a don Saverio Aversano. Una delle presunte vittime, Arturo Borrelli, è stato anche ricevuto da papa Francesco al quale ha fatto le sue rimostranze, ma don Silverio, o Saverio che sia, è nuovamente scomparso.

    Questi gli argomenti di cui si parlerà nella prima giornata del Meeting organizzato dalla Rete L’ABUSO e da ECA Global, il 2 ottobre alle ore 10,30, presso la Sala Conferenze della Stampa Estera in Italia, in via Dell’Umiltà 83C Roma.

    Nella seconda giornata, il 3 ottobre alle 9, presso la sede del Partito Radicale di via Torre Argentina 76 Roma, ci sarà l’incontro con i sopravvissuti italiani che nel pomeriggio alle ore 15 manifesteranno in Vaticano, presso i giardini di Castel S. Angelo.

    Francesco Zanardi

  • Morto Francesco Zappella, il prete pedofilo pregiudicato protetto da mons. Borghetti

    Morto Francesco Zappella, il prete pedofilo pregiudicato protetto da mons. Borghetti

    È venuto a mancare nella tarda mattinata di ieri don Francesco Zappella, il sacerdote che già negli anni novanta era stato condannato dal tribunale di Pinerolo per abuso sessuale ai danni di due infraquattordicenni.

    Il caso di don Zappella era stato risollevato dalle Rete L’ABUSO nel 2015, quando un giovane uruguagio Luis Mario Acuna Gonzales, si era messo in contatto con l’associazione segnalando anche la sua esperienza e quella di alcuni coetanei. In quella occasione la Rete L’ABUSO riuscì a portare in Italia lo sventurato uruguagio dando il via ad una seconda inchiesta, successivamente archiviata per l’intervento dei termini di prescrizione.

    Malgrado tutto il vescovo della diocesi di appartenenza, mons. Guglielmo Borghetti, nulla fece per tentare di evitare che Zappella reiterasse il reato anzi, gli permise di trasferirsi in Uruguay dove ieri è morto.

    L’Ufficio di Presidenza


    Di seguito il comunicato divulgato stamane dalla Diocesi di Albenga.

    Da: Segreteria Generale <segreteriagenerale@diocesidialbengaimperia.it>
    A:
    Data: 24 agosto 2018 alle 12.04
    Oggetto: Decesso don Francesco Zappella

    Nella tarda mattinata di ieri 23 agosto (ora italiana) è deceduto in Uruguay presso una struttura ospedaliera il Reverendo Sacerdote don Francesco Zappella.

    Era nato a Milano il 26 giugno 1959 e venne ordinato da Sua Eccellenza Monsignor Mario Oliveri nella chiesa cattedrale di Albenga il 17 maggio 1997.

    Trascorse a più riprese parecchi anni in missione in Uruguay dove ebbe modo di fondare a Trenta y Tres la “Fradernidad Reina de la Paz”.

    In Diocesi ricoprì i seguenti incarichi:

    Vicario parrocchiale di san Vincenzo Ferreri in Alassio;

    Vicario Parrocchiale di Santa Maria Maggiore in Castelvecchio di Imperia;

    Responsabile dell’Ufficio Missionario Diocesano;

    Arciprete di San Fedele in Albenga;

    Arciprete di Verzi;

    Arciprete di Sant’Antonio in Borghetto S. Spirito.

    Non avendo ancora altre informazioni si raccomanda vivamente di elevare al Signore preghiere di cristiano suffragio e la celebrazione della Santa Messa (come d’uso) per i sacerdoti defunti, perché il Signore gli doni di poter contemplare il suo Volto nell’eternità beata.

    Can. Tiziano Gubetta

    Cancelliere Vescovile

  • Prevenzione e tutela dei minori in Italia: “il buco senza niente intorno”

    Prevenzione e tutela dei minori in Italia: “il buco senza niente intorno”

    Lo scorso 19 gennaio la Rete L’ABUSO, per mano del proprio avvocato, Mario Caligiuri,  ha formalmente diffidato il Governo per una serie di gravi inadempienze in materia di tutela dei minori, tra queste anche la prevenzione che, come vedremo, parte anche dalla consapevolezza, ovvero dall’informare la collettività affinché questa possa tutelarsi.

    Ed è proprio la consapevolezza l’obbiettivo di questo articolo, cercherò di spiegare quali sono le principali falle del sistema in uno Stato come l’Italia che, malgrado abbia sottoscritto e ratificato una miriade tra protocolli, carte dei diritti, convenzioni ecc., dietro le quali dovremmo sentirci più sicuri, quando ne analizziamo l’applicazione scopriamo invece falle notevoli che, come vedremo in alcuni casi, sono addirittura riconducibili all’ingerenza del clero.

    Come si struttura una misura preventiva ?

    Esiste un primo livello, che non è più o meno importante degli altri, è semplicemente l’obbiettivo prioritario: quello di prevenire e scongiurare che si produca una vittima. Quando la vittima invece c’è, siamo già al secondo livello, ma questo lo vedremo in seguito.

    Le norme preventive, che definisco di primo livello, sono quelle che, per esempio, impediscono al medico di continuare ad operare qualora non fosse più in possesso dei requisiti psicofisici per farlo: la finalità è impedire che un soggetto potenzialmente a rischio possa nuocere al paziente. Stessa cosa accade per le norme preventive del codice della strada dove vediamo, come strumento preventivo, la sospensione o la revoca della patente in caso di deficit di vario genere, vista, diabete, uso di sostanze e via dicendo.

    Utilizzando l’esempio della patente di guida, analizziamo come interviene la norma preventiva e notiamo che lo sventurato autista, al quale hanno ritirato la patente è, di fatto, stato privato di un suo diritto (quello di guidare): questo perché le condizioni necessarie perche potesse esercitare quel suo diritto, erano tali da renderlo potenzialmente pericoloso per se stesso e per la collettività.

    Faccio ancora notare che non è detto che per vedersi ritirare la patente (con il conseguente inserimento in un elenco di soggetti a rischio) il nostro sventurato autista abbia, per forza, dato prova della sua pericolosità (ovvero abbia avuto un incidente): è stato sufficiente possedere un deficit che lo rendesse potenzialmente pericoloso per la collettività.

    In questo caso la norma preventiva funziona, è efficace, pur privando il nostro sventurato autista di un suo diritto, la norma è legittima, tiene conto della priorità (l’incolumità) e la valorizza correttamente.

    Come nel caso del medico e dell’autista, troviamo lo stesso schema anche per quanto riguarda la tutela dei minori, certo ci sono delle varianti rispetto al caso del medico o dell’autista i quali si sono visti riconoscere una potenziale pericolosità tramite un test, esami, controlli e via dicendo.

    Certo, per la pedofilia non si può rilevare la tendenza di un soggetto attraverso un esame o un test, in questo caso il dato si ottiene diversamente: a produrlo è un sistema informativo centralizzato, in sostanza un database sullo stile di quello dell’FBI o di quelli adottati in altri paesi, nel quale vengono immagazzinate, per essere rese disponibili in tempo reale alle forze dell’ordine, non solo le condanne, ma anche i procedimenti pendenti (quindi ancora privi di un giudizio) , le annotazioni fatte dalla p.s., per esempio durante un controllo, o dove c’è stata una segnalazione, con un rilievo tale, da rientrare nel medesimo meccanismo di allarme preventivo che segnala il medico o l’autista.

    Nel 2006 il Governo stanziò un fondo per realizzare un database nazionale. Purtroppo non fu mai realizzato e, ancora oggi, è praticamente impossibile avere in tempo reale la disponibilità di un dato certo, o uno storico di eventuali precedenti, segnalazioni e procedimenti pendenti.

    La prevenzione di primo livello purtroppo si esaurisce inevitabilmente qui. Senza l’elemento strutturale fondamentale, il sistema informativo centralizzato, comprenderete che le azioni preventive attuabili in un primo livello sono davvero molto limitate.

    Come accennavo all’inizio dell’articolo, restando nella prevenzione di primo livello, sono fondamentali anche le campagne di consapevolezza, per i genitori ma anche per coloro che sono, in fondo, i primi a poter dare l’allarme, i bambini che, se messi in condizione di riconoscere un pericolo, possono difendersi chiedendo aiuto. Purtroppo anche questa risorsa al momento non è valorizzata in Italia.

    Passiamo alla prevenzione di secondo livello che, come spiegavo in principio, non è meno importante di quella di primo: divido i due livelli perché lo scenario del secondo livello si configura quando oramai siamo in presenza di una vittima, ovvero quando la violenza è già stata commessa e intervengono meccanismi preventivi non più sulla base della potenziale pericolosità di un soggetto, ma sulla certezza della pericolosità di quel soggetto.

    Qui lo scenario è apparentemente più semplice, abbiamo dei dati certi sui quali lavorare, il reato si è consumato e abbiamo a disposizione le condanne. Se avessimo il nostro bel database avremmo una maggiore possibilità di accesso e una consultazione certa ed immediata per tutte le forze di p.s., tuttavia attraverso i casellari, anche se non è proprio così immediato, le procure possono accedere al dato.

    Tra le più importanti ed innovative convenzioni sottoscritte dal nostro paese c’è quella di Lanzarote, con la sua ratifica nel 2012, dietro alla quale il Governo ha dovuto successivamente implementate alcune importanti misure, come il raddoppio della prescrizione che da 10 passa a 20 anni con decorrenza a partire dal 18° anno di età, i protocolli che regolamentano l’audizione protetta della vittima, il certificato anti pedofilia ecc.

    Tranne il certificato anti pedofilia, sono tutte implementazioni dalle quali il clero non è affatto esente, tuttavia nessuno ne contesta le violazioni, per esempio quelle subite dalla vittima in una sede processuale canonica, o durante un’indagine o una perizia medica avviata dalla chiesa, tutte violano palesemente, oltre ai protocolli introdotti da Lanzarote, anche le garanzie costituzionali in quanto la vittima, per esempio, non può essere assistita dal proprio avvocato, esattamente come accadde nel processo a Nuzzi e Fittipaldi.

    Nel caso del certificato anti pedofilia invece, nell’applicazione il clero è stato esonerato per legge dall’esibirlo, grazie ad una sapiente mossa del legislatore che, per non discriminare nessuno, questa volta ha addirittura “strafatto”, esonerando l’intera categoria alla quale il clero appartiene, quella da sempre più a rischio: il volontariato (quindi allenatori, scout ecc… )

    Nel certificato anti pedofilia scopriamo una grave falla, dico grave non solo perché esonera inspiegabilmente la categoria da sempre più a rischio, ma se provate a leggere con l’occhio di un pedofilo, vi accorgerete che paradossalmente indica il terreno fertile dove cacciare, dove non è necessario esibire il certificato.

    L’introduzione del certificato anche per la categoria del volontariato al momento è fondamentale, da subito fattibile per i civili, per i sacerdoti invece sorgerebbe un altro problema legato questa volta al mancato obbligo della denuncia.

    Il certificato anti pedofilia non è altro che una dichiarazione nella quale si certifica di non aver mai avuto precedenti in materia: il dato viene fornito dall’autorità giudiziaria sulla base dei precedenti. Il problema sorge perché la chiesa, essendo lasciata libera di insabbiare internamente il caso, e di omettere sistematicamente la denuncia alle autorità civili, anche se poi procede con un processo canonico, l’esito non potrà essere comunque nella disponibilità dall’autorità giudiziaria, di conseguenza il certificato non sarebbe attendibile.

    Questa anomala esenzione per il volontariato dall’esibire il certificato anti pedofilia ha creato una falla davvero grave perché, a differenza del medico o dell’automobilista che possono riottenere i requisiti psicofisici e riabilitarsi, nel caso del pedofilo la riabilitazione non è fattibile: non stiamo parlando di una malattia che si può curare, parliamo di un grave disturbo della personalità, di un profilo che la comunità scientifica paragona a quello dei serial killer, parliamo di predatori, persone che, anche se monitorate e seguite farmacologicamente (cosa che in Italia non è prevista tranne in rari casi), non potranno mai più essere rimesse a contatto con i minori perché non in grado di gestire quell’istinto, persone potenzialmente pericolose.

    Qui assistiamo ad un vero e proprio cortocircuito della norma preventiva di secondo livello che, anziché tener conto delle peculiarità del caso, per i civili, reindirizza il predatore verso il terreno di caccia. Stessa cosa per i sacerdoti ai quali permette la ricollocazione nelle parrocchie, luoghi quotidianamente frequentati da un alto numero minori, gli stessi dove probabilmente aveva già adescato e consumato l’abuso prima della condanna.

    Il terzo livello invece riguarda la gli strumenti di soccorso per la vittima e quelli di controllo per il predatore ma si esaurisce sul nascere, non c’è nulla.

    Anche questa è una grave carenza, il monitoraggio dei soggetti noti, ovvero coloro che hanno già subìto una condanna, garantirebbe per prima cosa gli interventi necessari per aiutarli sotto il profilo medico e, al tempo stesso, permetterebbe agli operatori di cogliere eventuali campanelli di allarme per poter intervenire, prevenendo un altro crimine.

    Per le vittime la situazione è drammatica. Non esistono strutture pubbliche che le supportino nel recuperare il danno biologico derivante dagli abusi: stiamo parlando di persone che hanno subìto un grave sconvolgimento emotivo e che, se abbandonate a se stesse, impiegheranno anni per rielaborare quell’evento, chi più chi meno, condannati ad una qualità di vita penalizzante. L’unico indirizzo fornito dalla sanità pubblica è al momento il centro di igiene mentale che, però, è inadeguato alle necessità della vittima. A livello privato, con un notevole costo a carico delle vittime, vi sono dei centri specializzati per il trattamento del disturbo post-traumatico, ma non vi è una diffusione capillare di questi centri su tutto il territorio italiano.

    In Italia esiste anche l’Osservatorio per il Contrasto della Pedofilia e della Pornografia minorile, un ufficio che dipende dal Dipartimento per le pari opportunità, dovrebbe promuovere iniziative di vario genere ma l’entità è tale che, probabilmente, avete appreso solo in questo momento l’esistenza dell’ufficio stesso.

    Il quadro che emerge è forse un po’ meno rassicurante di quello che ci si aspettava, a fronte delle garanzie fornite dalla Costituzione e dalle varie Convenzioni, ora avete uno strumento in più grazie col quale potete valutare da soli quella che, in fondo, era la domanda iniziale “quale è il reale livello di tutela dei minori in Italia?”.

    Voglio rubarvi ancora pochissimo tempo, se siete arrivati fino a qui… vorrei, dopo aver espresso le drammatiche criticità, essere costruttivo valutando anche le soluzioni che il Governo potrebbe attuare concretamente. A me è piaciuto molto quello che è accaduto in Svizzera, dove il Governo, senza dover mettere mano a Concordati o altro, nella sua piena autonomia e nel più ampio rispetto per la chiesa, ha deciso di fare una mossa molto semplice, tra le altre cose da sempre fortemente richiesta dalle associazioni: quella di togliere la prescrizione su questi reati.

    Voi vi chiederete che cosa centra la prescrizione, bene questo è stato un fortissimo deterrente che ha cambiato notevolmente le cose.

    In presenza della prescrizione, il reato decade superati i termini, quindi l’interesse che si produce al fine della propria impunità, è quello di insabbiare nella speranza di arrivare alla prescrizione. Tutto questo ulteriormente incentivato dal fatto che la vittima, molto probabilmente, non farà in tempo a denunciare entro i termini della prescrizione, perché tendenzialmente la maturazione del trauma è piuttosto lunga.

    Senza la prescrizione, invece, anche se la vittima denuncia in età avanzata,  è quasi certo che prima o poi la denuncia ci sarà e l’autorità giudiziaria accerterà i fatti: e qui la reazione cambia. La chiesa, se pur continuerà a preferire la salvaguardia dell’immagine, sarà proprio in virtù di questa salvaguardia che troverà lo stimolo ad intervenire, per impedire che il crimine venga reiterato: non trasferirà più di parrocchia in parrocchia chi, questa volta, potrebbe costargli caro.

    Questo è stato infatti il risultato che una banale modifica legislativa, non invasiva e di buonsenso, è riuscita a produrre. Nell’applicare la legge, il Governo si è anche curato di dare l’opportunità, a tutti i cittadini che avevano subito abusi in precedenza, di poter denunciare, questo ha permesso di raccogliere subito i primi frutti.

    Infatti la chiesa, stimolata dal fatto che adesso per lei le prospettive si erano fortemente ridotte ovvero, “o tentiamo un accordo risarcitorio con la vittima” o, in alternativa, “attendiamo che sia un giudice a stabilire quanto dobbiamo risarcire”, ha tentato la via naturalmente più vantaggiosa proponendo accordi alle vittime.

    Anche la Conferenza Episcopale si è mossa di conseguenza e, al contrario delle Linee guida, che non prevedono l’obbligo della denuncia e nessuna sanzione per coloro che si rendono complici, quelle svizzere sono un tantino diverse, sono collaborative con l’autorità giudiziaria e sanzionanti con gli insabbiatori.

    Un vero miracolo, non c’è che dire.

    Di Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • L’Italia “congela” le garanzie costituzionali dei minori

    L’Italia “congela” le garanzie costituzionali dei minori

    Lo scorso 19 febbraio l’associazione Rete L’ABUSO, per mano del proprio legale, l’avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma, dava seguito ad una serie di iniziative nate dopo la relazione del Comitato ONU per la Tutela del Fanciullo, relazione che condannava pesantemente le politiche omissive della Santa Sede, non solo inadeguate sotto l’aspetto della tutela dei minori, ma totalmente prive di programmi concreti nella prevenzione e nel supporto alle vittime.

    La prima delle iniziative proposte dalla Rete L’ABUSO, concretizzata grazie all’impegno e alla disponibilità del Deputato Matteo Mantero (M5s), è stata l’interrogazione parlamentare depositata il 27 novembre 2017 nella quale si chiedeva al Governo Italiano, fanalino di coda in Europa, di iniziare a prendere iniziative a riguardo, cominciando a quantificare per esempio, l’entità del fenomeno che, negli altri paesi, ha raggiunto percentuali spaventose, come il 7% dell’Australia. Dati che in Italia, ad oggi, non sono disponibili, l’unico dato lo dà la nostra associazione, ma è in notevole difetto: raccoglie i primi casi solo a partire dall’anno 2005, e sono solo quelli acquisiti negli anni tramite articoli di giornale e ricerche negli archivi della stampa.

    Il nostro paese ha ratificato la Convenzione ONU per la Tutela del Fanciulllo e il solo fatto che permetta, sul territorio italiano, che le gerarchie ecclesiastiche attuino indisturbate le stesse violazioni contestate alla Santa Sede dal Comitato per la Tutela del Fanciullo, equivale non solo ad infrangere quella stessa convenzione, ma anche a rendersi responsabile civile nei confronti dei propri cittadini.

    Disattesa anche la Convenzione di Lanzarote: sia nell’introduzione del cosiddetto “Certificato anti pedofilia” che, provvidenzialmente in Italia non viene richiesto a quella, da sempre, la fascia più a rischio, ovvero il volontariato: allenatori di calcio, istruttori di vario genere, scout ecc.

    Un vuoto legislativo quasi ad ok, proprio in quella fascia alla quale appartengono anche i sacerdoti.

    Troviamo la Convenzione di Lanzarote disattesa anche per quanto riguarda le garanzie delle vittime, come per esempio la loro audizione che, obbligatoriamente, prevede modalità protette e tecnici qualificati che assistano la vittima. Nei tribunali canonici assistiamo a violazioni gravi di queste garanzie perche, oltre al fatto che in quelle sedi la vittima non può usufruire di nessun tecnico qualificato che la tuteli, non gli è permessa nemmeno la presenza del difensore di fiducia.

    Il risultato che si ottiene è quello di sottoporre la vittima a un’ulteriore violenza psicologica, come documentato recentemente nel caso di don Silverio Mura proposto nel servizio de LE IENE (min. 11,15). Pochi giorni dopo quel servizio, si scoprirà che don Mura, da più di un anno operava in un paesino del pavese, addirittura sotto falso nome e ancora a stretto contatto con minori.

    Anche per questi motivi, lo scorso 19 febbraio la Rete L’ABUSO ha diffidato il Governo ad intervenire con sollecitudine. La tempistica prevista per questo tipo di istanze, prioritarie in questo caso proprio perché parliamo di minori,  è di trenta giorni, dopo di che potrebbe configurarsi, da parte degli uffici inadempienti, il reato di omissione di atti d’ufficio.

    Tra i destinatari della diffida, la PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA, la PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, lo stesso CENTRO REGIONALE DI INFORMAZIONE DELLE NAZIONI UNITE – COMITATO ONU PER I DIRITTI DEL FANCIULLO, la PRESIDENZA DELLA 12ª COMMISSIONE AFFARI SOCIALI.

    Ad oggi, non è ancora pervenuta alcuna risposta da parte di nessuno degli uffici chiamati in causa, malgrado la gravità dei fatti esposti, le istituzioni italiane hanno tacitamente deciso di non intervenire.

    Preoccupante anche la posizione assunta dalla Commissione ONU per la Tutela del Fanciullo, forse quella più imbarazzante di tutta la vicenda: non solo perché, malgrado la gravità di quanto espresso nella relazione del 31 gennaio 2014, a oggi sembra non avere più interesse nella vicenda, ma anche per essersi in qualche modo lasciata mettere i piedi in testa dalla Santa Sede.

    Quest’ultima avrebbe dovuto rispondere entro il 1 settembre del 2017, ma non lo ha fatto e, a oggi, l’ONU sembra essersi dimenticata anche di questo.

    Su tutti i fronti possiamo dire che, in Italia, di fatto sono congelate le garanzie costituzionali dei minori, i Governi degli ultimi 18 anni, per amor del Vaticano, non hanno mai intrapreso azioni di contrasto al fenomeno, non si conosce neppure la sua entità.

    Ad oggi in Italia non esistono campagne di consapevolezza sul fenomeno, non solo della pedofilia in ambito clericale, ma anche di quella civile. Non esiste alcuna forma di prevenzione, neppure se ne parla, e così la prevenzione si riduce, nei fatti, ad intervenire solo quando oramai ci sono delle vittime.

    Il servizio de LE IENE che abbiamo citato prima ci è testimone, non solo nelle violenze psicologiche subite dalla vittima durante il processo canonico, celebrato contro ogni regola, ma anche nelle leggi, totalmente inesistenti e inadeguate, tant’è che una persona denunciata per pedofilia, ha potuto, così come se nulla fosse, senza alcun accertamento in merito, essere messa ancora a contatto con minori.

    Ma quello di don Mura non è l’unico caso, purtroppo.

    Analoghi i casi di don Luciano Massaferro, don Gianni Trotta, don Paolo Turturro, don Nicola Corradi e via dicendo: sono decine, tutti, malgrado le denunce e le condanne, messi nuovamente a contatto con minori, alcuni hanno anche reiterato i crimini in barba non solo alla prevenzione, ma a qualunque logica di buonsenso.

    Paradossalmente, in Italia, ha più garanzie costituzionali e diritti il pedofilo che il bambino. Il minore è parte della fascia più debole dei cittadini, e accede alle garanzie costituzionali solo grazie alla responsabilità e alla tutela che lo Stato si assume nei suoi confronti.

    Francesco Zanardi

    Presidente Rete L’ABUSO

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  • PAVIA; Rete L’ABUSO deposita un fascicolo in Procura sul caso don Silverio Mura

    PAVIA; Rete L’ABUSO deposita un fascicolo in Procura sul caso don Silverio Mura

    Un atto dovuto dopo la grave vicenda che ha visto protagonista Montù Beccaria, un piccolo paesino del pavese, dove da circa un anno si nascondeva sotto falso nome don Silverio Mura, per gli abitanti del posto “Saverio Aversano”.

    Una storia che ha visto diversi protagonisti. La gravità dei fatti, a prescindere dal “se ci siano altre vittime”, vede disattese almeno due convenzioni internazionali: quella di Lanzarote e quella ONU per la Tutela del Fanciullo, dietro alle quali sono venute a mancare anche le più basilari garanzie costituzionali dei minori.

    Infatti, a prescindere dal fatto che don Mura sia prescritto per i presunti abusi sessuali commessi nel napoletano, al di là del nome falso che utilizzava, che sarebbe perseguibile sulla base dell’articolo 494 c.p. e che comunque sottolinea la malafede di chi sapeva: don Mura non poteva stare a contatto con minori perché vi era il più che ragionevole fondamento che fosse pedofilo e, date le caratteristiche della patologia stessa, che paragona il profilo questi soggetti a quello dei serial killer, la possibilità che possa nuovamente abusare è molto elevata.

    Proprio a questo proposito abbiamo integrato nella denuncia depositata presso la Procura della Repubblica di Pavia dall’Associazione Rete L’ABUSO, la relazione della criminologa Luisa D’Aniello, professionista che insieme all’avvocato Carlo Grezio si occupa proprio di due delle presunte vittime di Mura, Diego Esposito e Giuseppe Scognamiglio. Nella relazione emerge non solo la potenziale pericolosità dei tratti antisociali del Mura, ma anche la sistematicità delle tecniche di adescamento da lui utilizzate che, unitamente alla capacità di rapportarsi con gli adulti senza destare sospetto, disegnano un profilo decisamente poco incoraggiante.

    La nostra indagine.

    Don Mura viene mandato a Montù Beccaria circa un anno fa, a seguito di una comunicazione diretta avvenuta tra la parrocchia e la Curia Napoletana, interlocutore padre Egidio Pittiglio, originario del pavese e oggi Superiore generale della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione di Visciano (NA). Secondo quanto emerso, padre Pittiglio avrebbe presentato don Silverio Mura sin da subito come Saverio Aversano. A non far sospettare nulla sarebbe stata un’ulteriore condizione: anche la posta che veniva recapitata alla parrocchia e destinata a don Mura, era indirizzata in epigrafe a Saverio Aversano.

    Padre Egidio Pittiglio sembra aver avuto un ruolo chiave perché, da quanto emerge dal racconto di don Simone Baggio fatto alle mamme di Montù, non solo sarebbe stato colui che già sotto falso nome mandò Silverio Mura a Montù Beccaria, ma fu anche colui al quale Mura si rivolse per chiedere istruzioni su come muoversi dopo essere stato scoperto.

    Dalle nostre indagini emerge che tra il servizio de LE IENE, andato in onda il 7 marzo scorso, e la partenza di don Mura, avvenuta una settimana dopo, il 15 marzo, più di una persona sapesse: tra questi il primo cittadino Amedeo Quaroni, ma né lui, né il parroco intervennero, o almeno, lo fecero, ma non a tutela della collettività, ma del prete.

    Ripercorrendo rapidamente i fatti: il 7 marzo LE IENE hanno trasmesso il servizio su don MURA ma in pochi a Montù hanno visto quel servizio e quei pochi non lo hanno riconosciuto.

    Sabato 10, infatti, le mamme hanno regolarmente mandato i figli in parrocchia e don MURA era presente.

    Domenica 11, da quanto avrebbe riferito alle mamme il parroco Simone Baggio, il sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni – che avrebbe riconosciuto il MURA o che, in qualche modo, era venuto a conoscenza della vera identità di Saverio Aversano – si sarebbe recato dal parroco avvisandolo.

    Troviamo effettivamente un riscontro anche nel comunicato del Primo Cittadino Amedeo Quaroni “dal primo momento in cui ho avuto la notizia che un sacerdote accusato di pedofilia era in mezzo a noi, è stato quello della preoccupazione! Come primo cittadino mi sono attivato immediatamente per trasmettere questa nostra preoccupazione agli organi ecclesiastici ed in particolare al nostro parroco Padre Simone Baggio, che mi rassicurava del fatto che il sacerdote in questione era già stato richiamato dalla sua diocesi di Napoli”.

    Sempre da quanto emerge però, nessuno avvisò le mamme e, tantomeno, furono presi provvedimenti nei confronti di don MURA, il quale continuò le sue attività parrocchiali di quei giorni, tra cui la benedizione delle case.

    Giovedì 15 marzo, infatti, otto giorni dopo il servizio de LE IENE e cinque giorni dopo l’incontro tra il Primo Cittadino e il parroco, le mamme (che ancora non si erano accorte), ricevono tramite una chat WhatsApp utilizzata per la scuola, la foto di don MURA (alias Saverio Aversano) e scoprono la sua vera identità.

    Ad accorgersi che l’uomo della foto era don Mura è proprio uno dei bambini del catechismo, che esclama alla mamma “ma questo è don Saverio!”

    Il pomeriggio di quello stesso giorno i bambini avevano il catechismo con don Mura ma, anziché i bambini, al catechismo si presentano le mamme che esigono spiegazioni, ma scopriranno che don MURA è partito poche ore prima, probabilmente avvisato da qualche conoscente che aveva ricevuto lo stesso SMS.

    Riteniamo l’accaduto grave, perché ha visto omettere tutte le più basilari norme preventive e ad oggi, ancora nessuno si è preoccupato di verificare, se nelle parrocchie frequentate dal Mura, tra i chierichetti o i ragazzi dell’oratorio, vi sia qualche vittima.

    Grave anche la linea omissiva intrapresa dal parroco e, dietro di lui, dal primo cittadino che, non dimentichiamo, è una figura istituzionale il cui compito è preoccuparsi principalmente della salute psicofisica dei propri cittadini e non dell’immagine della chiesa.

    L’associazione Rete L’ABUSO ha, infatti, chiesto alla Procura di valutare una serie di situazioni e le ipotesi di reato ad esse collegate, tra cui verifiche nei luoghi dove Silverio Mura operava, l’analisi della connessione internet utilizzata dal sacerdote, soprattutto alla luce del profilo disegnato dalla criminologa Luisa D’Aniello, che vede molto elevata, soprattutto per il lungo periodo trascorso dal Mura a Montù Beccaria, una possibile incontenibilità delle pulsioni del Mura.

    L’Ufficio di Presidenza

    Associazione Rete L’ABUSO

  • L’articolo di Vatican Insider diffuso dalla Chiesa di Milano smontato nelle menzogne paragrafo per paragrafo. (contiene documenti)

    L’articolo di Vatican Insider diffuso dalla Chiesa di Milano smontato nelle menzogne paragrafo per paragrafo. (contiene documenti)

    Di Francesco Zanardi

     Ritorno a parlare dell’articolo di Vatican Insider a firma di Andrea Tornielli a seguito di un così detto colpo basso della diocesi di Milano che, in data 26-3-18, ha diffuso tramite mailing-list privata (vedi allegato) – vendendolo come chiarificatore – l’articolo che di seguito riporterò rivedendolo in ogni passaggio con gli stralci delle prove documentali agli atti, le stesse sulle quali il vaticanista Andrea Tornielli, che sostiene di averli letti, basa la sua tesi ma che, ahimè, riportati per intero, danno un significato che, come vedrete, non è poco differente.

    Anche se forse è superfluo ritengo opportuno ricordare, per completezza, che stiamo parlando di violenza sessuale: un evento traumatico, devastante, che spesso la stessa vittima rifiuta e che richiede una rielaborazione non indifferente perché possa essere affrontato.

    Il fatto che chi ha subito un forte trauma non riesca ad esplicitare da subito, nel dettaglio, i particolari scabrosi ed imbarazzati è già la prova che il trauma c’è ed è importante (è un normale e sempre presente meccanismo di difesa e negazione). Sarebbe impossibile il contrario, ovvero se una persona, un ragazzino, fosse in grado di raccontare con lucidità e “serenità”, con una descrizione meticolosa, i particolari del proprio abuso subito, sarebbe verosimilmente falso perché non è compatibile con il trauma, con l’essere scioccato.

    Essere riuscito a dire “quello che si può immaginare” e il giorno stesso dire a don Alberto che si è sentito toccato, abbracciato (ovvero oltre ad aver raccontato di aver dormito nello stesso letto matrimoniale, ha da subito esplicitato il contatto fisico), tutto questo in uno stato di shock come quello raccontato da tutti i testimoni, sia in aula che in precedenza alla polizia, a partire dagli insegnanti, genitori, don Alberto, la fidanzata ecc.. ovvero tutti quelli che lo hanno realmente visto il giorno successivo al presunto abuso, è il modo con cui tutti quelli che hanno realmente subito un abuso sessuale pesante gridano al mondo il loro trauma, è il massimo che ci si può aspettare, soprattutto nei primi giorni.

    In questo caso peraltro ci sono delle aggravanti (che corrispondono anche inevitabilmente ad aumentare il trauma e la derivante difficoltà di esplicitarlo dettagliatamente): parliamo di un ragazzino di 15 anni, cattolico, che ha subito l’evento traumatico non da una persona qualunque, ma da colui che era la sua guida spirituale, nel suo mondo di ragazzino, una figura importante, di cui si fidava e a cui confidava la parte più intima di se.

    Il presunto abuso è, tra le altre cose, di carattere omosessuale, per pregiudizio ancora più difficile da ammettere, soprattutto per chi ha un orientamento etero sessuale.

    È oltremodo disonesto non tenere presente che proprio per la natura del trauma A. non avrebbe probabilmente denunciato per anni se non fosse stato per la caduta in stato di shock, che ha dato ai suoi familiari l’allarme, e costretto A. ad affrontare una situazione che, come leggeremo nella deposizione della sua neuropsichiatra e, come è normalità in tutti i casi simili, non era ancora “pronto” ad affrontare.

    n.b. le parti in rosso tra i paragrafi dell’articolo sono le mie annotazioni e riflessioni


    Abusi, il processo a don Galli: ecco ciò che dicono le carte

    di Andrea Tornielli

    Continua il processo penale che ha come imputato un giovane sacerdote milanese, don Mauro Galli, e con il passare delle settimane emerge il tentativo di coinvolgere nella vicenda l’attuale arcivescovo di Milano, attribuendogli responsabilità nella vicenda. Alcuni media e siti web infatti hanno affermato che monsignor Mario Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, non si sarebbe comportato come previsto dalle norme canoniche* di fronte alle denunce di abusi sessuali. Vatican Insider ha letto il fascicolo con le testimonianze rese alla polizia giudiziaria e al pubblico ministero da tutte le parti in causa.

    *Norme canoniche relative all’INDAGINE PREVIA

    Don Galli è stato accusato  di violenza sessuale ai danni di un giovane che nel dicembre 2011, all’epoca dei fatti, aveva 15 anni. Il sacerdote è attualmente sospeso dall’attività sacerdotale ed è in corso, oltre al processo penale, anche quello canonico secondo le procedure previste.

    Il fatto avviene nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 in una parrocchia di Rozzano. A. è un ragazzo emotivamente fragile e quella sera viene invitato da don Galli a dormire a casa sua, con il consenso dei genitori. Nè la vittima né i suoi genitori però si aspettano che il prete faccia dormire il ragazzo nel suo letto a due piazze.  Il giorno successivo, a scuola, A. denuncia un malessere e tornato a casa racconta ai suoi di essere sconvolto per quanto accaduto nella notte precedente. Non racconta però di aver subito un abuso, una tentata violenza sessuale.

    Quella stessa sera i genitori di A. chiamano don Alberto Rivolta, un sacerdote che conosce la famiglia e che ha un primo colloquio col ragazzo, il quale confermerà davanti al GIP di aver raccontato al prete «soltanto il preambolo e il dopo» di quanto accaduto. Successivamente lo zio del ragazzo contatta anche don Carlo Mantegazza, all’epoca parroco di Rozzano, per chiedere che don Galli venga subito allontanato. I familiari raccontano che A. è rimasto sconvolto per aver dormito insieme al giovane prete. Ecco un brano della testimonianza preliminare di don Mantegazza, resa il 7 ottobre 2014: «Lo stesso A. aveva raccontato loro (ai suoi genitori, ndr) che durante la notte non erano accaduti fatti di approcci sessuali e rapporti sessuali, ma che il solo fatto di aver dormito insieme lo aveva molto agitato e scompensato… I genitori e lo zio mi chiesero espressamente che don Mauro fosse allontanato dalla parrocchia per evitare ulteriori contatti con A.».


    Ci sono alcune riflessioni da fare, la prima: la reazione della famiglia, alla quale è possibile che A. non sia riuscito a dichiarare nell’immediato il rapporto sessuale per i motivi che abbiamo citato in premessa, ma lo stato di shock del ragazzo, come successivamente leggeremo nelle testimonianze, era tale al punto di allarmare la famiglia che interviene proprio nel tentativo di comprendere meglio cosa fosse successo quella notte, perché era evidente che qualcosa fosse successo, qualcosa di così devastante che già la mattina successiva costringeva la scuola a dover chiamare i genitori perché andassero a prendere A., in evidente stato di shock, così evidente che la sera stessa i genitori di A. chiesero al parroco, don Mantegazza, l’allontanamento di don Mauro Galli dalla parrocchia.

     

    A supporto della sua tesi il vaticanista Tornielli cita quanto dichiarato il 7 ottobre 2014 da don Carlo Mantegazza, ma non tiene in considerazione che quella dichiarazione, leggendo le carte, vacilla parecchio perché smentita dal diretto interessato, monsignor Delpini, che dichiarerà alla p.g. “don Carlo Mantegazza mi disse al telefono che A. aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    In uno dei tanti audio inediti, è lo stesso don Mantegazza che, parlando con la famiglia, ribadisce quanto accaduto nel dicembre 2011, confermando la dichiarazione fatta agli inquirenti da Delpini e smentendo la sua del 7 ottobre 2014, rivelando anche un altro passaggio importantissimo che chiarisce l’assoluta malafede della diocesi in questa vicenda, spiegando il perché la denuncia fatta nell’immediato alla chiesa milanese sia stata formalizzata all’autorità giudiziaria solo anni dopo.

    Mantegazza nell’audio dirà “quando vi capita un’altra volta una famiglia che invece di denunciare viene a dirti, come avete fatto voi, è successa sta cosa”.


    Come conferma anche la neuropsichiatra infantile Benedetta Olivari, che ha in cura il ragazzo e che il 22 ottobre 2014 davanti al Pubblico ministero dichiara: «No, A. non ha mai riferito un chiaro episodio di abusi sessuali nei suoi confronti… Quello che emergeva era una grande confusione rispetto a quello che ricordava esattamente o una sua rielaborazione o interpretazione di quanto ricordava.  Diceva che era andato a dormire con il sacerdote e che si era svegliato urlando, non ricordava però il motivo per cui aveva urlato». Anche i tre migliori amici di A. nelle loro testimonianze confermano che il loro compagno non aveva parlato di abuso sessuale.


    Questo passaggio è davvero forviante perché Tornielli estrapola da un contesto ben più ampio, della stessa risposta data agli inquirenti dalla psichiatra Benedetta Olivari, un solo passaggio che, letto così ahimè pare sostenere la tesi che A. non abbia affatto denunciato, ma se invece lo proponiamo integralmente dà una chiave di lettura parecchio differente.

    Intanto emerge che l’affermazione della psichiatra è strettamente personale, si comprende la sua cautela e, in quanto medico, tiene conto di quello che ho scritto in premessa riguardo allo stato di shock della vittima, infatti: non solo afferma che A. in quel momento non era “pronto” – quindi lei non cerca di fare pressioni – ma dichiara che A. “non ha mai riferito un chiaro episodio di abusi sessuali nei suoi confronti”, cioè non esclude affatto che questo non ci sia stato, anzi accresce, sottolineando che “verso l’inizio del 2012 (ovvero poco dopo i presunti abusi) A. ha cominciato a raccontare spontaneamente ed inaspettatamente un evento che era successo qualche mese prima” facendo un esplicito riferimento a quella notte.

    Come da manuale emerge l’ovvia confusione di A. e la difficoltà ad esternare – anche per via del peso che aveva la figura di don Mauro, suo padre spirituale – alternando la conseguente negazione dell’evento a tentativi di esternarlo.

    La stessa dottoressa sottolinea – anche se A. non aveva ancora dichiarato a lei personalmente – che “quella frequentazione e quell’evento in particolare era già conosciuto perlomeno dai suoi genitori”, cioè smentisce il fatto che A. non avesse detto o cercato di esternare a nessuno e in nessun modo gli abusi, dichiara che non ha riferito a lei personalmente “un chiaro episodio di abusi sessuali” dichiarazione tra le altre cose ovvia e corretta perché, qualora la dottoressa avesse appreso direttamente da A. degli abusi, in quanto pubblico ufficiale, avrebbe avuto l’obbligo di denunciare.

     

    Anche le deposizioni dei tre migliori amici di A. pur ammettendo che non vi è stata da parte sua una esplicita dichiarazione di abuso sessuale, non nascondono quanto era evidente, persino per degli adolescenti: ovvero il messaggio di A. riguardo a quella notte e la difficoltà ad ammetterlo esplicitamente era comprensibilmente legata allo stato di shock e alla vergogna di fare una simile ammissione.

       


    Va sottolineato che nell’immediatezza del fatto l’«abuso» che emerge da parte del prete è innanzitutto quello di aver fatto dormire il ragazzo nel suo letto. E poi – racconta don Galli – di averlo abbracciato per evitare che cadesse dal letto. A., a sua volta, racconta di essersi svegliato urlando e di essere stato abbracciato dal sacerdote. Le testimonianze di don Galli e del ragazzo nella sostanza dunque coincidono. A. per diversi anni non offre ulteriori chiarimenti sui fatti di quella notte e non racconta ad alcuno di aver subito un abuso sessuale.


    Qui rimando alle testimonianze dei tre amici e alla dichiarazione di Delpini già discussa prima, fatta alla p.g. e riferita al Natale 2011; “don Carlo Mantegazza mi disse al telefono che A. aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    Trovo davvero volutamente ignorante e offensivo sindacare sul fatto che A. (un 15enne in quel momento sotto shock) non avesse nell’immediatezza chiaramente espresso alla psichiatra i fatti o non li avesse confidati interamente agli amici e gridati ai quattro venti.

    Qui si parla già chiaramente di abuso sessuale, e non è limitato al fatto che A. avesse semplicemente dormito con don Mauro. Come conferma persino l’allora fidanzatina di A., il giorno successivo all’evento il sospetto era cosi reale che persino una 15enne, con tutta l’inesperienza di quell’età, comprendeva chiaramente che il suo fidanzato era stato molto probabilmente vittima di un abuso sessuale, la situazione era così chiara da aver mandato tutti in allarme e aver preteso nell’immediato che don Mauro fosse allontanato dalla parrocchia.

     

    È davvero scorretto giocare su questo punto: esisteva non solo un più che ragionevole dubbio, ma oltre alla deposizione di Delpini che Tornielli, chissà perché, non ha citato, anche in quella della fidanzatina di A. che Tornielli nuovamente, chissà perché, non cita, c’è chiaramente scritto che: la sera successiva al fatto “i genitori di A. avevano chiamato al telefono mia madre alla quale avevano raccontato l’abuso fatto da don Galli su A.”.

    La conferma che A. avessero dormito nello stesso letto avvalorava la tesi e, non che l’aver dormito insieme fosse l’oggetto dell’abuso e del conseguente shock.


    Che cosa avviene subito dopo? Quali decisioni vengono assunte nei confronti del giovane prete? Appena vengono a conoscenza dell’accaduto, così come è stato presentato loro dai protagonisti (ricordiamo che nessuno parla di atti sessuali o di tentato abuso sessuale), i superiori di don Galli affidano il giovane sacerdote a uno psicologo perché inizi un percorso che lo aiuti a comprendere la grave imprudenza compiuta dormendo nello stesso letto con un ragazzo il quale – a detta del sacerdote – appariva bisognoso di conforto e protezione. Don Mauro viene quindi trasferito da Rozzano a Legnano con provvedimento dell’1 marzo 2012 firmato ufficialmente dall’allora vicario generale della diocesi di Milano, monsignor Carlo Redaelli, anche se l’allontanamento effettivo era avvenuto ben prima.


    Devo dire che sono davvero perplesso, riassumiamo fino a qui l’esposizione di Tornielli:

    nessuno avrebbe per il momento denunciato un abuso sessuale;

    nessuno avrebbe alcun sospetto di abuso sessuale;

    l’unico “abuso” che emergerebbe consisterebbe unicamente nel fatto che il minore ha dormito con il prete;

    il prete lo avrebbe soltanto abbracciato solo per evitare che cadesse dal letto…

    ma allora perché don Mauro viene affidato ad uno psicologo? Perché ha dormito nel letto con un 15enne quando, peraltro, aveva almeno altri tre letti disponibili tra la stanza degli ospiti e il divano letto in sala?

    Ma se dormire nel letto con un prete è un abuso, siccome in parrocchia si sapeva che quella notte A. avrebbe dormito da don Mauro, perché nessuno glielo ha impedito ?

     

    Siamo seri, ma quanti preti in gita o in campeggio dormono con adolescenti? Non mi risulta che, tornati dal campeggio, finiscano sulla poltrona di uno psicologo. Se i fatti stanno come dice Tornielli, qui dallo psicologo ci deve andare chi ha mandato don Mauro, non lui.

    Ma nulla, nel passaggio successivo, siccome non era successo nulla e non vi erano motivi neppure per avviare un indagine previa, oltre ad andare dallo psicologo don Galli viene affidato alla sorveglianza di due preti più anziani ? ? ?


    Il vicario di zona, monsignor Mario Delpini (in quel momento non ancora vicario generale della diocesi di Milano), affida don Galli alla cura e alla sorveglianza di due preti più anziani chiedendo loro di accompagnarlo e di vigilare su di lui. Rimane coinvolto nella pastorale giovanile. In quel momento non c’è alcun sospetto di abuso sessuale: il giovane sacerdote ha commesso una grave imprudenza, va seguito, sorvegliato e soprattutto deve prendere coscienza dell’errore che ha compiuto. L’accompagnamento psicologico deve servire per fare emergere le sue fragilità. La prima decisione della Curia ambrosiana non risponde alle procedure codificate da attuare nel caso di un sospetto abuso, semplicemente perché la vittima non ha denunciato abusi sessuali.

    Nel luglio 2012 Delpini viene scelto dal cardinale Angelo Scola come suo vicario generale. Nel settembre 2012 avviene un incontro tra la famiglia di A. e monsignor Delpini.   Il colloquio viene segretamente registrato dai genitori del ragazzo e la trascrizione è agli atti del processo. Proprio su questa trascrizione si fonda il tentativo di addossare responsabilità all’attuale arcivescovo di Milano. Di fronte ai familiari del ragazzo – persone molto religiose e molto attive nella vita della loro parrocchia – i quali si rammaricano per il fatto che don Galli sia stato trasferito di parrocchia, ma non allontanato dalla pastorale giovanile, il vicario generale spiega come ha agito.

    Afferma Delpini, nel dialogo con i genitori di A.: «Il tentativo che è stato fatto, è stato quello di metterlo (don Galli, ndr) nelle condizioni di essere vigilato e di essere seguito, quindi vuol dire affidamento ad un certo parroco, le informazioni su quello che è successo e quindi su quello che il parroco deve vigilare, insomma, per quanto è possibile. Il fatto che viva in un posto, e presti il ministero in un altro posto, il fatto che abbia questo accompagnamento psicologico evidentemente io penso che gli psicologi che l’hanno seguito sono professionisti, che possono aver dato delle risposte, posso anche risentire evidentemente il mio dovere, non è soltanto di accontentare voi, ma è di garantirmi… che non fosse nelle condizioni di replicare una leggerezza, un abuso, o una forma di comportamento certamente da condannare».


    Un modo originale quello di mettere un prete, che pur sostenendo non abbia commesso alcunché, malgrado nessuno avesse sospetti minimi, sia finito tuttavia dallo psicologo e sia sorvegliato da due colleghi sacerdoti per oscuri motivi non comprensibili a noi comuni mortali, finisca ancora in mezzo a dei ragazzi per far sì che Depini abbia la garanzia “che non fosse nelle condizioni di replicare una leggerezza, un abuso, o una forma di comportamento certamente da condannare”, il buonsenso a me farebbe fare il contrario e a voi ?


    Qui Delpini usa la parola «abuso», ma è evidente che si riferisce al fatto dell’aver invitato a dormire sullo stesso letto il ragazzo e di averlo abbracciato. L’abuso di cui parla il vescovo non equivale ad «abuso sessuale» semplicemente perché fino a quel momento né la vittima né altri hanno raccontato ai superiori di don Galli di presunti tentativi di violenza sessuale.

    Delpini continua ribadendo ai genitori che l’atteggiamento di don Galli è «certamente da condannare, cioè non è che io non sto dicendo che non ha fatto niente o che ha fatto poco, sto dicendo che è una cosa sciocca e stupida, e dolorosa oltretutto, anche per la vittima». Ancora una volta, il quadro dei fatti ai quali fa riferimento il vescovo è quello dei primi racconti, delle prime testimonianze peraltro concordanti nei fatti, della vittima e del giovane prete. Dalla registrazione si evince bene che anche il padre di A. ammette che non ci sia stata violenza sessuale, parlando soltanto di «vari abbracci». Ma senza mai far riferimento a tentativi di stupro, a tentata violenza sessuale.


    Doveroso !!! CHE COSA SIGNIFICA ABUSO SESSUALE SU MINORE?

    La definizione legale di molestia su minore considera abuso ogni atto di una persona (adulto o altro minore) che con la forza, la coercizione o le minacce costringa un minore ad avere qualsiasi forma di contatto sessuale o di attività sessuale. L’abuso sessuale include rapporti sessuali e/o  comportamenti che prevedono toccamenti sessuali del minore, molestie senza toccamento e utilizzo del minore a scopo sessuale. A volte può non esserci nessun contatto fisico e l’abuso può avvenire online, tramite chat e/o webcam.


    «Non abbiamo detto a don Mauro “guarda che hai fatto una stupidata adesso ricominciamo da capo”– continua ancora Delpini – gli abbiamo detto: “hai fatto una stupidata che rivela qualcosa che non va” perché nessuno vuol dire, non è grave, però qualcosa che non va c’è nel personaggio…». Dopo l’approfondito colloquio con i familiari di A., Delpini aggiunge (un’altra citazione dalla trascrizione della registrazione effettuata): «Possiamo anche dire che ci sono delle cose da rettificare, perché evidentemente la decisione è stata presa con gli elementi che avevo al mese di gennaio, di quando è stato mandato via, e quindi… e anche con le garanzie che avevo dello psicologo e del padre spirituale: insomma di tutto quello che la Chiesa può mettere in atto. Per dire, non è che adesso uno, va be’, ha fatto una stupidata, lo cambiamo e le continua a fare… questo evidentemente… io sono allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla luna».

    Delpini, dopo aver ricostruito bene il caso con i familiari di A., ammette che «i dati sono un po’ diversi da quelli che avevo quando ho deciso lo spostamento… adesso dobbiamo riprendere la questione e avere altre garanzie». E il mese successivo, il 31 ottobre 2012, don Mauro viene destinato alla Cappellania ospedaliera di S. Maria Annunciata in Niguarda, dunque lontano dal contatto con i minori. Passa qualche altro mese, e il 10 luglio 2013 viene inviato a Roma, ospite di istituto religioso abitato solo da persone adulte. Da allora non ha più ricoperto incarichi ecclesiali. Mentre nessuno ha ancora denunciato don Galli per presunti abusi e neanche segnalato presunti abusi all’autorità ecclesiastica, il sacerdote viene allontanato dal contatto con i minori e mandato a centinaia di chilometri di distanza da Milano.


    Ma come? All’inizio di questo paragrafo Tornielli afferma che finalmente Delpini “dopo aver ricostruito bene il caso con i familiari di A., ammette che «i dati sono un po’ diversi da quelli che avevo quando ho deciso lo spostamento… adesso dobbiamo riprendere la questione e avere altre garanzie»” e poco più avanti ribadisce che “nessuno ha ancora denunciato don Galli per presunti abusi e neanche segnalato presunti abusi all’autorità ecclesiastica”.

    Ma povero don Galli: perché allora lo hanno prima mandato dallo psicologo, poi affidato a due sacerdoti per essere sorvegliato, adesso lo mandano a Roma, così, ancora una volta senza motivo?

    Stando alla ricostruzione di Tornielli, don Galli è indubbiamente vittima di mobbing da parte dei superiori !!!


    La situazione cambia radicalmente l’anno successivo, a metà del 2014, quando A. racconta una nuova versione, penalmente rilevante, descrivendo nel dettaglio quanto ricorda essere accaduto nel dicembre di tre anni prima. Dirà infatti che nel letto a due piazze, quella notte, don Galli ha tentato di abusare di lui , cercando di penetrarlo. Nel luglio di quattro anni fa i legali della famiglia di A. presentano una formale denuncia contro il sacerdote. Il 21gennaio 2015, dopo i primi accertamenti in loco, viene aperta l’indagine previa con la conseguente trasmissione dei risultati alla Congregazione per la dottrina della fede presso la Santa Sede. Il dicastero vaticano, esaminate le carte, affida la questione al Tribunale ecclesiastico lombardo (organismo regionale indipendente dalla diocesi di Milano) per l’apertura della formale causa canonica penale. Il 18 maggio 2015 a don Galli viene notificato il provvedimento di sospensione in modo cautelativo dall’esercizio del ministero sacerdotale.

    «Queste decisioni – affermava in un comunicato del dicembre 2017 la diocesi ambrosiana – mai hanno avuto l’intento di “coprire” il caso…  Testimoniano invece con evidenza l’intento di operare con scrupolo e coscienza, nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane, decidendo ogni volta con gli elementi e le informazioni disponibili in quel momento». «Non a caso – continua la nota della Curia milanese – la decisione di trasferire don Mauro da Rozzano, fu presa soprattutto in accoglimento delle sollecitazioni della famiglia del ragazzo nel 2013, quando questi non avevano ancora denunciato alcunché». È infatti emerso dalle testimonianze preliminari, confermate anche da quelle rese fino ad oggi durante il dibattimento, che la famiglia di A. ha appreso i fatti con maggiore contezza soltanto nel 2014 quando don Galli era già stato trasferito a Roma da un anno.

    Proprio sul modo con cui viene usato dai protagonisti della vicenda il termine «abuso» e sulla mancata chiarezza tra ciò che era conosciuto nell’immediatezza del fatto e ciò che emergerà solo nel 2014, si gioca la partita mediatica di chi cerca di sfruttare questa vicenda per caricare sulle spalle di Delpini e più in generale dei responsabili della Curia di Milano la responsabilità di non aver agito adeguatamente. Le decisioni che vennero prese subito dopo il fatto si possono ovviamente discutere, specialmente col senno di poi, ma non è corretto leggerle alla luce della denuncia formale del 2014 quando venne attestato per la prima volta che il ragazzo ricordava di aver subito un tentativo di violenza sessuale.


    Tra coloro quindi che secondo Tornielli cercherebbero “di sfruttare questa vicenda per caricare sulle spalle di Delpini e, più in generale, dei responsabili della Curia di Milano, la responsabilità di non aver agito adeguatamente” c’è anche un nome illustre, quello del cardinale Scola che, in una lettera ai familiari…

    I responsabili della diocesi ambrosiana non sono parte del processo penale. Mentre la famiglia ha rinunciato a costituirsi parte civile avendo concordato con don Galli un risarcimento. Né la parrocchia di Rozzano né la diocesi di Milano hanno avuto alcun ruolo nella transazione e dunque non hanno contribuito a pagare alcun risarcimento: si è trattato infatti di un accordo avvenuto tra la vittima e il sacerdote. Il processo stabilirà le responsabilità del giovane prete in questa triste vicenda. Il tentativo strumentale di «processare» mediaticamente l’arcivescovo ambrosiano, alla prova dei fatti, appare in tutta la sua inconsistenza.


    Personalmente, da vittima e anche da presidente di un’associazione di vittime, mi sento offeso da questo articolo e dalla disonestà intellettuale con la quale è stato scritto.

    Un articolo che il vaticanista Andrea Tornielli scrive omettendo i documenti di base come la deposizione del diretto interessato, monsignor Mario Delpini – che già da sola invalida sin dalla prima riga dell’articolo l’intero contenuto – basandosi invece su testimonianze di persone che pur avendo compreso l’accaduto non avevano avuto testimonianza diretta.  Calca la mano sulla fragilità del minore che come avete letto dalle testimonianze, soprattutto quelle che Tornielli ha omesso, dà chiari ed espliciti segnali sin da subito, tant’è che persino i tre adolescenti che lo stesso Tornielli cita – omettendone però la deposizione – dichiarano di aver capito fin da subito, anche senza la conferma della presunta vittima, quanto fosse accaduto.

    Quello che è imperdonabile è che senza alcun rispetto Tornielli fa leva su un ragazzino 15enne, presunta vittima di stupro, per non essere riuscito immediatamente ad esternare ancora più chiaramente di quanto avesse fatto i dettagli di quella notte. Al tempo stesso, a fronte della dichiarazione dello stesso mons. Delpini che ammette che SUBITO gli fu comunicato l’abuso sessuale, nessuna critica sul fatto che per tre anni non sia intervenuto e non abbia avviato alcuna procedura canonica, se non solo dopo la denuncia della presunta vittima all’autorità civile.

    Francesco Zanardi Presidente Rete L’ABUSO

  • Caso don Mauro Galli: emergono nuovi particolari inquietanti, UN ALTRO MINORE fu costretto a dormire nel letto matrimoniale del prete.

    Caso don Mauro Galli: emergono nuovi particolari inquietanti, UN ALTRO MINORE fu costretto a dormire nel letto matrimoniale del prete.

    Grazie alla testimonianza coraggiosa della presunta vittima di don Mauro Galli di Rozzano, a processo in questi giorni per l’ipotesi di reato di abuso sessuale aggravato, sono emersi nuovi importanti particolari inquietanti su cui ora, presumibilmente, la Magistratura vorrà fare luce.

    La presunta vittima di don Galli, oggetto del procedimento penale in corso, racconta per la prima volta, pubblicamente, la sua drammatica esperienza nella puntata di Quarto Grado andata in onda la scorsa domenica 18 marzo 2018 descrive come è stata indotta, con l’inganno, a dormire nel letto matrimoniale del prete, estorcendo persino il consenso dei genitori lasciando intendere che si trattasse del proseguimento di una attività di preghiera di tutto il gruppo di ragazzini che avrebbe quindi dormito in oratorio dopo le confessioni serali.

    A seguito della testimonianza, alla Redazione di Quarto Grado sono giunti molti messaggi di solidarietà, ma anche alcune segnalazioni di persone che hanno trovato il coraggio di esporsi, raccontando a loro volta i loro drammi. Tra queste segnalazioni ve ne é una in particolare che ha lasciato i giornalisti di stucco.

    Un giovane di 26 anni scrive che dieci anni prima, quando aveva appena 16 anni durante una gita con l’oratorio, E’ STATO COSTRETTO A DORMIRE IN UN LETTO MATRIMONIALE CON DON MAURO GALLI.

    Il ragazzo, originario di Cislago (VA) a nord di Milano, racconta il fatto che è avvenuto nel 2008 quando don Mauro era ancora in seminario, tre anni prima di diventare sacerdote ed essere destinato a Rozzano dove, stando alle prove certe già acquisite nel processo, ha ripetuto il medesimo rituale a Rozzano.

    Questo gravissimo episodio ripercorre le medesime modalità del processo in corso, durante il quale l’attuale Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha confessato alla polizia di aver appreso personalmente già nel 2011. In quella occasione il parroco, don Carlo Mantegazza, gli aveva telefonato due giorni dopo il fatto raccontandogli della segnalazione del ragazzo che aveva riferito del presunto ABUSO SESSUALE, e quando lui stesso recatosi a Rozzano prima del Natale 2011, aveva raccolto la confessione del don Galli stesso che ammetteva di aver portato nel proprio letto matrimoniale il minore.

    C’è quindi da domandarsi se prima che don Mauro Galli fosse ordinato sacerdote, qualche avvisaglia ci fosse già stata in seminario: se insegnanti, educatori, formatori come per esempio mons. Pierantonio Tremolada avessero avuto qualche segnalazione…

    Probabilmente questo episodio, aprirà un nuovo filone di indagine e forse ci sarebbe poco da stupirsi se venissero a galla nuove responsabilità nella gestione dell’intera vicenda, stante la decisione del Vescovo Delpini che ammette alla polizia di aver deciso lui personalmente la nuova destinazione di don Mauro da Rozzano a Legnano, nonostante sapesse perfettamente la questione del letto, consapevole del medesimo incarico ancora una volta a contatto con i minori, ancora una volta responsabile di ben quattro oratori che notoriamente svolgono diverse attività tra cui le gite estive con relativi pernottamenti.

    Grazie anche a questa nuova testimonianza da Cislago, attendiamo gli sviluppi della Magistratura, auspicando anche una presa di posizione netta e ufficiale da parte della Santa Sede nel merito, mentre viceversa, allo stato attuale, continua a latitare.