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  • Il Vaticano cerca di proteggersi dal rafforzamento UE sulle norme penali italiane in materia di abusi sessuali

    Il Vaticano cerca di proteggersi dal rafforzamento UE sulle norme penali italiane in materia di abusi sessuali

    In Europa si sta replicando quanto è già accaduto a partire dal 2000 negli Stati Uniti, dove abbiamo visto fallire a decine intere diocesi costrette dai tribunali a risarcire le vittime sopravvissute agli abusi sessuali del clero.

    Se pure al momento in Europa (Italia a parte) i danni economici sono meno gravi di quelli che la Chiesa ha subito negli Stati Uniti, al momento la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Svizzera, il Belgio, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Irlanda hanno iniziato ad avviare risarcimenti economici alle vittime.

    L’Italia detiene il 43% dei sacerdoti di tutta Europa, il 12,7% nel mondo (dato dell’Osservatorio permanente a cura di Mark Vincent Healy) e il danno economico nella sola Italia è consistente quasi quanto quello che la Chiesa ha subito in Europa. Se pure le cifre dei risarcimenti dati in Europa siano irrisorie confronto a quelle costrette dai tribunali in USA, parliamo di una media di 60.000€ a vittima, Italia esclusa una bella cifra in totale.

    Per fare un esempio, l’Italia che oggi conta di fatto un totale di casi censiti dall’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO (28 giugno 2026) pari a 1.178 casi (ovvero il 3,80% escluso l’indotto laico) con un numero di vittime censito pari a 4.761 vittime sopravvissute. In soldoni varrebbe a dire risarcimenti per un totale solo in Italia pari a 285.660.000 di euro. Una cifra di certo non indifferente, calcolando che il dato del nostro osservatorio è in grave difetto rispetto a quello che produrrebbe una commissione governativa indipendente. Oggi l’Italia è un’autentica bomba pronta ad esplodere dentro la Chiesa.

    Di pochi giorni fa la notizia già anticipata dall’UE dopo la petizione n. 0354/2023 che la Rete L’ABUSO ha depositato il 13 dicembre del 2023, che la Presidenza del Consiglio e i rappresentanti del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sull’aggiornamento delle norme penali in materia di abusi sessuali e sfruttamento sessuale dei minori.

    Le norme riviste copriranno un maggior numero di reati, prevederanno pene più severe e garantiranno un’azione penale più efficace, anche attraverso l’allungamento dei termini di prescrizione.

    Un “Grosso guaio in Vaticano”, il quale da un po’ di tempo tuttavia ha già messo le mani avanti, cosciente che le connivenze col governo italiano non avrebbero potuto fare più di tanto di fronte alla direttiva UE, quindi l’unica soluzione è quella di intervenire dentro le istituzioni dello Stato, per ritardare e penalizzare più possibile la ratifica della norma UE.

    Esattamente come accadde alla ratifica della Carta di Lanzarote che, grazie alle “distrazioni” del legislatore, in Italia è praticamente inutile. In quel caso riuscirono, a differenza del resto d’Europa, a sollevare dall’esibizione del cosiddetto certificato anti pedofilia l’intera categoria del volontariato, a cui guarda caso la Chiesa appartiene.

    Ma questo non è il solo handicap: il certificato anti pedofilia per funzionare necessita che l’obbligo di denuncia sia applicato a tutti i cittadini. Cosa che invece in Italia è limitato solo ai pubblici ufficiali, penalizzando così questa norma che in realtà sarebbe molto efficace in quanto vieta a chi già pregiudicato per reati sessuali di poter tornare a lavorare con i minori.

    La storpiatura concessa invece dal legislatore non solo permette che i sacerdoti pregiudicati per reati sessuali, scontata la condanna, tornino a contatto con i minori, ma fa sì che in Italia, non solo la Chiesa ma l’intera categoria del volontariato diventi rifugio sicuro per i pedofili.

    Un grosso rischio in Italia in quanto la nuova norma che UE si appresta a inserire, si muove ed ha efficacia qualora le precedenti norme siano state correttamente ratificate. Nel caso italiano è disastrosa, vediamo perché.

    I punti che l’Italia si appresta a valutare sono i seguenti.

    1. “Un canale sicuro e indipendente attraverso il quale i bambini, compresi quelli con disabilità, possano denunciare gli abusi subiti proprio all’interno delle istituzioni deputate a proteggerli.”

    In assenza di un obbligo generalizzato di denuncia per tutti i cittadini, e quindi della possibilità che siano gli adulti a segnalare gli abusi subiti dai minori, questo obiettivo incontra un ostacolo insormontabile. Un bambino, infatti, spesso non è nelle condizioni di comprendere pienamente l’abuso subito, né tantomeno di denunciarlo autonomamente.

    Il fatto che oggi il Governo italiano continui a consentire alla Chiesa di gestire internamente i casi di abuso che si verificano al proprio interno equivale, in sostanza, ad affidare il controllo al soggetto stesso che dovrebbe essere sottoposto a verifica: è come mettere Dracula all’Avis.

    1. “Standard nazionali di supervisione, affinché una persona o un luogo già condannati non possano continuare ad accogliere bambini.”

    Anche questo obiettivo risulta compromesso dalla mancanza di un obbligo di denuncia. Se i reati non vengono denunciati, il responsabile difficilmente sarà processato e condannato; di conseguenza, non entrerà nei registri previsti dalla normativa a tutela dei minori. Ne deriva che il sistema di controllo risulta, nella maggior parte dei casi, inapplicabile.

    1. “Un meccanismo nazionale per riconoscere e risarcire le vittime del passato, indipendentemente dai limiti temporali previsti dalla legge, come hanno già fatto Svizzera, Spagna e Francia.”

    Vale la medesima considerazione. Senza una denuncia, un procedimento giudiziario e una sentenza definitiva di condanna, sarà estremamente difficile per una vittima vedere riconosciuto e dimostrare il proprio status di sopravvissuto agli abusi, con tutte le conseguenze che ciò comporta sul piano del riconoscimento e dell’eventuale riparazione.

    1. “Un’inchiesta nazionale per dare finalmente al Paese la verità che ancora manca: quanti bambini vengono abusati all’interno delle sue istituzioni.”

    Questo è, probabilmente, il punto più preoccupante, perché rischia di vanificare quanto già realizzato in molti Paesi europei attraverso commissioni d’inchiesta realmente indipendenti.

    Un’inchiesta nazionale affidata a uno Stato che, fino ad oggi, ha mostrato una sostanziale connivenza con il clero difficilmente potrebbe essere considerata indipendente. Al contrario, rischierebbe di cancellare, con un solo atto, il passato e le responsabilità non soltanto della Chiesa, ma anche dello Stato italiano.

    L’Italia è infatti l’unico Paese europeo che, nonostante i ripetuti richiami degli organismi sovranazionali per la violazione di convenzioni internazionali, come la Convenzione di Lanzarote e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, continua a non adottare interventi adeguati. Già nel 2019 le Nazioni Unite avevano evidenziato le gravi carenze del sistema italiano; nel marzo scorso l’ONU è tornata a richiamare il Governo italiano, chiedendo nuovamente conto del mancato rispetto degli obblighi assunti in materia di tutela dei minori.

    Nel 2019 l’ONU, a seguito di una istanza della Rete L’ABUSO, non a caso chiedeva all’Italia di:

    (21) Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana.Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

    Ad oggi nulla di quanto raccomandava l’ONU già nel 2019 è stato attuato dal Governo italiano.

    La Rete L’ABUSO ha scoperto quanto sta attualmente accadendo proprio all’interno del governo, grazie a personaggi facoltosi che tuttavia millantano crediti che non hanno e che verosimilmente si stanno muovendo nelle retrovie vaticane che li ha “assunti”.

  • In risposta a Mons. Giuseppe Baturi, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana

    In risposta a Mons. Giuseppe Baturi, Segretario della Conferenza Episcopale Italiana

    Leggiamo l’articolo di Chiesa Cattolica dal titolo L’impegno della Chiesa in Italia nella tutela dei minori e le dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi che auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi della chiesa italiana in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili.

    Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo. Dichiarazioni che ci offendono in quanto dopo gli abusi ci tocca sopportare di essere oggetto di una propaganda falsa e per nulla riparativa, che ai nostri occhi scredita la chiesa più di quanto già la sia.

    Tralasciando il deplorevole caso sardo che vede tra i protagonisti proprio mons. Baturi e tra le “vittime”, oltre noi sopravvissuti anche la Garante dell’infanzia sarda Carla Pugligheddu, caso che abbiamo già commentato senza ottenere da parte della CES e del Consiglio regionale sardo alcuna risposta, ma un silenzio che di per se è già tristemente indicativo del dialogo che, al contrario di quello che Baturi afferma, la chiesa non ha e non vuole avere con i sopravvissuti.

    Premettendo che nel resto del mondo e in Europa la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Svizzera, il Belgio, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Irlanda e la Repubblica di San Marino hanno avviato percorsi concreti che rendono giustizia e in molti casi risarcimenti alle vittime dei preti pedofili, in Italia la chiesa neppure lontanamente ventila una simile ipotesi.

    Va ricordato anche che il 28 maggio 2022 fu proprio il card. Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’ABUSO fornisse alla CEI i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso (vedi contributo video), ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero).

    In tutti questi anni, malgrado gli appelli puntualmente mancati, le vittime e la stessa associazione hanno tuttavia tentato un dialogo nella speranza che in Italia, come nel resto dell’Unione Europea, la chiesa potesse intraprendere in coscienza e onestamente, una strada di riparazione civile ed adeguata agli appelli che la CEI puntuale rivolge all’opinione pubblica.

    Invece, come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Baturi c’è una disonestà totale da parte della chiesa italiana.

    Ma voglio essere concreto esponendo un caso dei tanti, commentandolo soprattutto sotto l’aspetto canonico, che nel Motu proprio vos estis lux mundi è chiarissimo, forse meno chiaro per mons. Baturi e per la stessa CEI.

    Questa mail è una delle tante che i sopravvissuti italiani ricevono dalle diocesi o dagli sportelli diocesani. Metto proprio questa perché è la stessa che senza cancellazioni di dati sensibili è stata inviata al card. Matteo Zuppi poche settimane fa, proprio per denunciare le omissioni che emergono puntuali nelle diocesi italiane. Mail che lo stesso Zuppi ha verificato ma malgrado ciò ne lui ne altri sono intervenuti a riguardo.

    Un caso grave, uno dei tanti e puntuali in Italia. La prova che mons. Baturi o non è informato su cosa accade, o ancor peggio mente nelle sue dichiarazioni.

    Parliamo della risposta recentissima data ad una vittima dal vescovo della diocesi interessata. Vescovo che dichiara che il prete accusato ha ammesso i suoi crimini, confermati anche dal predecessore del vescovo che sta scrivendo. Il tutto è tanto credibile che lo stesso vescovo ritiene inutile interpellare altri testimoni in quanto non porterebbero ad ulteriori elementi.

    Direi quindi sia tutto molto chiaro per la chiesa e non solo, il prete è indubbiamente colpevole, lo dichiara lui stesso.

    È qui che adesso chiedo a monsignor Baturi perché malgrado la indubbia chiarezza del caso, il prete non sia ad oggi stato sanzionato, perchè non sia mai stato rimosso e lasciato a contatto con minori, perché in virtù del Motu proprio i vescovi, ovvero il predecessore di quello che scrive e lo scrivente, indubbiamente informati ed inadempienti di fronte al motu proprio, non sono stati sanzionati come previsto?

    Perché nel caso analogo di monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, oggi a processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver addirittura mentito ai magistrati italiani nel tentativo di insabbiare il caso di don Giuseppe Rugolo, la chiesa, come nel caso citato in precedenza non ha mai preso provvedimenti?

    Ecco perchè la CEI, il suo Presidente e il suo Segretario non possono essere minimamente credibili tanto da affermare che dichiarano falsità, offendendo noi sopravvissuti e non certo vengono in nostro soccorso come dichiarano. Ancor meno stanno facendo prevenzione. Il fatto che poi tutto venga accresciuto in un contesto falso e non credibile, dichiarare che la chiesa faccia formazione ai propri educatori, è ancora peggio.

    Che senso ha formare delle persone senza rimuovere il problema.

    Gradiremmo una risposta dalla CEI a queste domande, forse dopo potremmo offenderci meno di fronte a spergiuri come la dichiarazione oggetto di questa contestazione.

    Forse, e dico forse, potremmo anche vedere un filo di umanità in quella chiesa che oggi mente anche all’opinione pubblica dando a bere che vada tutto bene.

  • Dopo il contro report delle vittime italiane a quello CEI, il report sulle omissioni della Conferenza Episcopale Italiana

    Dopo il contro report delle vittime italiane a quello CEI, il report sulle omissioni della Conferenza Episcopale Italiana

    Premessa al REPORT SULLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

    Abbiamo escluso dal rapporto tutti i casi precedenti al 2010, una trentina.

    Non sono completi oltre che sporadici, in quanto antecedenti alla creazione della Rete e documentati indirettamente.

    332 casi a campione, un numero eccellente anche a livello statistico che ci ha costretti dopo lo spoglio a questa premessa sui “I DATI CHE ARRIVANO DALLE DIOCESI ITALIANE” attraverso i sopravvissuti.

    Al fine di non ripetere nel corso dell’esposizione questo dato, che sarà quindi sistematicamente sottointeso in quanto presente in tutti i 332 fascicoli in nostro possesso e esaminati;

    nel 100% dei casi la chiesa non ha reso giustizia neppure alla vittima;
    nel 100% dei casi è stata omessa la comunicazione da parte dell’autorità ecclesiastica alla Giustizia italiana;
    nel 100% dei casi i sopravvissuti non hanno ricevuto soccorso medico adeguato;
    nel 100% dei casi non è stato dato nessun indennizzo da parte della chiesa, tranne che in quei casi (circa l’8-10%) dove c’è stato l’interesse della chiesa ad un accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza. Casi che non possono essere accolti come indennizzi, non solo per la cifra indignitosa rispetto al danno (in genere 25.000€), ma per la finalità stessa per la quale quella cifra viene elargita, ovvero vincolare la vittima al silenzio lasciando il sacerdote “anonimo” e libero di poter reiterare.

    Queste prime premesse che emergono sistematiche da tutte le 332 schede, in Italia trovano fondatezza anche sugli organi di informazione, particolarmente propensi nella penisola a queste notizie incensanti verso la chiesa.

    Ebbene, malgrado ciò nemmeno la cronaca italiana documenta un solo caso contrario ai dati in premessa.

    A breve la pubblicazione del dossier, nell’editoriale del TG NEWS della Rete L’ABUSO prima del sinodo.

    Qui il contro report delle vittime alla CEI, censurato da TG e media nazionali.

    https://francescozanardi.it/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2023/10/02/il-report-delle-vittime-italiane-sulla-conferenza-episcopale-e-le-sue-omissioni-al-motu-proprio/

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  • SHAME- EUROPEAN STORIES- L’ESPOSIZIONE – MILANO 23 marzo 8 aprile

    SHAME- EUROPEAN STORIES- L’ESPOSIZIONE – MILANO 23 marzo 8 aprile

    L’orrore e la vergogna non conoscono confini. Dalla Romania alla Francia, dall’estremo nord della Scandinavia all’Italia, passando per Spagna, Svizzera, Belgio, Austria e molti altri paesi. Realtà diverse, altri abusi, altri autori, ma sempre le stesse vittime: i bambini.

    Adozioni forzate, abusi sessuali in collegi e scuole, bambini allontanati con la forza dalle loro famiglie, vittime del traffico di esseri umani, bambini sottoposti a esperimenti sociali e bambini maltrattati in famiglia. Questo viaggio cerca di delineare un fenomeno che emerge dalle ombre del passato per evitare che questi crimini cadano nell’oblio e che le vittime vengano dimenticate senza che sia fatta giustizia.

    Decine di ritratti fotografici in bianco e nero denunciano la vergogna: la vergogna che pervade e intossica le vite di chi ha subito violenza; la vergogna che dovrebbe provare chi ha calpestato queste giovani vite e ne ha abusato senza ritegno; la vergogna di noi spettatori per la nostra impotenza di fronte a un fenomeno fuori dalla nostra portata; e, infine, la vergogna di una realtà europea che vorrebbe essere moderna e sociale ma che non riesce a gestire in modo completo una situazione drammatica.

    Questa è solo la punta dell’iceberg, uno scorcio di una realtà immensa, sommersa e difficile da quantificare che permea il tessuto sociale europeo e rende la vita di migliaia di persone difficile, se non impossibile. Uomini e donne che sono stati spezzati durante l’infanzia, quello che dovrebbe essere il periodo più sereno e spensierato della loro vita, e che meritano riconoscimento, scuse e giustizia. Riconoscimento, scuse pubbliche e giustizia sono tra gli obiettivi principali di Justice lnitiative.

    Questo progetto riporta le vittime al centro dell’attenzione e mira a un’azione congiunta a livello europeo affinché i singoli Stati e governi prendano in mano la questione e presentino soluzioni concrete e fattibili che permettano a migliaia di cittadini di superare un passato drammatico e traumatico.

  • PRETI PEDOFILI; il Vaticano apre gli archivi, adesso tocca all’Italia rimuovere gli impedimenti legislativi

    PRETI PEDOFILI; il Vaticano apre gli archivi, adesso tocca all’Italia rimuovere gli impedimenti legislativi

    Il Punto di Francesco Zanardi – Molti lamentano il fatto che il papa abbia si, aperto gli archivi, ma non inserito, l’obbligo della denuncia per i vescovi.

    Ma spetta al papa farlo ? Soprattutto, sarebbe stato applicabile nel nostro ordinamento?

    A nostro avviso no, proprio partendo dal principio di sovranità dello Stato, spetta allo Stato stesso intervenire per stabilire regole sul proprio territorio e per i propri cittadini. Come hanno fatto gli altri paesi industrializzati, Francia, Svizzera e via dicendo.

    Mettiamo pure che il papa avesse anche inserito per i vescovi l’obbligo della denuncia, con le leggi attuali dello Stato italiano, troveremmo impossibile l’applicazione.

    Per esempio; la legge prevede fino ai 14 anni la facoltà di avvio di procedimenti autonomi da parte dell’Autorità Giudiziaria, la quale però, nel caso di segnalazione di terzi (per esempio un vescovo, la stessa Rete L’ABUSO o altra associazione), a meno che questi non siano dei Pubblici Ufficiali, non ha l’obbligo, ma facoltà di intervenire d’ufficio e per esperienza personale, posso dirvi che raramente accade.

    Dopo i 14 anni invece, necessita anche la querela di parte.

    Ed è qui che si materializza il macroscopico vuoto italiano, che oggi, dopo la rimozione del segreto pontificio da parte di Bergoglio, emerge ancora più evidente come il maggior impedimento, che troppo spesso non permette alla vittima di accedere alla giustizia, perchè si trova sola, perchè non si tiene conto dell’età e della capacità di un bambino, di comprendere prima, che ha subito un reato, poi, di denunciarlo. Per questo motivo i minori vanno maggiormente assistiti.

    A 15 anni dall’inizio dello scandalo italiano, malgrado le molteplici istanze fatte dall’Associazione, nelle quali si denunciano le gravi lacune del sistema e le inadempienze dello Strato italiano ( Interrogazione parlamentare – Diffida al Governo – Denuncia al Governo), l’ultima arrivata lo scorso febbraio dal Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, che espressamente chiede all’Italia di mettere mano al problema (par. 21), ad oggi, il Governo non ha ancora proferito parola in merito.

    Ancor meno ha suscitato l’interesse di alcuna forza politica in Italia, tranne quello dell’allora Deputato, oggi Senatore Matteo Mantero, che nel 2017 depositò l’interrogazione parlamentare di cui sopra, che giace tutt’ora inevasa sul sito della Camera dei Deputati, vittima dell’assordante silenzio degli Onorevoli colleghi.

    Ma perché l’apertura del Vaticano, ne esce penalizzata dallo Stato italiano e non concretizza giustizia per le vittime ?

    Per comprendere, è il caso di spiegare perché noi tecnici distinguiamo nettamente la pedofilia, dalla pedofilia clericale, dettagli che chi non è dentro spesso ignora, ma nei fatti, oltre a confondere le idee al pubblico, portano la vittima a non potere o a non riuscire ad accedere alla giustizia civile, spesso ritrovandosi prescritta.

    È importante capire che quando gli abusi sono commessi da un uomo di chiesa, si innesta una situazione che io definisco “eccezionale”.

    Questo accade perché nei casi di religiosi pedofili – a differenza dei normali pedofili – abbiamo due tribunali giudicanti, con due diverse finalità.

    Quello della chiesa, che si occupa del solo aspetto morale-religioso, che sana l’offesa a Dio, sulla base del sesto comandamento del decalogo, “non commettere atti impuri”.

    Spesso si pensa erroneamente che tutto si possa risolvere con il solo rito del tribunale canonico, ignorando che invece, serve anche quello parallelo dello Stato per rendere giustizia, questa volta alla vittima, ed infliggere una pena al colpevole.

    Per questo spesso si resta delusi dai soli processi canonici e dalle lievi pene inflitte dalla chiesa, perché ignoriamo la loro finalità, che non è quella di rendere giustizia alla vittima per il crimine subito, ma è quella di riparare il solo l’affronto a Dio. Per questo la pena per il sacerdote non va mai oltre la sospensione a divinis, nel peggiore dei casi la dimissione dallo stato clericale.

    Viene da se che i due tribunali, convivendo parallelamente, debbano essere entrambi informati, in modo da poter procedere nel raggiungimento dei rispettivi obbiettivi.

    La rimozione del segreto pontificio è un passo importante per la trasparenza della chiesa, che oggi si adegua agli altri stati, condividendo dati con la vittima e all’autorità giudiziaria, che finalmente potranno accedere agli atti.

    Passo importante ma non risolutivo.

    Ci sono infatti passi che vanno fatti anche da parte dell’Italia se non si vuole vanificare lo “strumento” offerto dal Vaticano.

    Inserire l’obbligo della denuncia che citavo prima, è fondamentale e, già da se, permetterebbe un grosso salto di qualità nel garantire concreta giustizia alla vittima, oltre a un maggiore contrasto alla pedofilia clericale.

    Per un fatto che definirei quasi “biologico”, la vittima di un reato, tendenzialmente denuncia nell’ambiente in cui lo subisce. In questi casi, indicativo il fatto che spesso si scopre che sacerdoti oggi chiamati a rispondere alla giustizia civile, in precedenza erano già stati giudicati per i medesimi reati dalla chiesa.

    La chiesa, per il fatto “biologico” di cui parlavo prima e, aggiungerei in questo caso, anche per deformazione cattolica, resterà sempre il primo luogo dove la vittima andrà a denunciare, oggi ancor di più, anche grazie agli sportelli per le vittime che si stanno attivando in tutte le diocesi.

    Ma manca il modo perché ne venga informata anche l’Autorità Giudiziaria, mancano i più basilari strumenti di prevenzione, come il certificato anti pedofilia, dalla cui esibizione il legislatore ha pensato bene di sollevare non solo i sacerdoti, ma l’intera categoria del volontariato, quella da sempre statisticamente più a rischio.

    Ad oggi, in barba a tutti i trattati ratificati, il nostro paese resta l’unico tra quelli più industrializzati, a non avere ancora attuato una politica concreta ed efficace per la protezione dei suoi piccoli cittadini.

    Un paese così arretrato che nel 2020 vive ancora episodi grotteschi, come quello avvenuto pochi mesi fa a Trentola Ducenta, dove una bimba di 11 anni, per essere creduta, si è trovata costretta a registrare col telefonino, le molestie del parroco.

  • Favoreggiamento alla pedofilia clericale, l’ONU indaga sull‘Italia

    Favoreggiamento alla pedofilia clericale, l’ONU indaga sull‘Italia

    Nella giornata di ieri il Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi è stato ricevuto presso le Nazioni Unite di Ginevra dove insieme ad altri rappresentanti di associazioni di sopravvissuti arrivate da tutto il mondo, è stato ricevuto dai Funzionari della Commissione CRC (Children Right Connection) sollevando le problematiche del “caso italiano”.

    Nel febbraio del 2018, l’associazione Rete L’ABUSO, tramite il proprio avvocato Mario Caligiuri, aveva diffidato il Governo Italiano per una serie di gravi omissioni nella ratifica di convenzioni internazionali, diffida che aveva inviato anche al Comitato ONU per la tutela del fanciullo.

    Nella pre sezione di ieri le Nazioni Unite confermano l’apertura di una indagine di verifica nei confronti dello Stato Italiano, che proseguirà per tutto l’anno 2018 e che vedrà il suo report finale previsto per il 18 gennaio 2019.

    Nel frattempo saranno mesi di operoso lavoro per l’associazione italiana che si è formalmente fatta carico di inviare, presso la sede ONU di Ginevra, il maggior numero possibile di report sulla situazione italiana, sconosciuta alle Nazioni Unite e mai documentata dal nostro Governo.

    Un primo deposito di materiale italiano documenta la continuità della linea omissiva della Santa Sede, linea che è stata evidenziata in un report riguardante il caso di don Mauro Galli, emblematico perchè vede documentato ai giorni nostri la continuità dei tradizionali insabbiamenti delle denunce e la promozione degli insabbiatori.

    Vediamo infatti che i due protagonisti, mons. Mario Delpini ed il collega Pierantonio Tremolada, malgrado la Santa Sede sia da tempo al corrente delle accuse ben documentate nei loro confronti, lo scorso luglio, anzichè essere puniti come vuole la campagna di tolleranza zero avviata da papa Francesco, sono stati entrambi promossi, il primo a capo della diocesi piu grande d’Europa, quella di Milano, il secondo in quella di Brescia.

    L’incontro di ieri con i funzionari della Nazioni Unite fa parte di un meeting internazionale iniziato nel massimo riserbo il 4 giugno a Bernex (Francia), che terminerà il giorno 8 al quale oltre alla Rete L’ABUSO (Italia) partecipano i rappresentanti delle associazioni dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero arrivati da tutto il mondo tra cui Usa, Messico, Francia, Congo, Cile, Canada, Svizzera, Belgio, Polonia, Germania, Spagna, Inghilterra, Equador, Argentina.

    Ulteriori informazioni sul meeting saranno rilasciate domani in una conferenza stampa che si terrà alle ore 9 a Ginevra.

    Il Presidente Francesco Zanardi

    https://francescozanardi.it/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webpwp-content/uploads/2025/02/chiesa-e-pedofilia-la-condanna-del-card-pell-in-australia-lalto-prelato-mai-sfiorato-dalla-magistratura-ecclesiastica.webpwp-content/uploads/2025/02/domenica-15-a-celle-ligure-gianluigi-nuzzi-presenta-il-suo-ultimo-libro-inchiesta-peccato-originale-interverra-francesco-zanardi-presidente-della-rete-labuso.webpwp-content/uploads/2025/02/preti-pedofili-e-adulti-complici-il-corto-di-cammuso-illumina-la-sala-farina-gesti-orrendi-camuffati-da-abito-religioso.webp2019/02/28/relazione-onu-ita-comitato-per-i-diritti-del-fanciullo-2019/

  • Prevenzione e tutela dei minori in Italia: “il buco senza niente intorno”

    Prevenzione e tutela dei minori in Italia: “il buco senza niente intorno”

    Lo scorso 19 gennaio la Rete L’ABUSO, per mano del proprio avvocato, Mario Caligiuri,  ha formalmente diffidato il Governo per una serie di gravi inadempienze in materia di tutela dei minori, tra queste anche la prevenzione che, come vedremo, parte anche dalla consapevolezza, ovvero dall’informare la collettività affinché questa possa tutelarsi.

    Ed è proprio la consapevolezza l’obbiettivo di questo articolo, cercherò di spiegare quali sono le principali falle del sistema in uno Stato come l’Italia che, malgrado abbia sottoscritto e ratificato una miriade tra protocolli, carte dei diritti, convenzioni ecc., dietro le quali dovremmo sentirci più sicuri, quando ne analizziamo l’applicazione scopriamo invece falle notevoli che, come vedremo in alcuni casi, sono addirittura riconducibili all’ingerenza del clero.

    Come si struttura una misura preventiva ?

    Esiste un primo livello, che non è più o meno importante degli altri, è semplicemente l’obbiettivo prioritario: quello di prevenire e scongiurare che si produca una vittima. Quando la vittima invece c’è, siamo già al secondo livello, ma questo lo vedremo in seguito.

    Le norme preventive, che definisco di primo livello, sono quelle che, per esempio, impediscono al medico di continuare ad operare qualora non fosse più in possesso dei requisiti psicofisici per farlo: la finalità è impedire che un soggetto potenzialmente a rischio possa nuocere al paziente. Stessa cosa accade per le norme preventive del codice della strada dove vediamo, come strumento preventivo, la sospensione o la revoca della patente in caso di deficit di vario genere, vista, diabete, uso di sostanze e via dicendo.

    Utilizzando l’esempio della patente di guida, analizziamo come interviene la norma preventiva e notiamo che lo sventurato autista, al quale hanno ritirato la patente è, di fatto, stato privato di un suo diritto (quello di guidare): questo perché le condizioni necessarie perche potesse esercitare quel suo diritto, erano tali da renderlo potenzialmente pericoloso per se stesso e per la collettività.

    Faccio ancora notare che non è detto che per vedersi ritirare la patente (con il conseguente inserimento in un elenco di soggetti a rischio) il nostro sventurato autista abbia, per forza, dato prova della sua pericolosità (ovvero abbia avuto un incidente): è stato sufficiente possedere un deficit che lo rendesse potenzialmente pericoloso per la collettività.

    In questo caso la norma preventiva funziona, è efficace, pur privando il nostro sventurato autista di un suo diritto, la norma è legittima, tiene conto della priorità (l’incolumità) e la valorizza correttamente.

    Come nel caso del medico e dell’autista, troviamo lo stesso schema anche per quanto riguarda la tutela dei minori, certo ci sono delle varianti rispetto al caso del medico o dell’autista i quali si sono visti riconoscere una potenziale pericolosità tramite un test, esami, controlli e via dicendo.

    Certo, per la pedofilia non si può rilevare la tendenza di un soggetto attraverso un esame o un test, in questo caso il dato si ottiene diversamente: a produrlo è un sistema informativo centralizzato, in sostanza un database sullo stile di quello dell’FBI o di quelli adottati in altri paesi, nel quale vengono immagazzinate, per essere rese disponibili in tempo reale alle forze dell’ordine, non solo le condanne, ma anche i procedimenti pendenti (quindi ancora privi di un giudizio) , le annotazioni fatte dalla p.s., per esempio durante un controllo, o dove c’è stata una segnalazione, con un rilievo tale, da rientrare nel medesimo meccanismo di allarme preventivo che segnala il medico o l’autista.

    Nel 2006 il Governo stanziò un fondo per realizzare un database nazionale. Purtroppo non fu mai realizzato e, ancora oggi, è praticamente impossibile avere in tempo reale la disponibilità di un dato certo, o uno storico di eventuali precedenti, segnalazioni e procedimenti pendenti.

    La prevenzione di primo livello purtroppo si esaurisce inevitabilmente qui. Senza l’elemento strutturale fondamentale, il sistema informativo centralizzato, comprenderete che le azioni preventive attuabili in un primo livello sono davvero molto limitate.

    Come accennavo all’inizio dell’articolo, restando nella prevenzione di primo livello, sono fondamentali anche le campagne di consapevolezza, per i genitori ma anche per coloro che sono, in fondo, i primi a poter dare l’allarme, i bambini che, se messi in condizione di riconoscere un pericolo, possono difendersi chiedendo aiuto. Purtroppo anche questa risorsa al momento non è valorizzata in Italia.

    Passiamo alla prevenzione di secondo livello che, come spiegavo in principio, non è meno importante di quella di primo: divido i due livelli perché lo scenario del secondo livello si configura quando oramai siamo in presenza di una vittima, ovvero quando la violenza è già stata commessa e intervengono meccanismi preventivi non più sulla base della potenziale pericolosità di un soggetto, ma sulla certezza della pericolosità di quel soggetto.

    Qui lo scenario è apparentemente più semplice, abbiamo dei dati certi sui quali lavorare, il reato si è consumato e abbiamo a disposizione le condanne. Se avessimo il nostro bel database avremmo una maggiore possibilità di accesso e una consultazione certa ed immediata per tutte le forze di p.s., tuttavia attraverso i casellari, anche se non è proprio così immediato, le procure possono accedere al dato.

    Tra le più importanti ed innovative convenzioni sottoscritte dal nostro paese c’è quella di Lanzarote, con la sua ratifica nel 2012, dietro alla quale il Governo ha dovuto successivamente implementate alcune importanti misure, come il raddoppio della prescrizione che da 10 passa a 20 anni con decorrenza a partire dal 18° anno di età, i protocolli che regolamentano l’audizione protetta della vittima, il certificato anti pedofilia ecc.

    Tranne il certificato anti pedofilia, sono tutte implementazioni dalle quali il clero non è affatto esente, tuttavia nessuno ne contesta le violazioni, per esempio quelle subite dalla vittima in una sede processuale canonica, o durante un’indagine o una perizia medica avviata dalla chiesa, tutte violano palesemente, oltre ai protocolli introdotti da Lanzarote, anche le garanzie costituzionali in quanto la vittima, per esempio, non può essere assistita dal proprio avvocato, esattamente come accadde nel processo a Nuzzi e Fittipaldi.

    Nel caso del certificato anti pedofilia invece, nell’applicazione il clero è stato esonerato per legge dall’esibirlo, grazie ad una sapiente mossa del legislatore che, per non discriminare nessuno, questa volta ha addirittura “strafatto”, esonerando l’intera categoria alla quale il clero appartiene, quella da sempre più a rischio: il volontariato (quindi allenatori, scout ecc… )

    Nel certificato anti pedofilia scopriamo una grave falla, dico grave non solo perché esonera inspiegabilmente la categoria da sempre più a rischio, ma se provate a leggere con l’occhio di un pedofilo, vi accorgerete che paradossalmente indica il terreno fertile dove cacciare, dove non è necessario esibire il certificato.

    L’introduzione del certificato anche per la categoria del volontariato al momento è fondamentale, da subito fattibile per i civili, per i sacerdoti invece sorgerebbe un altro problema legato questa volta al mancato obbligo della denuncia.

    Il certificato anti pedofilia non è altro che una dichiarazione nella quale si certifica di non aver mai avuto precedenti in materia: il dato viene fornito dall’autorità giudiziaria sulla base dei precedenti. Il problema sorge perché la chiesa, essendo lasciata libera di insabbiare internamente il caso, e di omettere sistematicamente la denuncia alle autorità civili, anche se poi procede con un processo canonico, l’esito non potrà essere comunque nella disponibilità dall’autorità giudiziaria, di conseguenza il certificato non sarebbe attendibile.

    Questa anomala esenzione per il volontariato dall’esibire il certificato anti pedofilia ha creato una falla davvero grave perché, a differenza del medico o dell’automobilista che possono riottenere i requisiti psicofisici e riabilitarsi, nel caso del pedofilo la riabilitazione non è fattibile: non stiamo parlando di una malattia che si può curare, parliamo di un grave disturbo della personalità, di un profilo che la comunità scientifica paragona a quello dei serial killer, parliamo di predatori, persone che, anche se monitorate e seguite farmacologicamente (cosa che in Italia non è prevista tranne in rari casi), non potranno mai più essere rimesse a contatto con i minori perché non in grado di gestire quell’istinto, persone potenzialmente pericolose.

    Qui assistiamo ad un vero e proprio cortocircuito della norma preventiva di secondo livello che, anziché tener conto delle peculiarità del caso, per i civili, reindirizza il predatore verso il terreno di caccia. Stessa cosa per i sacerdoti ai quali permette la ricollocazione nelle parrocchie, luoghi quotidianamente frequentati da un alto numero minori, gli stessi dove probabilmente aveva già adescato e consumato l’abuso prima della condanna.

    Il terzo livello invece riguarda la gli strumenti di soccorso per la vittima e quelli di controllo per il predatore ma si esaurisce sul nascere, non c’è nulla.

    Anche questa è una grave carenza, il monitoraggio dei soggetti noti, ovvero coloro che hanno già subìto una condanna, garantirebbe per prima cosa gli interventi necessari per aiutarli sotto il profilo medico e, al tempo stesso, permetterebbe agli operatori di cogliere eventuali campanelli di allarme per poter intervenire, prevenendo un altro crimine.

    Per le vittime la situazione è drammatica. Non esistono strutture pubbliche che le supportino nel recuperare il danno biologico derivante dagli abusi: stiamo parlando di persone che hanno subìto un grave sconvolgimento emotivo e che, se abbandonate a se stesse, impiegheranno anni per rielaborare quell’evento, chi più chi meno, condannati ad una qualità di vita penalizzante. L’unico indirizzo fornito dalla sanità pubblica è al momento il centro di igiene mentale che, però, è inadeguato alle necessità della vittima. A livello privato, con un notevole costo a carico delle vittime, vi sono dei centri specializzati per il trattamento del disturbo post-traumatico, ma non vi è una diffusione capillare di questi centri su tutto il territorio italiano.

    In Italia esiste anche l’Osservatorio per il Contrasto della Pedofilia e della Pornografia minorile, un ufficio che dipende dal Dipartimento per le pari opportunità, dovrebbe promuovere iniziative di vario genere ma l’entità è tale che, probabilmente, avete appreso solo in questo momento l’esistenza dell’ufficio stesso.

    Il quadro che emerge è forse un po’ meno rassicurante di quello che ci si aspettava, a fronte delle garanzie fornite dalla Costituzione e dalle varie Convenzioni, ora avete uno strumento in più grazie col quale potete valutare da soli quella che, in fondo, era la domanda iniziale “quale è il reale livello di tutela dei minori in Italia?”.

    Voglio rubarvi ancora pochissimo tempo, se siete arrivati fino a qui… vorrei, dopo aver espresso le drammatiche criticità, essere costruttivo valutando anche le soluzioni che il Governo potrebbe attuare concretamente. A me è piaciuto molto quello che è accaduto in Svizzera, dove il Governo, senza dover mettere mano a Concordati o altro, nella sua piena autonomia e nel più ampio rispetto per la chiesa, ha deciso di fare una mossa molto semplice, tra le altre cose da sempre fortemente richiesta dalle associazioni: quella di togliere la prescrizione su questi reati.

    Voi vi chiederete che cosa centra la prescrizione, bene questo è stato un fortissimo deterrente che ha cambiato notevolmente le cose.

    In presenza della prescrizione, il reato decade superati i termini, quindi l’interesse che si produce al fine della propria impunità, è quello di insabbiare nella speranza di arrivare alla prescrizione. Tutto questo ulteriormente incentivato dal fatto che la vittima, molto probabilmente, non farà in tempo a denunciare entro i termini della prescrizione, perché tendenzialmente la maturazione del trauma è piuttosto lunga.

    Senza la prescrizione, invece, anche se la vittima denuncia in età avanzata,  è quasi certo che prima o poi la denuncia ci sarà e l’autorità giudiziaria accerterà i fatti: e qui la reazione cambia. La chiesa, se pur continuerà a preferire la salvaguardia dell’immagine, sarà proprio in virtù di questa salvaguardia che troverà lo stimolo ad intervenire, per impedire che il crimine venga reiterato: non trasferirà più di parrocchia in parrocchia chi, questa volta, potrebbe costargli caro.

    Questo è stato infatti il risultato che una banale modifica legislativa, non invasiva e di buonsenso, è riuscita a produrre. Nell’applicare la legge, il Governo si è anche curato di dare l’opportunità, a tutti i cittadini che avevano subito abusi in precedenza, di poter denunciare, questo ha permesso di raccogliere subito i primi frutti.

    Infatti la chiesa, stimolata dal fatto che adesso per lei le prospettive si erano fortemente ridotte ovvero, “o tentiamo un accordo risarcitorio con la vittima” o, in alternativa, “attendiamo che sia un giudice a stabilire quanto dobbiamo risarcire”, ha tentato la via naturalmente più vantaggiosa proponendo accordi alle vittime.

    Anche la Conferenza Episcopale si è mossa di conseguenza e, al contrario delle Linee guida, che non prevedono l’obbligo della denuncia e nessuna sanzione per coloro che si rendono complici, quelle svizzere sono un tantino diverse, sono collaborative con l’autorità giudiziaria e sanzionanti con gli insabbiatori.

    Un vero miracolo, non c’è che dire.

    Di Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Sondaggio su chiesa pedofilia e possibili soluzioni; ecco cosa pensano gli italiani

    Sondaggio su chiesa pedofilia e possibili soluzioni; ecco cosa pensano gli italiani

    Un sondaggio di cinque domande rivolte a chiesa, governo e legislatore che ha l’obiettivo di capire quale è la percezione dello stato delle cose da parte dell’opinione pubblica e proporre possibili soluzioni già attuate con ottimi risultati in altri paesi.

    La partecipazione è stata notevole basti pensare che un sondaggio simile era stato proposto nel 2014 da IL FATTO QUOTIDIANO e, sulla base già buona di un campione di circa 1600 votanti, il risultato come vedremo è coerente con quello che abbiamo ottenuto noi tre anni dopo ma su un campione notevole, 4010 votanti raccolti tra il nostro sito e i vari social network in 31 giorni.

    Ma vediamo la prima domanda che è simile a quella proposta nel 2014 da Il Fatto Quotidiano (vedi foto) alla quale, a circa un anno dall’elezione di papa Francesco, su un campione di 1683 persone il 31,85% dava fiducia al nuovo papa mentre il 68,15% no.

    In sostanza riproponiamo la stessa domanda riformulata non più sulla fiducia, visto che oramai Bergoglio è operativo da quattro anni, ma sul suo operato: “Pensi che le misure adottate da Papa Francesco per contrastare la pedofilia nella Chiesa siano sufficienti?”. Il 15,1% ha risposto si mentre l’84,9% ritiene insufficienti le misure adottate fino ad ora dalla Santa Sede.

    Un dato che a nostro avviso non varia di molto da quello del 2014, un po’ più ottimistico del nostro in quanto prevaleva la speranza nella “tolleranza zero” tanto annunciata dalla Santa Sede e oggi delusa.

    La seconda domanda invece è rivolta alle posizioni della CEI: “La Conferenza episcopale italiana ha deciso di non denunciare i preti pedofili “per tutelare la privacy delle vittime”. Sei d’accordo?” alla quale nel 2014 il 15,04% ha risposto di si mentre il restante 84,96% non è d’accordo. A nostro avviso il solo inserimento dell’obbligo della denuncia alle autorità civili sarebbe un utilissimo strumento che responsabilizzerebbe i vescovi evitando che il prete accusato venga sistematicamente spostato.

    La terza domanda invece è rivolta all’operato del governo: “In molti Paesi europei le inchieste governative hanno accertato decine di migliaia di casi di violenza sui minori, inchiodando la Chiesa alle proprie responsabilità. Pensi che anche in Italia sarebbe utile una Commissione parlamentare d’inchiesta per fare piena luce sul fenomeno criminale della pedofilia nel clero?”. Qui le cifre si ribaltano totalmente e l’85,75% ritiene sia utile e solo il 14,25% non la ritiene utile. Il nostro paese infatti non ha mai quantificato l’entità del fenomeno sul territorio e al di la della mappa che la Rete L’ABUSO ha prodotto non esiste un dato pubblico ufficiale.

    La quarta domanda invece si occupa di un comma contenuto nel Protocollo Addizionale del Concordato: “Sai che dal 1985 un articolo di modifica del Concordato impone ai magistrati italiani di informare il vescovo riguardo i “procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici” appartenenti alla sua diocesi? Considerando che, di contro, mai nessun vescovo italiano ha denunciato un caso di violenza su minori, ritieni che il suddetto comma vada eliminato?”.  L’82,21% ha risposto si mentre il 17,79% ritiene che questo articolo debba restare immutato. Ricordiamo che anche l’ ONU nel 2014 chiese al governo italiano di rivedere alcuni articoli del Concordato tra Italia e Santa Sede tra i quali la parte dove si sollevano i vescovi dall’obbligo della denuncia. Malgrado oggi esistano dei motivi più che fondati per intervenire, il Governo italiano non ha nemmeno ancora preso in considerazione l’idea.

    Infine la quinta ed ultima domanda che propone quanto attuato dal Governo Svizzero il quale, a nostro avviso, ha dimostrato in questa occasione grande responsabilità, civiltà e rispetto nei confronti dei propri cittadini vittime e anche della chiesa che non è stata per nulla tirata in ballo.

    “Molto spesso chi subisce una violenza da bambino trova la forza di denunciare dopo decenni, quando ormai il reato è prescritto. In Svizzera, il governo ha sospeso per sei mesi la prescrizione dando la possibilità a numerose vittime di denunciare le violenze subite. Pensi che sarebbe utile anche in Italia?”. L’87,95% ha risposto di si e solo l’12,05% no.

    In questi ultimi 15 anni, da quando emersero i primi casi negli Stati Uniti, al di la dei sermoni puntualmente riportati dai media, il Vaticano non è ancora stato in grado di rendere alle vittime nemmeno la cosa più semplice: un risarcimento umano.

    Dopo 15 anni, come è giusto che sia, è lo stato italiano a dover tutelare i propri cittadini mettendo mano alla situazione anziché continuare rendersi complice di crimini efferati come ha fatto fino ad ora, rendendo sacrificabile la vita di altri giovani cittadini.

    Francesco Zanardi

  • Arrestato don Giorgio Barbacini, latitante dal 2010. Ora dovrà scontare una condanna a tre anni e mezzo.

    Arrestato don Giorgio Barbacini, latitante dal 2010. Ora dovrà scontare una condanna a tre anni e mezzo.

    La giustizia italiana non si era dimenticata di lui, ed è così che quando ieri don Giorgio Barbacini è rientrato nella sua casa di Lusignano (Albenga) i militari lo hanno tratto in arresto.

    Quella di Barbacini è una storia analoga, anzi identica a quella di don Nello Giraudo, tanto da meritarsi il titolo di “compagni di merende”. In entrambe i casi infatti ci sono inquietanti analogie, per esempio entrambi  gestivano una comunità per minori in difficoltà e a entrambi, fu il vescovo Dante Lafranconi che pur sapendo delle loro tendenze pedofile, lasciò che i due sacerdoti aprissero delle comunità per minori. L’unica cosa che cambia, si fa per dire, sono le vittime, italiane quelle di Giraudo e extracomunitari quelle di Barbacini.

    Don Barbacini fu arrestato in flagranza di reato nel 2004, mentre sodomizzava un ragazzino sulla spiaggia di Varazze. Condannato in primo grado nel 2006 a tre anni e sei mesi fa perdere le sue tracce nascondendosi in Svizzera. Rientrerà ad Albenga per un breve periodo nel settembre del 2009, pochi mesi prima della sua condanna definitiva in cassazione, nel 2010, quando di lui si perderanno nuovamente le tracce, almeno fino ad oggi.

    Poche le vittime che hanno potuto ricevere giustizia in quanto erano tutti extracomunitari affidati alle sue cure dai servizi sociali, di molti di loro si è persa ogni traccia da anni.

    Ci complimentiamo con la magistratura savonese sempre molto attenta e sensibile a questi reati e con le forze dell’ordine che hanno condotto l’arresto.

  • Nella parrocchia di don Fusta, rinviato a giudizio per favoreggiamento alla pedofilia c’è un altro prete pregiudicato, don Italo Casiraghi.

    Nella parrocchia di don Fusta, rinviato a giudizio per favoreggiamento alla pedofilia c’è un altro prete pregiudicato, don Italo Casiraghi.

    Di questi giorni la notizia che il Parroco di Pietra Ligure don Luigi Fusta è stato rinviato a giudizio, data fissata 6 dicembre. L’accusa è di aver indotto la madre di una vittima di abusi a non denunciare il fatto, sottolineo perché lo ritengo importante, che in questo caso il pedofilo non è un sacerdote, ma un laico.

    Giuridicamente questo è un precedente storico importantissimo, prodotto dalla Procura della Repubblica di Savona che negli ultimi anni ha fatto un eccellente lavoro, malgrado l’enorme vuoto legislativo in materia di cui l’Italia è vittima.

    Voglio fare notare quanto sia basilare per la chiesa, il buon nome, quindi “mentire” per tutelare l’immagine pubblica. Questo caso però non è l’unico in cui troviamo coinvolto don Luigi Fusta e l’ambiente ecclesiastico. Nei primi mesi del 2012 Rete l’ABUSO a seguito di una informativa inviata dal Canton Ticino era alla ricerca di un sacerdote pedofilo don Italo Casiraghi. Un caso credo unico al mondo perchè colto in fragranza di reato da una poliziotta che si era nascosta nell’armadio della vittima, condannato in Svizzera, successivamente nascosto in Italia. Pochi giorni dopo l’informativa lo rintracciamo, lo pediniamo e scopriamo che il sacerdote fa il “pensionato” proprio a Pietra Ligure, nella parrocchia di don Luigi Fusta. Riusciamo addirittura a filmarli mentre celebrano insieme la messa.

    Come da iter Rete L’ABUSO provvede a segnalare immediatamente alle autorità civili e a quelle ecclesiastiche.  In questo caso la risposta della chiesa è stata “simpatica”, ci cascò persino un noto programma nazionale. La chiesa a noi, come a loro, rispose che erano al corrente dei trascorsi del sacerdote ma che l’uomo non era pericoloso, anziano, non camminava più, diceva messa raramente e solo alle suore. Non ci crediamo, andiamo a cercarlo, questo è il filmato del sacerdote, parecchio arzillo aggiungerei. Al momento Italo Casiraghi è ancora a Pietra Ligure, ignoriamo se dica messa o meno, ci auguriamo di si perché in caso contrario non vorremmo che la noia lo spingesse a reiterare quello per cui è già stato giudicato.

    Francesco Zanardi