Nato a Santa Giulia di Centaura, nel comune di Lavagna il 20 febbraio 1932, era stato ordinato presbitero il 29 maggio 1955 da mons. Francesco Marchesani.
Laureato in Diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, aveva prestato servizio come Presidente del Tribunale ecclesiastico diocesano. Tra gli altri incarichi quello di Cancelliere e di Canonico della Cattedrale.
Eletto Vescovo di Savona-Noli il 5 dicembre 1980, era stato consacrato il 6 gennaio 1981 in San Pietro da Giovanni Paolo II.
Fu il primo di quattro vescovi a gestire nella diocesi di Savona – Noli, il caso di don Nello Giraudo, ordinato proprio in concomitanza con la sua nomina a vescovo.
Proprio quell’anno, il sacerdote che aveva appena preso i voti esternò le sue tendenze pedofile ai danni di un ragazzino, Massimiliano.
Sanguineti, raggiunto dai genitori del ragazzo che minacciavano querela alla polizia, si limitò a spostarlo quindici chilometri più in la, a Spotorno dove oggi documentiamo decine di vittime.
Ripreso da “LE IENE” proprio sul caso savonese che coprì per primo, non si risparmiò di attaccare le stesse vittime sopravvissute.
La storia di Savona, piccola città ligure del nord Italia, dalla seconda metà del 1400 al centro tuttavia di curiosi casi, alcuni riconducibili ancora oggi alle crociate tra cui la leggenda di don Bertolotti. Una serie di coincidenze, compreso il fatto che nasca proprio a Savona nel 2010 – oltre alla Rete L’ABUSO – il primo focolaio italiano di sopravvissuti che riuscirà a dare a tante vittime in tutta Italia, il coraggio di uscire allo scoperto.
Una serie di situazioni che negli anni ha portato tanti cattolici a pensare che in qualche modo l’associazione, fosse la mano della volontà divina contro il dramma della pedofilia nella chiesa. Questo per una serie fortuita di fattori indubbiamente rilevanti, che hanno popolato la storia di questa piccola città.
Ma partiamo dalla fine… la panchina viola contro gli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili impiantata a Savona il 24 febbraio 2024 in piazza Giulio II.
Questa è tuttavia in Italia la prima panchina contro l’abuso sessuale su minori e persone vulnerabili. Ne abbiamo cercate invano altre per aggregarci dando per palesemente scontato ci fosse già un’iniziativa.
Invece nulla! Inverosimile che nessuno ci abbia mai pensato, ma i fatti sono questi, per ciò l’iniziativa ha avuto ancora più valore.
Il fatto che si sia voluta impiantare proprio nella piazza che porta il nome di Papa Giulio II, non è affatto una casualità invece, ed è da qui che parte la nostra storia e la visione mistica ti tanti cattolici che negli anni la Rete ha soccorso e aiutato.
“ Tutta la storia della Chiesa è attraversata da episodi di abusi e violenze sui bambini di cui si sono resi protagonisti anche numerosi pontefici. Dal 366, con Damaso I, fino al 1550, con Giulio III, se ne contano diciassette .”
Due di questi sono savonesi oltre che parenti. Parliamo di “ Sisto IV, papa dal 1471 al 1484, noto alle cronache dell’epoca per la sua relazione con un dodicenne. “
“ Scrive di Sisto IV il cronista suo contemporaneo Stefano Infessura: «Costui, come è tramandato dal popolo, ei fatti dimostrarono, fu amante dei ragazzi e sodomita, infatti cosa ha fatto per i ragazzi che lo servivano in camera lo insegna l’esperienza; a loro non solo donò un reddito di molte migliaia di ducati, ma osò addirittura elargire il cardinalato e importanti vescovati. Infatti fu forse per altro motivo, come dicono certi, che abbia prediletto il conte Girolamo, e Pietro, suo fratello e poi cardinale di san Sisto, se non per via della sodomia? E che dire del figlio del barbiere? Costui, fanciullo di nemmeno dodici anni, stava di continuo con lui, e lo dotò di tali e tante ricchezze, buone rendite e, come dicono, di un importante vescovato; costui, si dice, voleva elevarlo al cardinalato, contro ogni giustizia, anche se era bambino, ma Dio vanificò il suo desiderio».”
Di Giulio II, “nel 1511, si documenta la storia con il piccolo Gonzaga di dieci anni”.
Siamo nel 1550 e una pasquinata di allora recita:
Ama Del Monte con uguale ardore
la scimmia e il servitore.
Egli al vago femmineo garzoncello
ha mandato il cappello: [nda l’ha nominato cardinale]
perché la scimmia, a trattamento uguale,
non fa pur cardinale?»
*Testo tratto da “ Chiesa e pedofilia ” di Federico Tulli (L’Asino d’oro ed., 2010, pp. 19-21)
Certamente ora apparirà più chiaro il motivo e l’importanza simbolica di una panchina contro l’abuso, promossa per la prima volta in Italia dall’unica associazione che si occupa nello specifico di vittime del clero. Per questo si è scelta come primo impianto italiano piazza Giulio II. Quella dedicata allo zio Sisto IV è priva di panchine e perciò esclusa.
Ma un altro papa toccherà la storia di Savona. In questo caso non si ha di lui notizia su eventuali tendenze pedofile. Tema che tuttavia riprenderemo immediatamente dopo in quanto la chiesa cattolica come vedremo, nel savonese lascia una storia sanguinosa e decine di vittime fino ai giorni nostri.
Parliamo di Pio VII , prigioniero di Napoleone Bonaparte dal 1809 al 1812 proprio a Savona, per l’esattezza prima in via Pia, dove però la possibilità di scarso controllo da parte dei soldati, ben presto richiese un luogo più adeguato. La sua cella divenne la Diocesi di Savona dove ancora oggi, visitando le lussuose stanze dove era prigioniero , si conservano nelle scale interne della servitù gli spioncini, attraverso i quali era sorvegliato a vista.
Come si può ammirare ancora oggi invece nel salone dell’ingresso di Villa Cambiaso, l’anomala installazione di una fontana attribuita al Bernini , il quale notoriamente fece quasi unicamente sculture per i papi e il clero. Anomalia che si spiega e direttamente collegata alla prigionia savonese di Pio VII il quale, una volta rinchiuso in diocesi e controllato a vista, trovò la difficoltà di poter fare arrivare in Vaticano i pizzini con i quali trasmettere gli ordini e così, con la complicità della Famiglia genovese Cambiaso, fece costruire dentro la villa una cappella, dove poter celebrare la messa e nel tragitto, trasmettere a chi di fiducia gli ordini da mandare a Roma.
Il potere ecclesiastico è più volte passato da Savona e in Liguria non solo con Sisto IV, Giulio II e Pio VII, ma da tantissimi odierni potenti del Vaticano come il card. Bagnasco; il card. Calcagno e tanti altri.
La storia recente ci racconta anche di un presunto tesoro templare nascosto sopra a Savona, dentro delle grotte, nell’entroterra.
E qui appare la storia di un altro sacerdote savonese, mons. Giuseppe Giovanni Bertolotti . Figlio di contadini che improvvisamente viene in possesso di enormi ricchezze . Se pur la storia in sé è molto vaga sul come ne entrò in possesso e su di chi fossero, parallelamente, in Francia accade la stessa cosa ad un altro prete…
“Mentre sui quotidiani italiani divampa lo scandalo degli abusi sulle piccole ospiti dell’Asilo della Consolata di Milano, di cui furono accusati due sacerdoti, il Collegio dei Salesiani della cittadina ligure è investito dalle clamorose rivelazioni del diario di Alessandro Besson, uno studente quattordicenne che descrive messe nere e riti orgiastici tra monache, preti e giovani convittori.
In due giorni il caso Besson dalle gazzette locali passa ai quotidiani nazionali e fa scoppiare in tutto il Regno d’Italia manifestazioni di piazza, disordini, violenti scontri che a La Spezia provocano l’incendio di alcune chiese, un morto e un gran numero di arresti .
E crisi fra il governo Giolitti e la Santa Sede, la Massoneria viene accusata di aver architettato lo scandalo. Il fronte democratico dei blocchi popolari cavalca lo sdegno collettivo per affermare la necessità di una scuola pubblica e laica, mentre quello cattolico si compatta.”
Di certo un passato non tranquillo quello savonese che al di là dell’unicità mondiale di aver avuto due papi, poco edificante (soprattutto oggi) che questi fossero entrambi pedofili.
Una “tradizione” che da allora come vedremo, non ha mai abbandonato la provincia ed il suo seminario, che racconta tra gli anni 70 – 90 moltissime vicende, tra fughe di seminaristi abusati e suicidi. Uno si recò fino in Vaticano, voleva parlare al papa che però non lo ricevette. Fu trovato suicida la mattina seguente in un ostello nei pressi del Vaticano.
Ed arriviamo ai giorni nostri e all’anno 2010. Un anno importante per l’Europa che come accaduto dieci anni prima, in particolare negli USA, scopriva anche qui la pedofilia nel clero e il devastante numero di vittime ad esso connesse.
A differenza degli altri stati l’Italia si tirò puntualmente indietro da subito, attraverso il Governo e la stessa Presidenza della Repubblica definendo « Inqualificabile campagna diffamatoria contro il Papa e la Chiesa », i diritti reclamati da tutti quei cittadini rimasti vittime.
Savona però diventerà un’altra volta l’epicentro, ma questa volta simbolo di una battaglia di civiltà, che come nel racconto del 1907 di Besson, in poco tempo darà a decine, poi a centinaia e ancora a migliaia di sopravvissuti, la forza di uscire dalla vergogna, reagire e rivendicare giustizia.
Nascerà da subito quasi quella che oggi è la Rete L’ABUSO, purtroppo dopo quindici anni ancora l’unica realtà italiana.
Marco Preve racconterà su Repubblica, in un’inchiesta di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli dal titolo “IL DIAVOLO A SAVONA”, la vicenda savonese , ancora una volta condita non solo di abusi sui minori e sutterfugi per coprire i preti pedofili, ma di intrallazzi tra chiesa e potere che ancora oggi, nello scandalo Toti riemergono come scheletri nell’armadio.
Ancora oggi grossi problemi con la giunta comunale, per due anni ostile all’iniziativa della panchina viola contro l’abuso di minori e persone vulnerabili, ottenendo poi a colpi di diffide i permessi necessari. Alla sua inaugurazione tranne il consigliere Aureliano Pastorelli, ne Sindaco, ne nessuna Istituzione savonese invitata ha voluto partecipare, neppure con un delegato.
Savona, città candidata nel 2027 a Capitale della cultura , e certo la cosa fa persino sorridere per l’ingenuità, ma è lecito a tutti partecipare.
Poi diventato papa, che però non intervenne neppure ai vertici dei tre poteri e proprio lo stesso anno in cui diventa Benedetto XVI, uno dei tre sacerdoti pedofili savonesi a lui denunciati, don Nello Giraudo, stupra un altro adolescente in un campo scout dall’AGESCI. Stupro che patteggiò.
Tuttavia nessuno, ne dalla diocesi di Savona, ne dal Vaticano fermò quel prete. Chiese lui stesso la riduzione allo stato laicale, ma cinque anni dopo, nel 2010, trascinando nell’indagine della procura di Savona non solo Ratzinger, ma anche chi per anni lo ha protetto.
Il vescovo Dante Lafranconi, le cui parole del gip Fiorenza Giorgi, costretta ad archiviare per prescrizione, comunque restano lapidarie e pesanti come un macigno.
“la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.
Oggi, non solo a Savona, gli organi di informazione italiani sembrano caduti in un buco nero ed essersi dimenticati la recentissima storia sulla quale scrissero per settimane, finita persino al noto programma LE IENE.
Dal novembre 2019 la diocesi di Savona – Noli vanta alla cronaca locale di essere la prima in Italia (in realtà è stata Milano) ad aver istituito uno sportello per la tutela dei minori composto da un prete, tre psicologi di cui diocesi e cronisti però, non hanno mai reso noti i nomi.
C’è anche un avvocato, dato ad intendere sin dalla presentazione dello sportello diocesano al teatro don Bosco di Savona, in presenza, fosse il dott. Simone Mariani, del foro di Savona, che però, prende le distanze con una missiva di rettifica. Non ci diffida, chiarisce solo la sua estraneità esplicitamente sottointesa nei fatti, dall’iniziativa; “In particolare, non sono componente, né lo sono mai stato, di alcuna commissione facente capo alla Diocesi e/o a qualsivoglia ente ecclesiastico o laico, che si occupi delle questioni e vicende da Voi indicate e, in generale, di abusi e/o violenze sulle persone”.
La domanda è d’obbligo; chi è allora l’avvocato della fantomatica commissione minori della diocesi di Savona e perché alle molteplici richieste avanzate dall’associazione, da ben tre anni ne nega la composizione pubblica?
Una vasta inchiesta della Rete L’ABUSO sul territorio italiano, avviata dall’Ufficio nel 2019 e riguardante nello specifico gli sportelli diocesani per la “tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, voluti dal Motu proprio di papa Francesco “Vos estis lux mundi”, ha ravvisato una serie di gravi irregolarità che spaziano dalla raccolta dei dati sensibili alla loro conservazione e divulgazione, in totale contrasto con le più basilari norme regolamentate dalla legge italiana sulla privacy. Non vi è neppure il consenso informato del malcapitato, già vittima di abusi che spesso in buona fede, sulla base dell’art. 2 §3 dello stesso motu proprio, ritrova i propri dati e la sua stessa deposizione firmata, inviati ad una serie di altri uffici, senza che lui ne abbia copia e senza la possibilità di accedere in futuro a quella deposizione, ancor meno di pretenderne la restituzione.
Non è lo stesso invece per l’avvocato del sacerdote, avvantaggiato e che qualora la presunta vittima, non soddisfatta dall’operato dello sportello decidesse di rivolgersi alla giustizia italiana, non solo troverebbe il lavoro d’indagine della procura gravemente compromesso dalla precedente fuga di informazioni prevista all’art. 2 §3 del motu proprio, che nei fatti e contro qualunque principio investigativo preavvisa i coinvolti, ma rischia di ritrovare le sue stesse dichiarazioni rilasciate azzardatamente e in assenza di un difensore, sottoscritte in precedenza e spesso raccolte da persone che non hanno una specifica competenza, la possibilità che queste siano utilizzate contro di lui nel procedimento italiano.
Tornando al fantomatico sportello savonese, non risultano attivati nessuno dei servizi per le vittime di cui all’art. 5 del motu proprio, tra cui quelli di assistenza medica, terapeutica e psicologica.
Vista la gravità dei fatti emersi in questo caso specifico a Savona e oggi appesantiti controcorrente agli altri sportelli diocesani dal fatto che la stessa diocesi ne neghi la composizione da tre anni, alla luce dell’anomala strutturazione degli stessi che vede ingenuamente e “non informati” a possibile rischio la specifica popolazione, la Rete L’ABUSO chiede l’intervento della prefettura di Savona, legittimata al controllo e la sicurezza del territorio, proprio al fine di evitare che sprovveduti che hanno subito abusi, che per natura si collocano tra le c.d. fasce deboli, ne possano rimanere ulteriormente vittime.
Certo ci va del coraggio nel chiedere ai lettori di abbonarsi alle vostre testate (già sostenute dal finanziamento pubblico – tranne le poche indipendenti), mi domando perché mai qualcuno dovrebbe gettare denaro (i commenti sulle pubblicità ai vostri abbonamenti non la lasciano immaginare), quando poi puntualmente anziché fare il vostro lavoro, producete bufale e censure come quella in questione.
Ma la storia la sapete, ne avete scritto più volte… questo è il peggio !!! Altri colleghi in questa occasione almeno non hanno scritto.
Sulla censura fatta dall’Ufficio stampa della diocesi, che in barba pure agli appelli di trasparenza di papa Francesco (di cui elogiano gli appelli, ma tacciono quando questi vengono infranti) e insultando per l’ennesima volta le vittime savonesi calpestando la loro dignità, addirittura elogiandolo, malgrado lo stesso vescovo Lupi abbia ammonito don Pinetto per quegli abusi… E monsignor Caloggero Marino lo sa bene… Ha i documenti in diocesi…
Su quello avreste dovuto scrivere indignati perché è questa la VERGOGNA !
Invece troppo spesso vi siete genuflessi. Avete ignorato persino il contraddittorio delle vittime. Io al vostro posto un po’ di vergogna onestamente la proverei… Son sincero.
Nessuna testata, neppure dopo il funerale – malgrado le pesanti critiche arrivate dalle vittime e dall’Associazione – ha pensato di far sentire anche l’altra più che legittima campana… quella della giustizia !
Siete la Stampa e se siete al livello che siete è perchè non vi è mai interessata neppure la vostra deontologia, e qui siete arrivati… Non certo per colpa di noi vittime. Tanto è che neppure esercitiamo il diritto di replica, a questo punto…
Il solo fatto che nessuno abbia avuto la sensibilità, almeno di citare lo sdegno di chi si è visto la vita distrutta, temo dia un notevole segnale dell’onestà intellettuale e professionale…
Era solo un apparente “veleno” che girava per Genova nel 2017, quando da più fonti segnalavano alla Rete L’ABUSO che padre Luca , molestava i bambini. Un file che come molti riponemmo nel cassetto in quanto mancava la presunta vittima, ma che oggi riemergerebbe confermato da un uomo che lo accusa, all’epoca dei fatti 12enne.
I fatti sarebbero accaduti a Loano, cittadina turistica della riviera ligure, dove si ricordano bene di padre Luca, dove il nostro assistito serviva la messa e frequentava il campo solare estivo gestito dai frati cappuccini, teatro delle presunte molestie che come da manuale la psiche fa riemergere dopo anni portando alla luce coperture e omertà.
Loano; nella diocesi di Albenga, molto chiacchierata per l’alta densità pedofila, oltre che per scandali di vario genere di cui la Rete L’ABUSO si è occupata molto in questi anni e nel 2015 commissariata dallo stesso papa Francesco.
Padre Luca, ordinato sacerdote nel 1994 viene assegnato al convento cappuccino di Loano e in quegli anni, la famiglia del nostro assistito decide di mandarlo insieme ai cugini ai campi solari estivi. Da subito qualcosa non torna, i cugini non vogliono più andare ai campi solari e così i genitori, ignari del perché decidono di ritirarli. Ma il nostro assistito, che a differenza dei cugini in quegli anni ha problemi famigliari, resterà fino alla fine dell’estate durante la quale subirà più volte le attenzioni del frate.
Nel frattempo, da quanto siamo riusciti a ricostruire, padre Luca viene più volte denunciato (lui stesso lo ammette – sottolinea fossero maggiorenni), purtroppo solo all’autorità ecclesiastica. Secondo le nostre fonti nel 1998, nel 2013 e nel 2017, quando la situazione sembra tracollare e si decide improvvisamente di mandarlo a “curare” negli Stati Uniti, da dove farà ritorno dopo qualche mese.
L’attività di indagine della Rete è stata molto complessa dopo la denuncia dell’uomo, oggi poco più che trentenne e padre di famiglia che probabilmente, dopo la nascita dei figli, come spesso accade in questi casi ha iniziato a maturare il trauma, fino ad esplodere. Rivoltosi alla Rete L’ABUSO nelle scorse settimane, non ha saputo fornire altro che il nome del frate “padre Luca”. Da qui sono iniziate nel massimo riserbo le nostre ricerche, intanto per capire chi fosse questo frate senza un cognome, rintracciato poi grazie ad un annuario dei cappuccini liguri e successivamente riconosciuto dal nostro assistito, grazie ad una fotografia.
Una situazione che per vie traverse, dato il coinvolgimento di personaggi eccellenti abbiamo verificato ulteriormente interpellando i cappuccini, più di uno, che confermerebbero sia le presunte tendenze del frate, sia il fatto che nel 2017, a seguito di queste problematiche, sia stato mandato negli USA per un periodo di “cura“.
Durante l’indagine svolta dalla Rete L’ABUSO abbiamo sentito al telefono anche il frate, padre Luca Maria Bucci che pur negando i fatti con minori, ammetterebbe problematiche che definisce di “eccessivo affetto“, le denunce e le successive cure negli Stati Uniti. Cercando di rassicurarci, al telefono commenta “io faccio già un percorso di super protezione con psicologa, direzione spirituale. Sanno sempre dove sono, dove vado cosa, faccio“.
Anche se per i fatti denunciati dal nostro assistito – risalenti al 1994 – sotto il profilo penale è intervenuta la prescrizione, come lo stesso Bucci ammette al telefono, ci sono state però altre due denunce, per quanto l’Associazione è informata, risalirebbero al 2013 e al 2017, fatti che non sarebbero prescritti, probabilmente denunciati solamente all’autorità ecclesiastica. Per questo motivo padre Luca Maria Bucci è stato formalmente denunciato alla Procura della Repubblica di Genova, alla quale si chiede (nel rispetto della norma dell’abolizione del segreto Pontificio) l’acquisizione dei fascicoli relativi ai fatti citati dallo stesso Bucci.
Con l’insediamento del nuovo vescovo di Genova Marco Tasca, ci si aspettava un cambio di di linea ed invece, dopo la segnalazione della Rete L’ABUSO al Servizio diocesano per la tutela dei minori dell’Arcidiocesi di Genova, la risposta, arrivata solo dopo un nostro articolo, non è delle più rassicuranti.
Al di la del fatto che non hanno voluto sapere neppure il nome del frate accusato, quantomeno per poterlo momentaneamente isolare in via cautelativa e al fine di scongiurare eventuali reiterazioni del reato, malgrado i continui inviti alle vittime di denunciare gli abusi alla chiesa, a noi rispondono di rivolgerci all’Autorità Giudiziaria, alla quale, anche senza l’indicazione della diocesi, ci eravamo già rivolti per procedura.
Gli avvocati della Rete L’ABUSO, Elena Peruzzini (del Foro di Genova) e Francesca Rosso (del foro di Savona) , hanno depositato, pochi giorni fa, due delle cinque citazioni che chiamano in giudizio direttamente la diocesi di Savona, la cui omissività ha permesso che don Nello Giraudo (denunciato all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti già lo stesso anno dell’ordinazione sacerdotale) continuasse per quasi 30 anni ad abusare dei minori a lui affidati.
I fatti emersero schiaccianti dall’indagine della Procura, e anche dal provvedimento di archiviazione per intervenuti termini di prescrizione emesso nel 2012 dal Gip di Savona, Fiorenza Giorgi, nei confronti dell’allora vescovo Dante Lafranconi, accusato di omissione.
Malgrado fosse nella facoltà del Lafranconi chiedere di ignorare la prescrizione e procedere, chiarendo la sua posizione di sostenuta innocenza, preferì rinunciare a questo suo diritto.
Le parole del Gip nell’archiviazione furono durissime “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.
Nel giugno del 2017, insidiato a Savona il nuovo vescovo Calogero Marino – L’associazione Rete L’ABUSO che tutela le cinque vittime e che, eccezionalmente in questo processo, vede tra queste anche il suo Presidente e fondatore Francesco Zanardi – essendo in procinto di avviare un’azione legale, ritenne opportuno, per correttezza, tentare un accordo tra le parti con il neo vescovo di Savona.
Apparentemente i presupposti potevano anche esserci, ma la proposta della diocesi era al limite della decenza: come indennizzo alle vittime proposero un numero verde per le segnalazioni, gestito però dalla chiesa e dove le vittime indennizzate non avrebbero neppure potuto lavorare.
Vista la mancanza di presupposti, l’onerosa decisione dell’Associazione, fu quella di avviare un processo civile.
La diocesi savonese, per le cinque vittime è citata in giudizio per un totale di quasi 5 milioni di euro, una cifra non decisa dall’Associazione né dalle vittime, ma dalle tabelle (in Italia quella del Lazio o della Lombardia) che sulla base del danno biologico diagnosticato da un esame peritale, ne regolano l’indennizzo.
Nello specifico caso il danno biologico è, purtroppo, per alcuni elevatissimo. Parliamo di ragazzini (3 dei 5) che all’epoca furono sottratti alle famiglie dai servizi sociali, poi affidati al Giraudo, che dedicò loro le sue “particolari” attenzioni sessuali.
A aumentare notevolmente il danno, questa volta su tutte e cinque le vittime, il mancato soccorso da parte della chiesa, che già all’epoca era ben consapevole delle tendenze pedolfile del prete e che intervenendo repentinamentre, avrebbe potuto quanto meno limitare il danno psicofisico.
Pochi giorni fa, terminate le sedute peritali e ottenuta l’entità del danno biologico, gli avvocati Elena Peruzzini, vice Presidente della Rete L’ABUSO e la collega Francesca Rosso, hanno notificato la citazione in giudizio, la cui prima udienza, è fissata per il 15 novembre 2019.
Sembrava ci fosse l’intenzione di chiudere questo capitolo poco edificante, oramai lungo, sgradevole e pieno di dolore, evitando un ulteriore imbarazzante processo civile. Lo stesso vescovo di Savona, Calogero Marino, aveva in più occasioni sottolineato l’importanza di dare alle vittime un’opportunità per poter guardare avanti e dimenticare il passato.
Circa un mese dopo quell’ultimo incontro arriva la proposta della diocesi che lascia basite le vittime e i loro avvocati.
L’offerta della diocesi consisteva nell’istituire un numero verde (gestito dalla chiesa) al quale le vittime potessero telefonare, oltre al sostegno medico: nulla di più di quello che già offre la mutua. Per quanto concerne un indennizzo economico, questo fu da subito escluso a priori in quanto da Roma fanno sapere che questa non è la politica della chiesa.
Come il vescovo Calogero Marino sa bene, perché ha potuto vedere le relazioni mediche, le vittime sono in molti casi affette da patologie gravi, conseguenti agli abusi, patologie per via delle quali non trovano un lavoro e di conseguenza sono costrette a una vita indecorosa e spesso al limite dell’emarginazione. È forte la delusione di una proposta indecente che tra l’altro non avrebbe portato alcun beneficio alle vittime: ma la buona volontà delle vittime nel voler raggiungere un accordo costruttivo, ha portato ad una contro proposta sull’unica opzione disponibile, ovvero il numero verde per le vittime.
La Rete L’ABUSO da anni invita le vittime a denunciare gli abusi alle autorità civili in quanto, da come è ampliamente documentato oramai anche dalla stampa, nel 2017, ai tempi di papa Francesco, la chiesa insabbia ancora sistematicamente i casi, non esiste un solo precedente dove un membro del clero abbia denunciato alle autorità civili un collega criminale.
Lo stesso neo eletto Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (l’organo vaticano che si occupa proprio dei casi di pedofilia) Francisco Ladaria Ferrer, come riporta L’ESPRESSO, è accusato di aver coperto il caso di don Gianni Trotta.
Lo stesso Francisco Ladaria Ferrer si occupò in passato anche del caso savonese di don Giraudo (vedi allegati), ma a quanto ci racconta il carteggio sul caso, non intervenne, fu il prete – dopo essere stato indagato e condannato per abusi commessi nel 2005 – a dimettersi spontaneamente.
Tenendo conto di quello che è nei fatti lo stato attuale delle cose, la contro proposta delle vittime sull’unica opzione disponibile, ovvero il numero verde, è stata quella di accettare, cercando di trasformare una proposta che nulla portava alle vittime, in qualcosa che invece fosse utile a molti.
Abbiamo quindi proposto che il numero verde fosse gestito dalla Rete L’ABUSO, la quale tra le altre cose avrebbe dato un credito notevole al servizio. All’interno del call center avrebbero lavorato anche le cinque vittime, risolvendo così almeno il problema del lavoro.
Al tempo stesso la Rete L’ABUSO garantiva alla chiesa che qualunque segnalazione ricevuta, sarebbe stata immediatamente trasmessa all’Autorità Giudiziaria.
Ma forse le intenzioni del vescovo Calogero Marino che oggi sentito dai giornali non vuole replicare, non erano così caritatevoli come quelle fatte nelle varie dichiarazioni e tutta la trasparenza offerta dall’associazione, forse era un po’ troppo per una chiesa che vuole riparare i suoi errori con una pacca sulla spalla e qualche scusa di circostanza.
Ancora uno scandalo scuote il Vaticano, è il turno del cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia, membro del C9 (il gruppo di nove cardinali che coadiuvano Francesco nella riforma della Curia) e uomo di fiducia di Bergoglio che lo ha voluto tra i suoi fedelissimi, oggi accusato dalle autorità civili non solo di aver insabbiato casi di pedofilia quando era in Australia, ma addirittura incriminato per aver commesso lui stesso abusi su minori.
Nello speciale di Federico Tulli che trovate su LEFT di sabato 7 luglio 2017
Anche se oggi, nell’intento di smorzare quelle che sono state le incoerenti e difficilmente giustificabili scelte di Bergoglio dal Vaticano si grida “al complotto”, va ricordato che le accuse di insabbiamenti nei confronti di Pell non sono una novità recente. Già nel febbraio del 2016 fu ascoltato proprio a riguardo dalla Royal Commission into Institutional Responses to Child sexual abuse, oggi viene semplicemente formalizzata anche l’incriminazione per pedofilia.
Definire un papa che ha promesso ai quattro venti di fare pulizia e riforme concrete al grido della “tolleranza zero” contro i pedofili e contro coloro che hanno insabbiato casi, che consapevolmente si circonda di personaggi a dir poco chiacchierati sia vittima di un improbabile complotto è un’offesa all’intelligenza umana, altro che complotto al papa, questo è un complotto contro il diritto dei cittadini a una corretta informazione.
Vogliamo parlare in modo onesto di complotto?
Bene parliamo di quello fatto da Bergoglio ai suoi stessi danni allora, perche tra le figure a dir poco ambigue di cui la stampa parla poco stando ben attenta a separare i casi per non dare un quadro troppo completo della situazione, non c’è solo Pell e il nuovo prefetto della C.D.F. Francisco Ladaria Ferrer, altro fidatissimo scelto personalmente da Bergoglio e chissà, magari in futuro oggetto del prossimo “complotto” della curia romana ai danni dell’operato del pontefice.
Di Ladaria si è subito detto delle gravi accuse di aver insabbiato un caso, quello di don Gianni Trotta, motivo già più sufficiente se si volesse dare almeno una parvenza di coerenza e di serietà con la “tolleranza zero” tanto acclamata, per non metterlo a capo proprio di quell’organo (la Congregazione per la Dottrina della Fede) che ha il compito di giudicare i preti abusatori. Ma anche qui l’informazione è scarna e incompleta perchè il passato di Ladaria non è stato “valorizzato” quanto si dovrebbe.
Non si è detto per esempio che Ladaria non è nuovo alla C.D.F., in passato ne fu il segretario e non era la prima volta che aveva a che fare con casi di pedofilia e i relativi silenzi.
Un altro caso passato anche per le sue mani, è quello del sacerdote della diocesi di Savona, don Nello Giraudo, di cui Ladaria si occupò nel 2010. (vedi allegato a destra)
In quella occasione il vescovo inadempiente si chiamava Domenico
Calcagno, oggi promosso cardinale e meglio conosciuto negli ambienti vaticani come il cardinale Rambo, per via della sua passione per le armi.
Anche lui è un altro fedelissimo di Bergoglio tutt’ora alla presidenza dell’APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.
Chissà un domani, anche lui probabile oggetto del prossimo “complotto” della curia romana ai danni del povero Francesco.
E si, questo è un rischio concreto perché il cardinale non è coinvolto solo nelle inadempienze del caso savonese di don Giraudo, ma è anche indagato – sempre a Savona – per malversazione.
Tornando a don Nello Giraudo, la lista di nomi coinvolti in quella sola vicenda va ben oltre Ladaria e Calcagno, c’è anche il nome di colui che nel 2003 era il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, tale Joseph Ratzinger (allegato a destra), che non è un omonimo, è proprio lui, il papa emerito non nuovo a simili accuse che nel 2005 lo portarono ad essere citato in giudizio in Texas dove evitò il processo chiedendo l’immunità.
Come finì poi il caso di don Giraudo?
Tra parole, opere e omissioni finì che nel 2005, cioè ben 2 anni dopo il carteggio che vedete, don Giraudo abuserà sessualmente dell’ennesimo ragazzino.
Malgrado ciò, nel 2006, cioè un anno dopo quell’ultimo abuso di minore, Calcagno chiederà a Charles Scicluna – allora Prefetto – di “chiudere un occhio” e superare il giudizio espresso dalla C.D.F. ovvero la riduzione dallo stato clericale.
Questa volta però verrà denunciato anche all’autorità civile e nel 2012 patteggierà una condanna a un anno e sei mesi – con la condizionale – per quel solo abuso del 2005. Per tutti gli altri invece, anche grazie alle inadempienze di cui sopra, sono intervenuti i termini prescrittivi.
Ma altre recentissime scelte di Bergoglio stridono maledettamente con quella “tolleranza zero” tanto acclamata.
Milano, 25 marzo 2017. Papa Francesco visita la diocesi di Milano. Mons. Mario Delpini e il card. Angelo Scola
Giusto pochi giorni fa (7-7-17) è stato nominato a Milano il successore del cardinale Scola, monsignor Mario Delpini al quale anche a nome delle vittime della Rete L’ABUSO faccio le mie congratulazioni per la sua importante promozione.
Ma non sono solo scelte azzardate di Bergoglio e farina del sacco altrui.
Guarda l’approfondimento “Non abusare. Il comandamento negato nella chiesa di Francesco” il docu-film sul caso argentino del prete italiano don Nicola Corradi
Francesco ha dato anche del suo, per esempio con il caso del prete pedofilo veronese don Nicola Corradi, denunciato dagli allievi sordi dell’istituto Antonio Provolo di Verona già negli anni 80, nascosto dalla chiesa in Argentina dove nel novembre scorso è stato arrestato per aver reiterato su decine di bambini sordi gli stessi reati che aveva commesso a Verona. (vedi il docu-film argentino)
Ebbene, proprio questo caso, gli fu segnalato nel 2014 – quando era già papa – e sfatando il mito dei segretari che non consegnano le lettere al pontefice, questa lettera (a sinistra) contenente il nome di don Corradi e di altri 14 sacerdoti ancora operanti e in vita accusati di abusi, gli fu consegnata direttamente in mano, ci sono persino le foto! (a destra)
Purtroppo non intervenne ma oggi, solo dopo che la magistratura Argentina ha aperto un’inchiesta arrestando oltre a don Corradi altre 5 persone, Bergoglio manda i suoi ispettori i quali in virtù della “tolleranza zero” e della collaborazione con l’autorità giudiziaria, pretenderebbero dagli inquirenti di accedere al fascicolo, rigettando però l’analoga richiesta della magistratura argentina che vorrebbe accedere a quelli nelle mani degli ispettori papali.
Ma nell’era della così detta “tolleranza zero” di Francesco quello argentino non è l’unico caso in cui il Vaticano nega alla magistratura la documentazione, per esempio, senza dover andare troppo a ritroso, c’è il caso di don Mauro Inzoli.
E’ stato detto che la decisione di Bergoglio ricalca quella presa nel 2012 da Ratzinger, ma non si dice che fu proprio papa Francesco a riabilitare don Mauro accettando nel 2014 il ricorso contro il decreto di riduzione dallo stato clericale emesso in precedenza da Ratzinger.(Comunicato diocesi integrale)
Leggendo le notizie di pochi giorni fa, provvidenzialmente divulgate poco prima che venisse annunciato che Pell era stato incriminato in Australia, si da quasi ad intendere che Bergoglio, in linea con le scelte del suo predecessore abbia cacciato con decisione e pugno duro don Mauro Inzoli.
Ma la “tolleranza zero” di papa Francesco stride anche rispetto a altre inadempienze. Per esempio quelle che furono nel 2014 le richieste della Commissione Onu per i diritti del bambino, la quale raccomandava non solo di prendersi cura delle vittime, ma di aprire alla magistratura gli archivi contenenti i nomi dei preti denunciati alla chiesa, in modo tale che la giustizia civile potesse fare il suo corso. Chiese anche di inserire uno strumento risolutivo oltre che di semplicissima realizzazione, l’obbligo della denuncia per i vescovi all’autorità civile e per far questo, basterebbe un Decreto che il papa può fare.
Concordi non solo riguardo all’inefficacia della commissione di Bergoglio ma anche ai progressi della chiesa in materia di contrasto alla pedofilia, decine di migliaia di vittime in tutto il mondo e le associazioni che le tutelano, con le quali il Vaticano, malgrado i proclami, continua ancora oggi a rifiutare qualunque tipo di dialogo compreso rispondere alle loro lettere.
… continua dopo il video delle vittime al quale Bergoglio non ha mai risposto
Sono all’incirca 17 anni da quando dopo l’indagine dell’ormai famoso team del Boston Globe chiamato Spottlight, il mondo ha preso atto che tra i preti ci sono molti pedofili e quel che è peggio è che la chiesa, come conferma anche l’ONU, ha procedure interne che permettono sistematicamente di insabbiare i casi e di commettere altri abusi.
Dopo 17 anni siamo ancora qui, in una situazione forse peggiore non solo perché non c’è stato un minimo cambiamento concreto ma perché a quanto pare non esiste un altro team come Spotlight che abbia voglia di indagare a fondo e dare un’informazione reale raccontando tutto quello che in questi anni non è cambiato affatto.
Invece, soprattutto sulla stampa italiana, leggiamo continuamente di un papa onnipotente e rivoluzionario che malgrado le vittime di tutto il mondo lamentino la latitanza risolve, licenzia, punisce e processa i vescovi insabbiatori creando un rivoluzionario tribunale, che dopo due anni di propaganda si scopre che quel tribunale tanto osannato non è mai esistito, “era soltanto un progetto” – fa sapere il cardinale Gerhard L. Müller – tra le altre cose sottolinea – inutile – in quanto le norme per processare i vescovi esistono già nel Codice Canonico.
Un papa onnipotente che quando si trova però di fronte a dover concretizzare quanto osannato da tutti i mezzi di informazione possibili e non, improvvisamente si trasforma in un papa solo, con un’intera curia che lo boicotta impedendogli di concretizzare i suoi buoni propositi che fino al giorno prima la stampa vendeva per concreti e efficacissimi.
Un papa che non ha più il potere nemmeno di sfrattare dalla sua chiesa che lui stesso dice di volere umile e povera un cittadino Vaticano come il cardinale Tarcisio Bertone o che non è capace di bloccare un pedofilo come don Nicola Corradi o ancora, reintegrando preti condannati per pedofilia come ad esempio nel caso di don Turturro.
Insomma, dalle stelle alle stalle, un pontefice che da “Superman” diventa quasi incapace li leggere una lettera consegnata a mano o di trovare la finestra dalla quale dice abitualmente l’Angelus…
Una politica che in questi 17 anni e grazie ai complici di papa Francesco non solo ha agevolato l’immobilità della chiesa ad affrontare il problema, ma quel che è peggio è che ha reso sacrificabili altri bambini innocenti, si perché intanto che se ne parla, come si può vedere dalla nostra mappa che raccoglie gli ultimi 15 anni dei soli casi italiani, sembrerebbe che i pedofili continuino ad abusare producendo altre vittime.
Sentir dire oggi che papa Francesco è vittima di un complotto della curia romana, è francamente inaccettabile ma potrebbe essere già un buon inizio se qualcuno di quei giornalisti tanto cari a Bergoglio gli andasse a chiedere conto almeno di quanto abbiamo detto sopra.
Anche se il Pubblico Ministero si era opposto, alla fine il Giudice ha accettato la richiesta di un accordo tra le parti e la remissione della querela concordata tra gli avvocati Riccardo Di Rella della Rete L’ABUSO e difensore della vittima, e Marco Russo, difensore dell’ex sacerdote Nello Giraudo.
Giraudo era stato denunciato nel gennaio del 2015, questa volta non per abusi sessuali ma per aver minacciato una delle sue vittime, all’epoca dei fatti minorenne e ospite della comunità per minori della Diocesi di Savona che Giraudo gestiva.
In quella circostanza l’ex sacerdote avrebbe avvicinato la sua ex vittima e, riconoscendolo come l’autore di una denuncia contro di lui (in questo caso si tratta di quella riguardante gli abusi sessuali subiti) , gli avrebbe detto: “Dopo tutto il bene che ho fatto a te ed ai ragazzi e con tutto il bene che ti ho voluto mi hai fatto questo? Te la farò pagare!!!”. Una frase che, dopo l’esposto presentato in Procura dal trentenne, è costata a Giraudo il rinvio a giudizio.
Come previsto dall’accordo tra le parti la querela è stata ritirata chiudendo così solo una parte giudiziaria della vicenda.
Resta in sospeso il procedimento civile nei confronti di Giraudo e della Diocesi di Savona, ritenuti entrambi responsabili di quegli abusi, Giraudo per quelli sessuali, la Diocesi di Savona per quelli omissivi commessi dall’ex vescovo Dante Lafranconi.