Tag: Papa Francesco

  • ENNA in festa! – A processo l’8 prossimo il Vescovo Gisana che apre oggi il VII Forum paneuropeo delle confraternite

    ENNA in festa! – A processo l’8 prossimo il Vescovo Gisana che apre oggi il VII Forum paneuropeo delle confraternite

    Il prossimo giovedì 8 ottobre, al tribunale di Enna, il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana insieme al suo vicario giudiziale, Vincenzo Murgano, parroco della chiesa madre di Enna, verranno processati, rito abbreviato, con l’accusa di falsa testimonianza.

    Il reato si sarebbe consumato nel corso del processo al sacerdote ennese Giuseppe Rugolo condannato in via definitiva per violenza sessuale su minori. Gisana e Murgano, infatti, secondo l’accusa avanzata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna avrebbero mentito in aula su tutta una serie di fatti di cui erano a conoscenza.

    Eppure oggi sarà proprio il vescovo Rosario Gisana ad aprire il VII Forum paneuropeo delle confraternite trasformando per 5 giorni, da oggi fino al 7 ottobre  e proprio alla vigilia del processo, Enna in capitale europea delle confraternite.

    Previsto l’arrivo in città di oltre 2000 confrati provenienti da almeno 7 paesi europei. Un chiaro messaggio al tribunale e un dejà vu. Alla vigilia della requisitoria del pm nel processo Rugolo ad intervenire fu, addirittura Papa Francesco che il 6 novembre 2023, elogiò pubblicamente il vescovo di Piazza Armerina, Le parole esatte : «Bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto», ricordando anche di aver fatto una sosta a Piazza Armerina in passato proprio per manifestargli vicinanza.  Oggi in soccorso di Gisana & company arriva il gota del Vaticano.

    Dal cardinale Angelo Bagnasco, dal cui appello all’Europa nel 2019 è nato il Forum, il cardinale Enrico Feroci e il cardinale Angelo De Donatis, penitenziere maggiore della Santa Sede, Michele Pennisi, arcivescovo emerito diocesi di Monreale,  Antonino Raspanti presidente Cesi e vescovo della diocesi di Acireale. Attesi i videomessaggi del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, del cardinale Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, e dell’arcivescovo Rino Fisichella. Tra i volti noti l’attrice Claudia Koll, presente a Enna, e Antonio Banderas, confratello della confraternita Lágrimas y Favores di Malaga, in videocollegamento.

    E mentre ci si prepara ad affrontare il processo che ha messo in ginocchio una intera diocesi, per lo meno dal punto di vista etico e morale, al quale è stato ammesso una sola parte civile, quella di Antonio Messina, l’archeologo dalla cui denuncia è scaturito il processo al sacerdote Rugolo, il clero ennese e la città sembrano ignorare le pesanti accuse nei confronti di Gisana e Murgano mosse dalla procura di Enna.

    Malgrado il processo in corso Gisana continua a presiedere eventi e manifestazioni ufficiali anche a fianco di istituzioni,  indisturbato e una certa stampa ha fatto filtrare una notizia , per altro vecchia di mesi, secondo la quale il vescovo Gisana, al termine dei lavori del consiglio permanente svoltosi a Roma sotto la guida di Matteo Zuppi, sarebbe stato nominato quale componente della Commissione episcopale per la Dottrina della Fede, l’annuncio e la catechesi.

    In barba alla giustizia chiesta dalle vittime di abusi

  • Sportelli diocesani, dopo 4 anni l’esito è devastante; vittime traumatizzate, senza cure e preti impuniti

    Sportelli diocesani, dopo 4 anni l’esito è devastante; vittime traumatizzate, senza cure e preti impuniti

    A distanza di quattro anni dalla loro apertura sono devastanti i dati che sta registrando l’Osservatorio della Rete L’ABUSO grazie alle vittime che vi hanno acceduto .

    Quanto le denunce che pervengono all’associazione sono più che raddoppiate rispetto agli anni precedenti.

    Come registra l’annuario dell’Osservatorio della Rete L’ABUSO il 2025 è al momento l’anno peggiore dal 2000. Parliamo di 51 casi contro una media di 20 registrati nei tre anni precedenti, ovvero da quando gli sportelli sono stati attivati. Dato che se pure non sia affatto basso emerge raddoppiato solo nel 2025 ed è dovuto al fatto che coloro che si erano affidati incautamente alla giustizia della chiesa, sono dovuti restare in attesa delle verifiche che le diocesi hanno dovuto fare al fine di accertare i fatti.

    Fatti che per una serie di molteplici scuse non hanno poi portato a nessun tipo di giustizia e quasi tutti vedono i sacerdoti denunciati ancora al loro posto.

    A fronte di tutto ciò è invece devastante quanto hanno subito a livello psicologico le vittime, a causa della riesumazione del trauma che le ha viste costrette, durante gli interrogatori, a raccontare, riesumando quanto avevano subito durante le violenze. Il tutto aggravato questa volta dalla speranza di una giustizia che non è arrivata.

    L’effetto purtroppo, che prima era circoscritto alla sola vittima, oggi invece si è allargato anche alle famiglie. Genitori, coniugi e figli, oggi costretti a fare fronte a un dramma di cui in molti casi non erano al corrente e che prima, grazie al passare degli annisi si era affievolito in chi lo aveva subito.

    A chiedere aiuto all’Associazione persino alcuni operatori degli stessi sportelli che hanno raccolto le evidenze di coloro che in buona fede credevano di aiutare, ed invece si sono resi conto non solo di aver danneggiato ulteriormente, ma anche che questi siano rimasti poi privi del supporto previsto dalla chiesa.

    A fare da cornice a tutto ciò lo Stato che vede l’Italia oggi, l’unico paese dell’unione compiacente a questo problema endemico, lasciato solo in Italia, totalmente nella gestione della CEI.

    Vittime che come ultima spiaggia, dopo la traumatica delusione degli sportelli, si sono rivolte all’unica associazione italiana in tutela dei sopravvissuti, la Rete L’ABUSO che oggi si trova anch’essa in grosse difficolta a causa dell’enorme mole di vittime che gli sportelli hanno di fatto deluso .

    Come l’Osservatorio ha documentato allarmato già nel suo ultimo report lo scorso ottobre, nulla è stato fatto dalla CEI malgrado quanto il motu proprio Vos estis lux mundi ratificato da Papa Francesco prevedesse.

    Motu proprio che negli altri paesi d’Europa ha invece avuto qualche effetto positivo, dovuto però al fatto che la chiesa non è stata lasciata a gestire come in Italia autonomamente i casi. In tutta Europa i governi sono intervenuti e la chiesa si è quindi trovata costretta a fare, grazie alle pressioni imposte dai vari governi, che la hanno costretta, oltre che a risarcire, anche a soccorrere i sopravvissuti.

    In Italia invece la chiesa è tutt’ora totalmente libera di agire o meno ne confronti dei sopravvissuti e dei loro abusatori, creando così una autonomia, dove paradossalmente vediamo gli stessi vescovi che in precedenza avevano insabbiato i casi per proteggere i preti, ad essere coloro che dovrebbero rendere giustizia alle vittime dei preti che in precedenza avevano coperto, creando così un cortocircuito in favore di se stessi e della chiesa, sfavorendo chi invece ha subito le violenze e chiede loro supporto.

  • Il cardinale Matteo Zuppi e Ezio Mauro a La7. Un limite culturale o delirio di onnipotenza?

    Il cardinale Matteo Zuppi e Ezio Mauro a La7. Un limite culturale o delirio di onnipotenza?

    In occasione dell’anniversario della morte di Jorge Mario Bergoglio, alias Papa Francesco, è andata in onda sul canale La7 la trasmissione condotta da Ezio Mauro, intitolata “Francesco – Cronache di un papato”.

    È passata quasi inosservata, persino al noto giornalista, una dichiarazione del Presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, come notano e riportano anche la rivista ADISTA e la giornalista Federica Tourn, secondo il quale rivolgersi alla giustizia civile dello Stato italiano significherebbe ammettere che qualcosa nella Chiesa non funziona. (min. 59 del sito de La7 )

    Ma leggiamo testualmente il passaggio partendo dalla domanda di Ezio Mauro;

    “Eminenza, per quanto riguarda gli abusi sessuali commessi dai sacerdoti Francesco, ha proseguito la linea di denuncia di condanna di papa Benedetto ma, secondo alcuni, ha tenuto la questione all’interno della chiesa senza arrivare a una trasparenza completa ingaggiando le autorità civili. Secondo lei si poteva fare di più?”

    La risposta del cardinale Zuppi;

    “Con lui probabilmente non saprei che cosa si poteva fare di più poi, tutti quanti noi dobbiamo fare di più, perché lui è stato rigorosissimo. Il problema della collaborazione col civile è una punta più complicato perché, se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è qualcosa proprio che non va. Direi papa Francesco su questo è stato comunque rigorosissimo, e anche nell’ascolto delle vittime. Se ascolti la sofferenza ti rendi conto e con più determinazione cambi.”

    La prima critica non può non essere fatta a Ezio Mauro che tristemente parte con la peggior negazione che si possa fare, ovvero l’esistenza della giustizia civile che tranne in Italia, nel resto del mondo è stata la soluzione affinchè si potesse rendere giustizia alle vittime. Negazione GRAVE che ignora in primis la diversità fondamentale tra le due giustizie, quella civile – dove prevale il diritto e il rispetto della persona, che è la parte lesa – e quella canonica dove la persona (la vittima in questo caso) non è la parte lesa – sostituita da Dio – ma semplicemente il testimone che dimostra che il sacerdote, in base al 6° comandamento, peccando ha arrecato offesa a Dio,..

    Concetto totalmente ignorato da Ezio Mauro già nella domanda a Zuppi, che rende impossibile a chi segue comprendere le basi del problema in sè.

    Domanda irrispettosa, in quanto Ezio Mauro dice “secondo alcuni” , non riconoscendo che questi “alcuni” sono le vittime, le quali, puntualmente, dopo essersi rivolte a quella che impropriamente è definita “giustizia canonica”, ne fanno per la seconda volta le spese.

    Ma il peggio viene dopo facendo si che ci si ponga questa domanda; Ezio Mauro quale stato riconosce? Quello italiano o quello Pontificio?

    Domanda doverosa in quanto il conduttore, ignorando questa volta ciò che sta accadendo in tutta Europa e nel mondo, parla “ingaggio delle autorità civili”, quasi come se dal suo punto di vista queste fossero un “optional” della nostra società. Un chiaro disconoscimento delle Istituzioni dello Stato che lascia davvero basiti.

    Passando alla risposta del cardinale Matteo Zuppi, precedentemente servita su un piatto d’argento dallo stesso conduttore, emerge la totale negazione dei fatti che, sempre in un contesto internazionale che oggi vede in tutta Europa e non solo, vittime riconosciute da Stato e chiesa che vengono indennizzate per il danno subito, qui il cardinale tira furi dal cilindro magico la massima espressione che nel fallimento della chiesa in Italia ha a disposizione. L’ascolto delle vittime.

    Quasi come se ascoltare chi ha subito negandogli un qualunque tipo di riconoscimento, possa essere positivamente “terapeutico e riparativo” anziché un ulteriore trauma.

    Il tutto si conclude con una esternazione di Zuppi che di fatto è la domanda che la chiesa non si pone e ribadisce con questa affermazione di non sapersi porre; “Se noi non siamo in grado di giudicarci, di esaminarci, vuol dire che c’è qualcosa proprio che non va”.

    Il fatto che nella trasmissione ci fosse la puntuale e totale assenza di un contraddittorio, rende il tutto davvero grave e al limite della decenza.

  • Report sugli Sportelli diocesani per le vittime di abuso sessuale della CEI – Sintesi

    Report sugli Sportelli diocesani per le vittime di abuso sessuale della CEI – Sintesi

    “Da Bolzano in giù”,

    il report che illustra l’indagine dell’osservatorio della Rete L’Abuso, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    L’indagine ha utilizzato un ampio campione. Su un totale di 130 sportelli in Italia (su 226 diocesi) ne ha potuti censire ben 32.

    Sono stati utilizzati tre criteri di accesso;

    1- la sola vittima;

    2- la vittima accompagnata dalla Rete L’ABUSO;

    3- l’avvocato e lo psicologo della vittima, che in questo caso la rappresentano in sua assenza.


    Di seguito l’elenco degli sportelli che abbiamo censito in un arco temporale limitato, ovvero da quando papa Francesco avviò la campagna di “Tolleranza ZERO”, quindi a partire teoricamente dal 2012. Dico teoricamente perché in realtà, se pur gli esiti non cambino, abbiamo escluso per correttezza 2 casi, uno del 2013 e l’altro del 2016, in quanto ancora fuori dalle riforme vaticane.

           (N.B. In alcuni casi non citeremo la diocesi ma solo la regione in cui risiede lo sportello. Questo per tutelare la stessa vittima)

    Parliamo quindi di 30 casi recenti. Elencherò prima quelli col “veto” della privacy;

    • Calabria, 2 casi, 2 sportelli, uno 2024 e il secondo 2019 – Accesso vittima
    • Basilicata, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Abruzzo, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Lazio, 2 casi, 2 sportelli, 2022 e 2025 – Accesso vittima
    • Verona, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Sardegna, 1 caso – accesso vittima
    • Campania, 4 casi, 4 sportelli, uno del 2018, il secondo del 2020 e il terzo del 2022 riferito a don Livio Graziano, il quarto del 2021 riferito a don Silverio Mura, alias Saverio Aversano, nascosto sotto falso nome a Montù Beccaria (PV) – Accesso vittima e Rete
    • Sicilia, 2 casi, 2 sportelli, uno del 2023 riferito a don Giuseppe Rugolo e Rosario Gisana e Vincenzo Murgaro, oggi sotto processo con l’accusa di aver mentito in tribunale – Accesso vittima
    • Toscana, 2 casi, 2 sportelli, uno del 2020 e l’altro del 2022, Pisa riguardante don Luigi Gabbriellini – Accesso vittima e Rete
    • Lombardia, 3 casi, uno del 2024 mentre altri 2 del 2022 riferiti ai fratelli don Alberto e don Maurizio Lucchina – Accesso vittima e avvocato Rete
    • Ferrara, 1 caso del 2013 (che abbiamo escluso dall’esito), don Pietro Tosi, padre di Erik, nato dallo stupro della madre – Accesso vittima
    • Genova, 2 casi, 2 sportelli, entranmbi del 2020 – Segnalazione – Accesso Rete L’ABUSO e le vittime
    • Savona, 2 casi, 1 sportello, uno del 2020 riferito a don Nello Giraudo e il secondo del 2018 riferito a don Pietro Pinetto – Accesso Rete e vittima
    • Albenga, 2 casi, 1 sportello, uno del 2017 riferito a don Francesco Zappella, il secondo del 2025 – Accesso Rete e vittima
    • Acqui Terme, 1 caso del 2022 riferito a don Carlo Bottero – Accesso vittima e Rete
    • Lecce, 1 caso del 2019  riferito a don Carmelo Rampino – Accesso Rete
    • Pisa, 1 caso del 2022 riferito a don Luigi Gabbriellini – Accesso vittima
    • Bergamo, 1 caso del 2023 don Valentino Salvoldi  – Accesso Rete e vittime
    • Sanremo, 2 casi 1 sportello, entrambi deo 2024 – Seminarista – Segnalazione – Accesso Rete e vittima
    • Piemonte, 1 caso del 2025 – Accesso vittima e Rete
    • Bolzano, 3 casi del 2024, 1 sportello – Accesso Rete e avvocato della vittima + psicologo

     

    -QUALI le aspettative che di fatto hanno attirato le vittime agli sportelli?

    2012, campagna di “TOLLERANZA ZERO”, il manifesto di papa Francesco è;

    Rimozione del prete; prevenzione e controllo; processo e condanna.

    Per la vittima; giustizia e riconoscimento dello status di vittima; accompagnamento; sostegno anche psicologico

     

    -Esposizione dei dati raccolti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO nell’indagine

                       Strutturazione degli sportelli diocesani

    Rileviamo 3 strutture blindate tra loro. La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale, deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima, ignorando però se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.

    Tuttavia va detto che lo sportello è un “optional”, le diocesi senza sportello fanno ugualmente processi. Nei fatti resta il vecchio sistema di comando, il vescovo, che a differenza di prima non riceve più le vittime ma le relazioni che gli passa lo sportello.

    Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo, se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che la ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma.

    In questa sede – lo sportello – le vittime devono firmare un consenso “informato”, diversamente lo sportello non procede. Nel consenso notiamo tra le varie carenze che non si fa cenno alle diversità tra un processo canonico e uno giudiziario italiano. Viene quindi omessa l’informazione utile e tutelante per la vittima che dà il consenso ovvero, che in una sede canonica, l’obbiettivo di giustizia (la vittima in sostanza) è Dio e non colei che ha subito l’abuso, che in quella sede, è invece il testimone di quanto il prete ha commesso verso Dio stuprandola (6° comandamento del decalogo “non commettere atti impuri).

    Informazione fondamentale MA POCO INFORMATA in questo caso, che di conseguenza nega la consapevolezza alla vittima di avviare parallelamente o ancora meglio, prima che si celebri il processo canonico, un eventuale procedimento presso la giustizia italiana.

    Le domande poste in questa sede dall’operatore – tolto il nome del prete che nel più dei casi è stato comunicato al primo contatto con lo sportello – sono per lo più volte a sapere in quale anno sono accaduti i fatti, chi ne è a conoscenza, se si è a conoscenza di altre vittime.

    Poche o nessuna le domande che circostanziano quello che è accaduto, che dovrebbe invece essere l’oggetto della denuncia e quindi l’interesse della diocesi.

    Poco dopo verrà fatto notare alla vittima che il caso è prescritto – come per la legge italiana – contrariamente a quanto invece dichiara la stessa Conferenza Episcopale Italiana CEI.

    Sostanzialmente decade completamente il motivo per il quale la chiesa invita le vittime a rivolgersi agli sportelli…

    -Contributo tratto dalla presentazione del 2022 degli sportelli diocesani.

    Qui va notata la pressione violenta che subisce la vittima, che si è recata allo sportello FORTE di quanto ha subito e che in un attimo, si trasforma da FORTE, in speranzosa che la sua denuncia comunque sia proceda. Il suo stato psicologico viene completamente ribaltato, ora è DEBOLE e sottomessa.

    Redatto il verbale, l’operatore dello sportello lo farà leggere e sottoscrivere alla vittima, la quale però non ne avrà una copia.

    Qui si conclude quella che abbiamo rilevato essere nel concreto, l’unica delle varie fasi del “manifesto” iniziale, quella che chiamano accompagnamento.

    In nessuno dei casi, contrariamente al “manifesto”, è stato offerto un sostegno di nessun tipo.

    Nei casi in cui la vittima, come da “manifesto” ha chiesto un contributo per le cure, in qualche caso è stato concesso, ma sempre dietro un accordo con il vincolo della riservatezza. Si parla comunque di cifre irrisorie, massimo 5.000€.

    In altri rari casi invece, sempre con il vincolo della riservatezza e senza aver più nulla a pretendere, l’offerta proposta – questa volta dalla diocesi – sale a 25.000€.

    In entrambi i casi, oltre al vincolo imposto, tuttavia negli accordi non si accenna mai a un indennizzo per l’abuso subito. Le motivazioni dell’accordo sono del tipo, “aiuto per gli studi”, per le “difficoltà familiari” ecc.

    Nei successivi contatti, la vittima verrà informata che il fascicolo è sato inviato al Dicastero per la dottrina della fede e che in pratica lo sportello ha concluso la sua funzione e ora dipenderà tutto dal Dicastero.

    Qui inizierà la lunga agonia per la vittima, che non riceverà mai risposte dal Dicastero e di conseguenza dalla stessa diocesi, che in pratica la ha già scaricata dopo la deposizione allo sportello, scaricando sul Dicastero l’intera vicenda e gli eventuali sviluppi.

         

    -Ma vediamo un attimo cosa dice la procedura canonica ufficiale;

    “La trasmissione al DDF compete al vescovo, dopo l’indagine previa.

    Dal DDF non può uscire nulla prima di una eventuale sentenza, che viene trasmessa al vescovo, all’abusatore e alla vittima.”

     

    A questo punto cominciamo a notare parecchie discrepanze nelle procedure, riassumiamole un attimo:

    • La prima è la prescrizione, sollevata da tutti e 32 gli sportelli censiti, smentita però dalla Conferenza Episcopale, che dichiara “non esserci prescrizione”.
    • Sembra mancare anche l’indagine previa, che non solo andrebbe comunicata alla presunta vittima, ma che prevede anche che la vittima venga ascoltata, soprattutto sulle circostanze in cui ha subito l’abuso. Indagine previa che in nessuno dei 32 casi è stata mai comunicata alla vittima. Forse in alcuni casi per mancanza di trasparenza, ma per esempio, a Bolzano ma non solo, non è stata sentita nessuna delle tre presunte vittime. Come si è potuta quindi fare una indagine previa? Su quali basi?
    • Dopo l’indagine previa il tutto dovrebbe essere inviato dal vescovo al Dicastero per la dottrina della fede. Cosa che è stata dichiarata dagli sportelli in tutti i 32 casi, se pur in molti di questi, non solo Bolzano, ci si chieda COSA SIA STATO INVIATO, dal momento che le vittime in molti casi non sono state sentite.
    • Infine, stando alla procedura, il Dicastero per la dottrina della fede, sarà suo compito informare dell’esito il Vescovo, l’abusatore e la vittima.

    Ebbene, nessuna delle 32 vittime ha mai ricevuto dal Dicastero alcuna comunicazione, contrariamente a quanto prevede invece la stessa procedura.

     

    -A questo punto non possiamo fare altro che delle ipotesi.

    Una di queste è che non sia stata fatta nessuna indagine previa e che nulla in realtà sia stato inviato al Dicastero. In questo caso mentendo persino alla vittima.

    Ad avvalorare la tesi non solo il fatto che in tutti e 32 i casi il prete è sempre rimasto ed è tuttora al suo posto, ma anche le stesse risposte ottenute dagli sportelli.

    Tornando al caso di Bolzano citato pocanzi, è proprio dalla relazione della stessa diocesi che sembrano concretizzarsi i nostri dubbi.

    Questa infatti relaziona alla vittima, nella seconda pagina, a conclusione del rapporto, che;

    “Con lettera del 02.12.2025, il Superiore generale comunica al Vescovo diocesano che il Dicastero per l’insegnamento della fede lo ha informato con lettera del 12.11.2025 che ha chiuso il caso davanti alla Diocesi pro nunc (per il momento). La motivazione è che i “fatti precedenti rimangono fuori i limiti della punibilità” e anche non “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”. Se nuove accuse dovessero emergere, queste devono essere comunicate alla Diocesi affinché possa esaminare la riapertura del caso.”

    Dal documento emergerebbe che il Dicastero abbia risposto alla sola diocesi e non alla vittima –contrariamente alle procedure quindi– riferendo che il 12/11/25 ha chiuso il procedimento, sulla base di una prescrizione che però la stessa Conferenza episcopale afferma non esserci.

    Documento mai pervenuto alla vittima, né dal dicastero, né dalla diocesi che invece ne dichiara l’esistenza.

    La relazione Continua affermando che “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati” quelli che sono gli abusi che ben tre persone MAI ASCOLTATE dalla diocesi di Bolzano, lamentano.

    Certo, per essere la diocesi più esperta e longeva in materia di tutela di minori e persone vulnerabili, parlare di poca trasparenza, a questo punto è persino superfluo.

    Da questa relazione, stando alla presunta risposta data dal Dicastero riguardo le accuse di abuso (dico presunta perché non vi è traccia, dobbiamo quindi fidarci delle quattro righe di risposta rese alla vittima) “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”, il dubbio che si solleva è; Ma al Dicastero è stato detto che ci sono tre vittime che accusano il sacerdote?

     

    -Si ritorna quindi alla precedente domanda, è stata fatta l’indagine previa?

    Ma il caso di Bolzano sul quale mi soffermo, trova altre anomalie. Per esempio la denuncia fatta all’autorità giudiziaria italiana da parte di Gottfried Ugolini, fino allo scorso dicembre responsabile dello stesso sportello.

    Va detto che l’accesso a questo sportello, in questo specifico caso, non è stato effettuato direttamente dalle tre presunte vittime ma dall’avvocato e dallo psicologo di una di loro.

    Ma la denuncia fatta dalla diocesi all’autorità giudiziaria italiana, malgrado la presenza del legale di una delle presunte vittime col quale la diocesi avrebbe potuto/dovuto collaborare, è stata in realtà fatta a loro insaputa.

    Qui non è valsa come è uso nel clero, la scusa che la chiesa non denuncia alla giustizia per tutelare la privacy della vittima. Qui proprio non si sono posti la domanda.

    Ci si chiede anche in questo caso il motivo di querelare alla giustizia italiana, tanto più, che come anche la diocesi sa bene, il reato, per la giustizia italiana risulta ampliamente prescritto, quindi sarà palesemente archiviato. Non a caso la vittima, come tante altre, attratta dal “manifesto” degli sportelli, si è rivolta proprio alla chiesa.

    Critica anche la posizione dell’avvocato di Monaco Ulrich Wastl, che aveva curato il report sugli abusi nella chiesa altoatesina, che durante conferenza stampa, lo scorso novembre, aveva apertamente criticato il fatto che la diocesi non avesse attuato nessuna delle strategie indicate dallo studio a lui commissionato.

     

    -Le CONCLUSIONI

    In tutti i 32 casi campionati (su 130 sportelli totali, esaminati all’incirca 1/4 del totale), la situazione che emerge è identica, tranne che per la denuncia all’autorità giudiziaria italiana, fatta solo in questo caso dalla diocesi di Bolzano.

    Contrariamente a quello che è ancora oggi il “manifesto della CEI”, l’accompagnamento proposto alle vittime è ridotto nei fatti ad uno sportello che acquisisce dati di suo interesse. Il fatto che la vittima spesso non venga neppure ascoltata, o che quando è sentita non gli venga chiesto di circostanziare i fatti, ma piuttosto chi ne è a conoscenza, certo è inutile commentarlo, la risposta viene da sé.

    In nessuno dei 32 casi emerge da parte dello sportello quello che è da “manifesto” il supporto per la vittima la quale, nei pochi casi in cui ha avuto un contributo per le cure, lo ha ottenuto a seguito di un accordo vincolato alla riservatezza, nel quale neppure si citerà il motivo, ovvero gli abusi.

    In nessuno dei 32 casi il sacerdote è stato rimosso, ne dalla parrocchia, tantomeno dal contatto con i minori, venendo meno alla prevenzione e all’amore per quei minori, quotidianamente affidati alle cure del clero.

    Dato che di fatto vanifica anche ogni rassicurante propaganda su corsi agli operatori e al personale cattolico che opera con minori, il quale, nei fatti, malgrado la denuncia della vittima, si ritrova poi di fatto l’accusato tra i bambini. Accusato di cui è verosimile pensare, non siano neppure messi a conoscenza.

     

    -L’effetto traumatico che si ottiene sulla vittima è devastante.

    Questa, dopo aver dovuto trovare la forza di riesumare il trauma nell’ottica di un “manifesto” di verità e giustizia, di un riconoscimento del suo “status” di vittima, di poter tutelare con la sua testimonianza bambine e bambini, vede svanire passo dopo passo qualunque proposito che in precedenza la aveva spinta ad intraprendere la via della denuncia canonica, che paradossalmente, come per la legge italiana alla quale la vittima non si è rivolta per l’intervento della prescrizione, a detta degli sportelli e contrariamente a quanto invece afferma la CEI, risulterebbe prescritta anche in nella sede canonica.

    Nel contesto generale dell’operato della chiesa in Italia, oltre quanto emerge dalla nostra inchiesta sugli sportelli diocesani, che la Cei nel 2022 – a fronte dell’impegno di tutte le conferenze episcopali d’Europa che vedevano l’Italia come l’unica inadempiente – battezzò come “la via italiana”, presentando proprio in quella sede la realizzazione degli sportelli diocesani.

    Nella stessa occasione la CEI dichiarò 613 casi italiani, già nella conoscenza del Dicastero per la dottrina della fede. Casi che sarebbero stati la base di una “commissione di inchiesta” dal 2000 al 2022, che Cei avrebbe avviato.

    Casi scomparsi come la commissione d’inchiesta e come i 32 oggetto della nostra inchiesta.

    Ora, premesso il paradosso italiano che vedrebbe soprattutto grazie alla totale assenza dello Stato italiano, che contrariamente a tutti gli altri d’Europa, unitamente alla chiesa non solo non ha mai riconosciuto i suoi cittadini rimasti vittime del clero, ma ad oggi, mentre in altri paesi la chiesa sta risarcendo le vittime, vede l’Italia non aver neppure mai discusso come altrove, su una commissione d’inchiesta indipendente.

    La giustizia per chi è rimasto vittima del clero, la vediamo ancora oggi affidata allo stesso clero di cui, nel più dei casi, gli stessi vescovi che fino a ieri hanno coperto il prete ed insabbiato il caso, oggi sarebbero coloro che paradossalmente dovrebbero rendere giustizia alla vittima.

    Un evidentissimo ed inconciliabile conflitto di interessi che è difficile pensare possa portare mai ad una reale giustizia.

    Tuttavia sarebbe disonesto non spezzare una lancia in favore dei vescovi italiani omertosi, che disapplicano il Motu proprio Vos Estis Lux Mundi in quanto, a disapplicarlo per primo, è stato proprio colui che lo ha voluto e ratificato.

    Lo stesso papa Francesco infatti, a fronte di questa sua stessa norma, malgrado le evidenze tra cui gli audio delle intercettazioni prodotti dalla Procura della Repubblica di Enna, nelle quali, è lo stesso vescovo di Enna Rosario Gisana – oggi sotto processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver mentito al processo a carico di un loro sottoposto, don Giuseppe Rugolo, condannato in appello per gli abusi ai danni di Antonio Messina – ad ammettere di aver insabbiato il caso. Malgrado papa Francesco fosse stato ampiamente informato dai media e dalla stessa vittima, la quale inviò anche al Dicastero dei vescovi l’intero carteggio, fu il primo ad omettere qualunque provvedimento previsto dalla sua stessa norma.

    Documento, come detto, inviato nel 2022 anche al Dicastero per i vescovi, allora presieduto dal Cardinale Robert Prevost, oggi papa e monarca assoluto dello Stato della Città del Vaticano.

    Ebbene, mentre oggi la giustizia italiana sta procedendo col processo del vescovo Gisana e del collega, da parte della chiesa non vi è stato alcun provvedimento noto a riguardo.

    Sul tema degli sportelli e sui progressi della CEI, è intervenuta anche la commissione pontificia per la tutela dei minori che nel panorama internazionale ha definito la Conferenza Episcopale italiana “Maglia nera nella lotta agli abusi“.

    Tutto pare in perfetta linea con quanto si rileva anche nei 32 sportelli censiti.

         FINE del report


    Di seguito la situazione dei casi rilevati nelle diocesi italliane

  • Preti pedofili e “Tolleranza ZERO” – Più di 10 anni dopo, i risultati raccontati dalle cifre

    Preti pedofili e “Tolleranza ZERO” – Più di 10 anni dopo, i risultati raccontati dalle cifre

    Per tutto il pontificato di Francesco lo slogan della “Tolleranza zero” ha nutrito speranze in tutti, soprattutto nelle vittime sopravvissute, da anni alla ricerca del riconoscimento di quanto subito e di un risarcimento umano, restituito da una chiesa impegnata non solo a riparare il danno, ma a prevenirlo.

    Più di dieci anni dopo possiamo fare il punto e capire quanto effettivamente le cose siano cambiate, se effettivamente, la situazione sia rassicurante come riportano i media, così rassicurati a loro volta che oggi si fa persino fatica a reperire notizie in materia.

    In 15 anni sono migliaia i dati che grazie a vittime coraggiose uscite dall’ombra sono giunti all’associazione, anche solo in forma di testimonianza, tuttavia ognuno di quei dati va ricordato rappresenta una vita alla quale corrisponde anche la personale storia di violenza sessuale, i vari dettagli e così via. Materiale accessibile solo agli operatori, che ad un certo punto abbiamo pensato data la vastità e l’importanza unica, soprattutto in Italia dove oltre il nostro, non esiste un dato governativo, a riflettere sull’importanza che poteva avere come valore sociale nonché come strumento di tutela per l’intera società. Per questo è nato iCODIS, una interfaccia filtrata nei dati sensibili che potesse essere consultata da tutti.

    Ebbene iCODIS, oggi alla versione 4.2, è in grado di restituire una serie davvero notevole di dati censendo in tempo reale non solo la situazione nelle regioni e province italiane, ma addirittura quella delle Regioni ecclesiastiche e delle loro province, meglio conosciute come Diocesi.

    Per una maggiore chiarezza abbiamo diviso i dati in due distinte sezioni, la prima espone i dati censiti dalla Rete L’ABUSO sulla base delle regioni italiane, la seconda invece, su una mappatura dell’Italia che ha confini territoriali differenti dai nostri.

    Nel primo caso, “Database degli abusi sessuali nel clero italiano” troverete nella Home page l’annuario dei casi che inizia a censire dal 1960, ma è molto scarno per carenza di dati fino al 2000, dove invece registrerà proprio in quell’anno già 14 casi, poco più di 1 al mese toccando l’apice nel 2016 con ben 38 casi, più di 3 al mese. Appena sotto il pannello che documenta le fonti dei casi che la Conferenza episcopale italiana ha dichiarato a partire dall’anno 2000. Subito dopo i vari database disponibili nel portale ed in fine iCODIS Live Search, un potente motore di ricerca direttamente all’interno del database.

    Nella stessa sezione, ma in una seconda pagina l’approfondimento dell’Annuario storico proposto in Home page, questa volta compreso di dettagli e statistiche.

    Immediatamente dopo i “Dati regionali divisi per province”, pannelli rappresentanti le regioni e i casi in ogni singola provincia italiana comprendenti quante bambine, bambini e persone vulnerabili sono vittime degli offender di quella regione, se questi sono stati abusati da sacerdoti, suore, catechisti, scout ecc. Trovate anche la situazione penale riferita a quegli offender, quelli ancora anonimi, quelli denunciati, quelli indagati, condannati in 1°, 2° o 3° grado, chi condannato in sede civile o in sede canonica ecc. Trovate anche qui un motore di ricerca, questa volta però interno alla sola area geografica.

    Nell’ultima pagina di questa sezione “I dati generali di sopravvissuti e offender”  il dettaglio non solo espresso con un chiaro grafico interattivo, ma anche dettagliato sempre per regione e categoria di offender, con una tabella numerica sia per gli offender, sia per le loro vittime.

    Passando alla seconda sezione “Le omissioni nelle Diocesi CEI” dove ricordiamo che il dato utilizzato è quello fornito dalla Conferenza Episcopale Italiana che, per quanto poco attendibile, ci sentiamo di garantire come reale, in quanto discorda da quello censito da Rete L’ABUSO di una sessantina di casi su 1106 da noi censiti, 1049 dichiarati invece da CEI.

    Per correttezza ricordiamo che il dato fornito da CEI è incredibilmente fumoso, privo di date dei crimini, luoghi dove sono avvenuti, dove la chiesa ha ricollocato l’offender e quali cure abbia affrontato prima del ricollocamento, la loro identità e quante vittime abbiano prodotto ecc. Per quanto riguarda la parte di dati raccolti da CEI tramite gli sportelli diocesani, è addirittura ignoto quali siano gli sportelli di provenienza del dato e in quali diocesi. Ma non scoraggiatevi, come vedrete siamo comunque riusciti ad esporre ugualmente la situazione.

    Nella Home di questa sezione il primo pannello fotografa ampiamente quanto poi più avanti dettagliato, per nulla in linea con slogan durati più di dieci anni che dicono “Tolleranza ZERO”, a meno che non abbiamo compreso totalmente al contrario quello slogan, che dietro se portava non solo l’apertura degli archivi diocesani, ma la trasparenza della chiesa, anch’essa messa in forte dubbio dai dati CEI, come detto prima, privi persino di indicazione geografica.

    Ecco il primo pannello che nel rendiconto sintetico dice; che su 1049 preti dichiarati da CEI, forse a causa della poca trasparenza, tuttavia risulta di quei casi che la chiesa italiana non ne ha denunciato neppure 1 all’autorità giudiziaria italiana. Che invece quella canonica ne ha processati presso i suoi tribunali solo 74, nessuna traccia dei restanti 975.

    Riguardo le vittime invece – sempre in virtù della trasparenza – non vi è praticamente traccia, tranne quelle poche indicate negli unici tre report della CEI, anche in questo caso però manca riferimento geografico, il supporto medico e non fornito e via dicendo. Per poter quindi fare un paragone tra il dato della RETE e quello della CEI che è privo di sopravvissuti ma che nel numero di offender in abito talare è in linea con il nostro, abbiamo utilizzato a parità di offender, quello dei sopravvissuti censito dall’associazione. Parliamo anche in questo caso di un dato in grave difetto che oggi conta sole 4619 vittime sopravvissute, diciamo sole perché il dato è in pesante discordanza con il numero di vittime censite nelle commissioni d’inchiesta governative fatte negli altri stati. Tuttavia riusciamo a farci un’idea piuttosto precisa.

    Risulta che su 4619 sopravvissuti da noi censiti, solo 2 abbiano ottenuto la giustizia promessa/attesa dai tribunali canonici, solamente una è stata risarcita spontaneamente dalla chiesa, mentre le altre poche che hanno ancora potuto recuperare un indennizzo prima della prescrizione maturata nel tempo intercorso in attesa dell’esito canonico, lo hanno ottenuto tutte grazie ai tribunali italiani.

    Proseguendo nella pagina seguono i pannelli che rappresentano altri dati interessanti e tristemente significativi, ad esempio quanti sportelli diocesani siano realmente attivi su 226 diocesi totali, quante siano le strutture terapeutiche sparse sul territorio per le vittime, quante invece per gli offender. Come fatto nell’altra sezione, questa volta indicando però la regione ecclesiastica e la diocesi di appartenenza, anziché la provincia, il dato dei casi censiti in ogni diocesi italiana, il numero di vittime in quella diocesi pochi altri dati.

    Passando al pannello successivo la storica mappa delle “Diocesi insicure” con tutti i casi sul territorio, questa volta però aggiornata in tempo reale direttamente dal database.

    Le due sessioni successive raccolgono invece una “Gli “omissori” di denuncia dei casi italiani” ovvero, l’elenco dei vescovi e cardinali che hanno rinunciato ad esercitare la loro “facoltà morale” di denunciare in tutela dei minori a loro affidati, gli offender alla magistratura. Naturalmente troverete anche quei vescovi pizzicati direttamente con le braccia infilate nella marmellata nel tentativo di coprire.

    Nella seconda le “Comunità di recupero per sacerdoti” con l’elenco di tutte le strutture scoperte nel tempo sul suolo italiano, adibite alla cura dei preti pedofili o in difficoltà.

    L’ultima sessione “Casi denunciati alla DDF” censisce quanti sopravvissuti insoddisfatti dal processo diocesano si siano successivamente appellati alla DDF, ma noi ne censiamo solamente 14 di cui 13 non anno mai ricevuto neppure una risposta, l’unica nota invece risulta inconcludente.

    Concludendo va ricordato che rimangono ancora in mano alla DDF i 613 casi di cui ci informò nel 2022 il cardinale Zuppi, che con apparente umiltà condì con la frase “Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”.

    Chissà se almeno quei 613 casi poi spariti in un battibaleno dalla memoria di CEI e media , hanno avuto una sorte migliore di quelli da noi censiti.

    Riguardo alle botte invece questa la sappiamo!

    Quelle le abbiamo prese ancora una volta noi vittime mentre grazie a Dio, la chiesa non si è fatta un solo graffio.

    Riguardo la responsabilità assunta dalla CEI, ogniuno tragga a questo punto le proprie conclusioni.

    Resta ancora un ultimo dubbio.

    Ma quando Papa Francesco diceva “Tolleranza zero”, a cosa si stava riferendo?

  • Ma dove sta la coerenza quando Papa Leone XIV raccomanda che il vescovo sia “fermo e deciso sugli abusi” ?

    Ma dove sta la coerenza quando Papa Leone XIV raccomanda che il vescovo sia “fermo e deciso sugli abusi” ?

    L’appello di Papa Leone ai vescovi ai quali raccomanda essere; “fermo e deciso nell’affrontare le situazioni che possono dare scandalo ed ogni caso di abuso, specialmente nei confronti di minori, attenendosi alle attuali disposizioni“.

    Fantastico nelle parole che però stridono con i fatti, soprattutto quelli che riguardano direttamente proprio colui che fa l’appello e che prima di diventare Papa, era a capo del Dicastero dei vescovi, che si occupa della loro condotta.

    Proprio l’Ufficio al quale nel marzo del 2024 Antonio Messina (vittima di don Giuseppe Rugolo condannato in 1° grado a quattro anni e sei mesi) consegnò il fascicolo sulle presunte coperture che il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe fornito al Rugolo. Coperture che lo stesso Gisana – intercettato al telefono dagli inquirenti – ammette in una telefonata.

    Accuse che all’indomani della condanna in 1° grado di don Rugolo vedono lo stesso vescovo Gisana imputato dalla giustizia italiana per aver mentito in aula durante il processo.

    Questo è quanto sta facendo la giustizia italiana!

    Ma quella tanto acclamata dalla chiesa, che ha visto proprio Robert Prevost – colui che oggi è diventato il Papa – che, da capo del dicastero dei vescovi già avrebbe dovuto intervenire nel 2024 sul caso, che tutt’ora invece ancora vede il vescovo Rosario Gisana al suo posto, dichiarare stile “influencer” quanto riportato dai media, non solo sembra uno scherzo di pessimo gusto, ma visto dai sopravvissuti, in questo particolare caso dalla stessa vittima Antonio Messina che, malgrado la delusione del mancato intervento di Prevost alla DDF, diventato Papa leone gli ha comunque rinnovato fiducia sollecitando ulteriormente un suo intervento, certo non da una grande immagine di serietà, ancor meno di coerenza.

    Messaggio che alla luce dei fatti va doverosamente preso per mera e disonesta propaganda alla quale si aggiungono le critiche di Hans Zollner che proprio ieri ha commentato così l’operato della chiesa; ‘no alle indagini-elemosina’.

    Propaganda contro la quale si era già scontrato Papa Francesco, anche lui sul caso di monsignor Rosario Gisana, che proprio alla vigilia della requisitoria su don Rugolo definì in un contesto totalmente fuori dalla realtà con la frase; “Saluto il Vescovo di Piazza Armerina, Monsignor Rosario Gisana: bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo Vescovo”.

    Frase che oggi pare quasi ripetersi nelle parole di Papa Leone XIV.

  • Prima prova per Papa Leone XIV che conosce bene il dossier su Gisana e Murgano – L’appello di Antonio Messina

    Prima prova per Papa Leone XIV che conosce bene il dossier su Gisana e Murgano – L’appello di Antonio Messina

    Già Prefetto del Dicastero per i Vescovi e oggi Papa Leone XIV conosce bene il caso di Enna, dopo aver ricevuto nel marzo del 2024 il dossier di Antonio Messina riguardante don Rugolo – condannato in primo grado a quattro anni e sei mesi – e del vescovo Gisana, che insieme a monsignor Murgano sono stati rinviati a giudizio dal tribunale italiano di Enna per falsa testimonianza (la prima udienza è fissata il prossimo 26), nel tentativo di coprire il Rugolo.

    Mentre dal Dicastero per i vescovi, dove Robert Prevost è stato il prefetto fino alla sua nomina a Papa, nessun provvedimento canonico, malgrado in questi casi lo preveda il Motu proprio vos estis lux mundi di Papa Francesco.

    Solo dopo che il tribunale italiano rinviò a giudizio Gisana e Murgano, il prefetto Prevost si limitò all’invio di un ispettore.

    Il commento di Antonio Messina “Non conosco bene le vicende che riguardano Prevost (oggi Papa), ma so che certamente a lui rinnoverò la mia istanza di giustizia, quella stessa giustizia che ha pronunciato dalla loggia delle benedizioni in Piazza San Pietro dopo la sua elezione.”

    “A chi mi chiede, con una certa sfacciataggine, di fare silenzio, io ribadisco che sono vivo e, pertanto, continuerò a parlare e a lottare”.

  • Leone XIV insabbiò o pure no? La verità tra media che ignorano e propaganda – L’intervista a Francesco Zanardi

    Leone XIV insabbiò o pure no? La verità tra media che ignorano e propaganda – L’intervista a Francesco Zanardi

    Un cardinale o un vescovo che denunciano abusi sessuali fuori dalla chiesa sono pessimi gerarchi cattolici perché non hanno rispettato le leggi della chiesa, DENUNCIARE INTERNAMENTE.

    E qui che chiesa ci va a nozze tra chi appunto ignora e chi spera in un Papa santo e giusto.

    Il cardinale Robert Prevost insabbiò di fatto i casi del Perù perché si limitò a denunciarli alla chiesa, ma omise in virtù della giustizia per le vittime, la denuncia all’autorità civile dello stato peruviano.

    Qui va ricordato che per la legge dello Stato, in questo caso il Perù, la prescrizione per questi reati fino al 2018 era di 8 anni, dopo invece il reato è diventato imprescrittibile.

    Va anche considerato che quella gestita da Robert Prevost (oggi Papa Leone XIV) fu una mossa politica del Vaticano in quanto il Sodalitium stava sottraendo fedeli e risorse alla chiesa cattolica, per questo motivo papa Francesco commissario, come fece per i movimenti ecclesiali e congregazioni di diritto pontificio come i Focolarini, l’Opus Dei, Comunione e liberazione ecc. .

    Di fondo quindi non c’è proprio nulla di onorabile ma solo un mero interesse politico volto al potere, per questo le vittime, in questo caso vennero comode alla chiesa che le “accudì”.

    Tuttavia nessuna di loro fu mai risarcita, come da manuale, i responsabili di fatto protetti dalla chiesa e strumentalizzati dal Sodalitium contro la chiesa.

  • Papa Francesco e i cattolici: “Lo avevamo tanto amato” ma non rispettato, la sua tomba la conta lunga

    Papa Francesco e i cattolici: “Lo avevamo tanto amato” ma non rispettato, la sua tomba la conta lunga

    Morto un Papa se ne fa un altro, qualunque sia vien bene anche se è tanto al chilo.

    E così Bergoglio esce di scena come gli altri e l’ipocrisia irrispettosa del fan club ora tifa Leone XIV l’esperto di insabbiamenti, che l’ex fan club di Bergoglio dice siano fake news.

    E mentre i più devoti lacrimano sulla tomba di Francesco, parliamo appunto della tomba e del fatto che ci sarà pure un aldilà al quale pare non credano neppure i cattolici che infatti contano sulla certezza che oramai Bergoglio non si lamenta.

    Nel testamento l’ex Papa uscente aveva espresso la volontà di una lapide di ardesia ligure, come raccontato dal TG3 Liguria alla sua morte – La tomba di Papa Bergoglio sarà in ardesia, pietra della Fontanabuona

    E’ stato lo stesso Pontefice a esprimere questa ultima volontà, a omaggio delle sue origini liguri. “Siamo disponibili e molto orgogliosi di questa scelta”, dice la presidente del distretto.

    Ma poi la materia prima “introvabile in Liguria” tra gli omertosi silenzi stampa e il cattivo gusto per la scelta del colore nero che fa tanto da morto, siccome la certezza che Bergoglio non si sarebbe lamentato, la lapide in ardesia “introvabile e di pessimo gusto” si è trasformata pietra.

    Non è un miracolo no no, è solo la mancanza di rispetto per quel pontefice a chiacchere tanto amato, ma con un pessimo gusto e così, come sempre il TG3 racconta, qualcuno ha deciso di optare per – La pietra di Finale per la tomba di Papa Francesco, sull’ardesia è mistero.

    Mentre il consorzio ligure dell’ardesia attende ancora indicazioni dal Vaticano, per il sepolcro è stata usata la cosiddetta pietra di Finale.

    Alla fine, rispetto a parte è sempre una pietra ligure… è persino umile, più di così si muore…

  • L’assai incorretta informazione e l’inaccettabile sentenza su don Marelli

    L’assai incorretta informazione e l’inaccettabile sentenza su don Marelli

    Nel verdetto della diocesi Ambrosiana che pare più “uno scherzo da preti” si legge che don Samuele Marelli viene spogliato dell’abito sacerdotale per i prossimi cinque anni che sembrano quasi una vacanza dove non avrà neppure più l’onere della messa.

    Viene imposta «la proibizione di risiedere nel territorio dell’Arcidiocesi di Milano», «dell’esercizio pubblico del ministero sacerdotale», sempre per cinque anni, oltre al divieto perpetuo di «cercare contatti volontari con minori, se non alla presenza di un accompagnatore maggiorenne», quest’ultimo provvedimento molto fantasioso, a meno che l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini non intenda “scortarlo” 24/24 a vita.

    Non una parola riguardo le vittime di don Marelli.

    Detta così è di certo inaccettabile per chiunque e rasenta il ridicolo, ma non è così.

    Vediamo il perché.

    Partiamo dall’equivoco indotto da molti prodotti giornalistici, alcuni persino ben fatti ma tutti contengono un’incorrettezza che genera un macroscopico equivoco di fondo che li rende forvianti, facendoli puntualmente terminare con nessuna soluzione al problema.

    Questo accade quando il prodotto giornalistico, in quanto tale sfora dalle competenze giornalistiche, totalmente assente di una analisi tecnica che un giornalista per quanto bravo raramente ha.

    Ma partiamo da una base corretta perché l’errore è generato da un pensiero incorretto dove lo Stato, in questo caso l’Italia, viene visto dall’autore come se l’Italia fosse un’estensione dello Stato Pontificio le cui leggi possono essere applicate.

    Questo è un gravissimo errore perché va ricordato che ogni stato al mondo ha le sue leggi basate sulla propria costituzione e se pur diverse sono tuttavia compatibili in quanto si basano sul diritto della persona, cioè del cittadino.

    C’è un solo Stato al mondo che ha una carta costituzionale incompatibile con il resto del mondo, questo Stato è quello Pontificio la cui costituzione si basa sul diritto di Dio e il cittadino in questo caso non ha un diritto ma un dovere.

    La costituzione dello Stato del Vaticano sono i dieci comandamenti e se quasi nessuno nota questo, basta leggere uno dei motu propri in materia, prendiamo l’ultimo il Vox Estis lux mundi dove all’articolo 1 è chiaramente scritto “* un delitto contro il VI comandamento del decalogo commesso con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, o nel costringere qualcuno a realizzare o subire atti sessuali”.

    Per chi non sapesse il sesto comandamento del decalogo (dieci comandamenti) è “non commettere atti impuri”, cioè un peccato contro Dio dove la persona è colei che ha un dovere nel non commetterlo.

    L’esatto opposto di quello che accade in tutte le altre leggi al mondo dove l’oggetto del danno è la persona che viene abusata contro la quale quindi, viene commesso un crimine.

    Credo che il concetto adesso sia chiarissimo, quanto la sospensione per cinque anni di don Marelli, una sanzione sufficiente per la chiesa a scontare il peccato commesso.

    Vi domanderete adesso come si risolve il crimine subito dall’abusato?

    Anche qui la risposta è semplicissima, ci deve pensare lo Stato, non quello Pontificio ma quello italiano. Altro passaggio che puntualmente viene dimenticato ed è a causa di ciò che nell’immaginario collettivo delle illustrazioni giornalistiche crea quell’imperdonabile equivoco.

    Un problema particolarmente italiano dove i governi non hanno mai proferito parola e adeguato le leggi, minore all’estero dove magari anche li si sottolinea poco la doppia struttura giudiziaria che tuttavia viene compensata dal fatto che esistano contrariamente all’Italia leggi che compensano evitando il problema.

    Esemplare il caso di Piero Brogi, un italiano abusato in Italia, che da anni vive in Francia dove è stato risarcito dalla conferenza episcopale francese.

    Questo fa capire che i provvedimenti di Papa Francesco sono stati recepiti laddove le leggi dello stato sono adeguate, mentre in Italia i vuoti legislativi sono tali da aver concesso alla conferenza episcopale la libertà non solo di non fare un’inchiesta governativa, ma ad oggi di non parlare neppure lontanamente di risarcimenti alle vittime.