Tag: Papa Francesco

  • Ucci ucci, al Gaslini spunta padre Luca Bucci – accusato di abusi sessuali

    Ucci ucci, al Gaslini spunta padre Luca Bucci – accusato di abusi sessuali

    Abusi confermati anche dalla Procura della Repubblica di Savona, che però ha dovuto archiviare per il solito problema che da anni chiediamo al Governo di risolvere. La prescrizione.

    Il caso di padre Luca Maria Bucci, fratello del Sindaco di Genova, accusato da un uomo all’epoca dei fatti dodicenne. Un caso che segnalammo anche al nuovo vescovo di Genova Marco Tasca, che però non intervenne e che malgrado le disposizioni di papa Francesco, non è intervenuto ancora oggi.

    La notizia risale a giovedì 3 giugno, quando più persone ci segnalano il fatto, che cercando di verificare online, stranamente per la prima volta in tanti anni non è stato pubblicato da nessuna testata, neppure locale e quindi per noi più complessa la doverosa verifica.

    Era proprio lui, padre Luca che presso l’ospedale Gaslini di Genova, concelebrava insieme ad altri e all’Arcivescovo di Genova, la processione del corpus domini.

    Ancora una volta tocca constare costernati, le leggerezze di arcivescovo e vescovo e il fallimento sistematico del Vaticano in materia.

    Accontentandoci solo di aggiungere l’ennesimo prete impunito alla lunga lista.

    Zanardi

  • Don Rugolo, il Motu proprio Vos estis lux mundi e i silenzi di papa Francesco

    Don Rugolo, il Motu proprio Vos estis lux mundi e i silenzi di papa Francesco

    Il caso di don Giuseppe Rugolo al momento concluso con l’arresto cautelativo del sacerdote, stimola una serie di riflessioni in quanto in un nanosecondo, alla prima occasione vede il più totale flop dell’ultimo motu proprio emesso dal papa, il Vos estis lux mundi.

    Un documento che se pur non introducesse regole di rilievo indirizzate alla giustizia civile, ne contiene molte per quanto riguarda la giustizia vaticana e gli obblighi delle gerarchie che nella vicenda ennese materializza come era prevedibile, l’inapplicabilità dello stesso documento.

    Vediamo infatti coinvolti nell’insabbiamento – in violazione al Motu proprio – una numerosa serie di vescovi, non solo ennesi, che di fatto hanno violato la stessa legge interna alla quale dovrebbero invece fare riferimento.

    Una serie di omissioni infinite che hanno portato alla disperazione la stessa presunta vittima che si è vista chiudere la porta in faccia, scegliendo come ultimo disperato tentativo, quello di scrivere direttamente al papa, che però non gli ha mai risposto.

    Certo un quadro niente male “con un motu proprio” che cade a pezzi “in proprio” alla prima occasione a fronte della quale era scontato aspettarsi almeno un intervento – a prova dell’efficacia e dell’onorabilità del Motu proprio – che non è arrivato, anzi, ha amplificato ulteriormente anche i silenzi di papa Francesco e l’incapacità di farsi obbedire dalle sue stesse gerarchie.

    Zanardi

  • Don Pietro Pinetto, le omissioni della diocesi di Savona – La vergogna che hanno fatto i giornali censurando le vittime

    Don Pietro Pinetto, le omissioni della diocesi di Savona – La vergogna che hanno fatto i giornali censurando le vittime

    Certo ci va del coraggio nel chiedere ai lettori di abbonarsi alle vostre testate (già sostenute dal finanziamento pubblico – tranne le poche indipendenti), mi domando perché mai qualcuno dovrebbe gettare denaro (i commenti sulle pubblicità ai vostri abbonamenti non la lasciano immaginare), quando poi puntualmente anziché fare il vostro lavoro, producete bufale e censure come quella in questione.

    Sarebbe stato onorevole oltre che deontologicamente corretto, aveste scritto obbiettivamente su don Pietro Pinetto, dicendo che ha pure querelato le vittime calunniandole, il sottoscritto e due di voi giornalisti…

    Ma la storia la sapete, ne avete scritto più volte… questo è il peggio !!! Altri colleghi in questa occasione almeno non hanno scritto.

    Sulla censura fatta dall’Ufficio stampa della diocesi, che in barba pure agli appelli di trasparenza di papa Francesco (di cui elogiano gli appelli, ma tacciono quando questi vengono infranti) e insultando per l’ennesima volta le vittime savonesi calpestando la loro dignità, addirittura elogiandolo, malgrado lo stesso vescovo Lupi abbia ammonito don Pinetto per quegli abusi… E monsignor Caloggero Marino lo sa bene… Ha i documenti in diocesi…

    Su quello avreste dovuto scrivere indignati perché è questa la VERGOGNA !

    Invece troppo spesso vi siete genuflessi. Avete ignorato persino il contraddittorio delle vittime. Io al vostro posto un po’ di vergogna onestamente la proverei… Son sincero.

    Nessuna testata, neppure dopo il funerale – malgrado le pesanti critiche arrivate dalle vittime e dall’Associazione – ha pensato di far sentire anche l’altra più che legittima campana… quella della giustizia !

    Siete la Stampa e se siete al livello che siete è perchè non vi è mai interessata neppure la vostra deontologia, e qui siete arrivati… Non certo per colpa di noi vittime. Tanto è che neppure esercitiamo il diritto di replica, a questo punto…

    Il solo fatto che nessuno abbia avuto la sensibilità, almeno di citare lo sdegno di chi si è visto la vita distrutta, temo dia un notevole segnale dell’onestà intellettuale e professionale…

    Scusate lo sfogo legittimo.

    Zanardi

     

  • Garante per la tutela dei dati personali, ma non quelli delle vittime abusate dai preti

    Garante per la tutela dei dati personali, ma non quelli delle vittime abusate dai preti

    Il 4 febbraio scorso la Rete L’ABUSO presentava un’istanza al Garante per la protezione dei dati personali al quale chiedeva di verificare una evidente violazione delle garanzie dei cittadini vittime di abusi sessuali da parte del clero, che a seguito della campagna mediatica portata avanti da papa Francesco, si rivolgono sempre più spesso a questi sportelli presenti in ogni diocesi italiana.

    Violazioni a danno della stessa vittima che si rivolge a questi sportelli per chiedere aiuto e che invece rischia non solo di compromettere un eventuale futuro processo in un Tribunale italiano, ma di fornire a “sua insaputa”, informazioni importanti, che potrebbero addirittura essere usate contro la stessa vittima.

    Il macroscopico è più che evidente vuoto, il solo fatto che la vittima non possa far presenziare il suo difensore di fiducia; che rilasci dichiarazioni che vengono poi fatte sottoscrivere; che non venga fornita copia al dichiarante, è già più che sufficiente per contestare la dubbia trasparenza di questi uffici e il conseguente rischio al quale la vittima NON INFORMATA si sottopone, senza sapere che uso verrà fatto delle dichiarazioni e dei dati.

    Il fatto che un’associazione con una rappresentatività di persone maggiormente fragili come quelle che si rivolgono alla Rete L’ABUSO avanzi una contestazione di questa gravità al Garante, dovrebbe attivarlo ben di più che una richiesta di rimozione di un articolo come quelle che lo stesso Garante manda a noi. Francamente ci aspettavamo che il Garante procedesse, al massimo potesse rispondere che avremmo dovuto riformulare l’istanza a un altro Ufficio più specifico e invece, a distanza di più di un mese, dopo un sollecito nel quale si chiedeva semplicemente venisse comunicato almeno il numero di protocollo del procedimento nulla, nessuna risposta dal Garante tranne le ricevute delle pec.

    Un Garante che parrebbe non voler essere Garante dei cittadini vittime del clero.

    Francesco Zanardi

  • Sportelli diocesani per le vittime di abusi; un pericoloso inganno? Rete L’ABUSO si rivolge al Garante

    Sportelli diocesani per le vittime di abusi; un pericoloso inganno? Rete L’ABUSO si rivolge al Garante

    Da diversi mesi la Rete L’ABUSO ha avviato un’indagine sull’introduzione nelle diocesi dei c.d. Sportelli diocesani per le vittime di abusi, introdotti dall’ultimo Motu proprio di papa Francesco Vos lus extis mundi.

    Quello che abbiamo scoperto è tutt’altro che un progresso nella lotta ai preti pedofili, ma un ulteriore scappatoia per l’impunità della chiesa e del pedofilo, a discapito della vittima che come sempre ci casca, in virtù della fede.

    Faccio intanto notare che quando ci si rivolge a uno di questi sportelli, non trova al loro interno alcuna regolamentazione in materia di protezione dei dati personali, non viene informato se quei dati verranno usati per altre cose, se verranno mandati ad altre persone, chi è il responsabile della loro conservazione, quali garanzie dell’uso che potrà essere fatto vengono date a chi depone ecc.

    Abbiamo così indagato delle diocesi a campione, una per ogni Regione italiana, chiedendo la composizione del Servizio diocesano per la tutela dei minori scoprendo che in molte, viene inserito in quella commissione anche un avvocato. Cercando meglio abbiamo scoperto che quell’avvocato, è generalmente quello della diocesi. Situazione che non cambia in quelle diocesi dove è ufficialmente assente l’avvocato, in quanto l’incognita resta sempre; quale uso e chi può accedere a quei dati ingenuamente forniti dalla vittima?

    Ora facciamo un esempio molto comune che vediamo accadere ogni volta che una vittima si rivolge a un tribunale canonico, ne avete mai sentita una che dopo il processo abbia ringraziato la chiesa per averle reso giustizia?

    Appunto!

    In compenso ne abbiamo sentite tante scontente e deluse, che successivamente si sono rivolte alla giustizia italiana.  Il caso di don Giuseppe Rugolo a Enna che la Rete sta seguendo, vede dopo la denuncia della vittima il vescovo spostare immediatamente il prete, integrato in un’altra parrocchia del ferrarese, senza dare seguito alla denuncia della presunta vittima che dopo aver perso del tempo si è rivolta alla polizia. Questo è solo l’ultimo di una lunga lista che testimonia, dopo l’introduzione del Vos lus extis mundi più di prima, l’inaffidabilità dell’enorme castello di carte creato a doc dal Vaticano con un solo obbiettivo; salvare il prete e non risarcire la vittima !

    Ed è qui che nasce il vero problema perché la vittima che uscirà dal processo canonico per passare a quello italiano, in realtà, in forma cartacea e con tanto di firma lascerà alla diocesi quelle che furono le deposizioni per il rito canonico, di fatto adesso agli atti della chiesa e di sua proprietà. Atti che non restituirà e che firmati precedentemente dalla vittima, da quella data, hanno iniziato a far decorrere i termini prescrittivi per il rito civile in un tribunale italiano, ma questo la vittima non lo sa. Una doppia fregatura.

    Informazioni nei fatti in possesso di quello che in precedenza era l’avvocato affiancato alla vittima e ora diventa l’avvocato in difesa della diocesi e questo, a prescindere dal fatto che la vittima abbia deposto direttamente a lui o a un delegato, perché in quanto membro del comitato ne ha libero accesso e comunque, in quanto dati raccolti senza una regolamentazione in materia di tutela, oggi di proprietà della chiesa che ne potrà disporre liberamente, anche a danno della vittima, anche utilizzandoli come prove contro lei in un tribunale italiano, dove come puntualmente vediamo non si sono mai fatti scrupoli.

    Un altro trabocchetto per la vittima lo troviamo proprio nell’art. 2 par. §3 del Motu proprio; “l’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione la trasmette senza indugio all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata, i quali procedono a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico.”

    Nella sostanza, quando la vittima si presenta allo sportello diocesano – a differenza di quanto accade per la segnalazione all’autorità giudiziaria italiana – qui, in automatico e “senza indugio” vengono avvisati gli ordinari (che sono i vescovi) responsabili del luogo dove sono accaduti i fatti, sia quelli del luogo dove attualmente opera il sacerdote denunciato. Un articolo che nella sostanza da modo alla chiesa di tutelarsi, magari spostando il prete o magari facendo pressioni su altre eventuali vittime o testimoni venute nella conoscenza della chiesa,  proprio grazie alla vittima.

    Una questione moto grave e ulteriormente penalizzante per quello che riguarda le garanzie costituzionali del cittadino che ingenuamente si rivolge a questi sportelli dove a sua insaputa, di fatto sono congelate. Questione che abbiamo sollevato al Garante per il trattamento dei dati personali perché è pur vero che la chiesa ha diritto a una sua autonomia interna e quindi in quella sede è legittimata a muoversi come vuole in base alle leggi del Vaticano.

    Tuttavia le diocesi non godono di extraterritorialità e nel nostro caso sono sul suolo italiano, come i cittadini che vi si recano per la denuncia e, se è pur vero che la gestione interna spetta di diritto alla chiesa, ovvero colei che in un processo italiano dovrà tutelarsi dalle accuse della vittima, a maggior ragione il cittadino deve essere  sollecitamente informato e reso ben consapevole del rischio che corre.

    A quel punto ha la consapevolezza per esercitare in sicurezza il diritto di scelta, mentre al momento le possibilità che venga ingannato sono davvero elevate e lo Stato non può non intervenire o ne diventa nuovamente complice.

    Molte di loro hanno subito e stanno subendo abusi a causa del Governo che non non è mai intervenuto in Italia, almeno gli dia la possibilità di vivere una vita più dignitosa possibile.

    Francesco Zanardi

  • Il caso di don Giuseppe Rugolo; la prova TERRENA dell’inaffidabilità delle politiche di tolleranza zero della chiesa

    Il caso di don Giuseppe Rugolo; la prova TERRENA dell’inaffidabilità delle politiche di tolleranza zero della chiesa

    Un caso davvero triste ed emblematico, soprattutto dopo l’ultimo Motu proprio che, in peggio rispetto a prima, oltre a veder violare in pieno la normativa di papa Francesco, non vede coinvolto solo il presunto pedofilo, ma al suo seguito anche il vescovo. Quest’ultimo, anziché dar seguito alle nuove norme introdotte, dopo la denuncia della presunta vittima ha trasferito il prete nel Ferrarese; non solo, perché qui entra in scena persino la CARITAS, attraverso la quale in questo caso la chiesa avrebbe tentato di comprare il silenzio della presunta vittima offrendo non un risarcimento per il riconosciuto danno subito, ma denaro per chiudergli la bocca, quattro soldi che lo vincolassero al silenzio.

    Tutto ciò, nella storica complicità della chiesa che, solo per evitare lo scandalo e per mantenere il buon nome dell’istituzione, tenendo fuori dai guai don Giuseppe Rugolo, il giovane sacerdote – di fatto trasferito all’istante e non isolato – subito integrato tra i giovani del ferrarese dove aveva già ricreato lì la sua pastorale di giovanile.

    Ora si pone la domanda davvero cruciale sulla già ridotta fiducia dell’opinione pubblica nella chiesa in merito alla gestione della questione pedofilia. Una chiesa oramai collezionista di soli fallimenti in materia, ben tre papi, e venti anni dopo, altre centinaia di vittime non più solo dei preti pedofili ma per le politiche della chiesa e dallo Stato italiano, che non vede, non sente e oramai non legge nemmeno più i giornali dove anche li è oramai palese che in Italia ci sia un problema. Di fatto siamo ancora a questo livello dove continuiamo ad assistere a questo fallimento tra le storiche coperture sistematicamente impunite, in primis dal Vaticano, come quelle di Delpini a Milano, poi nominato vescovo dallo stesso Bergoglio, malgrado lo stesso avesse ammesso precedentemente ai magistrati – se pur giustificandosi asserendo “un errore di valutazione” – i ben due trasferimenti di don Mauro Galli, condannato poi dalla giustizia civile a sei anni e quattro mesi, ma assolto dal tribunale del chiesa.

    O il reo confesso Felix Cini, poi reintegrato come è stato per Paolo Turturro, di nuovo in parrocchia appena uscito dal carcere. Ma come per la vicenda di don Silverio Mura, analoga a quella di Enna perchè nascosto dopo la denuncia  alla diocesi addirittura sotto falso nome, trasferito dal sud, al nord, una triste e lunga lista che fa davvero poco onore al grido della tolleranza zero.

    Ora però ci si chiede davvero a che gioco gioca la chiesa.

    Se papa Francesco vuole un minimo di credibilità, a questo punto deve intervenire concretamente e non con le storiche chiacchere nei confronti non solo ovviamente del prete, ma anche delle gerarchie della chiesa. In questo caso, già solo da quanto riporta la cronaca, hanno palesemente violato le leggi attuali della chiesa, oltre a quelle dello Stato.

    E si, perchè qualora risultasse che dopo la denuncia alla diocesi da parte della presunta vittima, il sacerdote avesse commesso anche solo un altro abuso, vedrebbe penalmente indagato anche il vescovo di Enna che, sulla base del secondo comma dell’articolo 40 del codice penale (che recita “Non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”) sarebbe attivamente responsabile del reato c. d. omissivo, in quanto anche se pur vero che in Italia i vescovi non hanno l’obbligo della denuncia, non possono tuttavia sottrarsi a questo principio giuridico.

    Francesco Zanardi

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  • Genova – Il caso di padre Luca Bucci scoperchia le reiterate omissioni delle gerarchie genovesi, tre casi recenti su cui riflettere doverosamente

    Genova – Il caso di padre Luca Bucci scoperchia le reiterate omissioni delle gerarchie genovesi, tre casi recenti su cui riflettere doverosamente

    Mentre in Lombardia la chiesa di Milano non si pronuncia sull’assoluzione di don Mauro Galli condannato dal tribunale italiano, ma assolto dalla chiesa, in Liguria…

    Il caso di don Riccardo Seppia: svanito nel nulla per la chiesa genovese che, in barba alla trasparenza tanto proclamata da papa Francesco, in merito non ha più proferito parola.

    Quello di don Franco Castagneto: dal quale persino il cardinale Angelo Bagnasco ne esce malissimo in quanto è la stessa Congregazione per la Dottrina della Fede che sfiduciata gli rimette il mandato.

    A gettare altro fango e dubbi ulteriori sull’attendibilità delle contestate politiche di papa Francesco oggi, è ancora una volta la stessa chiesa genovese. Stando agli atti restituiti dalla Procura di Savona, titolare di uno dei due fascicoli aperti sul frate, stando al rapporto della Squadra Mobile che ha indagato per delega del p.m. Giovanni Battista Ferro, risulta che a fronte di una richiesta di informazioni da parte della giustizia italiana si legge in data 5 dicembre 2020:

    Un fatto grave che, unito alle recidive della diocesi di Genova, solleva pesanti dubbi sull’affidabilità e  sopratutto l’applicabilità delle politiche di tolleranza zero proclamate da papa Francesco, in particolare riferite proprio al caso di Frate Bucci, in una telefonata (agli atti della procura) tra lui e il presidente della Rete L’ABUSO è lo stesso indagato a confermare le sue problematiche che definisce “affettive”, oltre ad alcune denunce a suo carico fatte alle gerarchie ecclesiastiche che però, tramite il proprio legale dei Cappuccini Liguri il 26 agosto 2020 – prima della odierna pronuncia della procura di Savona che conferma i fatti – contestavano integralmente le accuse minacciando di citarci in giudizio… ma magari !

    Padre Bucci aggiunge, inoltre, che per questo problema è ricorso a percorsi terapeutici di recupero, oltre al fatto di essere da tempo monitorato dalle gerarchie, che tuttavia mai hanno riferito i fatti all’autorità giudiziaria, verosimilmente permettendo al frate la possibilità di recidiva che, dalle sue stesse dichiarazioni, anche se a carico di maggiorenni ci sarebbe stata.

    Un’omertà continuata da parte della chiesa di Genova contro la quale ci eravamo scontrati già col successore di Bagnasco, il nuovo vescovo di Genova Marco Tasca, al quale segnalammo il caso, ma non volle neppure sapere il nome del frate.

    Se papa Francesco vuole essere coerente e rassicurante con i propri proclami, di fatto palesemente mancati nei casi esposti – tutti rigorosamente genovesi in questo caso – l’Associazione ritiene che papa Francesco, per la sua stessa già flebile credibilità, debba intervenire con i fatti nei confronti di una diocesi con una gestione palesemente problematica come conferma la stessa CDF che recentemente rimise a Bagnasco il mandato per il caso di don Franco Castagneto, diversamente come può solo pensare di essere credibile?

    Attendiamo con ansia quali saranno i provvedimenti sul caso Bucci anche da parte del vescovo di Chiavari Alberto Tanasini, che ha attualmente in carico il frate e al quale lo stesso procuratore di Savona, Giovanni Battista Ferro, ha segnalato formalmente il caso …e che magari ci facciano sapere questa volta.

     

  • SAVONA – Padre Luca Bucci abusò di un 12enne. Chiuso uno dei due fascicoli aperti sul frate genovese

    SAVONA – Padre Luca Bucci abusò di un 12enne. Chiuso uno dei due fascicoli aperti sul frate genovese

    Mentre si attende l’esito della doppia indagine avviata dalla procura di Genova che per competenza territoriale aveva delegato a quella di Savona la parte di indagine relativa alle accuse avanzate da un assistito della Rete L’ABUSO, un uomo all’epoca dei fatti 12enne, per i presunti abusi sessuali che aveva subito da parte del frate Luca Maria Bucci appartenente all’ordine dei cappuccini, commessi nel 94 presso la chiesa Santa Maria Immacolata a Loano.

    Dalle indagini espletate dal pubblico ministero savonese Giovanni Battista Ferro che dopo una prima valutazione aveva poi formalmente indagato il Bucci per le ipotesi di reato di violenza sessuale su minore continuata e aggravata (art. 81 c. II, 609 bis e ter c.p.). I fatti sarebbero avvenuti ma per quanto concerne la sola sede penale, risultano estinti in base alla prescrizione .

    Ben differente lo scenario di quello che potrebbe accadere sul versante genovese, dove il nostro assistito diventa da vittima testimone oculare e dove lo stesso Luca Bucci in una conversazione telefonica registrata con il presidente di Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, oggi agli atti delle due procure – Savona e Genova – non solo confessa l’esistenza di altre 2 denunce – 2013 e 2017 – glissando su una terza, che dalle indagini svolte dalla Rete L’ABUSO e confermate successivamente da altri collaboratori esterni, a differenza delle due che il Bucci tranquillamente ammette – in quanto a danno di persone maggiorenni – la terza sarebbe relativa a un presunto abuso su un minore, denunciato dalla madre all’autorità ecclesiastica.

    E qui un altro riscontro importante raccolto durante le indagini dalla Rete L’ABUSO e che potrebbe vedere coinvolti anche l’ex arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, oltre ai vertici degli stessi frati cappuccini.

    A tirare in ballo proprio le gerarchie ecclesiastiche, è di nuovo lo stesso Bucci, che nella conversazione registrata tra lui e Zanardi, lo rassicura dicendogli che è costantemente monitorato dai superiori, al corrente delle sue problematiche.

    Questa affermazione, all’apparenza rassicurante, in realtà innesta una grossa mina in quanto, se quello che Bucci dichiara risultasse come sembra vero, le stesse gerarchie che lo hanno coperto limitandosi a controllarlo, sarebbero responsabili di omissione (comma 2 art. 40 c. p.) dei reati reiterati che lo stesso Bucci dichiara. Quelli del 2013 e del 2017, che a differenza di quelli subiti dal nostro assistito, non sono affatto prescritti.

    Dall’atro frangente si coglie la prontezza del pubblico ministero savonese Giovanni Battista Ferro, che  invia gli atti sulla base dell’articolo 2, par B del Protocollo addizionale dei Patti Lateranensi, attenzionando la Diocesi che al momento ha in carico Frate Bucci, dalla quale in quanto associazione di sopravvissuti agli abusi del clero, ci si aspetta rigore assoluto riguardo ai proclami di tolleranza zero di papa Francesco, anche se da quanto emerge dai verbali della Polizia, al momento i Cappuccini Liguri interrogati sull’esistenza di altre segnalazioni, non hanno risposto alla richiesta.

    Francesco Zanardi

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  • Con l’assoluzione di don Galli Delpini demolisce in un nanosecondo qualunque eventuale buon proposito del Papa (video)

    Con l’assoluzione di don Galli Delpini demolisce in un nanosecondo qualunque eventuale buon proposito del Papa (video)

    Che la “tolleranza zero” di Papa Francesco fossero solo belle parole, che finiscono per arenarsi nei sacri palazzi al cospetto dei vescovi, era già molto chiaro nel luglio 2019 quando, nel chiaro tentativo di insabbiare il caso di don Franco Castagneto, il cardinal Angelo Bagnasco si vide revocare dalla CDF l’autorizzazione al processo penale canonico trasferendolo a Torino, da dove poi come consuetudine non si è saputo più niente.

    Invece si è saputo di don Vincenzo Calà, condannato dal tribunale italiano a tre anni con l’annullamento per intervenuti termini prescrittivi – dei soli effetti penali – che vedrà ribaltata la sentenza in sede canonica con la piena assoluzione da parte del vescovo di Acireale Antonino Raspanti.

    Di pochi giorni fa il caso analogo di don Mauro Galli. Questa volta il vescovo è Mario Delpini che, proprio sulle omissioni in fase di indagine ecclesiastica sul caso Galli, raccolse persino l’ammonizione del cardinale Scola che le definì già all’epoca le sue “scelte maldestre”.

    Ora Scola non c’è più e Delpini è diventato il suo successore, ma il “vizietto” di fare scelte maldestre pare che gli sia rimasto. Vediamo infatti, nell’esito del processo italiano a don Mauro Galli, la condanna in primo grado a sei anni e quattro mesi per aver dormito nello stesso letto e aver violentato Alessandro Battaglia, all’epoca 15enne.

    In quella sede, con tanto di competenze in quanto da 15 anni avvocato della diocesi di Milano, oltre che membro della neonata commissione per la tutela dei minori della stessa diocesi, riferendosi al processo canonico l’avvocato Mario Zanchetti – difensore in questo caso di don Galli – disse rivolgendosi ai Giudici “Non sto bagatellizzando la situazione, sto dicendo che ciò che ha fatto don Mauro è stato profondamente sbagliato e che le conseguenze non saranno piacevoli” in quanto anche non fosse avvenuta la violenza, il solo fatto che il Galli abbia dormito con un minore è gravissimo per la chiesa.

    Invece scopriamo che, zitti zitti, il processo canonico a don Galli non solo è stato celebrato, ma è l’ennesima assoluzione dalla chiesa in prima istanza.

    A prescindere dal fatto che nel processo canonico la massima pena che la chiesa può infliggere è la dimissione dallo stato clericale, non possiamo però non renderci conto che gli interventi della campagna di tolleranza zero, posti in essere da Papa Francesco per contrastare la pedofilia, vengono disattesi totalmente se viene assolto in sede canonica chi è stato condannato da un tribunale laico, cosa che non rende neppure giustizia a Dio.

    Sorgono spontanee diverse riflessioni, in quanto con l’assoluzione canonica si crea un macroscopico problema perché vengono meno tutti i provvedimenti che dovrebbero intervenire in caso di condanna. Sorge spontanea la domanda: quanto deve essere grave la violenza, per la sede canonica, affinché chi ha commesso uno stupro su un minore sia condannato?

    Sempre nel caso Galli / Delpini la vittima ha non solo chiesto di essere informata, ma come decine di altri nostri assistiti ha richiesto gli atti senza ottenere risposta.  Vengono così meno anche alla tanto proclamata “trasparenza” dopo la presunta abolizione del segreto pontificio. Apprendiamo infatti la notizia che il tribunale canonico ha assolto Galli da un’indiscrezione uscita dai sacri palazzi lombardi. Nessuna comunicazione ufficiale neppure alla vittima.

    Ma la tolleranza zero, tanto acclamata da Papa Francesco, non era solo verso i preti pedofili, ma anche verso i vescovi che insabbiano i casi. Ebbene, vediamo quello di Delpini, che stiamo discutendolo in questo articolo che ne da notizia, ma anche in quello insabbiato da Bagnasco: per esempio è la stessa Santa sede tramite la CDF a revocargli l’incarico, ma non si ha notizia di alcun provvedimento, dopo la revoca, nei confronti del cardinale.

    Siamo onesti, qui non viene meno solo la presunta buona fede di Papa Francesco, ma anche l’efficacia reale dei provvedimenti intrapresi dalla Santa Sede che in Australia citano a rispondere in giudizio proprio Papa Francesco che, alla luce dei fatti, continua ad avviare politiche fallimentari. Politiche che, nel fallimento, producono altre vittime perché non basta risolvere un caso su centinaia di casi nel mondo, quando va bene e nessun vescovo insabbia, per poter dire di aver risolto il problema e reso le parrocchie luoghi sicuri.

    Questo è estremamente disonesto e possibile solo in Italia, e solo grazie alla maggior parte di stampa, genuflessa come i lacchè in protezione del Papa e che, puntualmente, censura tutto quanto di negativo emerga alla cronaca.

    Come Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO esprimo a nome dei più di 900 nostri associati in Italia, rammarico e disgusto. Non solo per l’ennesimo fallimento delle politiche della Santa Sede che, ad oggi neppure le prende in considerazione e che se non dai tribunali civili, dalla chiesa non hanno mai ricevuto giustizia umana, ma anche nei confronti dello Stato italiano, da dieci anni totalmente complice consapevole: come conferma il Comitato ONU per la tutela dell’infanzia, reo, a differenza degli altri paesi, di aver scelto di non mettere mano a un problema sociale che ogni anno rende vittime decine di centinaia di cittadini.

    Francesco Zanardi

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  • Quando il Governo italiano scelse di tutelare i pedofili dalle vittime che chiedevano giustizia

    Quando il Governo italiano scelse di tutelare i pedofili dalle vittime che chiedevano giustizia

    “Cogliendo la sua preoccupazione per il momento difficile che sta vivendo la Chiesa, il governo italiano ha inviato a Benedetto un messaggio in cui si è schierato incondizionatamente dalla sua parte. «Solidarietà» è stata espressa al pontefice per «la inqualificabile campagna diffamatoria contro la Chiesa e il Papa». Molti gli auguri da tutto il mondo politico. Dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ai vertici di Camera e Senato, al sindaco di Roma («devotae profonda solidarietà – ha scritto Gianni Alemanno – in un momento in cui alcuni organi di stampa hanno abbandonato il loro primo obiettivo che è quello di comunicare la verità per servire una logica pericolosa, basata sul dileggio e su insinuazioni gratuite e fuori luogo»)”. La Repubblica – Marco Ansaldo il 17 aprile 2010

    Di Francesco Zanardi – Quello che fu inqualificabile è il tradimento del giuramento nei confronti dei cittadini, del Governo in carica, che alla loro salute psicofisica preferì i buoni rapporti con uno Stato estero.

    Il 2010 fu l’annus horribilis della Chiesa cattolica quando la “pandemia” della pedofilia nel clero iniziata dodici anni prima negli USA aveva da tempo raggiunto l’Australia e l’Europa, l’Irlanda, il Belgio, la Germania ecc., dove la drammaticità della situazione spinse il Vaticano ad istituire commissioni indipendenti d’inchiesta e i governi a mettere mano alla situazione.

    Ma in Italia qualcosa non funziona e controcorrente al resto d’Europa, come riporta la Repubblica dell’epoca, il Governo da subito si schiera e quei pochi sopravvissuti che superando la paura e la vergogna anche in Italia avevano fatto sentire la propria voce, furono subito accusati di aver dato vita a una «inqualificabile campagna diffamatoria contro la Chiesa e il Papa».

    La stessa stampa, che all’epoca non si limitava come oggi a fare copia incolla dei comunicati della sala stampa vaticana, ma ancora qualche inchiesta giornalistica la faceva raccogliendo persino il parere delle vittime e dei loro rappresentanti, fu subito accusata di aver “abbandonato il loro primo obiettivo che è quello di comunicare la verità per servire una logica pericolosa, basata sul dileggio e su insinuazioni gratuite e fuori luogo”.

    Solo qualche giorno prima, il 2 aprile 2010 un altro inquietante episodio quando l’allora Ministro della Giustizia Angelino Alfano ordina un’ispezione nell’ufficio del pubblico ministero di Milano Pietro Forno, l’accusa, di aver denunciato le coperture da parte delle autorità ecclesiastiche. Il procuratore Forno di fatto aveva solo sottolineato l’analogia con comportamenti già notati 12 anni prima negli USA, dove l’efficienza della legge – al contrario della nostra – vide incriminare per intralcio alla giustizia lo stesso Ratzinger che diventato papa, si salvò dal processo grazie all’immunità.

    Tuttavia quell’ispezione a uno dei magistrati italiani più attivi all’epoca in materia, fu un messaggio chiaro a tutta la magistratura, non si sarebbe tollerato in Italia, guanto invece si indagava all’estero.

    I complici di papa Francesco

    E mentre in Italia un Governo genuflesso faceva quadrato per tutelare e soccorrere anziché i cittadini il Papa e la sua reputazione, nel resto dell’Europa i Governi intervenivano istituendo commissioni di inchiesta, introducendo per i vescovi l’obbligo della denuncia e rimovendo gli ostacoli prescrittivi, creando finestre temporali entro le quali anche le vittime già prescritte potessero denunciare.

    Interventi tanto semplici quanto efficaci dietro ai quali anche la chiesa ha dovuto fare i suoi passi. Le Conferenze Episcopali non solo a differenza di quella italiana hanno inserito l’obbligo della denuncia per i vescovi, ma hanno anche tentato accordi risarcitori direttamente con le vittime in quanto la rimozione della prescrizione e la finestra temporale per i prescritti, dava loro in alternativa alla sola chiesa, la possibilità di ottenere giustizia in un tribunale civile.

    Fu proprio in questa circostanza che il Governo italiano si tirò fuori e decise deliberatamente, in virtù dei buoni rapporti e degli interessi con la chiesa, di non intervenire e sacrificare non solo i cittadini già rimasti vittime, ma anche quelli che si sono prodotti da quel momento a oggi .

    Una scelta criminale di un Governo ben consapevole, quello che parallelamente accadeva nel resto dell’Europa non lasciava la minima speranza che l’Italia potesse essere l’unica “miracolata” isola felice.

    Quella lettera di solidarietà inviata nel 2010 a Ratzinger dal Governo in carica resterà nella storia come l’unico documento che dimostra che almeno un Governo in Italia, anche se in modo così deplorevole, ha messo mano alla piaga dei preti pedofili, le loro vittime.

    Tolleranza zero contro il Concordato

    Dieci anni dopo nulla è stato ancora fatto, lo testimonia il pesante richiamo all’Italia del 2019 da parte del Comitato per la tutela dell’infanzia (Par. 21), comitato al quale il Vaticano non risponde dal 2014. Le vittime rimangono prive di giustizia in quanto quasi sempre si ritrovano prescritte. Non esiste neppure una quantificazione governativa che censisca l’entità del fenomeno nel paese. Gli unici dati italiani li forniamo paradossalmente noi della Rete L’ABUSO ma sono parziali e in pesante difetto in quanto privi di tutto il sommerso. Tuttavia contiamo più di 300 casi solo sul suolo italiano, dal 2003 a oggi.

    Nessun dato neppure su quante siano le vittime in Italia, ma grazie ad uno studio statistico condotto dal collega irlandese Mark Vincent Healy, che in assenza di un dato italiano ha prodotto per la Rete L’ABUSO una proiezione sulla base degli esiti delle commissioni di inchiesta fatte negli altri paesi, dalla quale non solo per via del numero di religiosi, sul suolo italiano abbiamo un potenziale sommerso che potrebbe arrivare a 4000 preti pedofili, ma le stesse vittime potrebbero arrivare addirittura al milione.

    Francesco Zanardi

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