Tag: tribunale

  • Secondo processo per Mirko Campoli, l’ex dirigente di Azione cattolica condannato lo scorso marzo

    Secondo processo per Mirko Campoli, l’ex dirigente di Azione cattolica condannato lo scorso marzo

    Altri guai giudiziari per Mirko Campoli, l’ex dirigente dell’Azione cattolica condannato lo scorso marzo a nove anni in primo grado.

    Oggi presso il Tribunale di Tivoli il secondo rinvio a giudizio per Campoli difeso dagli avvocati Antonio Todero e Attilio Piacente.

    Durante la discussione in udienza preliminare, forse valutata la precedente condanna, ha scelto la via del giudizio abbreviato, beneficiando così della riduzione di un terzo della pena prevista, sulla base delle gravi imputazioni formulate a suo carico per il reato di violenza sessuale – in base agli atti – inflitto ai danni di due ragazzini.

    La Giudice dott.sa Sabrina Lencioni ha anche ammesso come parti civili la Regione Lazio, rappresentata dalla Garante per i diritti dell’infanzia dott.sa Monica Sanzoni, rappresentata dall’avvocato Pasquale Lattari, la Rete L’ABUSO – Associazione sopravvissuti agli abusi del clero, rappresentata dall’avvocato Mario Caligiuri e l’Associazione No child abuse APS rappresentata dall’avvocato Michele De Stefano.

    La Giudice ha rinviato per l’esame dell’imputato e la discussione al prossimo 11 settembre.

  • Condanna a 4 anni e 6 mesi per don Rugolo. Per Papa Francesco Gisana “perseguitato”. Si chiede l’archiviazione per i cinque denunciati dal prete

    Condanna a 4 anni e 6 mesi per don Rugolo. Per Papa Francesco Gisana “perseguitato”. Si chiede l’archiviazione per i cinque denunciati dal prete

    Si è concluso ieri a Enna con una condanna in primo grado a quattro anni e sei mesi, il processo che vedeva imputato don Giuseppe Rugolo condannato per violenza sessuale continuata e tentata violenza sessuale ai danni dia Antonio Messina, oggi trentenne. La curia vescovile della diocesi di Piazza Armerina invece, è stata riconosciuta responsabile civile.

    L’avvocato della Rete L’ABUSO Mario Caligiuri commenta così la sentenza;

    Restando in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza si può già affermare che questo risultato è importante e soddisfacente perché dimostra che per ottenere verità e giustizia, per le vittime è necessario denunciare, ma alle autorità civili. Senza esitare. Il tentativo della difesa e dei responsabili civili di spostare il focus insinuando dubbi sulla credibilità di Antonio Messina e delle altre prede di don Rugolo è andato in frantumi.

    Antonio è stato creduto, prima dalla procura, poi dal Tribunale. A lui va riconosciuto il merito di aver avviato con il coraggio di denunciare una controtendenza in un territorio difficile dove le asimmetrie, generate dal potere e dall’omertà, soppiantando la legge. Antonio con determinazione lo ha fatto sostenuto dalla sua famiglia. Il risultato è come se fosse stato piantato uno scalpello di frassino nel cuore dell’ipocrisia e dell’omertà, nei luoghi che avrebbero dovuto garantire la massima protezione possibile ai ragazzini divenuti preda delle aggressioni di un uomo che dalle prove raccolte è risultato sicuramente problematico e assai pericoloso.

    La comunità dei fedeli, le cittadine e i cittadini di Enna, devono prendere atto della verità processuale, che coincide con la verità storica. Il Tribunale di Enna con la sua pronunzia ha disvelato che sotto i paramenti di colori o foggia diversi indossati da don Rugolo in realtà si celava un abusante sessuale che predilige i ragazzini.

    Il dato sistemico e diffuso di questo fenomeno, soprattutto nel nostro Paese, deve indurre seriamente l’esecutivo a rendere per questi casi obbligatoria la denuncia: “erga omnes “.

    Il sacerdote nel frattempo aveva querelato con l’accusa di diffamazione non solo la stessa vittima, ma la parte civile nella persona del Presidente della Rete L’ABUSO, oltre a tre giornalisti, Pierelisa Rizzo, Manuela Acqua e Federica Tourn.

    Querele per le quali il pubblico ministero aveva chiesto l’archiviazione, tuttavia, forse in attesa della pronuncia di Enna, non sono ancora state archiviate e per le quali, unitamente al dispositivo di condanna emesso ieri, sene chiederà la definitiva archiviazione.

    Da vedere ora quali provvedimenti prenderà la chiesa nei confronti del sacerdote, al momento non toccato da un’indagine canonica anzi, lo stesso Papa Francesco difendendo pochi mesi fa l’operato del vescovo Rosario Gisana, dichiarò che era “un perseguitato“.

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  • Qualcosa di “indecente” alla vigilia della requisitoria sul caso Rugolo, il Papa dice…

    Qualcosa di “indecente” alla vigilia della requisitoria sul caso Rugolo, il Papa dice…

    Spazzata in un nanosecondo direttamente dalla bocca di Papa Francesco qualunque oramai flebile speranza di giustizia rimasta in Italia per le vittime di abusi sessuali del clero cattolico.

    L’unico paese in Europa inerte in materia e al momento oggetto per inadempienza di una petizione al Parlamento Europeo. Un’altra all’ONU, sulle anche pregresse inadempienze.

    Da quanto riporta ANSA in un comunicato, Bergoglio farebbe i complimenti (malgrado quanto emerga dall’indagine giudiziaria in corso a Enna) al vescovo Rosario Gisana, coinvolto dalla Giustizia civile in più procedimenti oltre al caso Rugolo. (ma non indagato)

    “Bravo, questo vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo vescovo”.

    Come conferma lo stesso sito della Santa sede.

    Tutto con una tempistica tanto perfetta quanto sospetta non solo nell’inaspettata posizione di Papa Francesco, contraria ai suoi stessi decennali proclami di tolleranza zero, ma perché il tutto accade alla vigilia della requisitoria di domani, presso il tribunale di Enna dove parleranno le parti.

    L’Associazione non può che disapprovare in nome della verità e della giustizia per le vittime, (solo) in Italia escluse dalla stessa CEI da qualunque attività in materia.

    Teniamo ad annotare in virtù della “Giustizia Vaticana” che venerdì scorso, la notizia proprio inerente al caso Rugolo/Gisana che oltre alla vittima, alla Rete L’ABUSO (parte civile nel processo) e tre giornalisti, salgono a cinque le querele per chi ha parlato del caso.

    Querele per le quali in tutti i casi la procura chiede l’archiviazione.

    Rete L'ABUSO

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  • Condanna definitiva per don Mauro Galli, 3 anni ai domiciliari

    Condanna definitiva per don Mauro Galli, 3 anni ai domiciliari

    Si conclude così una vicenda durata 12 anni. Questa mattina presso il Tribunale di Milano, nella Seconda Sezione Penale della Corte d’Appello, si è svolta l’ultima udienza dell’Appello Bis con la sentenza di condanna definitiva a tre anni di reclusione per don Mauro Galli. La condanna verrà scontata ai domiciliari.

    Erano presenti i familiari della vittima che si dichiarano sufficientemente soddisfatti dell’esito finale del processo: “era la migliore conclusione possibile per evitare il rischio della prescrizione che, di fatto, avrebbe vanificato tutto l’iter processuale.”

    Tecnicamente si tratta di un «concordato in Appello», una sorta di patteggiamento proposto dalla difesa e accettato dalla Procura Generale. La riduzione della pena a tre anni era l’unica possibilità per evitare il carcere e quindi l’unica richiesta da parte della difesa per chiudere definitivamente questo processo.

    Rimane ora aperta e da ridefinire la parte ecclesiastica: un prete che ha commesso un reato, per il quale è stato condannato, viene posto ai domiciliari ma non vi è traccia di un percorso di cura affinché comprenda la portata di ciò che ha fatto. L’ammissione di colpa, sancita dal patteggiamento e dal risarcimento dato in via extra-giudiziale, non ha finora dato seguito a nessuna richiesta di perdono alla vittima, alla sua famiglia e alla stessa Parrocchia in cui operava all’epoca dei fatti.

    Può continuare a fare il prete?

    E chi non ha avviato nessuna Indagine Previa, appena venuto a conoscenza dei fatti, (e ha invece deciso di spostare subito il prete mettendolo ancora a contatto con i minori), può continuare a fare il Vescovo?

    Queste domande dovranno trovare una risposta esaustiva.
    Intanto oggi, con questa sentenza, è terminato un lungo e doloroso processo.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Motu proprio vos estis lux mundi; 4 + 1 = 12 …I conti non tornano

    Motu proprio vos estis lux mundi; 4 + 1 = 12 …I conti non tornano

    Un Motu proprio che ha cambiato aspetto dal 2019, quando il Vaticano presentò la prima versione ad experimentum per tre anni, oggi semplicemente allargata al problema dei moderatori laici delle associazioni di fedeli, ossia ai capi (o ex capi) laici di nuove comunità. Di fatto un’altra struttura criminale ed omissiva quanto la CEI, ma questa volta estesa ai laici nel clero.

    Come abbiamo scritto più volte in precedenza e come emergerebbe anche nel 1° report CEI, la conferma del fatto che la chiesa italiana, grazie ai vuoti legislativi che il governo garantisce, sia diventata oltre ai propri preti, un ricettacolo di pedofili, anche laici. Questi ultimi attratti e incentivati dal fatto che il timore dello scandalo induce il clero ad allontanare il pedofilo, ma non a denunciarlo alle autorità, fornendo in sostanza un’ulteriore tutela a chi necessita per saziare la devianza di bambini.

    Solo in Italia i casi di religiosi e non, spostati o ridotti allo stato laicale e coperti dal clero senza informare i fedeli e le autorità civili sono moltissimi, da don Gianni Trotta, il cui caso fu taciuto per timore di “agitare i fedeli” dall’uscente prefetto della CDF Francisco Ladaria (capo dell’organo vaticano che in teoria dovrebbe vigliare), che gli permise nel frattempo – ancora prete agli occhi dei fedeli inconsapevoli – di abusare di altri dieci minori. Il recente caso di don Calcedonio Di Maggio, molto simile e nuovamente alla sbarra per abuso di minore e induzione alla prostituzione. Tanti altri casi sono facilmente recuperabili su internet…

    Una cultura autoreferenziale e barbara di una Chiesa (senza prole) che mente ai fedeli, rassicurandoli per l’incolumità dei figli affidati al clero, di cui poi nei fatti non gli importa, tranne per una questione di immagine pubblica, almeno fino a prova contraria.

    Nei fatti la politica della chiesa verso le vittime non è mai cambiata, neppure con il Motu proprio di Francesco; ancora omissivo di denuncia alle autorità civili; ancora senza alcun indennizzo o aiuto per i sopravvissuti; ancora vantaggioso solo per il clero e i laici pedofili.

    Ma vediamo meglio, a distanza di cinque anni dall’introduzione del Motu proprio che cosa emerge dai dati che abbiamo ricevuto da tutta Italia.

    Va detto che l’introduzione degli sportelli diocesani in Italia grazie a uno Stato complice, è stata un autogol che ha portato inizialmente molti cattolici a fidarsi e denunciare gli abusi. Purtroppo però scontenti, in seconda istanza si sono rivolti alla Rete L’ABUSO, denunciando e documentando l’insoddisfazione e gli insabbiamenti;  spesso anche il tentativo di comprare il loro silenzio; l’inesistenza di provvedimenti seri nei confronti dei sacerdoti accusati e riciclati di nascosto malgrado la condanna canonica, come nel caso milanese dei fratelli don Lucchina.

    Si documenta addirittura che chi scrive ai vescovi per segnalare abusi viene intimidito e minacciato di querela. Ma la vera novità è che stanno rivolgendosi alla Rete L’ABUSO anche moltissimi sacerdoti. Un numero davvero impressionante, mai visto in 13 anni di attività dell’associazione, un tempo discriminata da un clero fidiucioso degli appelli a vuoto del Papa.

    Chi chiede aiuto perché il vescovo gli ha mandato un collega pedofilo condannato in parrocchia dicendo “te lo devi tenere, stacci tu attento!”; chi invece denuncia gli stupri subiti da altri sacerdoti in seminario e l’omertà del vescovo dopo la denuncia; chi ci riferisce invece quanto accade nelle varie diocesi e l’omertà del vescovo di fronte ai fatti e alle denunce degli stessi sacerdoti.

    Ma questo non ci stupisce anzi, è molto favorevole in quanto anche i sacerdoti perbene prendono finalmente consapevolezza delle disastrose e farlocche misure interne, della cattiva gestione della CEI e le denunciano fornendo informazioni che prima non eravamo in grado di documentare.

    Notiamo anche che a differenza di quanto dice il Motu proprio, quasi nessun caso arriva alla Congregazione per la dottrina della fede, ed è proprio un sacerdote che ci spiega l’anomalia.

    Bugia, o semplice incapacità di gestione?

    Il prete mi spiega “Caro Zanardi, i casi che arrivano in CDF, sono solo quelli coperti da vescovi non più in carica in quella diocesi, un modo per il nuovo vescovo, di togliersi il problema creato dal predecessore facendo bella figura con i fedeli”..

    Spiega che “I vescovi in carica, quando hanno un caso lo gestiscono internamente, presso il tribunale diocesano. Di certo non lo mandano alla CDF, anzi, posso dirti che in alcuni casi trattati, come quello di don X (non citiamo per tutela della fonte), di cui ho conoscenza diretta, ebbene il vescovo è stato costretto a ricevermi per conto di CDF, ma al momento in cui ho voluto sentire il prete accusato, il vescovo lo ha impedito ed io non ho potuto oppormi.”

    “Devi capire che i vescovi hanno totale autonomia sul territorio della diocesi. Possono impedire anche a CDF di occuparsi dei casi o di accedere ai fascicoli. Malgrado sembrino molti i casi che riceve CDF ogni anno da tutto il mondo, in realtà questi sono la minima parte.”

    “Il fatto che molte diocesi non hanno realizzato gli sportelli diocesani è proprio per questo motivo; la loro assoluta autonomia di gestione del territorio”.

    Un sistema che stando al Motu proprio di Francesco, con la scusa delle indagini e della prevenzione indica al vescovo che attualmente ha in carico il sacerdote denunciato, di segnalare la cosa anche ai vescovi/diocesi che lo hanno avuto in carico in precedenza. Un sistema di insabbiamento molto più ampio di prima, che omette alle autorità civili e anche alla CDF le denunce dei casi.

    In una recente intervista, dopo le lamentele fatte agli inquirenti da parte del Presidente della CEI Matteo Zuppi, è lo stesso Procuratore di Tivoli Francesco Menditto, a definire la condotta dell’autorità ecclesiastica “di omertà ambientale, molto simile a quella mafiosa“. Il procuratore continua commentando che “Alle accuse di abusi a carico di un insegnante di religione di Tivoli, pervenute all’autorità ecclesiastica nel 2019 e nel 2021 e di cui la diocesi non avrebbe tenuto opportunamente conto. Tanto che quando il caso e arrivato all’attenzione delle forze dell’ordine, le ricostruzioni sarebbero state incomplete e inutilizzabili per un’indagine.”

    Malgrado i presunti buoni propositi di papa Francesco, certo non si può dire ne abbia azzeccata per ora neppure una, tuttalpiù, ha una spiccata tendenza a circondarsi di personaggi ambigui come la nuova nomina di Tucho Fernandez, l’«esperto di baci» scelto da Papa Francesco come nuovo Prefetto della CDF, in sostituzione di Ladaria.

    L’ex arcivescovo di La Plata in Argentina, forse preferito agli altri per non aver mosso un solo dito in favore delle vittime sordomute della succursale italiana dell’Istituto Provolo argentino, i cui accusati a La Plata ora sono rientrati in Italia, a Verona, presso la casa madre dell’istituto pedofilo per sordi.

    Di certo cosa buona e giusta per la chiesa che non ha dovuto risarcire le vittime.

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  • CONFERMATA IN APPELLO LA CONDANNA DI LIVIO GRAZIANO HA VIOLENTATO UN BAMBINO DI 12 ANNI

    CONFERMATA IN APPELLO LA CONDANNA DI LIVIO GRAZIANO HA VIOLENTATO UN BAMBINO DI 12 ANNI

    La IV sezione penale della Corte di Appello di Napoli presieduta dalla dott.ssa Luisa Toscano, a latere i consiglieri Federica De Maio e Nicola Russo, Procuratore Generale dott.ssa Rossella Annunziata, ha confermato la condanna a 8 anni di reclusione per Livio Graziano, difeso dall’avv. Giampiero De Cicco del foro di Benevento e  dall’avv. Carlo Di Casola del foro di Napoli.

    Trattasi di un sacerdote della Diocesi di Aversa ma che operava in Principato Ultra (AV) presso la Comunità “Effatà Apriti” da lui fondata e mantenuta anche con fondi pubblici come ha dichiarato oggi in aula.

    Proprio presso la comunità si sarebbero perpetrate le violenze sessuali ai danni di un bambino all’epoca dei fatti (2021) di anni 12. Il ragazzino era stato affidato a luglio 2021 dai genitori all’ex sacerdote per il campo estivo.

    Rientrato a casa a settembre il padre notò un’incessante attività di messaggi in entrata e uscita dal telefono del figlio che gli confidò che “Padre Livio mi stressa”.

    Il tenore inequivoco dei messaggi indusse il padre del bambino a rivolgersi ai Carabinieri che, acquisita la deposizione del minore con l’ausilio di una psicologa nominata dal PM di Avellino, ha portato la Procura a richiedere e ottenere la misura cautelare della detenzione  in carcere del prete.

    Al momento dell’esecuzione dell’ordinanza cautelare la perquisizione eseguita nell’alloggio di “Padre Livio” ha fatto rinvenire materiale di riscontro al racconto del ragazzino (profilattici e lubrificanti).

    Così come le perizie sul telefono del prete hanno fatto rinvenire, nella memoria perché cancellati, centinaia di messaggi e anche alcune foto del bambino nudo mentre dormiva nella stanza da letto del sacerdote; in una foto di fianco al minore si vedono disteso nello stesso letto, le gambe e un piede di un adulto che la parte civile ha indicato essere il prete.

    In primo grado la condanna è stata pronunciata il 24 novembre 2022 dal Tribunale di Avellino presieduto dal dott. Lucio Galeota.

    Viva soddisfazione è stata espressa dai patroni di parte civile gli avv.ti Giovanni e Benedetta Falci del foro di Salerno che hanno dichiarato che questa sentenza deve essere di esempio per tutti coloro che subiscono violenze sessuali e non le denunciano. “Non bisogna lasciare in giro personaggi come il Graziano che, benché allo stato sia ancora presunto innocente, annovera, per il momento, una cd “doppia conforme” di condanna”, è quanto detto dall’avv. Benedetta Falci.

    “Mi auguro che finisca quanto prima questa vicenda giudiziaria che vede la vittima trasformarsi in colpevole; oltre la violenza subita, il bambino deve subire anche il processo, che in questi casi da diritto si trasforma in una forma di supplizio” è la dichiarazione a caldo dell’avv. Giovanni Falci.

  • Don Mauro Galli patteggia

    Don Mauro Galli patteggia

    Si è svolta questa mattina l’udienza, dopo che la Cassazione ha rimandato il riesame in Appello, per il caso di don Mauro Galli, il prete che alla vigilia di natale con un sotterfugio, adescò manipolando i genitori, Alessandro Battaglia.

    Stamani, davanti ai giudici della seconda sezione penale d’appello di Milano, la Procura generale, col sostituto pg Celestina Gravina, e la difesa di Galli, con l’avvocato Mario Zanchetti, hanno depositato una proposta di concordato in appello, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado.

    Don Mauro Galli, ricordiamo, fu assolto dal tribunale della chiesa lombarda.

    Si attende, per settembre, la sentenza.

    Zanardi

  • Carpineto Romano – La chiesa complice di padre Carlos Alberto Pérez Arco. Sapevano dal 2018

    Carpineto Romano – La chiesa complice di padre Carlos Alberto Pérez Arco. Sapevano dal 2018

    Il religioso dell’Istituto Missionario colombiano di San Giovanni Eudes, residente a Carpineto Romano da qualche anno, era stato arrestato dai carabinieri pochi giorni prima della Pasqua dell’anno scorso, il 15 aprile, su ordine del giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Velletri.

    Da una lettera in nostro possesso datata 31 agosto 2018, mosignor Humberto Lugo Arguelles – Fondatore del carisma della casita – Istituto Missionario San Juan Eudes – accusa in un documento di nove pagine, l’ex Responsabile della Casita – Jesús Amaya León – di una serie di irregolarità, comprese le complicità in casi di pedofilia, tra cui quello di Carpineto Romano.

    Nel testo tradotto parzialmente, è sottointeso che si sta parlando di abusi sessuali a danno di minori e di gravissime complicità e coperture delle gerarchie cattoliche, che hanno permesso di fatto, che padre Carlos Arcos Perez commettesse abusi anche in Italia, a Carpineto Romano.

    Monsignor Humberto Lugo, morto lo scorso anno di COVID-19, nel 2012 fu rimosso dall’incarico di superiore generale e al suo posto hanno nominato a P. Jesús Amaya.

    Nel 2016, monsignor Hunberto Lugo fu espulso ma ciò nonostante, il monsignore continuò facendo delle osservazioni a padre Jesús – oggi in Colombia – su certe cose che non andavano bene nell’istituto.

    Una di queste osservazioni la fece ad agosto del 2018 quando scrisse questa lettera dicendogli che non capiva come padre Carlos Alberto Pérez Arcos, continuava a Carpineto Romano malgrado ci fossero voci certe che aveva commesso dei delitti contro minorenni in Sao Tomé e Principe, África.

    31 agosto 2018 – 5.3. Caso del Padre Carlos Alberto Pérez Arco.

    Inviato con il Padre Albeiro alla missione di Príncipe. In comunicazione con Monsignor Antonio do Santos, Vescovo di Sao Tomé e Príncipe, quando ha saputo la situazione mi ha risposto che è stato un peccato avere chiuso la missione, perché Lei (Jesús Amaya León) concretamente la aveva gestita male.

    Successivamente, da confidenze ho saputo che avrebbe potuto trattarsi da parte del Padre Carlos Alberto Pérez Arco e di presunto delitto con minorenni. Ciò che è insolito è che lo tengono in Carpineto Romano. Lo avranno comunicato a Monsignor Loppa, Vescovo di Anagni- Alatri?

    Ma un’altra cosa insolita è anche che, nel mio ultimo viaggio a Roma per partecipare al Congresso di Vita Consacrata, al corso sul Diritto dei Religiosi (1 al 20 di maggio 2018), ho incontrato questo padre Carlos Pérez Arco per caso sulla metro linea A a Termini. Sono stato molto pacato con lui ma, nel poco che mi ha detto, ha parlato molto male di Lei e del Vicario Padre Efraín. Padre Jesús, in questi argomenti il Santo Padre chiede tolleranza zero, come ripeteva Lei ai membri della casetta.

    Già, sono molto diretto, come può notare nella lettera, i Vescovi di Colombia ai quali risponde per Diritto Diocesano, devono agire nella causa. Il 29 di questo mese sono passati due mesi esatti dalla consegna di questa mia lettera alla Curia di Bogotà, e l’invio di copie ai Vescovi ai quali corrisponde tale assunto. Fino ad oggi non ho avuto risposta, però trattandosi di un argomento tanto delicato, aspetterò ancora un poco per rispetto ai signori Vescovi, poi mi rivolgerò direttamente alla Santa Sede.

    Siccome ho su di Lei solo l’autorità morale, credo che cosa degna per il bene dell’Istituto che ho fondato con tanto amore per il bene della Missione, che sia Lei stesso a dimettersi davanti al Santo Padre. Questo è ciò che, con desiderio paterno e carità cristiana volevo fare, quando mi sono azzardato dopo 6 anni esatti dall’essere uscito dalla casa di Mosquera, fare in modo che Lei entrasse in ragione, affinché “con il velo della carità” avremmo potuto agire nella nostra “giusta autonomia” in ciò che si riferisce alla nostra tessa disciplina (canone 586).

    Le sue affrettate accuse e il suo ingiusto processo di espulsione, mi ha mosso ad agire in questo modo però, anzitutto, perché il carisma della Casetta e la mia persona si identificano, così lo vede la gente e non voglio che l’opera che io ho fondato, debba passare in un uragano tanto doloroso.

  • Figli di un Dio minore in uno Stato democratico a “sovranità limitata”

    Figli di un Dio minore in uno Stato democratico a “sovranità limitata”

    Cosa mi ha davvero scioccato del primo Report della Cei sugli abusi nella Chiesa? Il fatto che lo Stato sia rimasto a guardare, in sfregio alla Costituzione e agli stessi cittadini, tutti, non solo le vittime.

    L’operazione appare come la palese prova dell’esistenza di uno Stato dentro lo Stato: non quello di chi ha stuprato nei fatti, ma dei vescovi italiani che hanno sempre coperto. Palese perché esisteva una direttiva riservata del 1962, Crimen sollicitationis, redatta dal cardinale Ottaviani (che stabiliva la procedura canonica nelle cause di sollicitatio ad turpia, ovvero l’utilizzo da parte del prete del sacramento della confessione per fare avances sessuali ai/alle penitenti, ndr) riveduta nel 2001 (De delictis gravioribus, ndr) che di fatto ha avuto una funzione di insabbiamento. Qualunque vescovo l’avesse violata avrebbe commesso un reato solo per il Codice di Diritto canonico, quindi è puerile evitare oggi un’inchiesta a fronte di una realtà sotto gli occhi di tutti, denota solo una mancanza di onestà e forse una paura.

    La domanda che dobbiamo porci, ma che si dà risposta da sé, è: perché già nel 1962 Ottaviani scrisse per il Vaticano quella procedura criminale?

    Il mondo la scoprirà solo nel 2001, e nel 2004 un avvocato di Houston, Daniel Shea, trascinò il cardinale Ratzinger – all’epoca a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, ovvero l’organo vaticano che si occupa della dottrina e della disciplina, quindi anche della pedofilia dei preti – in tribunale: l’accusa è di intralcio alla giustizia, in quanto avrebbe omesso di denunciare i casi alle autorità civili, ribadendo nella sua funzione ai vescovi di tutto il mondo, con De delictis gravioribus, che la direttiva del 1962 era tutt’ora in vigore.

    Di certo rocambolesco fu il salvataggio di Ratzinger (oggi stranamente segregato in Vaticano, ma non certo per punizione: d’altra parte era il monarca assoluto dello Stato dentro le mura leonine) se si pensa ai vari scandali, non solo del Banco Ambrosiano e dello IOR; persino qualche buon cattolico come Giulio Andreotti, al di là del peccato consapevole, avrebbe potuto pensar male.

    Ebbene, il cardinale Raztinger, chiamato a rendere conto in tribunale di quell’accusa, divenne papa, eletto da un intero Conclave, dopo il provvidenziale decesso del predecessore. Usufruì in quanto capo di Stato dell’immunità diplomatica, e non rispose mai agli inquirenti che lo accusavano.

    Tuttavia di Ratzinger la Chiesa parla bene in Italia. Gli opinionisti dicono persino che ha fatto tanto per la pedofilia (non è chiaro se per mantenerla o eliminarla). Mentre i magistrati e le vittime in Germania gli chiedono conto.

    Anche papa Francesco ha fatto molto, dicono. Tuttavia in Italia vediamo la Cei non seguire le innovazioni che secondo molti sarebbero state introdotte, in sostanza non rispettando ciò che il papa ha deciso fosse legge. Ma non vedo dal Vaticano alcuna irritazione per questa violazione, solo silenzio.

    L’altro giorno la Cei se ne è uscita con un Report non indipendente, e parziale in quanto carente dei dati dei tribunali e delle associazioni di vittime. E malgrado questa carenza di fonti, quel Report della Cei dice che in Italia, nei due anni presi in esame (2020-2021, in cui tra l’altro uffici pubblici e diocesani sono stati per lungo tempo chiusi a causa della pandemia di COVID), sono state ricevute 89 segnalazioni, per un numero di 68 presunti abusatori.

    Ebbene, in Francia, dove l’indagine è stata imparziale e approfondita, censendo in 70 anni circa 3.000 sacerdoti colpevoli, se si divide il numero di questi ultimi per gli anni, il risultato è, in media, di 44 casi l’anno. Cifra non lontana dalla media dei dati Cei per i due anni.

    Naturalmente non si è dato peso a questo elemento, ma neanche alla domanda più banale: come può la Chiesa italiana (e solo quella italiana), gestire in proprio i crimini che ha essa stessa coperto per legge interna?

    Come può lo Stato italiano, controcorrente rispetto a tutti gli altri, fare finta che non ci sia nulla di grave?

    Come possono, gli stessi cattolici che affidano al clero i propri figli, continuare a farsi andare bene tutto così?

    La via italiana è ancora davvero lunga. Non esiste ancora, nel Paese, una coscienza collettiva, civile, e questo lascia spazio, nei fatti, a qualcosa che continuerà ancora per anni.

    Lo stesso Ghizzoni (presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa, ndr), in conferenza stampa, dopo il ventennale fallimento della Chiesa italiana, ha detto comunque che questa è la via giusta, che proveranno ed eventualmente correggeranno. Non ha fissato una scadenza.

  • Altre indagini sul prete pedofilo Silverio Mura – Alias pavese; Saverio Aversano

    Altre indagini sul prete pedofilo Silverio Mura – Alias pavese; Saverio Aversano

    Un inaspettato approfondimento nel processo a carico del prete pedofilo don Silverio Mura denunciato dalla Rete L’Abuso – accusato di aver utilizzato un nome fasullo per trovare ospitalità presso una congregazione nel pavese – che lo scorso 28 ottobre ha visto in aula il Presidente della Rete Francesco Zanardi, testimone dell’accusa nei confronti del sacerdote – condannato insieme alla scuola statale Borsi Due di Ponticelli a risarcire con 320.000€ la vittima Arturo Borrelli – per gli abusi sessuali subiti 30 anni prima dall’allora undicenne, adescato a scuola nelle ore di religione. Qui la responsabilità civile della scuola.

    Ma sembra che ,grazie alla chiesa e al cardinale Crescenzio Sepe, che non solo ha nascosto per quasi 10 anni il Silverio Mura, poi rintracciato a Pavia con il nome di Saverio Aversano, dove riceveva dalla sua congregazione nel napoletano la posta reinbustata e spedita al falso nome dai suoi complici, sembrano emergere altri cassi.

    Malgrado la perizia allegata alla querela della Rete redatta dalla criminologa Luisa D’Aniello, il prete, coperto ancora una volta dalla chiesa e dal sindaco – che da sue dichiarazioni aveva subito segnalato la cosa alla curia, anzichè alla polizia – ha fatto perdere le sue tracce anche da Montù Beccaria, pur restando sulla base della perizia incontestata della dott.sa D’Aniello soggetto “socialmente pericoloso”.

    Malgrado l’udienza già avviata in primo grado nella quale ha testimoniato lo scorso 28 ottobre il presidente pro tempore della Rete, il Tribunale di Pavia, sul caso ha predisposto approfondimenti e la convocazione di testimoni citati nella querela della Rete, oltre a consulenti tecnici – da come si apprende dalla notifica di convocazione della P.G. – mai sentiti in precedenza, oggi però oggetto di approfondimenti.

    frazan