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  • Come per i crimini di Auschwitz – Roma da meta turistica di fede a teatro per gli abusi del clero su minori tra i silenzi di Governo e stampa

    Come per i crimini di Auschwitz – Roma da meta turistica di fede a teatro per gli abusi del clero su minori tra i silenzi di Governo e stampa

    Dal Washington Post di oggi, a firma di Stefano Pitrelli l’interessante articolo sul tour operator Oattravel (Grand Circle Foundation) di Boston e sulla richiesta di capire meglio gli abusi sessuali del clero in Italia, più noti all’estero che nel paese in cui vengono commessi.

    Francesco Zanardi e Peter Loewe, presso la sala della Stampa Estera di Roma

    La curiosità dell’estero sulle censure e fake news degli organi di informazione italiani e le inadempienze del Governo non sono una novità. Già nel 2018, proprio a causa dell’evidente e a dir poco sospetto silenzio della stampa italiana sui fatti di cronaca, la Stampa Estera in Italia volle incontrare presso la sede di Roma la Rete L’ABUSO, per capire quanto taciuto o incorrettamente riportato dalla stampa italiana.

    La grave situazione dell’Italia all’estero è ben nota (anche tramite ECA Global, presente in 42 paesi e di cui Zanardi è fondatore) e confronto agli altri paesi industrializzati del pianeta, appare come qualcosa di medioevale tanto da attirare persino la curiosità dei turisti, più informati di noi dalla stampa dei loro paesi su ciò che accade nel nostro.

    Il tour operator presenta così l’incontro con Francesco Zanardi, vittima e fondatore dell’unica realtà italiana in tutela delle vittime sopravvissute al clero cattolico;

    “ Esplora Roma • Argomento controverso: lo scandalo degli abusi sessuali della Chiesa cattolica in Italia con l’avvocato delle vittime Francesco Zanardi.

    Attività esclusiva di OAT: le scoperte di oggi presentano l’ argomento controverso di come l’Italia ha gestito lo scandalo degli abusi sessuali della Chiesa cattolica con il sopravvissuto e avvocato Francesco Zanardi. Sebbene possa essere difficile da ascoltare, questa conversazione farà luce su un argomento importante che spesso non viene discusso in questo paese profondamente reverenziale. 

    Pomeriggio: Verso le 14:15, ci ritroveremo con il nostro gruppo e inizieremo a camminare verso la nostra prossima destinazione: lo studio di un artista locale nel quartiere Quadraro di Roma. All’arrivo, intorno alle 15:30, incontreremo Francesco Zanardi, fondatore e presidente di Rete L’Abuso, un’associazione dedicata a perseguire giustizia per gli italiani che sono stati abusati sessualmente dal clero cattolico romano. Essendo lui stesso un sopravvissuto, purtroppo Francesco è molto adatto a parlare con noi dell’argomento controverso di come il Vaticano e le autorità italiane hanno gestito decenni di accuse di abusi. Anche se l’ora che trascorriamo con Francesco sarà molto emozionante, farà luce anche su una questione importante che spesso viene nascosta sotto il tappeto in Italia, dove la Chiesa è profondamente venerata e più o meno immune dalla supervisione del governo.

    Francesco è cresciuto, come quasi l’80% degli italiani, nella fede cattolica. Nel 1980, quando Francesco aveva 11 anni, il parroco della sua parrocchia iniziò a maltrattarlo. Di conseguenza, ha lottato per decenni per venire a patti con il trauma a cui è stato sottoposto da bambino, sapendo per tutto il tempo che il suo aggressore non avrebbe mai dovuto affrontare alcuna conseguenza.

    A differenza di molti paesi di lingua inglese ed europei, dove gli abusi del clero sono ampiamente segnalati e la giustizia è regolarmente servita, l’Italia è stata estremamente riluttante a perseguire il clero colpevole. Ciò è dovuto in parte a quanto sia venerata la Chiesa cattolica nella società italiana, e in parte ai Patti Lateranensi del 1929, che istituirono un Vaticano indipendente e sostanzialmente esentarono la Chiesa cattolica romana dalle leggi italiane.

    La Chiesa è responsabile di svolgere le proprie indagini in Italia e nel mondo. Tuttavia, poiché considera la pedofilia un crimine morale contro Dio piuttosto che un crimine fisico con vittime umane, raramente persegue la punizione penale. I preti accusati vengono invece inviati in centri di riabilitazione, trasferiti in diverse parrocchie, posti agli arresti domiciliari o, solo nei casi più gravi, sconsacrati. (Almeno 11 chiese italiane hanno fornito asilo agli abusatori stranieri che sono indagati nei loro paesi d’origine.)

    Ma le autorità italiane non sono esenti da colpe: quando lo scandalo degli abusi sessuali ha raggiunto il culmine in Europa nel 2010, il presidente italiano, Giorgio Napolitano, ha definito le accuse “un attacco senza riserve alla Chiesa e al Papa”. Anche i media italiani sono stati praticamente in silenzio sullo scandalo, riportando occasionalmente casi esteri ma raramente nazionali. Di conseguenza, esistono pochissimi dati sull’entità degli abusi clericali in Italia. Nel 2014, le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto feroce accusando il governo italiano e il Vaticano di promuovere un “codice del silenzio” e di proteggere la reputazione della Chiesa sul benessere delle vittime di abusi in Italia.

    A causa di questa estrema mancanza di trasparenza, è molto difficile per le vittime italiane trovare sostegno. In tutto il Paese, infatti, esiste un’unica associazione di vittime: Rete L’Abuso. Francesco è stato ispirato a creare l’organizzazione nel 2010, dopo aver assistito a una protesta di un gruppo di vittime americane a Roma. Rete L’Abuso tiene traccia di tutti i sacerdoti italiani accusati e condannati dal 2000. L’elenco comprende attualmente 151 sacerdoti indagati o in attesa di processo o condanna, e 154 condannati dallo Stato. Rete L’Abuso ha sostenuto fino ad oggi 930 vittime e, con l’aiuto di 20 avvocati che lavorano pro bono, l’associazione ha aperto 15 processi contro il clero abusivo. Francesco ha anche citato l’Italia alle Nazioni Unite per violazione dei diritti dei bambini.

    Dopo che Francesco avrà condiviso con noi la sua commovente storia, avremo circa 45 minuti per porre qualsiasi domanda. Francesco è desideroso di sensibilizzare sui blocchi stradali che le vittime italiane stanno affrontando, quindi le sue risposte saranno senza dubbio sincere.”

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  • Milano: don Mauro Galli condannato anche in appello a cinque anni e sei mesi.

    Milano: don Mauro Galli condannato anche in appello a cinque anni e sei mesi.

    Un caso seguito dal primo processo dalla Rete L’ABUSO e che oggi trova conferma in appello, dove con uno sconto di pena relativo alle attenuanti generiche, art. 62 n6 (ha risarcito prima della condanna) don Mauro Galli difeso dall’avvocato, Prof. Mario Zanchetti  viene condannato a 5 anni e 6 mesi conto i 6 anni e 4 mesi della sentenza di primo grado.

    Don Galli avrebbe abusato di un ragazzino che aveva ospitato per la notte nell’oratorio di Rozzano. Durante il processo di primo grado aveva ammesso di aver dormito nello stesso letto del ragazzino, ma aveva negato gli abusi.

    “La sofferenza della parte lesa è stata così evidente che non c’era necessità di fare appello” ha dichiarato la procuratrice. I giudici, però, hanno riconosciuto al prete le attenuanti generiche, diminuendo la pena. I fatti contestati risalgono al dicembre 2011.

  • ENNA; nota stampa dell’avvocato Eleanna Parasiliti, difensore della presunta vittima di don Giuseppe Rugolo

    ENNA; nota stampa dell’avvocato Eleanna Parasiliti, difensore della presunta vittima di don Giuseppe Rugolo

    A seguito dell’intervista “esclusiva” rilasciata dal vescovo Rosario Gisana il 22 Maggio al giornale on Line” Enna Ora” mi trovo costretta a ribadire con forza, spero per l’ultima volta, l’assoluta infondatezza e gravità delle dichiarazioni di mons. Rosario Gisana.

    Non abbiamo interesse a coltivare il processo alla vittima che la Diocesi ha inteso avviare sui media, secondo un modello da Santa Inquisizione. Tuttavia al fine di porre fine agli effetti di vittimizzazione secondaria che tale condotta sta producendo devo segnalare che dalla documentazione già depositata agli inquirenti emerge la piena consapevolezza del vescovo circa le condotte di Rugolo, per espressa ammissione di quest’ultimo e perché oggetto di altre dettagliate segnalazioni addirittura antecedenti a quelle che poi hanno dato origine al procedimento penale in corso.

    Ebbene, dai predetti atti emerge chiaramente come l’unica interessata alla non tracciabilita’ dell’offerta risarcitoria era esclusivamente la Diocesi e che espressa richiesta della giovane vittima era quella di avere giustizia mediante l’attivazione di provvedimenti disciplinari a carico del Sacerdote.

    Emerge ancora il tentativo della Diocesi di minimizzare e gestire la grave vicenda secondo gli schemi tipici di queste penose questioni.

    Auspichiamo un più responsabile silenzio da parte della diocesi nel rispetto delle vittime, oggetto di inaccettabili attacchi anche di natura semplicemente voyeristica provenienti proprio da ambienti ecclesiastici trasformati in centri di propaganda.

    Avv. Eleanna Parasiliti

  • Mons. Perego sapeva di don Rugolo a Ferrara. Lo conferma l’avvocato della diocesi Barbara Grandi

    Mons. Perego sapeva di don Rugolo a Ferrara. Lo conferma l’avvocato della diocesi Barbara Grandi

    Nei giorni scorsi la Rete L’ABUSO, a conclusione della prima parte di indagini sul caso del sacerdote di Enna Giuseppe Rugolo, sulla base delle informazioni acquisite anche a Ferrara, aveva formalizzato alla Procura di Enna una denuncia nella quale appaiono quattro monsignori, tra cui il vescovo di Ferrara, accusati dalla rete per le ipotesi di reato di cui al 2° comma dell’art. 40 c.p. che recita “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”, oltre all’ipotesi di favoreggiamento nei confronti del sacerdote, accusato da più persone a Enna.

    Dopo le denunce alla diocesi, subito trasferito sottobanco a Ferrara, dove dagli elementi da noi acquisiti, non solo diceva la messa nella parrocchia di Vigarano Mainarda, cosa poco rilevante in quanto nessuno lo accusa di dire male la messa.

    Le denunce sono di molestie a danno minori, tuttavia a Ferrara organizzava incontri con adolescenti.

    Come detto prima, l’ipotesi era di eventuale favoreggiamento da parte della diocesi ferrarese, che proprio questa mattina, attraverso il suo avvocato Barbara Grandi, membro dell’’Ufficio Famiglia della Diocesi di Ferrara nel laboratorio “Famiglie Ferite”, la quale, malgrado avessimo solamente il dubbio che la diocesi di Ferrara sapesse della presenza del prete o meno, diffidando la Rete L’ABUSO, allega la conferma che il vescovo di Ferrara sapeva della presenza di don Giuseppe Rugolo.

     

    Testimonianza importante, al di la del fatto che siano accaduti altri abusi o meno, nel documento si dichiara che la cosa fu concordata. Documentazione immediatamente trasmessa da Rete L’ABUSO alla procura di Enna.

    Di seguito la diffida inviata a Rete L’ABUSO dall’avvocato Grandi

  • Sportelli diocesani per le vittime di abusi; un pericoloso inganno? Rete L’ABUSO si rivolge al Garante

    Sportelli diocesani per le vittime di abusi; un pericoloso inganno? Rete L’ABUSO si rivolge al Garante

    Da diversi mesi la Rete L’ABUSO ha avviato un’indagine sull’introduzione nelle diocesi dei c.d. Sportelli diocesani per le vittime di abusi, introdotti dall’ultimo Motu proprio di papa Francesco Vos lus extis mundi.

    Quello che abbiamo scoperto è tutt’altro che un progresso nella lotta ai preti pedofili, ma un ulteriore scappatoia per l’impunità della chiesa e del pedofilo, a discapito della vittima che come sempre ci casca, in virtù della fede.

    Faccio intanto notare che quando ci si rivolge a uno di questi sportelli, non trova al loro interno alcuna regolamentazione in materia di protezione dei dati personali, non viene informato se quei dati verranno usati per altre cose, se verranno mandati ad altre persone, chi è il responsabile della loro conservazione, quali garanzie dell’uso che potrà essere fatto vengono date a chi depone ecc.

    Abbiamo così indagato delle diocesi a campione, una per ogni Regione italiana, chiedendo la composizione del Servizio diocesano per la tutela dei minori scoprendo che in molte, viene inserito in quella commissione anche un avvocato. Cercando meglio abbiamo scoperto che quell’avvocato, è generalmente quello della diocesi. Situazione che non cambia in quelle diocesi dove è ufficialmente assente l’avvocato, in quanto l’incognita resta sempre; quale uso e chi può accedere a quei dati ingenuamente forniti dalla vittima?

    Ora facciamo un esempio molto comune che vediamo accadere ogni volta che una vittima si rivolge a un tribunale canonico, ne avete mai sentita una che dopo il processo abbia ringraziato la chiesa per averle reso giustizia?

    Appunto!

    In compenso ne abbiamo sentite tante scontente e deluse, che successivamente si sono rivolte alla giustizia italiana.  Il caso di don Giuseppe Rugolo a Enna che la Rete sta seguendo, vede dopo la denuncia della vittima il vescovo spostare immediatamente il prete, integrato in un’altra parrocchia del ferrarese, senza dare seguito alla denuncia della presunta vittima che dopo aver perso del tempo si è rivolta alla polizia. Questo è solo l’ultimo di una lunga lista che testimonia, dopo l’introduzione del Vos lus extis mundi più di prima, l’inaffidabilità dell’enorme castello di carte creato a doc dal Vaticano con un solo obbiettivo; salvare il prete e non risarcire la vittima !

    Ed è qui che nasce il vero problema perché la vittima che uscirà dal processo canonico per passare a quello italiano, in realtà, in forma cartacea e con tanto di firma lascerà alla diocesi quelle che furono le deposizioni per il rito canonico, di fatto adesso agli atti della chiesa e di sua proprietà. Atti che non restituirà e che firmati precedentemente dalla vittima, da quella data, hanno iniziato a far decorrere i termini prescrittivi per il rito civile in un tribunale italiano, ma questo la vittima non lo sa. Una doppia fregatura.

    Informazioni nei fatti in possesso di quello che in precedenza era l’avvocato affiancato alla vittima e ora diventa l’avvocato in difesa della diocesi e questo, a prescindere dal fatto che la vittima abbia deposto direttamente a lui o a un delegato, perché in quanto membro del comitato ne ha libero accesso e comunque, in quanto dati raccolti senza una regolamentazione in materia di tutela, oggi di proprietà della chiesa che ne potrà disporre liberamente, anche a danno della vittima, anche utilizzandoli come prove contro lei in un tribunale italiano, dove come puntualmente vediamo non si sono mai fatti scrupoli.

    Un altro trabocchetto per la vittima lo troviamo proprio nell’art. 2 par. §3 del Motu proprio; “l’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione la trasmette senza indugio all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata, i quali procedono a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico.”

    Nella sostanza, quando la vittima si presenta allo sportello diocesano – a differenza di quanto accade per la segnalazione all’autorità giudiziaria italiana – qui, in automatico e “senza indugio” vengono avvisati gli ordinari (che sono i vescovi) responsabili del luogo dove sono accaduti i fatti, sia quelli del luogo dove attualmente opera il sacerdote denunciato. Un articolo che nella sostanza da modo alla chiesa di tutelarsi, magari spostando il prete o magari facendo pressioni su altre eventuali vittime o testimoni venute nella conoscenza della chiesa,  proprio grazie alla vittima.

    Una questione moto grave e ulteriormente penalizzante per quello che riguarda le garanzie costituzionali del cittadino che ingenuamente si rivolge a questi sportelli dove a sua insaputa, di fatto sono congelate. Questione che abbiamo sollevato al Garante per il trattamento dei dati personali perché è pur vero che la chiesa ha diritto a una sua autonomia interna e quindi in quella sede è legittimata a muoversi come vuole in base alle leggi del Vaticano.

    Tuttavia le diocesi non godono di extraterritorialità e nel nostro caso sono sul suolo italiano, come i cittadini che vi si recano per la denuncia e, se è pur vero che la gestione interna spetta di diritto alla chiesa, ovvero colei che in un processo italiano dovrà tutelarsi dalle accuse della vittima, a maggior ragione il cittadino deve essere  sollecitamente informato e reso ben consapevole del rischio che corre.

    A quel punto ha la consapevolezza per esercitare in sicurezza il diritto di scelta, mentre al momento le possibilità che venga ingannato sono davvero elevate e lo Stato non può non intervenire o ne diventa nuovamente complice.

    Molte di loro hanno subito e stanno subendo abusi a causa del Governo che non non è mai intervenuto in Italia, almeno gli dia la possibilità di vivere una vita più dignitosa possibile.

    Francesco Zanardi

  • Con l’assoluzione di don Galli Delpini demolisce in un nanosecondo qualunque eventuale buon proposito del Papa (video)

    Con l’assoluzione di don Galli Delpini demolisce in un nanosecondo qualunque eventuale buon proposito del Papa (video)

    Che la “tolleranza zero” di Papa Francesco fossero solo belle parole, che finiscono per arenarsi nei sacri palazzi al cospetto dei vescovi, era già molto chiaro nel luglio 2019 quando, nel chiaro tentativo di insabbiare il caso di don Franco Castagneto, il cardinal Angelo Bagnasco si vide revocare dalla CDF l’autorizzazione al processo penale canonico trasferendolo a Torino, da dove poi come consuetudine non si è saputo più niente.

    Invece si è saputo di don Vincenzo Calà, condannato dal tribunale italiano a tre anni con l’annullamento per intervenuti termini prescrittivi – dei soli effetti penali – che vedrà ribaltata la sentenza in sede canonica con la piena assoluzione da parte del vescovo di Acireale Antonino Raspanti.

    Di pochi giorni fa il caso analogo di don Mauro Galli. Questa volta il vescovo è Mario Delpini che, proprio sulle omissioni in fase di indagine ecclesiastica sul caso Galli, raccolse persino l’ammonizione del cardinale Scola che le definì già all’epoca le sue “scelte maldestre”.

    Ora Scola non c’è più e Delpini è diventato il suo successore, ma il “vizietto” di fare scelte maldestre pare che gli sia rimasto. Vediamo infatti, nell’esito del processo italiano a don Mauro Galli, la condanna in primo grado a sei anni e quattro mesi per aver dormito nello stesso letto e aver violentato Alessandro Battaglia, all’epoca 15enne.

    In quella sede, con tanto di competenze in quanto da 15 anni avvocato della diocesi di Milano, oltre che membro della neonata commissione per la tutela dei minori della stessa diocesi, riferendosi al processo canonico l’avvocato Mario Zanchetti – difensore in questo caso di don Galli – disse rivolgendosi ai Giudici “Non sto bagatellizzando la situazione, sto dicendo che ciò che ha fatto don Mauro è stato profondamente sbagliato e che le conseguenze non saranno piacevoli” in quanto anche non fosse avvenuta la violenza, il solo fatto che il Galli abbia dormito con un minore è gravissimo per la chiesa.

    Invece scopriamo che, zitti zitti, il processo canonico a don Galli non solo è stato celebrato, ma è l’ennesima assoluzione dalla chiesa in prima istanza.

    A prescindere dal fatto che nel processo canonico la massima pena che la chiesa può infliggere è la dimissione dallo stato clericale, non possiamo però non renderci conto che gli interventi della campagna di tolleranza zero, posti in essere da Papa Francesco per contrastare la pedofilia, vengono disattesi totalmente se viene assolto in sede canonica chi è stato condannato da un tribunale laico, cosa che non rende neppure giustizia a Dio.

    Sorgono spontanee diverse riflessioni, in quanto con l’assoluzione canonica si crea un macroscopico problema perché vengono meno tutti i provvedimenti che dovrebbero intervenire in caso di condanna. Sorge spontanea la domanda: quanto deve essere grave la violenza, per la sede canonica, affinché chi ha commesso uno stupro su un minore sia condannato?

    Sempre nel caso Galli / Delpini la vittima ha non solo chiesto di essere informata, ma come decine di altri nostri assistiti ha richiesto gli atti senza ottenere risposta.  Vengono così meno anche alla tanto proclamata “trasparenza” dopo la presunta abolizione del segreto pontificio. Apprendiamo infatti la notizia che il tribunale canonico ha assolto Galli da un’indiscrezione uscita dai sacri palazzi lombardi. Nessuna comunicazione ufficiale neppure alla vittima.

    Ma la tolleranza zero, tanto acclamata da Papa Francesco, non era solo verso i preti pedofili, ma anche verso i vescovi che insabbiano i casi. Ebbene, vediamo quello di Delpini, che stiamo discutendolo in questo articolo che ne da notizia, ma anche in quello insabbiato da Bagnasco: per esempio è la stessa Santa sede tramite la CDF a revocargli l’incarico, ma non si ha notizia di alcun provvedimento, dopo la revoca, nei confronti del cardinale.

    Siamo onesti, qui non viene meno solo la presunta buona fede di Papa Francesco, ma anche l’efficacia reale dei provvedimenti intrapresi dalla Santa Sede che in Australia citano a rispondere in giudizio proprio Papa Francesco che, alla luce dei fatti, continua ad avviare politiche fallimentari. Politiche che, nel fallimento, producono altre vittime perché non basta risolvere un caso su centinaia di casi nel mondo, quando va bene e nessun vescovo insabbia, per poter dire di aver risolto il problema e reso le parrocchie luoghi sicuri.

    Questo è estremamente disonesto e possibile solo in Italia, e solo grazie alla maggior parte di stampa, genuflessa come i lacchè in protezione del Papa e che, puntualmente, censura tutto quanto di negativo emerga alla cronaca.

    Come Presidente dell’Associazione Rete L’ABUSO esprimo a nome dei più di 900 nostri associati in Italia, rammarico e disgusto. Non solo per l’ennesimo fallimento delle politiche della Santa Sede che, ad oggi neppure le prende in considerazione e che se non dai tribunali civili, dalla chiesa non hanno mai ricevuto giustizia umana, ma anche nei confronti dello Stato italiano, da dieci anni totalmente complice consapevole: come conferma il Comitato ONU per la tutela dell’infanzia, reo, a differenza degli altri paesi, di aver scelto di non mettere mano a un problema sociale che ogni anno rende vittime decine di centinaia di cittadini.

    Francesco Zanardi

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  • Condannato a 6 anni e 4 mesi dal tribunale italiano, la chiesa assolve don Mauro Galli

    Condannato a 6 anni e 4 mesi dal tribunale italiano, la chiesa assolve don Mauro Galli

    Fu condannato in primo grado dal Tribunale di Milano a sei anni e quattro mesi, ma viene assolto in prima istanza dal tribunale della chiesa Lombarda e resta prete.

    Se non fosse per i giudizi opposti dei due tribunali (Italiano e Vaticano), il fatto che la chiesa abbia assolto anche don Mauro Galli che semplicemente aggiungiamo alla lunga lista di casi analoghi con Luciano Massaferro, Vincenzo Calà Improtta, Felix Cini, Paolo Turturro e via dicendo, la cosa ormai non stupirebbe più di tanto.

    Certo il fatto che persone condannate dallo Stato italiano per pedofilia, vengano poi assolte per quegli stessi fatti da un tribunale canonico e rimessi nelle parrocchie con così tanta frequenza per giunta, stimola una serie di riflessioni.

    Anche se pur vero che i due tribunali si basano su due differenti parametri di giudizio – in quello italiano è il crimine contro la persona (la vittima), in quello canonico invece l’offesa a Dio con l’atto impuro di entrambi – pare che questo risultato non sia contrario alla sola legge italiana, ma pure a quella di Dio in quanto la stessa definitiva assoluzione del Galli da parte del tribunale della chiesa non gli rende affatto giustizia.

    È lo stesso don Galli che a processo davanti ai giudici ammette di aver dormito in canonica nello stesso letto (malgrado ce ne fossero altri) con l’allora 15enne Alessandro Battaglia, ed è lo stesso avvocato della diocesi Mario Zanchetti (membro della commissione diocesana per la tutela dei minori ma in questo caso difensore del Galli) a criticare in sede processuale il comportamento del suo stesso assistito definendolo “grave”. Ma nei fatti, per la chiesa don Galli è scagionato, moralmente innocente, quindi da reintegrare in qualche parrocchia dopo l’intervento dei termini prescrittivi imminenti che bloccheranno forse anche l’appello.

    In questi ultimi periodi – almeno da quanto apprendiamo dalla stampa – la chiesa avrebbe posto in essere una serie di iniziative che arrivano fino alle parrocchie, volte alla prevenzione. Dal vademecum della CEI alle ultime linee guida della Santa Sede.

    Tutte iniziative che vediamo con molta perplessità perché la scienza medica insegna che la pedofilia non è una malattia, ma una grave devianza della personalità dalla quale non si guarisce, che il profilo del pedofilo è equiparabile a quello dei killer seriali ovvero di persone che vanno monitorate perché statisticamente portate a reiterare il crimine.

    Ora, è pur vero che chi ha commesso questi abusi per la chiesa potrà non essere colpevole dell’offesa a Dio sulla base del suo stesso principio processuale – il 6° comandamento del decalogo – tuttavia, nei fatti è comprovato dal tribunale italiano che queste persone hanno abusato di minori e rimetterle in parrocchia – anche se la chiesa li ha assolti – non solo rende inutili le iniziative preventive poste in essere dalla chiesa stessa, ma rende sempre meno credibile il presunto sforzo della stessa in favore delle vittime e della prevenzione e della stessa trasparenza, quando controcorrente alle più elementari logiche preventive mette persone le cui tendenze sono conclamate, ancora a contatto con altri minori.

    Francesco Zanardi

  • Statue indegne? Non siamo ipocriti parliamo anche di quella del Santo protettore dei preti pedofili

    Statue indegne? Non siamo ipocriti parliamo anche di quella del Santo protettore dei preti pedofili

    In questi giorni non si parla d’altro che di statue e monumenti indegni, da quella Edward Colston in Inghilterra, di Cristoforo Colombo negli USA, a quella di Indro Montanelli imbrattata pochi giorni fa a Milano.

    Stranamente però, nessuno parla di quella di Karol Wojtyla, Santo protettore di sacerdoti pedofili che grazie a lui e alle sue politiche criminali, hanno potuto stuprare migliaia di bambini innocenti in tutto il pianeta.

    la statua di Papa Ratzinger a Sulmona
    la statua di Papa Ratzinger a Sulmona

    La storia di Wojtyla inizia nel 2001 quando da papa, a seguito degli scandali che iniziavano a scoppiare in tutto il mondo, in particolare in America, ordinò all’allora cardinale Joseph Ratzinger (all’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede) e al suo segretario, il cardinale Tarcisio Bertone, di ricordare ai vescovi di tutto il mondo, con una lettera (De delictis gravioribus) che il documento del 1962 era ancora valido.

    Stiamo parlando di un documento segreto su un problema già ben noto alla chiesa nel 1962, la Crimen Sollicitationis, commissionato dal predecessore di Wojtyla, papa Roncalli e scritto da monsignor Alfredo Ottaviani. Un documento con più di 20 allegati nel quale spiegava come gestire internamente i crimini di pedofilia, redimere i sacerdoti criminali che li avevano commessi, zittendo vittime e testimoni con la minaccia della scomunica.

    A causa di quella lettera del 2001, nel 2005 il cardinale Ratzinger fu incriminato per intralcio alla giustizia grazie ad un avvocato di Houston, Daniel Sheehan e di certo non sarebbe finita bene se di li a poco, il cardinale Ratzinger non fosse stato eletto papa, potendo così usufruire, in quanto capo di stato, dell’immunità.

    Quella di Wojtyla è una statua che vedo puntualmente ogni volta che vado a Roma, è posta proprio fuori dalla stazione Termini e come vittima di un sacerdote mi ha sempre inquietato perché guardando quella veste che pare voler accogliere sotto di se qualcosa, mi ha sempre trasmesso l’idea di tutti quei preti criminali che Wojtyla ha protetto, a discapito di bambini come me che, grazie alle sue scelte, con ripercussioni notevoli nella vita ci hanno rimesso l’adolescenza, alcuni addirittura la vita stessa.

    Una statua che non vorrei mai fosse rimossa, basterebbe una targa che ricordi le scelte criminali che San Wojtyla ha fatto, in favore dell’istituzione e in sfregio di tutti quei bambini che, in tutto il mondo, ci avrebbero rimesso.

    Francesco Zanardi

  • Collaborazione senza pregiudizi e divisioni verso un unico obbiettivo, che unisce razze, pensieri e scelte personali

    Collaborazione senza pregiudizi e divisioni verso un unico obbiettivo, che unisce razze, pensieri e scelte personali

    Oggi, ho ricevuto presso la sede della Rete l’ABUSO Jan Rozek, un ex Giudice del tribunale ecclesiastico di Brno, Repubblica Ceca e il prof. Petr Zivny venuti in Italia per parlare espressamente con me, per raccontarmi la loro esperienza, sopratutto per trovare una soluzione.

    Qui la sua storia di Jan, sintetizzata in una lettera a Padre Hans Zollner che mi ha autorizzato a pubblicare, fatene tesoro.

    Zanardi


    19-03-2019

    Stimatissimo Padre Hans Zollner,

                                                            in vista del nostro colloquio, le riassumo qui, se riuscisse a trovare il tempo di leggere, alcuni punti della vicenda che mi riguarda. E che ha portato, dopo sei anni di lavoro nel Tribunale Ecclesiastico di Brno, Repubblica Ceca, di cui gli ultimi 3 come Giudice, al mio improvviso licenziamento. Unico motivo, aver aperto, con tutte le indispensabili cautele del caso, un sito per aiutare le vittime di abusi pedofili.

    Il sito è a questo indirizzo: www.procistoucirkev.cz

    Se vuole, con la traduzione automatica dei siti offerta da Google all’apertura, può, anche se in traduzione sommaria, leggerlo. E rendersi conto che è fatto unicamente con l’intenzione di aiutare le vittime, proteggerle, secondo le indicazioni dettate con insistenza da Padre Francesco, che ha seguito la strada aperta da Papa benedetto XVI, e dalla Chiesa

    Il vescovo di Brno, Monsignor Cikrle, ha scritto nella sua dichiarazione come motivo della mia rimozione dall’ufficio di Giudice del Tribunale Ecclesiastico di Brno:

    “In relazione alle Sue attività private e in seguito alla dichiarazione del Segretario generale della ČBK (Conferenza Episcopale ceca) del 6.2.2019, riguardante la Sua attività pubblica, quando è diventato evidente che non ha i prerequisiti necessari per l’ufficio di Giudice, ha perso la buona reputazione (cfr CIC 1421, 3) e non ha mantenuto il giuramento fatto, in base a 184 §1 e 149 § 1 CIC, con effetto dal 15 febbraio 2019, la depongo dall’ufficio di Giudice del Tribunale diocesano di Brno. “

    Il Vescovo Cikrle fa riferimento alla dichiarazione del Segretario Generale del ČBK Stanislav Přibyl, datata 6 febbraio 2019, che dice: “Recentemente sui media sono apparse informazioni sul lancio del sito web di Jan Rozek (www.procistoucirkev.cz), il cui scopo è di aiutare le vittime di abusi sessuali da parte di “dignitari ecclesiastici” (NdR: In realtà non ho usato questo termine). A nome della Conferenza episcopale ceca, vorrei dire che si tratta di un’iniziativa privata del sig. Rozek e raccomandiamo  di non cercare aiuto attraverso i contatti su questo sito“.

    Siccome non ho svolto altre attività se non la creazione di questo sito, è chiaro che il vescovo parla di questo servizio.

    Prima di lanciare il sito, io ero molto desideroso di ottenere la benedizione e la comprensione dei superiori. Il 2 gennaio, ho pregato il segretariato del cardinale Duka di farmi avere un appuntamento con lui, e l’ho fatto usando lo stesso canale di comunicazione con il quale io e il Cardinale avevamo comunicato per un anno con l’obiettivo di fare causa contro lo spettacolo teatrale blasfemo diffuso nella Repubblica Ceca del regista Frlić. Ho inviato varie e-mail, che contenevano sia la visualizzazione del sito web che file di testo che descrivevano come avrebbe funzionato il servizio di aiuto alle vittime.

    Ho costruito l’intero servizio e il sito web insieme a esperti seguendo le raccomandazioni al riguardo date da Papa Francesco, le dichiarazioni di monsignor Charles Scicluna e di Padre Hans Zollner. Nel sito sono disponibili documenti magisteriali e di esperti tratti dal sito web della Santa Sede e delle Conferenze episcopali che trattano questi temi.

    Poiché il servizio è stato concepito unicamente come un servizio alla Chiesa, il nostro sforzo è stato quello di fare tutto all’interno della Chiesa, lontano dai media, ma allo stesso tempo indipendentemente dall’Ordinario del luogo. Il 7 gennaio 2019 ho scritto anche al Nunzio Apostolico in Repubblica Ceca.

    Successivamente ho discusso del web e del nostro servizio con il vicario del Tribunale ecclesiastico di Brno, Monsignor Orlita. Lui, dopo una discussione di quattro ore a Roma, ha concesso che potevo aprire il sito, ma solo a condizione che lui o il vescovo potessero decidere quali erano i casi di cui mi potevo occupare: gli altri dovevo ignorarli. Una condizione che, secondo coscienza, non potevo accettare. Dal momento che la conversazione era personale, non ho prove di questo. Tuttavia, potrei parlare di altri fatti per i quali ho prove.

    Poiché il Cardinale Duka e il Nunzio non mi hanno mai risposto, sono stato costretto ad aprire il sito anche senza la loro approvazione. Subito dopo ho scritto a tutti i vescovi diocesani e li ho pregati di incontrarmi. Senza ottenere risposta da nessuno.

    Paradossalmente, il 5 febbraio il Cardinale mi ha ringraziato per il lavoro compiuto su sua richiesta fino ad allora nell’aiutarlo nella denuncia per lo spettacolo blasfemo di cui le dicevo sopra, e il giorno dopo, il 6 febbraio, l’intera CBK (la Conferenza episcopale ceca) si è opposta a me e al sito senza interrogarmi. La Chiesa del paese ha poi lanciato ripetutamente e su larga scala una campagna infamante contro la mia persona in tutti i media cattolici (giornali cattolici, televisione e radio, Acta curiae, ecc.) Tra l’altro proprio l’anno scorso avevo ricevuto anche un’onorificenza per il lavoro svolto nel Tribunale ecclesiastico di Brno.

    L’atteggiamento della Chiesa nel nostro paese è illustrata da dichiarazioni dei nostri vescovi. Il Cardinale ha detto che sugli abusi su minori nella Chiesa c’è una attenzione spropositata, che c’è un po’ di isteria al riguardo, e che abbiamo avuto solo 10 casi di abusi nel nostro paese in 30 anni: cosa che proprio il Cardinale, in quanto membro dell’Ordine Domenicano, sa che è falso.

    Sulle pagine del Vescovado di Ceske Budejovice è stato pubblicato un articolo che, secondo quanto unanimemente percepito dall’opinione pubblica, deride le vittime. Il vescovo locale Monsignor Kročil in realtà ha coperto gli autori di abusi per diversi anni e non è intervenuto fino a che la Santa Sede ha iniziato ad affrontare il problema all’inizio di quest’anno.

    Il Cardinale Duka, attraverso il suo avvocato, mi ha recentemente fatto pervenire anche una lettera di denuncia dove mi minaccia e precisa che, dopo il 25 marzo 2019, verrò accusato per le mie attività. Un tentativo di farci tacere.

    Come sa, prima di parlare con lei, Padre Zollner, ho avuto un colloquio con Monsignor Charles Scicluna, che era già parzialmente informato del caso e gli ho esposto tutte le nostre attività: lui non ha trovato nulla di male che io possa aver fatto e che possa aver danneggiato la mia reputazione di Giudice del Tribunale ecclesiastico. Reputazione che ora è stata infangata, compromettendo in Repubblica ceca ogni mio lavoro in difesa delle vittime e al servizio della Chiesa

    Con grande stima

    Jan Rozek

  • Motu proprio; Troppe PAROLE, nessuna OPERA utile alle vittime e un mare di OMISSIONI

    Motu proprio; Troppe PAROLE, nessuna OPERA utile alle vittime e un mare di OMISSIONI

    Di Francesco Zanardi – Poche righe di premessa per poter comprendere, tenendo sempre presente come chiave di lettura, che le leggi emesse da qualunque paese, compreso lo Stato della Città del Vaticano, hanno validità solamente all’interno dello Stato e nelle rispettive extraterritorialità.

    La Crimen Sollicitationis, è un documento segreto (mai abrogato) stilato nel 1962  da Alfredo Ottaviani (per conto del Vaticano).

    Quel documento, regolamentava, cioè spiegava alle gerarchie, come gestire internamente i casi di pedofilia, come redimere i sacerdoti che si macchiavano di tale crimine, che però, per la chiesa, ancora oggi non è un crimine contro la persona ma un crimine contro Dio.

    I preti pedofili sono un problema già ben noto alla chiesa nel 1962, al punto tale da richiederne già all’ora una norma interna.

    Quella norma restò segreta fino al 2001, quando dopo lo scandalo di Boston, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, che all’epoca era a capo dell’ex Santa Inquisizione, oggi ammodernata nel nome e nota come Congregazione della Dottrina della Fede, sotto il pontificato del papa polacco Giovanni Paolo II, ricordò ai vescovi di tutto il mondo – tramite un secondo documento, una lettera, la De Delictis Grvioribus – che il documento del 1962, era tutt’ora in vigore e lo inasprì, inserendovi il segreto pontificio.

    Fu proprio dietro quella lettera del 2001, che l’allora cardinale Ratzinger, nel 2005, dopo lo scandalo di Boston, fu portato alla sbarra da un avvocato di Houston, Daniel Shea. C’eravamo quasi nel 2005, ma di li a poco il cardinale Ratzinger viene eletto papa, ed immediatamente chiede al Presidente Georg Bush l’immunità, che le viene prontamente concessa.

    La chiave di lettura dei vari motu propri, è che vanno ad aggiungersi alle precedenti direttive che non sono mai state abrogate e ai medesimi riferimenti del codice canonico.

    Il Motu proprio pubblicato il 9-5-2019 dal nome “Vos estis lux mundi” è un testo eccezionalmente “criminale” sotto certi aspetti, che persevera nel non rendere alcuna giustizia alla vittima, ma solamente a Dio. Ovviamente anche la chiesa ci guadagna qualcosa oltre a non risarcire la vittima, l’immagine dell’istituzione.

    Nel documento è completamente sparita qualunque forma di collaborazione o indicazione di denuncia all’autorità civile del paese dove i crimini vengono commessi, l’unica soluzione tra le altre cose che renderebbe effettiva giustizia, oltre che a Dio, una volta tanto anche alla vittima, ma è più che evidente che quest’ultime non siano l’interesse della chiesa.

    Il Motu proprio, unito ai primi due documenti; il primo del 1962 che regolamentava la gestione dei casi e, il secondo del 2001 che sul primo inseriva l’obbligo per le gerarchie del Segreto Pontificio, non lasciano spazio che ad un’unica chiave di lettura; OMERTA’ assoluta per i tutti membri del clero.

    Sulla base di quanto premesso, analizziamo il documento partendo dalla sua natura ovvero, l’ambito di applicazione Art.1, par. a) si legge “delitti contro il sesto comandamento del Decalogo” – “Non commettere atti impuri”.

    Come detto in precedenza, l’oggetto del Motu proprio è Dio e non il minore vittima del sacerdote, anch’esso attore insieme al prete dell’atto impuro contro Dio.

    All’Art. 2 – Ricezione delle segnalazioni e protezione dei dati.

    • 1. Tenendo conto delle indicazioni eventualmente adottate dalle rispettive Conferenze Episcopali, dai Sinodi dei Vescovi delle Chiese Patriarcali e delle Chiese Arcivescovili Maggiori, o dai Consigli dei Gerarchi delle Chiese Metropolitane sui iuris, le Diocesi o le Eparchie, singolarmente o insieme, devono stabilire, entro un anno dall’entrata in vigore delle presenti norme, uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni, anche attraverso l’istituzione di un apposito ufficio ecclesiastico. Le Diocesi e le Eparchie informano il rappresentante Pontificio dell’istituzione dei sistemi di cui al presente paragrafo.

    Al primo paragrafo vediamo regolamentato un vero e proprio servizio di intelligence che istruisce l’acquisizione attraverso sportelli diocesani, delle segnalazioni delle sciagurate vittime che si presenteranno a quegli sportelli, regolamentandone quella che chiamano la “protezione dei dati” acquisiti dalle vittime, ma che non è in tutela delle stesse vittime, ma della chiesa.

    Sarebbe infatti importante vedere – nel caso la vittima, insoddisfatta delle procedure della chiesa decidesse di rivolgesi successivamente all’autorità civile – che uso verrebbe fatto delle informazioni fornite fino a quel momento allo sportello diocesano?

    Teniamo ben presente che la diocesi, è quella che in caso di un processo in un tribunale civile, fornirà la difesa al prete, la domanda è quindi d’obbligo.

    Nel Motu proprio, a riguardo non c’è nulla e l’articolo 2, se è pur vero che ha come titolo – Ricezione delle segnalazioni e protezione dei dati, è anche vero che non è rivolto alla vittima, ma ai dati acquisiti dalla chiesa e alla loro protezione affinchè non fuoriescano.

    Vediamo infatti ai successivi tre paragrafi;

    • 2. Le informazioni di cui al presente articolo sono tutelate e trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza ai sensi dei canoni 471, 2° CIC e 244 §2, 2 CCEO.
    • 3. Salvo quanto stabilito dall’articolo 3 §3, l’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione la trasmette senza indugio all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata, i quali procedono a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico.
    • 4. Agli effetti del presente titolo, alle Diocesi sono equiparate le Eparchie e all’Ordinario è equiparato il Gerarca.

    Le informazioni sono sottoposte a segretezza (verso l’esterno) , ma internamente invece, vengono inviate a più soggetti oltre al ricevente; (§3) all’ordinario  del luogo (in genere il vescovo), all’ordinario della persona segnalata, ovvero chi attualmente la ha in carico.

    Un devoto cattolico, Giulio Andreotti, diceva che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” e qui, c’è davvero poco da pensare male perché da quel famoso documento del 1962 tutt’ora in vigore, la chiesa ha sempre insabbiato e nascosto – a danno delle vittime e producendone delle nuove – sempre sulla base delle informazioni acquisite da chi denunciava i preti criminali e all’Art. 2, per chi non se ne fosse ancora accorto, viene addirittura regolamentata l’intera procedura, come in passato utile ad allertare, insabbiare, fare sparire il più possibile le prove e se è il caso anche il prete, che troverà rifugio sicuro in una delle c.d. “comunità per preti pedofili” – di cui si parla approfonditamente nel libro Giustizia Divina, di Emanuela Provera e Federico Tulli (Chiarelettere).

    La “Vos estis lux mundi”, nella sostanza riconferma come i precedenti documenti, la stessa procedura che in questi anni ha permesso ai preti pedofili di abusare di minori e sfuggire alla giustizia civile.

    Certo, con tale procedura, qualora la vittima decidesse di rivolgersi successivamente all’autorità civile, questi troverebbero solo un tale inquinamento di prove, da rendere nulla qualunque indagine e insostenibile qualunque accusa.

    Come sempre, nessun cenno di indennizzi per le vittime e le proprie famiglie, tranne la solita assistenza spirituale, l’ascolto e l’indirizzamento presso centri medici e psicologici di terze parti, (sanità pubblica o convenzionati).

    A girare il coltello nella piaga allo Stato italiano però, ci ha subito pensato Charles Scicluna che dopo il Motu proprio “beffardo”, ribadisce che a far arrivare alla magistratura le denunce, ci deve pensare lo Stato.

    E qui, il problema è enorme, perché proprio lo Stato italiano, giusto lo scorso 28 febbraio, è stato pesantemente accusato dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell’infanzia, che al punto 21 della Relazione conclusiva, lamenta l’inerzia dello Stato ai danni dei propri cittadini e la connivenza con la chiesa in materia di pedofilia;

    “il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”

    La chiesa cattolica ha un grande problema.

    No, non è la pedofilia, ma il Vaticano che anziché emettere un semplice decreto risolutivo come ordinare ai vescovi la denuncia all’autorità civile, diabolicamente persevera nell’attuare quelle politiche che da sempre hanno garantito l’ingiustizia alle vittime e l’impunità ai colpevoli.