Tag: Aversa

  • Don Livio Graziano condannato a 8 anni in via definitiva

    Don Livio Graziano condannato a 8 anni in via definitiva

    Don Livio Graziano, il sacerdote della diocesi di Aversa accusato di aver più volte abusato di un ragazzino di 13anni (oggi 15enne) a lui affidato dai genitori, direttore di EFFATA APRITI e di una serie di altre comunità psicoterapeutiche per minori, è stato condannato a otto anni.

    Il padre del Ragazzo, notando un improvviso cambiamento nel figlio dopo l’affido alla comunità, aveva scoperto quanto accadeva durante un controllo del telefonino. Leggendo i messaggi si era subito insospettito e facendo qualche domanda al ragazzo, per sua stessa ammissione, aveva subito scoperto la triste verità; che il sacerdote al quale lo avevano affidato con fiducia, lo stava stuprando.

    Al momento dell’arresto, oltre alle foto del ragazzo nel telefonino del prete, la polizia aveva trovato nella sua camera preservativi, lubrificanti e una consistente quantità di contanti, 107.000€.

    Finito subito agli arresti domiciliari tuttavia il sacerdote al quale non era stato vietato l’uso di internet, ha continuato a molestare il 13enne con cuoricini sui vari profili social.

    Il padre visto il proseguire delle molestie, accompagnato dal presidente della Rete L’ABUSO, aveva voluto affrontare il vescovo di Avesa Mons. Angelo Spinillo, pregandolo in quanto superiore del sacerdote ai domiciliari in una struttura della chiesa – l’UNITALSI di Chiance in provincia di Benevento – di togliere al sacerdote la connessione internet, senza però ottenere risultati.

    Oggi la sentenza definitiva dove la Corte di Cassazione riconfermando la condanna in appello a otto anni di reclusione, ha rigettato per inammissibilità l’appello dei difensori del sacerdote.

    Il tredicenne e  i genitori che si sono costituiti parte civile, sono difesi dall’avvocato della Rete L’ABUSO Mario Caligiuri del foro di Roma mentre il sacerdote dagli avvocati Avv.ti Carlo Di Casola e Giampiero De Cicco.

    La famiglia ha espresso la gioia per questa patita sentenza che gli ha reso quella giustizia che la chiesa non ha reso.

  • CONFERMATA IN APPELLO LA CONDANNA DI LIVIO GRAZIANO HA VIOLENTATO UN BAMBINO DI 12 ANNI

    CONFERMATA IN APPELLO LA CONDANNA DI LIVIO GRAZIANO HA VIOLENTATO UN BAMBINO DI 12 ANNI

    La IV sezione penale della Corte di Appello di Napoli presieduta dalla dott.ssa Luisa Toscano, a latere i consiglieri Federica De Maio e Nicola Russo, Procuratore Generale dott.ssa Rossella Annunziata, ha confermato la condanna a 8 anni di reclusione per Livio Graziano, difeso dall’avv. Giampiero De Cicco del foro di Benevento e  dall’avv. Carlo Di Casola del foro di Napoli.

    Trattasi di un sacerdote della Diocesi di Aversa ma che operava in Principato Ultra (AV) presso la Comunità “Effatà Apriti” da lui fondata e mantenuta anche con fondi pubblici come ha dichiarato oggi in aula.

    Proprio presso la comunità si sarebbero perpetrate le violenze sessuali ai danni di un bambino all’epoca dei fatti (2021) di anni 12. Il ragazzino era stato affidato a luglio 2021 dai genitori all’ex sacerdote per il campo estivo.

    Rientrato a casa a settembre il padre notò un’incessante attività di messaggi in entrata e uscita dal telefono del figlio che gli confidò che “Padre Livio mi stressa”.

    Il tenore inequivoco dei messaggi indusse il padre del bambino a rivolgersi ai Carabinieri che, acquisita la deposizione del minore con l’ausilio di una psicologa nominata dal PM di Avellino, ha portato la Procura a richiedere e ottenere la misura cautelare della detenzione  in carcere del prete.

    Al momento dell’esecuzione dell’ordinanza cautelare la perquisizione eseguita nell’alloggio di “Padre Livio” ha fatto rinvenire materiale di riscontro al racconto del ragazzino (profilattici e lubrificanti).

    Così come le perizie sul telefono del prete hanno fatto rinvenire, nella memoria perché cancellati, centinaia di messaggi e anche alcune foto del bambino nudo mentre dormiva nella stanza da letto del sacerdote; in una foto di fianco al minore si vedono disteso nello stesso letto, le gambe e un piede di un adulto che la parte civile ha indicato essere il prete.

    In primo grado la condanna è stata pronunciata il 24 novembre 2022 dal Tribunale di Avellino presieduto dal dott. Lucio Galeota.

    Viva soddisfazione è stata espressa dai patroni di parte civile gli avv.ti Giovanni e Benedetta Falci del foro di Salerno che hanno dichiarato che questa sentenza deve essere di esempio per tutti coloro che subiscono violenze sessuali e non le denunciano. “Non bisogna lasciare in giro personaggi come il Graziano che, benché allo stato sia ancora presunto innocente, annovera, per il momento, una cd “doppia conforme” di condanna”, è quanto detto dall’avv. Benedetta Falci.

    “Mi auguro che finisca quanto prima questa vicenda giudiziaria che vede la vittima trasformarsi in colpevole; oltre la violenza subita, il bambino deve subire anche il processo, che in questi casi da diritto si trasforma in una forma di supplizio” è la dichiarazione a caldo dell’avv. Giovanni Falci.

  • Google limita l’accesso alla mappa degli abusi sessuali del clero. Violerebbe le Norme relative a “molestie bullismo e minacce”

    Google limita l’accesso alla mappa degli abusi sessuali del clero. Violerebbe le Norme relative a “molestie bullismo e minacce”

    Ultimamente c’è un viavai di richieste di rimozione di articoli dal sito della Rete L’ABUSO , tanto che non passa una settimana senza che ne riceviamo almeno una.

    Tutti si appellano al diritto all’oblio, però, malgrado la norma europea, sussiste nei casi di stupro “l’interesse pubblico e la sicurezza dei minori” basato sulla recidività che caratterizza i predatori sessuali: ragione per cui, anche se ci costa spesso molte scartoffie, non ci facciamo intimidire.

    Il più delle volte le richieste arrivano da dubbi servizi online per la tutela della privacy ai quali i preti spesso si rivolgono pagando profumatamente per rifarsi il “lifting” sul web. Uno degli ultimi che ci ha scritto in merito era in realtà un’agenzia di pompe funebri che chissà se ha truffato anche il sacerdote nell’elargire il servizio.

    Altre volte invece la richiesta arriva direttamente dal Garante, ma al momento, malgrado le diverse istanze dei sacerdoti e monsignori italiani, la Rete L’ABUSO è sempre risultata “in regola”, ottenendo puntuale archiviazione delle istanze.

    La stessa cosa per quanto riguarda le querele per diffamazione da parte del clero di fronte ai tribunali italiani: per il momento, in 12 anni siamo sempre stati assolti. Anzi, spesso il querelante si è visto ricusare per calunnia o ha preventivamente ritirato la querela.

    Anche questo tentativo di oscuramento da parte di Google dell’unico database italiano degli abusi sessuali del clero certo non stupisce visti i precedenti tentativi di rimozione falliti.

    Anzi, fa riflettere: perché Google, infatti, se ne accorge dopo ben 12 anni dalla sua pubblicazione?

    Dando un’occhiata a quanto Google segnala, è verosimile pensare che qualche sacerdote, dati i precedenti fallimenti, questa volta abbia tentato la via traversa “per rifarsi il lifting” (non potendosi più rivolgere probabilmente alle Istituzioni, che lo hanno già scaricato) , cerchi come “via italiana”, di ottenere la cancellazione del proprio caso, “reclamando” un presunto stato di pericolo e/o discriminazione (inesistente direi, in quanto attualmente non risultano casi con effettiva segnalazione).

    Va ricordato a questo proposito che per esempio, negli Stati Uniti sono gli organi di Stato, come l’FBI, a pubblicare online nome, foto e residenza di chi è stato condannato o ritenuto socialmente pericoloso per questi crimini.

    Un manifesto che non è sfregio della persona o di ciò che ha commesso, ma va a tutela della comunità e si basa sul dato scientifico che il predatore sessuale non è un malato, ma una persona con una grave devianza della personalità a cui non si può chiedere un autocontrollo. L’unico modo per poterlo integrare evitando che stupri altre persone è quello di dire alle potenziali vittime di stare attente.

    Restando alla comunicazione di Google, attualmente abbiamo fatto richiesta di revisione del reclamo di cui facciamo presente attualmente di non avere alcun dettaglio in merito.

    Il portavoce F. Zanardi

    Tuttavia e comunque vada, Google Maps a parte, qui tutti gli elenchi della mappa (consultabili), dal nostro archivio storico e senza censura;

    https://francescozanardi.it/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webposservatorio-permanente/database-abusi/

  • AVERSA; si dimette il promotore di giustizia (P.M. Ecclesiastico) del procedimento canonico a don Graziano

    AVERSA; si dimette il promotore di giustizia (P.M. Ecclesiastico) del procedimento canonico a don Graziano

    Un decreto del vescovo di Aversa Angelo Spinillo che vieta a don Livio Graziano l’accesso ad internet. Nulla di strano, anzi più che ragionevole dal momento che il destinatario del provvedimento ecclesiastico è accusato di violenza sessuale ai danni di un infraquattordicenne ed è attualmente agli arresti domiciliari, anche per evitare che possa reiterare l’eventuale crimine. Data l’accusa, è puro buon senso impedire che da recluso possa reiterare attraverso internet.

    Eppure, malgrado la tesi non faccia una piega neppure per la diocesi, da settimane sembra impossibile riuscire a comunicare anche solo telefonicamente a don Graziano il decreto del vescovo Spinillo che di fatto, malgrado l’impegno preso dalla CEI in Italia sulla gestione dei casi di abuso su minori, lascia nei fatti da mesi un ragazzino (dopo i presunti abusi sessuali) ancora esposto a molestie di altro genere, dimostrando l’incapacità di gestire i casi di violenza dei propri sacerdoti.

    Situazione che venerdì ha portato il Promotore di Giustizia, incaricato del procedimento canonico a don Graziano, a rassegnare le dimissioni, come lui stesso annuncia mortificato.

    In un breve scritto, infatti, spiega al padre del giovane che don Livio Graziano avrebbe questa volta ricevuto delle lettere minatorie presso la struttura dove è detenuto ai domiciliari e per questo motivo, forse, la la diocesi non vuole turbarlo ulteriormente con la notifica; anche se in questo modo mette al secondo posto i turbamenti della presunta vittima.

    Una struttura che secondo i legali del sacerdote che aveva denunciato precedenti presunte intimidazioni, da come si legge negli atti, sarebbe inadeguata e priva di recinzioni, con i il rischio che qualcuno si possa introdurre e minacciare il sacerdote.

    Da fonti interne alla diocesi, il sacerdote avrebbe dovuto ricevere il divieto di accesso ad internet già ad agosto, dopo una denuncia da parte dei genitori del ragazzo che lo scorso giugno si era trovato violati gli account su alcuni social, oltre ad emoticon di apprezzamenti apparentemente riconducibili all’account del sacerdote.

    L’indagine dei Carabinieri aveva ricondotto la connessione internet usata alla struttura dove è ai domiciliari don Graziano, ma sfortunatamente non si sono fatte indagini per accertare chi all’interno della struttura l’avesse concretamente utilizzata, vanificando in assenza della prova certa la possibilità che l’A.G. potesse intervenire.

    Da qui la richiesta ad intervenire del padre del ragazzo, che nelle scorse settimane era stato ricevuto dal vescovo Spinillo, che in sua presenza aveva contattato la struttura e il successivo decreto di divieto, purtroppo però mai applicato.

  • 13enne violentato dal parroco oggi ai domiciliari, ma continuano le molestie via internet

    13enne violentato dal parroco oggi ai domiciliari, ma continuano le molestie via internet

    Don Livio Graziano incarcerato il 26 ottobre scorso, è agli arresti domiciliari presso una struttura del clero dallo scorso 4 dicembre, dopo essersi debilitato con uno sciopero della fame auto indotto ed aver così ottenuto i domiciliari in una delle 23 strutture sparse sul territorio dove la chiesa afferma di “curare la pedofilia”, spesso ottenendo solo che il sacerdote eviti il carcere.

    Già qualche settimana fa il padre del ragazzino aveva presentato formale denuncia  all’Arma dei Carabinieri in quanto, da diversi profili apparentemente appartenenti nel nikname a don Livio Graziano, erano apparsi cuoricini ed altre emoticon di apprezzamento su fotografie pubblicate sui profili della presunta vittima. Il 13enne si era anche visto violare l’account Facebook e Google. Le stesse indagini fatte successivamente alla denuncia avevano appurato che la connessione dalla quale erano state effettuate le violazioni, era proprio quella della struttura dove don Livio è attualmente ai domiciliari.

    Tuttavia, non si comprende perché gli investigatori, dopo aver accertato  che le violazioni provenissero dalla casa famiglia Unitalsi, non abbiano proceduto ad individuare il responsabile materiale. Anche il difensore della presunta vittima, l’avvocato Giovanni Falci ha fatto istanza al tribunale dove è in corso il processo, denunciando l’accaduto e chiedendo un intervento, ma l’istanza è stata rigettata in quanto come detto sopra, non si è proceduto all’individuazione fisica del responsabile.

    Anche se non più violando gli account, tuttavia le molestie continuano e il padre del ragazzo che ricordiamo essere 13nne, nel tentativo di evitare i continui stress del figlio che si aggiungono al già difficile percorso giudiziario al quale il ragazzo e la famiglia sono sottoposti, data l’inconcludenza degli inquirenti, più volte sollecitati dall’uomo, decide di rivolgersi direttamente al vescovo di Aversa.

    Così lo scorso mercoledì si è recato in Diocesi, ricevuto dal vescovo Angelo Spinillo al quale ha esposto la grave situazione. È stato lo stesso vescovo Spinillo, davanti al padre del ragazzo, a contattare il dottor Paquale Zagarese, un medico diacono responsabile della struttura che ospita don Livio Graziano ed intestatario della connessione internet usata per violare gli account del ragazzino, al quale ha chiesto esplicitamente, come vescovo, di vietare l’uso di internet a don Livio.

    Purtroppo però, da come si evince dal profilo Facebook del sacerdote, questo continua ad avere regolarmente accesso ad internet, cosa che al di la dello specifico accaduto, data l’accusa di pedofilia, le restrizioni domiciliari ed un processo in corso, il semplice buonsenso fa pensare non dovrebbe avere un accesso incontrollato a internet.

  • Aversa – Emoticon sulle foto e gli account violati della presunta vittima di don Livio Graziano

    Aversa – Emoticon sulle foto e gli account violati della presunta vittima di don Livio Graziano

    Un incubo che da un giorno all’altro ha cambiato la vita di un’intera famiglia che non sa come spiegare a un ragazzino di 13 anni quello che è successo e, che senza mezzi per capire, da un giorno all’altro ha scoperto che quelle strane attenzioni del sacerdote erano stupri.

    Don Livio Graziano è agli arresti domiciliari dal 26 ottobre scorso, mentre continua in tribunale il processo che lo vede imputato di violenza sessuale ai danni di un bambino, che dopo avere capito in parte di avere subito il tradimento più brutto e violento che un adulto possa fare, vive un comprensibile stato di confusione e di ansia, nell’impotenza più totale dovuta all’età.

    A turbare ulteriormente il già fragile clima familiare è quanto accaduto agli inizi di giugno, quando improvvisamente qualcuno violerà l’account Facebook e Google della presunta vittima, che si accorgerà di una trentina di accessi anomali registrati e continuati già da diverso tempo, effettuati da dispositivi Apple che non possiede, tutti provenienti dallo stesso indirizzo IP, riconducibile alla zona dove oggi è agli arresti domiciliari il sacerdote. Ma questo non vuole dire che l’artefice sia per forza lui, se non fino a quando questo non sarà dimostrato.

    Le presunte molestie continuano pochi giorni dopo, quando la presunta vittima ed i suoi familiari notano da un profilo Google omonimo a quello del sacerdote, alcune emoticon di apprezzamento recenti, sulle foto del ragazzo.

    Nei giorni scorsi sono state formalizzate dalla famiglia due querele contro ignoti per fare luce sui responsabili, seguite da una istanza del difensore del ragazzo al Pubblico Ministero.

    Francesco Zanardi

  • Lettera aperta della vittima Diego Esposito al sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni

    Lettera aperta della vittima Diego Esposito al sindaco di Montù Beccaria Amedeo Quaroni

    Egregio sindaco, ho letto con rammarico la sua lettera aperta e le confesso che mi ha profondamente ferito non solo per come lei si esprime, con toni giustificativi e rassicuranti nei confronti di don Mura, un pedofilo che ha rovinato la vita a me e ad altri. Contrariamente a come lei lo definisce “Don Silverio Mura per lo Stato Italiano è un uomo libero ed innocente fino a prova contraria”, mi permetto di dissentire: a meno che lei non ritenga “uomini liberi” persone che, come nel caso di don Mura, sono costrette a nascondersi oramai da 10 anni, sotto falso nome, ed avvalendosi del favoreggiamento della diocesi di turno. “Uomini innocenti”, solo perché si avvalgono della prescrizione, anziché rinunciarvi e chiedere il giudizio alla magistratura chiarendo la propria posizione, levandosi di dosso, una volta per tutte, quelle che lei, signor sindaco, definisce banalmente accuse infondate e infamanti: ma si è chiesto perché, se le accuse sono davvero infondate, don Mura non mi ha querelato per diffamazione ?

    Lei afferma che; “come primo cittadino mi sono attivato immediatamente per trasmettere questa nostra preoccupazione agli organi ecclesiastici” ma le devo ricordare che lei è un sindaco della Repubblica Italiana, uno stato laico, il suo dovere non è quello di tutelare la chiesa dalle sue stesse zozzerie, il suo dovere – mi consenta se glielo rammento – è quello di tutelare la salute dei suoi cittadini. Sarebbe stato suo dovere – soprattutto ignorando quali azioni siano in corso da parte della magistratura  – informare di quanto aveva appreso sull’identità di Silverio Mura, il primo posto di polizia e non consultare gli organi ecclesiastici che lo nascondono da 10 anni, per ultimo nel suo comune.

    Anche sul cambio di nome, mi permetta, ma non è paragonabile a chi in paese è conosciuto con un soprannome, o al mio nome di fantasia che utilizzo solamente per tutelare i miei tre figli e mia moglie! Don Mura, il suo lo usava per nascondersi perché, prescritto o meno, più persone lo hanno formalmente querelato per stupro di minore: la differenza è notevole, non crede ?

    I miei avvocati, l’associazione Rete L’ABUSO che mi tutela dall’inizio della mia terribile vicenda, come lei dice non stanno “mettendo in atto un attacco vero e proprio, teso a minare la tranquillità delle nostre famiglie ed il buon nome del nostro paese”, ma stanno cercando semplicemente di fare in modo che don Mura non abusi di altri minori.

    Come ben saprà, la pedofilia non è una malattia che si cura, è una grave devianza della personalità e proprio per le sue caratteristiche la comunità scientifica paragona il profilo del pedofilo a quello del serial killer. Ne viene da se che mettere un pedofilo vicino ai bambini ha lo stesso buonsenso di mettere un orso vicino al miele e aspettarsi che non lo mangi. I pedofili non hanno comportamenti rivelatori della loro perversione sessuale, e quindi appaiono tutti degni di stima e scevri da critiche delle persone che li frequentano. Pertanto solo uno stolto baserebbe il suo giudizio, su un sospettato di pedofilia, ancorandolo a queste  valutazioni che la Psicologia considera prive di significato.

    Per questo motivo chiedo alle mamme, non per creare allarmismi ma sperando dal profondo del cuore che in questo anno a Montù Beccaria non sia accaduto nulla a nessun bambino, chiedo comunque alle mamme, se nell’ultimo anno avessero notato cambiamenti inspiegabili o sospetti nei loro figli, di avere il coraggio di approfondire, perché se preso subito, il trauma si può affrontare.

    A lei, signor sindaco, non ho mai personalmente attribuito alcuna responsabilità per meritarmi questo attacco, le chiedo solo di fare chiarezza, di chiedere al suo vescovo come don Mura sia arrivato a Montù Beccaria, di sicuro non ha bussato alla porta della chiesa dicendo “eccomi qua”, qualcuno, il vescovo, il parroco avrà ricevuto i dovuti accrediti, non penso abbiano aperto la porta ad uno sconosciuto.

    Da quanto ho appreso dai giornali, prima di partire don Mura avrebbe fatto scorta di medicine: avrà quindi avuto un medico, in un anno almeno una volta si sarà fatto fare una ricetta? Verifichi, perché in questo caso, sulla ricetta, oltre al codice fiscale appaiono anche il nome e il cognome.

    Le chiedo solo di fare chiarezza perché è palese che qualcuno sapesse la vera identità di Saverio Aversano, lo stesso qualcuno che lo ha avvisato e fatto fuggire poco prima della messa in onda del programma Le Iene.

    Lei è il sindaco, credo di rivolgermi all’interlocutore giusto e credo che anche i suoi cittadini si aspettino e si meritino questo da lei.

    Diego Esposito

    Per garanzia sull’identità della vittima che pubblicamente utilizza un nome di fantasia

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • Montù Beccaria: c’è un filo logico ma la chiesa inciampa; la diocesi poteva non sapere?

    Montù Beccaria: c’è un filo logico ma la chiesa inciampa; la diocesi poteva non sapere?

    Di certo questa è la domanda che tutti si stanno facendo da quando don Silverio Mura, alias Saverio Aversano, è stato scoperto nel piccolo paesino di Montù Beccaria: chi poteva sapere della sua vera identità?

    Quello che è certo è che don Silverio non si è alzato una mattina e, di sua spontanea iniziativa, è andato a fare il parroco nel pavese, qualcuno lo ha mandato, qualcun altro lo ha accolto e, basta avere un minimo di conoscenza di come sia strutturata giuridicamente la chiesa, per darsi una risposta.

    È fuori da ogni ragionevole dubbio che la diocesi di provenienza, nella quale don Silverio è incardinato, conoscesse la sua identità: è proprio la diocesi che dà il nullaosta perché un sacerdote possa lavorare, per un periodo così lungo, fuori diocesi.

    Non molto diversa la situazione nella diocesi ospite la quale ha due possibilità: quella di averlo espressamente richiesto, e in questo caso è palese che sapesse, oppure potrebbe essere stato mandato, ma difficilmente questo poteva avvenire all’insaputa del vescovo.

    È importante sapere che le diocesi, per la chiesa sono un po’ come le nostre prefetture. Hanno il controllo del territorio e, alle diocesi fanno capo non solo i religiosi sul territorio appartenenti alla chiesa, ma anche coloro che, per esempio, appartengono a congregazioni di Diritto Pontificio, ovvero congregazioni che dipendono direttamente dal Vaticano che, tuttavia, per quanto concerne le questioni locali, fanno capo all’ordinario locale, ovvero il vescovo.

    I trasferimenti, per procedura, sono accompagnati da una lettera di presentazione da parte della diocesi di provenienza, indirizzata a quella di destinazione e, in questo caso, è possibile che il nome del sacerdote fosse falso.

    Poco credibile rispondere che la lettera non c’è, anche perché la conseguente domanda che porremmo direttamente al vescovo di Tortona mons. Vittorio Francesco Viola sarebbe: ma lei ha quindi assegnato un parroco così, senza sapere neppure chi fosse? Vista l’assenza di una lettera di accompagnamento non ha neppure chiesto un documento di identità?

    Vale a dire che, se un perfetto sconosciuto, magari neppure prete, si presenta alla porta della sua diocesi, lei gli assegna una parrocchia?

    Francamente non la crediamo così ingenuo.

    Sveliamo quindi pubblicamente il dilemma, senza tante indagini, renda pubblica quella lettera e, nel caso non ci fosse, lo dica: d’altronde siamo nell’era della trasparenza e della tolleranza zero tanto proclamata da papa Francesco, sia trasparente e inflessibile e ci faccia sapere.

    Francesco Zanardi

    Presidente Rete L’ABUSO

  • I presunti abusi nel seminario di Aversa, la denuncia alla C.D.F. e i silenzi di mons. Lucio Lemmo

    I presunti abusi nel seminario di Aversa, la denuncia alla C.D.F. e i silenzi di mons. Lucio Lemmo

    Otto anni di ansie e speranze senza però ricevere nessuna risposta.

    di Francesco Zanardi

    Una vicenda che ricorda molto un altro caso denunciato dalla Rete L’ABUSO, quello di Diego Esposito, nel quale vedremo, cambia il nome del sacerdote accusato – in questo caso non più Silverio Mura ma Maurizio Palmieri – cambia la presunta vittima – in questo caso non più un alunno di catechismo ma un seminarista del Seminario di Aversa all’epoca 15enne – ma chi gestirà il caso per mandato della C.D.F. sarà sempre lui, monsignor Lucio Lemmo.

    I fatti risalirebbero al 1995 e sarebbero avvenuti nel Seminario di Aversa per mano dell’allora Diacono ed animatore, don Maurizio Palmieri.

    Nella querela depositata dalla presunta vittima presso la Procura della Repubblica di Napoli, si legge che, oltre agli abusi, il Palmieri avrebbe in qualche modo zittito la presunta vittima, con la costante minaccia di “cacciarmi dal seminario e di non aiutarmi più negli studi”, talvolta offrendogli “anche dei soldi in busta chiusa”, “mi costringeva ad aver rapporti sessuali reiterati con lui”.

    La querela, dalla quale abbiamo estratto solo due essenziali passaggi, è del 2016 ed è purtroppo l’ennesima testimonianza dell’immobilità dei tribunali canonici di fronte alle denunce che le vittime inviano alla Santa Sede, immobilità che spesso, anche se non è questo il caso, aiuta la chiesa a far raggiungere alla vittima i termini di prescrizione, momento in cui il reato non è più procedibile penalmente.

    Purtroppo per un cattolico, la denuncia all’autorità civile è quasi sempre, per non dire unicamente, l’ultimo passaggio dettato a quel punto dal desiderio di giustizia: quella negata alle vittime dalla Santa Sede.

    La presunta vittima, infatti, tramite il suo avvocato scrive alla Santa Sede denunciando i presunti abusi nel settembre del 2010. Poco tempo dopo a rispondere è Luis Francisco Ladaria, oggi Prefetto della C.D.F. e all’epoca Segretario, il quale comunica che “ha delegato, per lo svolgimento delle opportune indagini, S.E. Mons. Lucio Lemmo”.

    Come per Diego Esposito, passano gli anni ma non arriva alcuna risposta dalla chiesa fino a che, dopo l’elezione di papa Francesco, e della campagna mediatica di “tolleranza zero” che lo ha seguito, la vittima decide di fare un nuovo tentativo, questa volta scrivendo direttamente al Pontefice.

    Nessuna risposta.

    Questa è l’ennesima testimonianza della giustizia negata alle vittime, anche nel pontificato di Francesco, fatta di proclami e di tanta “tolleranza” per i crimini, “zero” per le vittime, condannate dalla chiesa come nei Gironi Danteschi a vagare dannate per l’eternità, in cerca di giustizia.

    Zanardi

  • Gli incontri delle VITTIME ANONIME

    Gli incontri delle VITTIME ANONIME

    Nasce principalmente come uno spazio di incontro e di confronto tra persone che hanno vissuto la stessa esperienza.

    Spesso, le difficoltà, anche sociali ad esternare la violenza, inducono la vittima a chiudersi in se, a pensare di essere la sola ad attraversare periodi di malessere “unici” credendo di non poter essere compresi da nessuno. A causa di questo meccanismo spesso la vittima non riesce a trovare un primo punto da dove iniziare a ricostruire.

    Comprendere il proprio stato attraverso il confronto con altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza risulta molto utile, perchè ci si rende conto che quel malessere “unico” forse non è così unico, ma una caratteristica comune alle vittime, dovuta al trauma subito. Si comincia a vedere che le proprie esperienze personali le vivono anche altri. Di qui si può maturare il trauma, cominciando ad affrontarsi, parlando semplicemente di se stessi o anche solo ascoltando gli altri.

    Il primo gruppo sperimentale composto da 4 – 5 persone e un moderatore (vittima) avrà inizio giovedì 31 luglio e avrà una durata di circa un’ora. Ci auguriamo che questo progetto possa presto ampliarsi ad una cerchia più ampia di persone.

    Per informazioni info@retelabuso.org

    Rete L’ABUSO