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  • Report sugli Sportelli diocesani per le vittime di abuso sessuale della CEI – Sintesi

    Report sugli Sportelli diocesani per le vittime di abuso sessuale della CEI – Sintesi

    “Da Bolzano in giù”,

    il report che illustra l’indagine dell’osservatorio della Rete L’Abuso, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    L’indagine ha utilizzato un ampio campione. Su un totale di 130 sportelli in Italia (su 226 diocesi) ne ha potuti censire ben 32.

    Sono stati utilizzati tre criteri di accesso;

    1- la sola vittima;

    2- la vittima accompagnata dalla Rete L’ABUSO;

    3- l’avvocato e lo psicologo della vittima, che in questo caso la rappresentano in sua assenza.


    Di seguito l’elenco degli sportelli che abbiamo censito in un arco temporale limitato, ovvero da quando papa Francesco avviò la campagna di “Tolleranza ZERO”, quindi a partire teoricamente dal 2012. Dico teoricamente perché in realtà, se pur gli esiti non cambino, abbiamo escluso per correttezza 2 casi, uno del 2013 e l’altro del 2016, in quanto ancora fuori dalle riforme vaticane.

           (N.B. In alcuni casi non citeremo la diocesi ma solo la regione in cui risiede lo sportello. Questo per tutelare la stessa vittima)

    Parliamo quindi di 30 casi recenti. Elencherò prima quelli col “veto” della privacy;

    • Calabria, 2 casi, 2 sportelli, uno 2024 e il secondo 2019 – Accesso vittima
    • Basilicata, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Abruzzo, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Lazio, 2 casi, 2 sportelli, 2022 e 2025 – Accesso vittima
    • Verona, 1 caso del 2018 – Accesso vittima
    • Sardegna, 1 caso – accesso vittima
    • Campania, 4 casi, 4 sportelli, uno del 2018, il secondo del 2020 e il terzo del 2022 riferito a don Livio Graziano, il quarto del 2021 riferito a don Silverio Mura, alias Saverio Aversano, nascosto sotto falso nome a Montù Beccaria (PV) – Accesso vittima e Rete
    • Sicilia, 2 casi, 2 sportelli, uno del 2023 riferito a don Giuseppe Rugolo e Rosario Gisana e Vincenzo Murgaro, oggi sotto processo con l’accusa di aver mentito in tribunale – Accesso vittima
    • Toscana, 2 casi, 2 sportelli, uno del 2020 e l’altro del 2022, Pisa riguardante don Luigi Gabbriellini – Accesso vittima e Rete
    • Lombardia, 3 casi, uno del 2024 mentre altri 2 del 2022 riferiti ai fratelli don Alberto e don Maurizio Lucchina – Accesso vittima e avvocato Rete
    • Ferrara, 1 caso del 2013 (che abbiamo escluso dall’esito), don Pietro Tosi, padre di Erik, nato dallo stupro della madre – Accesso vittima
    • Genova, 2 casi, 2 sportelli, entranmbi del 2020 – Segnalazione – Accesso Rete L’ABUSO e le vittime
    • Savona, 2 casi, 1 sportello, uno del 2020 riferito a don Nello Giraudo e il secondo del 2018 riferito a don Pietro Pinetto – Accesso Rete e vittima
    • Albenga, 2 casi, 1 sportello, uno del 2017 riferito a don Francesco Zappella, il secondo del 2025 – Accesso Rete e vittima
    • Acqui Terme, 1 caso del 2022 riferito a don Carlo Bottero – Accesso vittima e Rete
    • Lecce, 1 caso del 2019  riferito a don Carmelo Rampino – Accesso Rete
    • Pisa, 1 caso del 2022 riferito a don Luigi Gabbriellini – Accesso vittima
    • Bergamo, 1 caso del 2023 don Valentino Salvoldi  – Accesso Rete e vittime
    • Sanremo, 2 casi 1 sportello, entrambi deo 2024 – Seminarista – Segnalazione – Accesso Rete e vittima
    • Piemonte, 1 caso del 2025 – Accesso vittima e Rete
    • Bolzano, 3 casi del 2024, 1 sportello – Accesso Rete e avvocato della vittima + psicologo

     

    -QUALI le aspettative che di fatto hanno attirato le vittime agli sportelli?

    2012, campagna di “TOLLERANZA ZERO”, il manifesto di papa Francesco è;

    Rimozione del prete; prevenzione e controllo; processo e condanna.

    Per la vittima; giustizia e riconoscimento dello status di vittima; accompagnamento; sostegno anche psicologico

     

    -Esposizione dei dati raccolti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO nell’indagine

                       Strutturazione degli sportelli diocesani

    Rileviamo 3 strutture blindate tra loro. La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale, deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima, ignorando però se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.

    Tuttavia va detto che lo sportello è un “optional”, le diocesi senza sportello fanno ugualmente processi. Nei fatti resta il vecchio sistema di comando, il vescovo, che a differenza di prima non riceve più le vittime ma le relazioni che gli passa lo sportello.

    Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo, se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che la ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma.

    In questa sede – lo sportello – le vittime devono firmare un consenso “informato”, diversamente lo sportello non procede. Nel consenso notiamo tra le varie carenze che non si fa cenno alle diversità tra un processo canonico e uno giudiziario italiano. Viene quindi omessa l’informazione utile e tutelante per la vittima che dà il consenso ovvero, che in una sede canonica, l’obbiettivo di giustizia (la vittima in sostanza) è Dio e non colei che ha subito l’abuso, che in quella sede, è invece il testimone di quanto il prete ha commesso verso Dio stuprandola (6° comandamento del decalogo “non commettere atti impuri).

    Informazione fondamentale MA POCO INFORMATA in questo caso, che di conseguenza nega la consapevolezza alla vittima di avviare parallelamente o ancora meglio, prima che si celebri il processo canonico, un eventuale procedimento presso la giustizia italiana.

    Le domande poste in questa sede dall’operatore – tolto il nome del prete che nel più dei casi è stato comunicato al primo contatto con lo sportello – sono per lo più volte a sapere in quale anno sono accaduti i fatti, chi ne è a conoscenza, se si è a conoscenza di altre vittime.

    Poche o nessuna le domande che circostanziano quello che è accaduto, che dovrebbe invece essere l’oggetto della denuncia e quindi l’interesse della diocesi.

    Poco dopo verrà fatto notare alla vittima che il caso è prescritto – come per la legge italiana – contrariamente a quanto invece dichiara la stessa Conferenza Episcopale Italiana CEI.

    Sostanzialmente decade completamente il motivo per il quale la chiesa invita le vittime a rivolgersi agli sportelli…

    -Contributo tratto dalla presentazione del 2022 degli sportelli diocesani.

    Qui va notata la pressione violenta che subisce la vittima, che si è recata allo sportello FORTE di quanto ha subito e che in un attimo, si trasforma da FORTE, in speranzosa che la sua denuncia comunque sia proceda. Il suo stato psicologico viene completamente ribaltato, ora è DEBOLE e sottomessa.

    Redatto il verbale, l’operatore dello sportello lo farà leggere e sottoscrivere alla vittima, la quale però non ne avrà una copia.

    Qui si conclude quella che abbiamo rilevato essere nel concreto, l’unica delle varie fasi del “manifesto” iniziale, quella che chiamano accompagnamento.

    In nessuno dei casi, contrariamente al “manifesto”, è stato offerto un sostegno di nessun tipo.

    Nei casi in cui la vittima, come da “manifesto” ha chiesto un contributo per le cure, in qualche caso è stato concesso, ma sempre dietro un accordo con il vincolo della riservatezza. Si parla comunque di cifre irrisorie, massimo 5.000€.

    In altri rari casi invece, sempre con il vincolo della riservatezza e senza aver più nulla a pretendere, l’offerta proposta – questa volta dalla diocesi – sale a 25.000€.

    In entrambi i casi, oltre al vincolo imposto, tuttavia negli accordi non si accenna mai a un indennizzo per l’abuso subito. Le motivazioni dell’accordo sono del tipo, “aiuto per gli studi”, per le “difficoltà familiari” ecc.

    Nei successivi contatti, la vittima verrà informata che il fascicolo è sato inviato al Dicastero per la dottrina della fede e che in pratica lo sportello ha concluso la sua funzione e ora dipenderà tutto dal Dicastero.

    Qui inizierà la lunga agonia per la vittima, che non riceverà mai risposte dal Dicastero e di conseguenza dalla stessa diocesi, che in pratica la ha già scaricata dopo la deposizione allo sportello, scaricando sul Dicastero l’intera vicenda e gli eventuali sviluppi.

         

    -Ma vediamo un attimo cosa dice la procedura canonica ufficiale;

    “La trasmissione al DDF compete al vescovo, dopo l’indagine previa.

    Dal DDF non può uscire nulla prima di una eventuale sentenza, che viene trasmessa al vescovo, all’abusatore e alla vittima.”

     

    A questo punto cominciamo a notare parecchie discrepanze nelle procedure, riassumiamole un attimo:

    • La prima è la prescrizione, sollevata da tutti e 32 gli sportelli censiti, smentita però dalla Conferenza Episcopale, che dichiara “non esserci prescrizione”.
    • Sembra mancare anche l’indagine previa, che non solo andrebbe comunicata alla presunta vittima, ma che prevede anche che la vittima venga ascoltata, soprattutto sulle circostanze in cui ha subito l’abuso. Indagine previa che in nessuno dei 32 casi è stata mai comunicata alla vittima. Forse in alcuni casi per mancanza di trasparenza, ma per esempio, a Bolzano ma non solo, non è stata sentita nessuna delle tre presunte vittime. Come si è potuta quindi fare una indagine previa? Su quali basi?
    • Dopo l’indagine previa il tutto dovrebbe essere inviato dal vescovo al Dicastero per la dottrina della fede. Cosa che è stata dichiarata dagli sportelli in tutti i 32 casi, se pur in molti di questi, non solo Bolzano, ci si chieda COSA SIA STATO INVIATO, dal momento che le vittime in molti casi non sono state sentite.
    • Infine, stando alla procedura, il Dicastero per la dottrina della fede, sarà suo compito informare dell’esito il Vescovo, l’abusatore e la vittima.

    Ebbene, nessuna delle 32 vittime ha mai ricevuto dal Dicastero alcuna comunicazione, contrariamente a quanto prevede invece la stessa procedura.

     

    -A questo punto non possiamo fare altro che delle ipotesi.

    Una di queste è che non sia stata fatta nessuna indagine previa e che nulla in realtà sia stato inviato al Dicastero. In questo caso mentendo persino alla vittima.

    Ad avvalorare la tesi non solo il fatto che in tutti e 32 i casi il prete è sempre rimasto ed è tuttora al suo posto, ma anche le stesse risposte ottenute dagli sportelli.

    Tornando al caso di Bolzano citato pocanzi, è proprio dalla relazione della stessa diocesi che sembrano concretizzarsi i nostri dubbi.

    Questa infatti relaziona alla vittima, nella seconda pagina, a conclusione del rapporto, che;

    “Con lettera del 02.12.2025, il Superiore generale comunica al Vescovo diocesano che il Dicastero per l’insegnamento della fede lo ha informato con lettera del 12.11.2025 che ha chiuso il caso davanti alla Diocesi pro nunc (per il momento). La motivazione è che i “fatti precedenti rimangono fuori i limiti della punibilità” e anche non “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”. Se nuove accuse dovessero emergere, queste devono essere comunicate alla Diocesi affinché possa esaminare la riapertura del caso.”

    Dal documento emergerebbe che il Dicastero abbia risposto alla sola diocesi e non alla vittima –contrariamente alle procedure quindi– riferendo che il 12/11/25 ha chiuso il procedimento, sulla base di una prescrizione che però la stessa Conferenza episcopale afferma non esserci.

    Documento mai pervenuto alla vittima, né dal dicastero, né dalla diocesi che invece ne dichiara l’esistenza.

    La relazione Continua affermando che “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati” quelli che sono gli abusi che ben tre persone MAI ASCOLTATE dalla diocesi di Bolzano, lamentano.

    Certo, per essere la diocesi più esperta e longeva in materia di tutela di minori e persone vulnerabili, parlare di poca trasparenza, a questo punto è persino superfluo.

    Da questa relazione, stando alla presunta risposta data dal Dicastero riguardo le accuse di abuso (dico presunta perché non vi è traccia, dobbiamo quindi fidarci delle quattro righe di risposta rese alla vittima) “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”, il dubbio che si solleva è; Ma al Dicastero è stato detto che ci sono tre vittime che accusano il sacerdote?

     

    -Si ritorna quindi alla precedente domanda, è stata fatta l’indagine previa?

    Ma il caso di Bolzano sul quale mi soffermo, trova altre anomalie. Per esempio la denuncia fatta all’autorità giudiziaria italiana da parte di Gottfried Ugolini, fino allo scorso dicembre responsabile dello stesso sportello.

    Va detto che l’accesso a questo sportello, in questo specifico caso, non è stato effettuato direttamente dalle tre presunte vittime ma dall’avvocato e dallo psicologo di una di loro.

    Ma la denuncia fatta dalla diocesi all’autorità giudiziaria italiana, malgrado la presenza del legale di una delle presunte vittime col quale la diocesi avrebbe potuto/dovuto collaborare, è stata in realtà fatta a loro insaputa.

    Qui non è valsa come è uso nel clero, la scusa che la chiesa non denuncia alla giustizia per tutelare la privacy della vittima. Qui proprio non si sono posti la domanda.

    Ci si chiede anche in questo caso il motivo di querelare alla giustizia italiana, tanto più, che come anche la diocesi sa bene, il reato, per la giustizia italiana risulta ampliamente prescritto, quindi sarà palesemente archiviato. Non a caso la vittima, come tante altre, attratta dal “manifesto” degli sportelli, si è rivolta proprio alla chiesa.

    Critica anche la posizione dell’avvocato di Monaco Ulrich Wastl, che aveva curato il report sugli abusi nella chiesa altoatesina, che durante conferenza stampa, lo scorso novembre, aveva apertamente criticato il fatto che la diocesi non avesse attuato nessuna delle strategie indicate dallo studio a lui commissionato.

     

    -Le CONCLUSIONI

    In tutti i 32 casi campionati (su 130 sportelli totali, esaminati all’incirca 1/4 del totale), la situazione che emerge è identica, tranne che per la denuncia all’autorità giudiziaria italiana, fatta solo in questo caso dalla diocesi di Bolzano.

    Contrariamente a quello che è ancora oggi il “manifesto della CEI”, l’accompagnamento proposto alle vittime è ridotto nei fatti ad uno sportello che acquisisce dati di suo interesse. Il fatto che la vittima spesso non venga neppure ascoltata, o che quando è sentita non gli venga chiesto di circostanziare i fatti, ma piuttosto chi ne è a conoscenza, certo è inutile commentarlo, la risposta viene da sé.

    In nessuno dei 32 casi emerge da parte dello sportello quello che è da “manifesto” il supporto per la vittima la quale, nei pochi casi in cui ha avuto un contributo per le cure, lo ha ottenuto a seguito di un accordo vincolato alla riservatezza, nel quale neppure si citerà il motivo, ovvero gli abusi.

    In nessuno dei 32 casi il sacerdote è stato rimosso, ne dalla parrocchia, tantomeno dal contatto con i minori, venendo meno alla prevenzione e all’amore per quei minori, quotidianamente affidati alle cure del clero.

    Dato che di fatto vanifica anche ogni rassicurante propaganda su corsi agli operatori e al personale cattolico che opera con minori, il quale, nei fatti, malgrado la denuncia della vittima, si ritrova poi di fatto l’accusato tra i bambini. Accusato di cui è verosimile pensare, non siano neppure messi a conoscenza.

     

    -L’effetto traumatico che si ottiene sulla vittima è devastante.

    Questa, dopo aver dovuto trovare la forza di riesumare il trauma nell’ottica di un “manifesto” di verità e giustizia, di un riconoscimento del suo “status” di vittima, di poter tutelare con la sua testimonianza bambine e bambini, vede svanire passo dopo passo qualunque proposito che in precedenza la aveva spinta ad intraprendere la via della denuncia canonica, che paradossalmente, come per la legge italiana alla quale la vittima non si è rivolta per l’intervento della prescrizione, a detta degli sportelli e contrariamente a quanto invece afferma la CEI, risulterebbe prescritta anche in nella sede canonica.

    Nel contesto generale dell’operato della chiesa in Italia, oltre quanto emerge dalla nostra inchiesta sugli sportelli diocesani, che la Cei nel 2022 – a fronte dell’impegno di tutte le conferenze episcopali d’Europa che vedevano l’Italia come l’unica inadempiente – battezzò come “la via italiana”, presentando proprio in quella sede la realizzazione degli sportelli diocesani.

    Nella stessa occasione la CEI dichiarò 613 casi italiani, già nella conoscenza del Dicastero per la dottrina della fede. Casi che sarebbero stati la base di una “commissione di inchiesta” dal 2000 al 2022, che Cei avrebbe avviato.

    Casi scomparsi come la commissione d’inchiesta e come i 32 oggetto della nostra inchiesta.

    Ora, premesso il paradosso italiano che vedrebbe soprattutto grazie alla totale assenza dello Stato italiano, che contrariamente a tutti gli altri d’Europa, unitamente alla chiesa non solo non ha mai riconosciuto i suoi cittadini rimasti vittime del clero, ma ad oggi, mentre in altri paesi la chiesa sta risarcendo le vittime, vede l’Italia non aver neppure mai discusso come altrove, su una commissione d’inchiesta indipendente.

    La giustizia per chi è rimasto vittima del clero, la vediamo ancora oggi affidata allo stesso clero di cui, nel più dei casi, gli stessi vescovi che fino a ieri hanno coperto il prete ed insabbiato il caso, oggi sarebbero coloro che paradossalmente dovrebbero rendere giustizia alla vittima.

    Un evidentissimo ed inconciliabile conflitto di interessi che è difficile pensare possa portare mai ad una reale giustizia.

    Tuttavia sarebbe disonesto non spezzare una lancia in favore dei vescovi italiani omertosi, che disapplicano il Motu proprio Vos Estis Lux Mundi in quanto, a disapplicarlo per primo, è stato proprio colui che lo ha voluto e ratificato.

    Lo stesso papa Francesco infatti, a fronte di questa sua stessa norma, malgrado le evidenze tra cui gli audio delle intercettazioni prodotti dalla Procura della Repubblica di Enna, nelle quali, è lo stesso vescovo di Enna Rosario Gisana – oggi sotto processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver mentito al processo a carico di un loro sottoposto, don Giuseppe Rugolo, condannato in appello per gli abusi ai danni di Antonio Messina – ad ammettere di aver insabbiato il caso. Malgrado papa Francesco fosse stato ampiamente informato dai media e dalla stessa vittima, la quale inviò anche al Dicastero dei vescovi l’intero carteggio, fu il primo ad omettere qualunque provvedimento previsto dalla sua stessa norma.

    Documento, come detto, inviato nel 2022 anche al Dicastero per i vescovi, allora presieduto dal Cardinale Robert Prevost, oggi papa e monarca assoluto dello Stato della Città del Vaticano.

    Ebbene, mentre oggi la giustizia italiana sta procedendo col processo del vescovo Gisana e del collega, da parte della chiesa non vi è stato alcun provvedimento noto a riguardo.

    Sul tema degli sportelli e sui progressi della CEI, è intervenuta anche la commissione pontificia per la tutela dei minori che nel panorama internazionale ha definito la Conferenza Episcopale italiana “Maglia nera nella lotta agli abusi“.

    Tutto pare in perfetta linea con quanto si rileva anche nei 32 sportelli censiti.

         FINE del report


    Di seguito la situazione dei casi rilevati nelle diocesi italliane

  • Il falsi ideologici di Bergoglio che inganna i cattolici

    Il falsi ideologici di Bergoglio che inganna i cattolici

    A differenza degli altri pontefici, Bergoglio è stato molto abile e astuto nell’utilizzare la complicità e la compiacenza dei mezzi di informazione, tanto è che oggi, tranne pochi o chi come noi tecnici sa bene come effettivamente stiano le cose, se domandassimo ai comuni cittadini, in particolare ai cattolici cosa ne pensano dei provvedimenti attuati da Bergoglio in materia di pedofilia e se a seguito di questi, hanno fiducia nel continuare a mandare i propri figli in parrocchia, a gran voce raccoglieremo la quasi totale approvazione.

    Questo è stato possibile soprattutto in Italia, dove oramai il giornalismo si è ridotto a un copia e incolla dei vari comunicati stampa, dove i giornalisti non verificano più le notizie, non le approfondiscono e sopratutto, non cercano un contraddittorio. Ancor peggio quando si parla della chiesa, quando accade che una dichiarazione diventata notizia risulta poi infondata, se ne guardano bene dal chiedere spiegazioni e ancor meno da darne una smentita tale da rendere i lettori consapevoli quanto li avevano resi in precedenza, che quella notizia è cambiata o addirittura era falsa.

    Per fare un esempio, i famosi tribunali per processare i vescovi insabbiatori di cui si è parlato per anni sui maggiori quotidiani e TG nazionali. Notizia che ha rassicurato per ben due anni i cattolici, poi il Vaticano la liquidò affermando fosse stata solo un’idea, ma se voi cercate sul web non trovate praticamente nulla sul fatto che i tribunali non furono realizzati, così la vostra consapevolezza rassicurante è restata quella che questi tribunali esistano, rafforzando l’idea che la linea del Vaticano sia cambiata, che oggi finalmente le parrocchie sono luoghi sicuri per i minori. La serie di fake, omissioni e contraddizioni è lunghissima, per esempio, l’affermare che si sta facendo pulizia tra le gerarchie e poi nel concreto, lo stesso Bergoglio, pur sapendo i fatti, nomina arcivescovo di Milano un personaggio come Mario Delpini, così sfacciato da ammettere persino di fronte alla polizia che lo interroga, di aver saputo di un abuso sessuale e non averlo denunciato ne alle autorità civili, ne a quelle ecclesiastiche. Una notizia che in un paese normale, alla luce della nomina di Delpini ad arcivescovo di Milano, avrebbe scatenato l’inferno e invece, quasi nessuno ne ha parlato, soprattutto i sacerdoti, che anziché indignarsi, attaccano noi che lo facciamo notare.

    Come scrissi in un precedente articolo dove spiegavo “il trucco del pregiudizio”, ovvero l’arte della chiesa (in particolare del Gesuita Bergoglio) di aver creato la struttura vaticana con nomi uguali a quelli della giustizia civile, che nell’immaginario collettivo trasmette l’idea di giustizia ma che in realtà con un ingannevole falso ideologico fa tutt’altro, o almeno non con i parametri che noi immaginiamo, di fatto ingannandoci.

    Passiamo all’esempio pratico:

    Tribunali e processi, che in tutte le società civili servono a rendere giustizia a chi ha subito un torto o un crimine. Quelli della chiesa cattolica invece, malgrado l’analogia dei nomi, non servono a rendere giustizia alle vittime. Nel caso della pedofilia questi si basano sul 6° comandamento (non commettere atti impuri) e in quelli canonici la vittima non è affatto il bambino stuprato dal sacerdote, ma è Dio, mentre il bambino e il sacerdote, sono coloro che hanno commesso il crimine. Un dato che i mezzi di informazione non a caso omettono puntualmente.

    Processi veicolati anche dai mezzi di informazione come equiparabili a quelli dei tribunali veri e invece sono autentiche baracconate degne neppure di un circo equestre, per questo il loro esito stona totalmente con il nostro civile concetto di giustizia. Per questo motivo, a fronte della condanna di un tribunale civile, vediamo l’assoluzione di quello canonico.

    Come accaduto per esempio nel caso di don Luciano Massaferro, condannato a sette anni e otto mesi, ma assolto dalla chiesa, che al processo non ha neppure sentito la vittima. Oggi don Luciano è tornato come se nulla fosse in parrocchia, tra i bambini e l’affetto dei parrocchiani.

    Oppure il caso di don Vincenzo Calà, anche lui malgrado una condanna civile spirata nell’ultimo grado di giudizio, non per innocenza, ma per l’intervento della prescrizione, assolto dal tribunale canonico e tornato tra i minori e i fedeli, che lo riaccolgono a braccia aperte attaccando la vittima e i familiari.

    Il caso di don Felix Cini, che stuprò 17 minori. Malgrado la condanna, anche qui la chiesa lo riabilita ed ora è nuovamente tra i minori.

    Poi don Giorgio Carli, Francesco Zappella, Paolo Turturro, Marino Genova e via dicendo, la lista è lunghissima e non mi dilungo in elenchi, potete trovare tutti i casi semplicemente consultando il nostro sito.

    In molti di questi la chiesa vanta la loro sospensione a divinis, ovvero che questi non possano celebrare la messa, un’altra folle assurdità perché parliamo di persone condannate non perché dicevano male la messa, ma perché stupravano dei bambini. Vittime che dai tribunali canonici, oltre che alla giustizia, non hanno mai ricevuto neppure un indennizzo, tranne in quei casi dove i tribunali civili dello Stato lo hanno imposto. Vittime che non hanno mai avuto un aiuto dalla chiesa, quanto meno per recuperare un minimo di salute psicofisica. Sacchi di patate per la chiesa, che contrariamente alle scritture che la ispirano, non valgono neppure un nichelino bucato.

    Del tutto opposto invece il trattamento riservato ai criminali, ai quali la chiesa, zitta zitta ha predisposto comunità di accoglienza e recupero, utili soprattutto a far si che non scontino l’eventuale carcere. Ben 23 (almeno quelle note) solo sul territorio italiano.

    Un inganno ai danni degli stessi cattolici, particolarmente vivo in Italia, dove la complicità criminale dello Stato italiano che da 20 anni – malgrado il clamore suscitato in tutto il mondo – non ha mai messo mano al problema che unito alla complicità dei mezzi di informazione che continuano a negare al cittadino la consapevolezza, dilaga imperterrito e Bergoglio ci marcia senza alcun pudore.

    All’estero, malgrado la linea criminale della chiesa sia identica, grazie alla stampa che fa il suo lavoro, vediamo non solo le vittime, ma in loro appoggio anche la popolazione cattolica scendere puntualmente in piazza ed esigere almeno la pulizia all’interno della chiesa. In Italia invece vediamo un esercito disinformato di bigotti, che nuotando nel fango più putrido, puntualmente attaccano vittime e le loro famiglie, ree di aver denunciato i crimini subiti.

    Un paese dove vediamo i cattolici sentinelli starnazzare indignati nelle piazze contro aborto, unioni civili, leggi anti omofobia, diritti delle donne, chiese trasformate in moschee ecc.

    Poi però sostengono i pedofili e mandano volentieri in questo drammatico quadro di insicurezza i loro stessi figli, spesso tra sacerdoti pregiudicati e stupratori che riaccolgono a braccia aperte.

    Viene da pensare che tengano davvero molto poco anche a loro.

  • BORGHETTO; quando i fedeli esigono una chiesa sporca e vescovo li accontenta prontamente.

    BORGHETTO; quando i fedeli esigono una chiesa sporca e vescovo li accontenta prontamente.

    Di oggi la notizia apparsa su IL FATTO QUOTIDIANO, del prete alassino Luciano Massaferro, condannato a sette anni e otto mesi per gli abusi ai danni di una bimba di 11 anni, riabilitato dal cardinale Bagnasco, che ribalta la sentenza del tribunale italiano, e subito riaccolto dal vescovo Guglielmo Borghetti, teoricamente mandato da papa Francesco per fare pulizia nella diocesi dello scandalo, quella d Albenga.

    Al di la degli appelli di TOLLERANZA ZERO di papa Francesco, è certo che Borghetti di pulizia ne ha fatta davvero poca e anche male, come poca è la giustizia del tribunale ecclesiastico di Genova, capitanato dall’ex presidente della CEI, il cardinale Angelo Bagnasco, oggi alle prese con un suo prete accusato di abuso di minori , don Francesco Castagneto, noto alla diocesi genovese dal 1988, che una volta indagato dalla chiesa, prese addirittura il suo posto nella parrocchia di Albaro GE.

    Una vicenda a dir poco tragicomica, perché oggi, don Massaferro, sopranominato don Lu dai suoi amatissimi fedeli, celebrerebbe la messa nella chiesa di Sant’Antonio da Padova a Borghetto.

    Ebbene molti non sanno la lunga e perversa storia di quella parrocchia, che comincia proprio quando don Luciano Massaferro viene rimosso e sostituito da don Francesco Zappella, come dicevano all’epoca uno dei fedelissimi del vescovo “spazzino” Borghetti.

    Pochi mesi dopo la sostituzione di don Massaferro, grazie ad un’inchiesta della Rete L’ABUSO, anche don Francesco Zappella fu indagato per abuso sessuale a danno di minori e, colpo di scena, grazie a quella nostra denuncia, il pm Giovanni Battista Ferro, non solo accertò le tendenze pedofile di don Zappella, ma scoprì che era addirittura pregiudicato dal tribunale di Pinerolo, per aver abusato di due infraquattordicenni.

    Don Zappella poi, fu archiviato per quello che riguarda la nostra indagine in quanto prescritto, ma il vescovo “spazzino” Guglielmo Borghetti, si guardò bene da prendere nei suoi confronti qualunque tipo di provvedimento o sanzione, neppure il processo canonico, anzi, lo rimandò in Uruguay, proprio in mezzo alle vittime che erano venute fino in Italia per denunciarlo.

    Oggi, quasi paradossalmente, a lifting fatto, don Luciano Massaferro è tornato a dire messa e ironia della sorte, proprio nella chiesa di don Francesco Zappella.

    Qui la riflessione si fa pesante, non tanto perché la chiesa copra i pedofili, quello è oramai un dato di fatto, persino papa Francesco ha messo nero su bianco nel suo ultimo Motu proprio Vos Estis Lux Mundi, che i preti abusatori vanno denunciati alla chiesa, omettendo come di consueto la denuncia alle autorità civili.

    Questa volta a stupire sono però i parrocchiani di Borghetto Santo Spirito, che pur vedendosi un prete condannato in via definitiva in parrocchia, pare non solo non abbiano timore per i loro figli (data la patologia non curabile della pedofilia) ma non si sono minimamente allarmati per questo e accettano tacitamente don Luciano, che per carità, non dico vada messo al rogo, certo se io fossi padre un po’ di timore per mio figlio lo avrei, se fossi cattolico, mi ribellerei – in questo caso per una questione morale – vedendo nella mia chiesa un uomo con tale curriculum.

    E invece nulla, nessuna protesta da parte dei parrocchiani per rifiutare quell’uomo indegno, che proprio il vangelo condanna con la frase “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare” Matteo 18 – 6

    Che dire di più, la chiesa è fatta di uomini e questi ne riflettono l’immagine, in questo caso, della loro discutibile chiesa.

    Francesco Zanardi

    https://francescozanardi.it/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/03/06/sul-caso-massaferro-e-non-solo-ecco-perche-queste-persone-non-possono-piu-tornare-a-contatto-con-i-minori/

  • Morto Francesco Zappella, il prete pedofilo pregiudicato protetto da mons. Borghetti

    Morto Francesco Zappella, il prete pedofilo pregiudicato protetto da mons. Borghetti

    È venuto a mancare nella tarda mattinata di ieri don Francesco Zappella, il sacerdote che già negli anni novanta era stato condannato dal tribunale di Pinerolo per abuso sessuale ai danni di due infraquattordicenni.

    Il caso di don Zappella era stato risollevato dalle Rete L’ABUSO nel 2015, quando un giovane uruguagio Luis Mario Acuna Gonzales, si era messo in contatto con l’associazione segnalando anche la sua esperienza e quella di alcuni coetanei. In quella occasione la Rete L’ABUSO riuscì a portare in Italia lo sventurato uruguagio dando il via ad una seconda inchiesta, successivamente archiviata per l’intervento dei termini di prescrizione.

    Malgrado tutto il vescovo della diocesi di appartenenza, mons. Guglielmo Borghetti, nulla fece per tentare di evitare che Zappella reiterasse il reato anzi, gli permise di trasferirsi in Uruguay dove ieri è morto.

    L’Ufficio di Presidenza


    Di seguito il comunicato divulgato stamane dalla Diocesi di Albenga.

    Da: Segreteria Generale <segreteriagenerale@diocesidialbengaimperia.it>
    A:
    Data: 24 agosto 2018 alle 12.04
    Oggetto: Decesso don Francesco Zappella

    Nella tarda mattinata di ieri 23 agosto (ora italiana) è deceduto in Uruguay presso una struttura ospedaliera il Reverendo Sacerdote don Francesco Zappella.

    Era nato a Milano il 26 giugno 1959 e venne ordinato da Sua Eccellenza Monsignor Mario Oliveri nella chiesa cattedrale di Albenga il 17 maggio 1997.

    Trascorse a più riprese parecchi anni in missione in Uruguay dove ebbe modo di fondare a Trenta y Tres la “Fradernidad Reina de la Paz”.

    In Diocesi ricoprì i seguenti incarichi:

    Vicario parrocchiale di san Vincenzo Ferreri in Alassio;

    Vicario Parrocchiale di Santa Maria Maggiore in Castelvecchio di Imperia;

    Responsabile dell’Ufficio Missionario Diocesano;

    Arciprete di San Fedele in Albenga;

    Arciprete di Verzi;

    Arciprete di Sant’Antonio in Borghetto S. Spirito.

    Non avendo ancora altre informazioni si raccomanda vivamente di elevare al Signore preghiere di cristiano suffragio e la celebrazione della Santa Messa (come d’uso) per i sacerdoti defunti, perché il Signore gli doni di poter contemplare il suo Volto nell’eternità beata.

    Can. Tiziano Gubetta

    Cancelliere Vescovile

  • Don Francesco Zappella. Revocata la cittadinanza onoraria. Avviata un’indagine canonica in Uruguay.

    Don Francesco Zappella. Revocata la cittadinanza onoraria. Avviata un’indagine canonica in Uruguay.

    Nella seconda puntata di SANTO Y SEÑA (qui la puntata del 20-4) andata in onda ieri sera su Montecarlo TV abbiamo assistito ad uno spettacolo che in Italia non siamo certo abituati a vedere. In una sola settimana non solo l’autorità giudiziaria, ma anche chiesa e politica hanno preso chiarissime posizioni nei confronti di don Francesco Zappella, il missionario italiano già condannato nel 1992 per molestie su due minori infraquattordicenni e oggi nuovamente sotto accusa.

    Il vescovo di Melo ha immediatamente avviato un’indagine canonica nei confronti del sacerdote, indagine che a quanto pare non vedrà come oggetto solo le accuse di molestie a danno di minori, ma da quanto emerge dalla stampa locale sembra che i punti da chiarire siano più di uno.

    Il nostro assistito Luis Mario Acuna, nel frattempo è già stato convocato dal tribunale canonico che lo sentirà nella giornata di oggi, 22 aprile 2016.

    Anche la reazione delle istituzioni non si è lasciata attendere. Immediatamente revocata l’onorificenza di Cittadino Illustre che le istituzioni della città di Trenta y Tre avevano conferito al missionario nell’aprile del 2014.

    Anche l’opinione pubblica non è rimasta in silenzio ed è rimasta commossa dal racconto e dal coraggio che Luis Mario ha mostrato, un coraggio che in questi giorni ha stimolato decine di vittime da tutto il paese a denunciare gli abusi subiti da preti cattolici.

    Certo che dire, sbalordisce la rapidità con la quale le Istituzioni Ecclesiastiche uruguagie sono intervenute, soprattutto se pensiamo che lo stesso sacerdote è accusato anche qui in Italia per motivi identici. Ma qui l’intervento della chiesa non si può certo dire sia stato così celere. Quello della politica, ricordiamo le dichiarazioni del consigliere comunale Pier Paolo Villa.

    Ieri vescovo Guglielmo Borghetti che attualmente ha in carico don Francesco Zappella è stato convocato con urgenza da Bergoglio, lunedì toccherà all’ex vescovo di Albenga Mario Olivieri. Nell’incontro che la stampa locale definisce Top Sicret, non possiamo escludere che i due abbiano affrontato anche questo pasticcio internazionale che sta creando non pochi problemi alla Conferenza Episcopale Uruguagia.

    Francesco Zanardi.

    Portavoce Rete L’ABUSO Onlus

  • Caso don Zappella, arresti e fughe di preti dall’Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO

    Caso don Zappella, arresti e fughe di preti dall’Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO

    Un vero e proprio effetto domino quello che si è creato in Uruguay dopo le denunce della Rete L’ABUSO avviate nel settembre scorso. Al centro dello scandalo sopratutto la diocesi di Melo nella quale anche il sacerdote don Francesco Zappella, già condannato in Italia nel 1992 per abusi su due minori,  ha prestato per anni servizio nelle vesti di “missionario”.

    che nella prima puntata ringrazia pubblicamente la Rete L’ABUSO per l’ottimo lavoro di indagine, da mercoledì 13 aprile ha dedicato uno spazio settimanale di approfondimento della durata di 2 ore nel programma “SANTO Y SEÑA”, partendo proprio dal caso di don Zappella (che proponiamo a fine articolo) che nella cittadina di Trenta y Tre ha suscitato non poco clamore e che non pochi problemi sta creando anche alla diocesi di Melo e alla Conferenza Episcopale uruguagia.

    L’Uruguay era uno dei pochi paesi usciti indenni dai precedenti scandali mondiali, oggi però costretto ad aprire gli occhi su una triste realtà, quella dei preti pedofili.

    Dopo le denunce della Rete L’ABUSO che oltre all’italiano Zappella hanno coinvolto altri sacerdoti, uno di questi inizialmente sospeso dalla chiesa e arrestato dalla polizia locale pochi giorni fa, la Conferenza Episcopale dell’Uruguay è stata costretta a prendere immediati provvedimenti che però hanno provocato pesanti critiche e a quanto pare anche l’indignazione della comunità cattolica uruguagia.

    Nelle linee guida della C.E.U. “il protocollo sulle denunce contro clerici per abuso sessuale su minori approvato nel 2003 dai vescovi chiarisce che è compito del vescovo incaricato di indagare su un caso segnalato, anche se si tratta di una diceria o di un pettegolezzo consistente”. Cosa che la diocesi non avrebbe fatto malgrado le ripetute segnalazioni. Una “Dimenticanza” che non è sfuggita ai cattolici e alla stampa.

    Nel caso specifico del missionario ligure don Francesco Zappella , la magistratura uruguagia ha aperto un’indagine e lo scorso 30 marzo ha iniziato le udienze convocando le prime presunte vittime, vorrebbero anche sentire la versione del sacerdote italiano.

    Da quanto apprendiamo dal nostro legale in Uruguay, il nostro assistito Luis Mario Acuna, che nello scorso settembre eravamo riusciti grazie alle molte donazioni dei sostenitori a portare in Italia per essere sentito dal Sostituto Procuratore di Savona Giovanni Battista Ferro, al momento non è necessaria per lui alcuna tutela legale malgrado gli siano stati sequestrati i documenti.

    La magistratura uruguagia infatti contesta al nostro assistito il possesso di documenti di identità uruguagi falsi. Presumono siano stati fatti fare dal missionario italiano che all’epoca era tutore legale di Luis Mario. Nel racconto del nostro assistito emerge infatti che all’età di 17 anni tentò il suicidio e che don Zappella, per timore che il giovane crollasse psicologicamente e raccontasse tutto, lo fece venire in Italia .

    L’anomalia di quei documenti è che il giovane risulterebbe avere un’età maggiore di quella che il nostro assistito effettivamente ha, le autorità ipotizzano che questa variazione sia stata fatta per permettere al giovane, all’epoca minorenne, di affrontare un viaggio aereo oltre oceano, viaggio che in caso contrario avrebbe potuto affrontare solo se accompagnato. Di questa ipotesi si trova ampio riscontro anche nelle dichiarazioni fatte nel settembre scorso al SECOLO XIX proprio dal missionario Francesco Zappella, il quale non solo calunniava il nostro assistito accusandolo di aver abusato di una minorenne, dichiarando di avere ben 600 testimoni a sostegno della sua accusa, che però non ha mai trovato riscontro , ma in quella occasione dichiarò anche che il giovane aveva “due identità”.

    Si dissociano dal sacerdote italiano anche le autorità uruguagie che in precedenza avevano conferito al missionario la cittadinanza onoraria, oggi revocata da Dardo Sanchez il quale amareggiato si giustifica spiegando che “lo abbiamo nominato cittadino illustre perchè non sapevamo e pensavamo che stesse per morire, per cui abbiamo pensato di ringraziarlo con quella onorificenza”.

    Grazie al coraggio di Luis Mario che in una notevole situazione di difficoltà ha avuto il senso civico e la determinazione di non arrendersi e ai media locali che stanno dedicando da giorni un ampio spazio su questa grave piaga sociale, la redazione di Montecarlo TV e lo stesso Luis Mario ci comunicano che stanno arrivando decine di denunce da presunte vittime in tutto il paese, denunce che hanno costretto la C.E.U. ad istituire un numero al quale le vittime possono rivolgersi.

    Da quanto si apprende dai giornalisti con i quali siamo in contatto risulta che alcuni sacerdoti con “problemi” sono stati addirittura trasferiti all’estero, i più in Argentina.

    L’ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO Onlus ringrazia per la buona riuscita dell’operazione l’Ambasciata Italiana a Montevideo e quella dell’Uruguay a Milano che ci hanno aiutato nella gestione dei rapporti diplomatici. Ringraziamo la nostra interprete Roberta Pietra che in questi mesi si è occupata dei rapporti con le varie istituzioni e con la stampa. Si ringrazia la giornalista Karina Caputi che da 6 mesi circa sta collaborando con noi. Ringraziamo Montecarlo TV e la redazione di  “SANTO Y SEÑA”, in particolare modo nella persona di Alejandro Amaral, che pazientemente ci ha seguiti verificando quanto avevamo a livello informativo. Ringraziamo tutti coloro che in vario modo hanno contribuito alla riuscita di questa civile iniziativa.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO Onlus.

    La puntata riguardante il sacerdote savonese andata in onda mercoledì 13 aprile 2016

    Di seguito la puntata integrale andata in onda mercoledì 13 aprile 2016

    Di seguito la puntata integrale andata in onda mercoledì 20 aprile 2016

  • Caso Zappella; ci cascano le braccia.

    Caso Zappella; ci cascano le braccia.

    Solo pochi giorni fa a Civitavecchia abbiamo assistito alla preoccupazione della cittadinanza che a gran voce ha chiesto alla Diocesi di allontanare dai propri figli il nuovo vice parroco, don Francesco Rutigliano, un sacerdote condannato dal Santo Uffizio per abuso di minore.

    A Savona invece assistiamo increduli e sinceramente molto perplessi a quanto è accaduto oggi durante l’ultima messa di don Francesco Zappella, il parroco di Borghetto S. Spirito condannato nel 1991 a Pinerolo per  atti di libidine violenta ai danni di due minorenni infraquattordicenni e nei mesi scorsi finito nuovamente sotto indagine per reati analoghi.

    In una lettera aperta scritta anche a nome dei parrocchiani, il consigliere Pier Paolo Villa (lega Nord) chiede al vescovo Gulielmo Borghetti che don Francesco Zappella resti a Borghetto.

    “Vi chiediamo di lasciare Don Zappella al suo posto per il bene della parrocchia e di tutti i fedeli”

    Comincia così l’inverosimile lettera aperta del consigliere Villa.

    “Mi sono permesso di scriverVi, si legge nella missiva aperta di Villa, perché ho un peso sul cuore che devo liberare. Lo faccio a nome di decine e decine di parrocchiani che hanno conosciuto in questi 6 anni una persona che, nonostante le sue precarie condizioni di salute, ha saputo avere la forza di dare nuova Vita alla comunità coinvolgendo anziani, adulti, ragazzi, bambini, famiglie”.

    “Anche Voi, prosegue il consigliere comunale di Borghetto, durante le visite in occasione di diverse ricorrenze, avete sottolineato quello che noi, comunque, già conoscevamo. Avete scelto don Francesco come Vostro collaboratore, e avete chiesto ai suoi parrocchiani di tenerlo stretto”.

    “E tenerlo stretto è proprio quello che vogliamo fare. Noi non abbiamo diritto di giudicare, però possiamo parlare fermamente per ciò che abbiamo visto e apprezzato grazie a lui. E i fatti parlano di un uomo forte ed umile, che ha dedicato pienamente la sua acciaccata vita al servizio di chi ha bisogno, come parroco e come volontario nella locale pubblica assistenza, senza mai tirarsi indietro”.

    “Vi chiediamo di lasciarlo al suo posto, per il bene della parrocchia e di tutti i fedeli. Ve lo chiediamo con il massimo rispetto, ma con la convinzione di chi sente di perdere qualcosa di essenziale”, conclude Villa.

    Forse è solo un momento di follia collettiva che li ha spinti a scrivere quella lettera, almeno lo speriamo, quel che è certo è che in questi momenti ci rendiamo ancor più conto di quanto sia difficile la lotta che la Rete L’ABUSO sta portando avanti  e quanto ci sia ancora da fare in Italia per abbattere le barriere dell’ignoranza e del bigottismo.

    Francesco Zanardi

  • “Mi chiamavano il marito del sacerdote” Intervista video a Luis Mario, presunta vittima di don Francesco Zappella.

    “Mi chiamavano il marito del sacerdote” Intervista video a Luis Mario, presunta vittima di don Francesco Zappella.

    “Il marito del sacerdote”, così chiamavano il piccolo Luis Mario a Trenta y Tres in Uruguay dove don Francesco Zappella aveva una parrocchia nella quale andava saltuariamente ma per lunghi periodi.

    A Trenta y Tres la vita è difficile, gente povera senza risorse e con poche speranze di veder migliorare la propria vita e quando un giorno arriva qualcuno che può essere una fonte di benessere, per tutti o solo per qualcuno, questo diventa un’opportunità.

    E questo accadde quando arrivò padre Zappella, un sacerdote missionario che in Italia raccoglieva fondi per finanziare una presunta missione in Uruguay, una missione di cui però pare non esservi traccia. Sia Luis Mario, sia altri contatti sul posto, sia testimoni italiani che a Trenta y Tres ci sono stati, smentirebbero l’esistenza di una missione.

    Raccontano tutti che padre Zappella è un uomo molto potente a Trenta y Tres dove ha ricevuto anche il riconoscimento di cittadino onorario, un uomo che si è conquistato il consenso di alcune figure importanti e non, comprando loro cavalli, camionette, in alcuni casi anche appartamenti.

    Si è creato in quel paese un ambiente omertoso, una sorta di sudditismo che gli avrebbe permesso di vivere protetto, quasi intoccabile perche trovava complici del silenzio coloro che speravano presto di poter entrare nelle grazie del facoltoso missionario, ed ottenere come gli altri un premio per la loro fedeltà.

    Dietro questo silenzio che Luis Mario definisce “una mafia”, lui e suo fratello sarebbero stati abusati sessualmente, non solo da padre Zappella, ma anche da altri due preti. Secondo Luis Mario molti bambini hanno avuto la loro stessa esperienza.

    Nel settembre del 2015 , la Rete L’ABUSO, grazie ad una raccolta di fondi, è riuscita a far venire in Italia Luis Mario, in modo che potesse denunciare alla magistratura italiana la sua storia e raccontare quello che il missionario italiano faceva in Uruguay.

    Di seguito un documento di 30” nel quale Luis Mario racconta con coraggio a Mimmo Lombezzi la sua versione dei fatti, una versione che pare trovare riscontri anche da parte dell’Autorità Giudiziaria. Da quanto emerso dopo la denuncia di Luis Mario, don Francesco Zappella è già stato condannato per atti di libidine violenta nei confronti di due minori di 14 anni. E’ accaduto nel 1992 a Pinerolo.

    Si ringrazia Mimmo Lombezzi

    Roberta Pietra per le traduzioni

    Tutti coloro che hanno partecipato alla raccolta fondi permettendo a Luis Mario e alla Rete L’ABUSO di portare a termine questa denuncia.

  • Don Francesco Zappella; il PM chiede l’archiviazione per una delle vittime

    Don Francesco Zappella; il PM chiede l’archiviazione per una delle vittime

    Il Pubblico Ministero ha chiesto l’archiviazione per una delle presunte vittime di don Francesco Zappella, il giovane uruguayano che nel settembre scorso si era recato in Italia per deporre contro il suo molestatore. Nella richiesta si legge che malgrado l’attendibilità della presunta vittima, sussiste l’improcedibilità per l’intervento dei termini di prescrizione, termini ai quali don Francesco Zappella potrebbe rinunciare e chiarire la sua posizione sulla quale pesa anche una precedente condanna a 1 anno e 2 mesi per reati analoghi, infitta dal tribunale di Pinerolo il 9/5/1991, come scrive il PM nella richiesta di archiviazione “per il delitto di atti di libidine violenti ai danni di due minorenni infraquattordicenni”.

    Restano invece ancora aperte altre due posizioni denunciate, le presunte molestie ai danni di un altro minore, oggi solo 22enne, che potrebbero costare a Zappella l’imputazione di turismo sessuale.

    L’altro possibile capo di imputazione che potrebbe creare fastidi è quello di truffa ai danni di coloro che hanno finanziato per anni la missione di don Francesco Zappella, la quale risulta non essere mai esistita, come confermato da più fonti, una delle quali lo ha anche dichiarato alla Procura Della Repubblica di Savona.

    L’avvocato Sergio Cavaliere che segue “Fernando” ha comunque dato delega all’associazione per un accesso agli atti che sarà effettuato già domani, per valutare meglio la richiesta di danni in sede civile (non prescritta) nei confronti del sacerdote e della diocesi di Albenga, i quali sono già stati messi in mora dal legale.

    La diocesi di Albenga, nel frattempo, fa sapere attraverso un comunicato che accetterà la richiesta di dimissioni da parte del sacerdote Francesco Zappella, dagli incarichi di parroco di Borghetto Santo Spirito e da vice direttore della Caritas Diocesana. Nessun accenno ad una sospensione dal sacerdozio o eventuale processo canonico per i reati già giudicati dall’autorità giudiziaria, anche se si annunciano approfondimenti da parte dell’Autorità Ecclesiastica.

    Francesco Zanardi

    Portavoce Rete L’ABUSO

  • Bergoglio è triste, è amareggiato, ma perché non reagisce?

    Bergoglio è triste, è amareggiato, ma perché non reagisce?

    Da quando Bergoglio è diventato Papa la stampa ha voluto esaltare ogni sua dichiarazione senza prestare la minima attenzione se poi queste fossero seguite da fatti. Abbiamo vissuto la nascita di un Papa eccezionale aperto a tutto e a tutti, che sa dire buongiorno, buona sera e persino buon appetito. Un vero talento della banalità.

    Possiamo dire senza dubbi che questa non obiettiva esaltazione dei media che hanno gonfiato un enorme castello di carte che così tanto è piaciuto ai cattolici, ma che nei fatti ha dimostrato la sua infondatezza, si è rivelato la sua stessa rovina.

    E adesso?

    Ora di fronte ai fatti più recenti e noti come quello dell’attico di Bertone ristrutturato con i soldi destinati ai bambini, persino il più bigotto dei bigotti si domanda perché Bergoglio non interviene. D’altra parte Bertone è uno dei suoi sottoposti e quell’attico è all’interno della Città del Vaticano, dove Bergoglio che li è il padrone di casa, potrebbe davvero intervenire. D’altronde proprio Bergoglio ha istituito un apposito tribunale per perseguire i reati commessi dagli alti prelati, sarebbe un’ottima occasione per cominciare a usarlo.

    E invece vediamo un pontefice che non sa fare altro che dirsi triste, un pontefice che ancora una volta di fronte all’ennesimo scandalo, anziché pensare e provvedere a risanare almeno la sua chiesa, propaganda banali dichiarazioni come quelle rivolte ieri all’Inps “ Non manchino diritti a lavoro, riposo e pensione”. Per contribuire concretamente potrebbe ad esempio rinunciare ai 6 miliardi che lo stato italiano elargisce ogni anno alla chiesa, così i cittadini potrebbero avere il reddito di cittadinanza. Di certo la chiesa non fallirebbe.

    Anche Rai News dà il suo contributo, ieri ha rilanciato con uno scoop incredibile e di fondamentale importanza per la collettività “Papa Francesco cade in Piazza San Pietro, ma si rialza subito”. Quasi come se quello fosse il problema che oggi sta vivendo la chiesa.

    Sono invece sfuggite alla più grande parte dei media le dichiarazioni di padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, quello che nel 2013 chiedeva il testamento agli anziani il quale ritiene che “Fittipaldi e Nuzzi quasi quasi vanno impiccati“, un concetto davvero molto cristiano e indicativo di quanto sia gradita tra il clero pulizia e trasparenza.

    Come sono sfuggiti alla stampa anche i due recenti casi di preti pedofili, quello di don Carlo Chiarenza e quello di don Vincenzo Calà che malgrado la sospensione sono stati “pizzicati” a celebrare messa, uno addirittura ha concelebrato l’ordinazione di un sacerdote.

    Ma non si era detto che ci sarebbe stata “tolleranza zero”?

    In questi anni la malafede è sempre stata la protagonista nella chiesa, da quando sono emersi i primi scandali sulla pedofilia, anni 2000, abbiamo sentito le scuse e le promesse di intervento di ben tre pontefici, San Wojtila, l’emerito Ratzinger e infine Bergoglio.

    Si è detto che il Papa non sapesse, si è detto fossero i suoi segretari a nascondergli i dati e denunce che le vittime negli anni hanno inviato al pontefice di turno.

    Ma allora perché Papa Francesco non risponde a vittime come la 19enne Giada Vitale, lei la lettera gliela data nelle mani di persona.

    Perche non è intervenuto quando la nostra collaboratrice Luisa Bonello gli ha consegnato i fascicoli della Rete L’ABUSO contenente dati e prove su vari casi di preti pedofili italiani, anche la Bonello li ha dati personalmente nelle mani del pontefice.

    Perché non sta intervenendo sul caso del missionario pedofilo don Francesco Zappella, già condannato nel 1991 prima di prendere i voti e oggi nuovamente indagato a Savona per analoghi motivi.

    Anche qui pare proprio che la malafede sia la vera linea di Papa Francesco o quanto meno la morale della chiesa perché la vicenda di don Zappella si svolge ad Albenga, nell’unica diocesi italiana commissariata proprio dal Papa, quella che dovrebbe essere esemplare. Ed invece non abbiamo assistito neppure ad una sospensione, almeno preventiva del sacerdote pregiudicato e oggi nuovamente sotto indagine, ma abbiamo assistito proprio nei giorni in cui i media locali davano la notizia di una nuova indagine, ad una promozione del prete indegno, oggi anche collaboratore della Caritas Diocesana.

    Ma il commissario Borghetti non era stato mandato dal Papa per fare pulizia?

    Queste sono tutte cose sulle quali se davvero volesse il Papa potrebbe intervenire in un batter d’occhio, non pretendiamo interventi rapidi in casi come quello dello IOR, decisamente ben più complesso e difficile da affrontare.

    Ma se il pontefice non è in grado di intervenire neppure sulle cose più banali e semplici come la sospensione di un sacerdote pedofilo, se non interverrà nemmeno a quelle che sono le richieste dei suoi sacerdoti e della sua stessa chiesa, quanta può essere la fiducia che si può riporre nelle sue continue e puntualmente inevase dichiarazioni?

    Francesco Zanardi

    Presidente Rete L’ABUSO .